Lettera a mia cugina Roberta
Cara Roberta,
quando nel 2015 ho ripreso a fare il regista e l’attore per il teatro contemporaneo — premesso che non ho mai smesso di scrivere poesia e drammaturgia — ho sentito che qualcosa dentro di me tornava a respirare.
È stato come riaccendere un entusiasmo, una passione che non si era mai spenta, solo nascosta e trascurata nel tempo.
Diventare nonno dieci anni fa e riprendere la mia vita d’artista mi ha fatto sentire libero: ho potuto finalmente inquadrare la mia missione, definirla, darle un senso. In tutto questo, la mia fede — la capacità e il desiderio di pregare — sono stati fondamentali.
È stato come, dopo anni passati a cercare un porto, riuscire a toccare di nuovo terra: con delicatezza, ma anche con la consapevolezza di aver viaggiato a lungo, e forse troppo.
A Milano ho lavorato venticinque anni fa, nelle relazioni pubbliche e nella pubblicità. Un mondo affascinante, veloce, brillante — eppure sentivo che qualcosa mancava: la verità del teatro, quella che nasce dallo sguardo, dal silenzio, dal rischio di mettersi a nudo.
Fu allora che capii di dover tornare, costasse quel che costasse, e con il tempo che ci voleva. La mia casa, da sempre, è il palcoscenico.
Tornare oggi, in questa grande città dopo tanti anni, ed essere ospitato da te — dal 30 settembre al 9 ottobre 2025 — ha per me un significato profondo.
Non era scontato, non era dovuto. Eppure mi hai accolto come si accoglie chi torna da un lungo viaggio: con naturalezza e affetto.
In quel gesto ho visto la conferma che la mia strada, per quanto faticosa, è quella giusta.
Il viaggio dell’artista è fatto di accessi negati e di passaggi improvvisi, come le ZTL della città: ci sono zone dove non puoi entrare senza un permesso, e altre dove, inaspettatamente, si aprono le porte.
Forse l’arte è proprio questo: cercare di entrare dove sembra vietato, e farlo con grazia, con ostinazione, con amore.
In questi giorni, con la mia verve e la mia poliedricità — metafora di ruolo, mestiere, entusiasmo — abbiamo condiviso pensieri, punti di vista, esperienze.
Come mi sta accadendo con tante altre persone che, in modi diversi, stanno incrociando il mio cammino — tra cui S.E.R. Luigi Renna, Padre Francesco Genco, Carlo Auteri, Silvio Parito, Paolo Di Caro, Turi Giordano, Renato Asciolla, Christian Cutrì, Francesca Vitale, Sabrina Tellico, Alice Canzonieri, Aurora D’Arrigo, Silvia Giulia Mendola, Renato Lombardo, Marinetta, tua sorella, e tanti altri — ho sentito anche con te quella sintonia speciale che nasce dal riconoscersi nel dialogo autentico, nella ricerca, nell’ascolto.
Abbiamo parlato di rivoluzioni, di battaglie, di Oriente e di Occidente. E anche quando non eravamo d’accordo, sentivo che quel dialogo era vivo, necessario.
Grazie. È nel confronto che riconosco la parte più autentica della mia ricerca: capire, accogliere, trasformare. Grazie ad Oreste tuo affettuoso e affidabile compagno.
Oggi, mentre mi preparo al debutto del mio spettacolo L’ALTRO IERI al Teatro della Società Umanitaria qui a Milano, dal 9 al 12 ottobre, penso che nulla accada per caso.
La tua telefonata, con cui mi hai offerto ospitalità, è stata un segno: mi ha ricordato che l’arte vive dove c’è accoglienza, dove qualcuno ti dice “entra pure, qui c’è spazio per te”.
Per questo ti ringrazio, Roberta. Di più!
Per la tua meravigliosa casa, per la tua presenza, per avermi ricordato che ogni gesto d’amore è un atto artistico — e che chi ospita e chi è ospitato condividono, in fondo, la stessa libertà.
Con affetto,
Turi


Spezia ❤️