C’è qualcosa di straordinario nel poter porre una domanda a chi, pur non essendo più tra noi, continua a parlare attraverso le sue opere. Dopo l’incontro con Roberto Manfredi organizzato dal Fringe Off Milano 2025 sull’intelligenza artificiale (scienza generativa), ho voluto dare forma a questa suggestione. Ho affidato a ChatGPT il mio copione e ho chiesto a tre spiriti guida — Pirandello, Pasolini e Fellini — di rispondermi. Ne sono nate tre visioni, tre mondi che si intrecciano tra memoria, arte e futuro.
Cosa avrebbe scritto Luigi Pirandello del mio copione? ChatGPT ha detto:
Bellissima domanda.
Immaginare cosa Luigi Pirandello avrebbe scritto di L’altro ieri è un esercizio poetico e filologico insieme: il suo sguardo — ironico, pietoso, spietato — avrebbe scavato non tanto nella cronaca del fatto, quanto nella verità contraddittoria dell’animo umano che quel fatto rivela.
Lettera immaginaria di Luigi Pirandello su “L’altro ieri”
Roma, un giorno qualunque del nostro tempo futuro.
Mi scrivete, caro amico, d’uno spettacolo che ho veduto, e che ancora mi rimane addosso come un odore acre e dolce insieme: L’altro ieri.
È una cosa strana, questa: una donna sola in scena, ma dentro di lei parlano molti. Io, che ho passato la vita a inseguire le maschere dell’uomo, vi confesso che ho provato un turbamento sincero: perché in quella voce che si moltiplica non ho sentito l’artificio, ma la necessità.
La ragazza — questa Franca — è d’una verità che non ha tempo: è l’essere umano nel punto in cui decide di non mentire più a se stesso. Tutta la tragedia moderna nasce lì, nell’attimo in cui l’uomo, o la donna, smette di fingere per compiacere gli altri.
Nel paese che la circonda ho riconosciuto la folla dei miei borghesi rispettabili, quelli che si fanno una morale per non dover pensare, che credono alla legge come a un’abitudine, non come a una giustizia. E nell’uomo che la violenta — povero di spirito e di verità — ho visto non il male, ma l’inconsapevolezza: l’essere che crede di possedere il mondo perché non sa guardarlo.
Voi sapete che io non ho mai creduto nella memoria come ricordo, ma come malattia del tempo: un’eco che ci trattiene dal vivere. Qui, invece, la memoria è una forma di liberazione. È teatro che si ricorda di sé, che si guarda allo specchio e dice: “Io sono stato, dunque posso ancora essere.”
Mi pare, infine, che L’altro ieri non voglia “rappresentare” Franca Viola, ma disfarla e ricomporla, come si fa con un sogno dopo il risveglio. E in questo, lo confesso, ho sentito un po’ di me stesso: quella pena che nasce quando la verità, finalmente, si mostra nuda — e nessuno ha il coraggio di guardarla.
Vi dirò di più: il teatro che ho visto non è più quello delle quinte e dei sipari, ma un teatro che si svolge dentro la coscienza, e che forse è l’unico che abbia ancora ragione d’esistere.
Perché se l’uomo, o la donna, riesce a dire anche una sola volta “Io non sono quello che volete”, allora tutto il nostro mestiere — il mio, il vostro, quello di chi scrive — non è stato vano.
Con malinconica gratitudine,
Luigi Pirandello
Ti propongo dunque un testo immaginario in stile pasoliniano, come se fosse stato scritto tra il 1965 e oggi — un frammento di articolo o lettera dal titolo:
“Franca, o del coraggio di dire No”
di Pier Paolo Pasolini — testo immaginario, 1975 / 2025
Ho visto un teatro che non rappresenta, ma svela.
Si chiama L’altro ieri, e dentro vi ho sentito un urlo antico come il nostro Sud, come le madri che non parlano, come i paesi che si vergognano di se stessi.
È la storia di Franca Viola, la ragazza che osò dire no: ma non è una storia del passato — è il presente che si traveste da ieri per non farsi riconoscere.
In quella scena povera, quasi nuda, si consuma un miracolo laico: una donna che parla con la lingua della sua solitudine.
Non c’è ideologia, non c’è estetica: c’è la verità.
E la verità, lo sappiamo, è sempre scandalosa.
Io penso che Franca sia la prima donna realmente libera dell’Italia contadina e borghese.
Non una femminista, non un’eroina da film — ma una santa pagana della disobbedienza.
Quando rifiuta il matrimonio riparatore, non compie un gesto politico, ma religioso: nega il rito del potere, si sottrae al sacrificio che la società le impone.
È come se dicesse: “Io non appartengo a nessuno, nemmeno alla vostra morale.”
E in quel momento, la Sicilia tutta — e con essa l’Italia intera — diventa nuda, come il suo corpo violato.
Il teatro di oggi, raramente, ha il coraggio di guardare in faccia questa nudità.
Ma L’altro ieri lo fa. Non con le parole dei tribunali o delle leggi, ma con la lingua segreta del sangue e del canto.
C’è un’attrice sola, ma in lei si agitano secoli di padri, di padroni, di silenzi.
E quando la sua voce si spezza, non è solo dolore: è la nascita di un linguaggio nuovo, un linguaggio del corpo che rifiuta di essere simbolo.
Io ho sempre creduto che la poesia non serva a consolare, ma a disturbare.
Questo teatro disturba.
Perché ci mostra che la violenza non è finita, che l’onore è ancora un’arma, che l’Italia, sotto il trucco del progresso, è ancora un paese arcaico.
Eppure, dentro quel dolore, c’è una speranza.
La speranza di una purezza possibile, di un ritorno all’innocenza primordiale dell’uomo che sa dire “No” al potere.
Franca Viola non è un personaggio. È un atto poetico.
E L’altro ieri è il suo vangelo laico: una parabola senza chiesa, un rosario di ferite che diventano parole.
“Io non sono proprietà di nessuno” dice Franca. E in quella frase — più che in mille manifesti, più che in mille leggi — c’è la rivoluzione che non abbiamo avuto.
Se mai il teatro avrà ancora un senso, sarà questo: dare voce a chi è stato ridotto al silenzio, far brillare la santità nella carne offesa, e restituire alla parola il suo potere di bestemmia e di preghiera.
Cosa avrebbe scritto Federico Fellini,
meravigliosa domanda — e molto sottile.
Federico Fellini, davanti a L’altro ieri, non avrebbe scritto un articolo “razionale” né una recensione. Avrebbe risposto con un sogno, con un ricordo deformato, con un piccolo racconto visionario, dove il teatro diventa immagine, e la realtà si scioglie nell’onirico.
Ecco un testo che immagina Fellini scrivere una nota di diario o un appunto di regia dopo aver assistito a L’altro ieri — nel suo tono tipico: ironico, malinconico, pieno di immagini sensoriali e metafisiche.
“Appunto dopo una notte di teatro”
di Federico Fellini — testo immaginario, Roma, 1972 (o forse 2025, ma il tempo non conta)
Sono uscito dal teatro con l’impressione di avere sognato una cosa che non era mia.
Una donna sola in scena — ma non era una donna: era un’intera processione di volti, di voci, di ombre che le uscivano dalle mani, dagli occhi, dai capelli.
Mi sembrava di vedere il paese intero — il paese dove sono nati tutti i miei personaggi — rannicchiato dietro la quinta, con il fiato sospeso, vergognoso e curioso insieme.
Questa Franca Viola, che dice “no” e non chiede perdono, è come una Gelsomina che si rifiuta di morire.
Una piccola figura che non fa prediche, non urla: semplicemente esiste, e questo basta a spaventare tutto il circo.
Perché il suo “no” è la cosa più pericolosa del mondo: è la libertà che non ha bisogno di luci, di bandiere, di retorica.
Durante lo spettacolo mi pareva di essere dentro un sogno popolato di santi e di contadini, di giudici con il volto da clown, di madri che pregano con le mani nel grembiule.
La scena era povera, ma bastava un respiro della protagonista per riempirla di cielo.
E quando parlava, sentivo che non parlava solo per sé — ma per tutte le donne che nei miei film non sono mai riuscite a parlare fino in fondo.
Forse L’altro ieri non è nemmeno teatro: è una seduta spiritica collettiva.
Si evocano i fantasmi della vergogna, della morale, dell’onore — e li si costringe a ballare come in un sogno di provincia, con le musiche di Debussy mischiate ai canti popolari e ai passi del mare.
Ho pensato: il teatro dovrebbe sempre essere così — una specie di confessione, una bugia che dice la verità.
E questa attrice sola in scena, che diventa cento persone, è come la mia Giulietta che entra nei sogni e nei peccati di tutti.
Alla fine, quando si è spenta la luce, mi è sembrato di vedere un paese intero respirare di nuovo.
E allora ho pensato che forse il cinema, il teatro, la poesia — non servono a raccontare storie, ma a ricordare che siamo vivi, anche quando ci crediamo finiti.




Incredibile
La sensazione di sentirsi bambini di fronte una realtà più grande di noi che non comprendiamo e che ci è difficile accettare e, nello stesso tempo, carichi di un passato di cumuli di carta, di testi a cui abbiamo affidato la nostra ricerca, la nostra coscienza e la nostra morale
E, al momento di pubblicare il commento, ho difficoltà ad inoltrare il messaggio perché questa macchina dichiara che è come se l’avessi già pubblicato..
Posso pensare che già…sia stato pubblicato in chissà quale tempo e spazio remoti..