Oggi mi fermo a pensare all’improvvisazione: quello “svolgimento o esecuzione che si realizza con facilità e immediatezza inventiva”.
La facilità è solo apparente. Per improvvisare occorre sapere, conoscere, avere interiorizzato tecnica, esperienza, sensibilità. Come in cucina: se non ho gli ingredienti, posso anche giocare d’immaginazione, ma il nulla non diventa qualcosa per magia. Per creare serve materia, e serve quella capacità artigianale che si forma nel tempo. L’improvvisazione, quella vera, non è un trucco: è un atto d’amore verso ciò che si fa.
L’improvvisazione teatrale ne è l’esempio più evidente: una forma di teatro in cui gli attori non seguono un copione, ma inventano il testo momento per momento. È un incontro continuo tra tecnica e immaginazione, tra ciò che l’attore porta dentro e ciò che il mondo gli offre fuori: il pubblico, l’ambiente, il caso, perfino il malfunzionamento di una luce o il grido in sala. Eppure, paradossalmente, è proprio questa apertura totale che richiede una preparazione profondissima. I cinici non possono improvvisare, perché non si concedono all’imprevisto.
L’improvvisazione chiede amore, disponibilità, attenzione.
La poesia è virtù costruita: non si compra, non si imita, non si improvvisa dal nulla. È una disciplina, un’arte del sentire che cresce nel tempo.
E tutto questo diventa ancora più evidente quando lo metto a confronto con ciò che oggi spesso viene spacciato per “formazione teatrale”: un sistema contraffatto, costruito su illusioni, improvvisazioni fasulle, giochi di corpo senza senso, finte danze e contorcimenti che non portano da nessuna parte. Una macchina illegale dell’educazione artistica che non forma, ma confonde; che non libera, ma intrappola. È l’arbitrio di chi insegna senza conoscere, vendendo come “teatro” ciò che teatro non è affatto. È l’opposto dell’improvvisazione: non creazione, ma imitazione povera; non ascolto, ma messinscena vuota; non arte, ma “arrunzare”, come diciamo a Catania—un mpapocchiare che copre il vuoto con gesti inutili.
La differenza è radicale:
improvvisare è costruire con ciò che si ha, trasmutare la realtà in arte;
contraffare è fingere di avere ciò che non si possiede, e trascinare altri nell’inganno.
Chi sa, può improvvisare in mezzo a un bosco o in mezzo al mare, perché ha strumenti, ingredienti e un pizzico di fantasia che è l’elemento segreto.
Chi non sa, ripete, copia, confonde; e finisce per trasmettere finzione anziché forma.
L’improvvisazione è un’arte alta, che nasce da conoscenza e amore. La sua caricatura, invece, è solo un inganno.
Stamattina, aprendo il telefono, ho trovato le foto e i video che Sabrina ha scattato durante il laboratorio teatrale. Le ho guardate una per una; quelle immagini mi parlano di tutto ciò che sento – la bellezza, la fatica, la fragilità, la determinazione.
Il laboratorio è rinato dopo anni di silenzio. Cinque partecipanti: Paola, Angelo, Giuseppe, Ivan e Agnese. Ognuno arriva con il proprio passo, con il proprio tempo. Ieri era il terzo giorno per alcuni, il secondo per altri. Eppure l’armonia che si è creata non conosce gerarchie: siamo semplicemente cinque esseri umani più uno, riuniti nel piccolo infinito presente.
Il tema dell’incontro di ieri: un monologo dal titolo “Io sono”, nato dall’unione tra una frase di Tolstoj — «Il tempo non esiste. Esiste unicamente un piccolo infinito presente…» — e un ricordo lontano, un testo letto dopo la settimana Hoffmann nel 2017. È incredibile come a volte le memorie dormano per anni e poi ritornino, giuste e necessarie.
Mentre porto avanti questo lavoro artistico, mi accorgo però di quanto il corpo e la vita quotidiana seguano logiche diverse: da giorni torno a casa con un leggero mal di testa forse legsto allo stress, forse a quella sensazione di precarietà economica che ogni tanto si ripresenta bussando forte. So che risolverò tutto, ma oggi non so ancora come.
Stanotte un sogno: il mio telefono preso e tagliato a metà da figure autoritarie. Io che lo riattacco con dello scotch, nell’attesa di sostituirlo. Un’immagine fragile, imperfetta, ma vera. Come me. Come questo momento della mia vita.
Non ho un supporto amministrativo stabile, e quindi cerco partnership, appoggi, collaborazioni. Anche questo è un modo di dire “Io sono”: esserci nonostante le mancanze, nonostante la fatica.
Penso spesso anche a chi mi aiuta o vuole aiutarmi. Accettare un aiuto che non crede nel tuo cammino è come ricevere un appoggio che allo stesso tempo ti piega. Forse è per questo che nel sogno il telefono era spezzato: un simbolo di vulnerabilità ma anche di riparazione.
Due sere fa, uno dei rappresentanti delle Candelore ha riconosciuto davanti a tutti il lavoro silenzioso e efficace che porto avanti con il loro gruppo. È stato un momento semplice e prezioso: una conferma che, al di là delle preoccupazioni o dei dubbi, esiste qualcosa di reale e concreto che sto offrendo.
Forse il senso di tutto questo — il teatro, la comunità, la fede, le domande mattutine — è proprio nella possibilità di guardare la difficoltà non come una lamentela ma come un varco.
E allora torno al Daimoku con questa determinazione nuova: abitare il presente. Il piccolo infinito presente di cui parlava Tolstoj. E dire, una volta ancora: Io sono.
E così, nonostante le difficoltà quotidiane — quelle che ciascuno di noi conosce, economiche, fisiche o emotive — continuo a scegliere questo presente, questo “Io sono”.
Perché il tempo vero è quello che viviamo insieme, in uno spazio come questo, davanti a un palco, seduti in cerchio, o mentre osserviamo qualcuno trovare il proprio monologo interiore.
È lì che nasce la comunità. È lì che nasce il teatro. È lì che, per un attimo, il presente diventa infinito.
È uno di quei giorni che ti prende la malinconia Che fino a sera non ti lascia più la mia fede è troppo scossa ormai, ma prego e penso tra di me Proviamo anche con Dio, non si sa mai E non c′è niente di più triste, in giornate come queste Che ricordare la Felicità sapendo già che è inutile ripetere “chissà”Domani è un altro giorno, si vedrà È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita Bilancio che non ho quadrato mai Posso dire d’ogni cosa che ho fatto a modo mio Ma con che risultati, non saprei E non mi son servite a niente esperienze e delusioni E se ho promesso, non lo faccio più Ho sempre detto “in ultimo ho perso ancora” ma Domani è un altro giorno, si vedrà È uno di quei giorni che tu non hai conosciuto mai Beato te, sì beato te Io di tutta un′esistenza spesa a dare, dare, dare Non ho salvato niente, neanche te
Ma nonostante tutto io non rinuncio a credere Che tu potresti ritornare qui E come tanto tempo fa ripeto “chi lo sa”Domani è un altro giorno, si vedrà
E oggi non m’importa della stagione morta Per cui io rimpianti adesso non ho più E come tanto tempo fa ripeto “chi lo sa” Domani è un altro giorno, si vedrà
Domani è un altro giorno, si vedrà
Nel 1973 i miei 14 anni, il suono della leggerezza, oggi leggenda di Ornella Vanoni 39 anni in questa registrazione del 1973, le scelte di mia madre, al tempo 34 anni, tutto un bagaglio di emozioni che sono ancora di oggi.
Domani è un altro giorno è un singolo di Ornella Vanoni pubblicato nel 1971 dalla Ariston. Scritto da Giorgio Calabrese e Jerry Chesnut, è una cover del brano inglese della cantante statunitense Tammy Wynette dal titolo The Wonders You Perform
Nell’ottobre del 1971 approda in classifica alla posizione 9° per poi rimanere 10 settimane in classifica. Il brano viene reinciso nel 2019 da Noemi come colonna sonora del film omonimo per la regia di Simone Spada.
Il brano nel 1972 venne inserito nell’album di Ornella Vanoni dal titolo Un gioco senza età
Ieri un disco a caso dal reparto degli italiani della mia discoteca, ed ecco la copertina di “quante storie” un’immagine, un mondo
Poggio il disco sul piatto e tutto riappare, questo brano con un andante fantastico in un duetto magistrale con Mario Lavezzi, è il mio modo per sintonizzarmi con questa artista infinita, e che ieri ha aperto la mia giornata, oggi ne scrivo
Essere DJ, per me Salvatore, non è un mestiere nato a un
certo punto della vita: è un filo che mi accompagna da sempre. Non so
esattamente quando sia iniziato, forse da quella radio che mia nonna regalò a
mio padre e che finì nella mia stanza. Da quel momento ascoltare musica,
cercarla, capirla e trasmetterla è diventato un modo naturale di stare al
mondo.
DJ Salvatore è un esploratore, libero, istintivo e allo
stesso tempo profondamente consapevole. Ogni scelta musicale porta con sé
un’intuizione, un’esperienza, un ascolto affinato in quasi sessant’anni di vita
immersa nei suoni più diversi: generi, epoche, film, concerti, vinili,
cassette, formati “meteora”, supporti digitali. Lavoro con tutto ciò che porta
musica, perché ogni formato racconta una storia.
Sono un DJ “musica varia”, un jukebox umano.
Non seguo un genere: seguo le persone.
Un bravo DJ, secondo me, risveglia l’anima del pubblico.
Muove ricordi, connessioni, emozioni. Apre e chiude un discorso attraverso la
musica. E questo è ciò che faccio da anni con un percorso personale che ho
chiamato “Parlo con la Musica”: un modo di stare in console che mette al centro
la relazione, il respiro del momento, il dialogo silenzioso con chi ascolta.
Amo vedere le persone muoversi, ritrovarsi, lasciarsi andare
grazie a un brano scelto nel momento giusto. È un’integrazione reciproca: io
dono musica, e la loro energia mi torna indietro amplificata. Ho vissuto serate
in cui un solo brano ha trasformato un addio in un’esplosione di gioia; feste
private dove si è ballato per ore, dalla pista fino ai corridoi di casa.
Il mio metodo di lavoro è in continua evoluzione.
Ascolto e ricerco ogni giorno, approvvigionandomi di idee
ovunque: nelle playlist casuali del telefono, nei brani scoperti con Shazam,
nelle cassette degli anni ’70, nei vinili del ’72, nei CD, nel mini-disc, nei
file digitali. Ho lavorato con console moderne, ma anche con setup complessi in
cui file e giradischi convivono perfettamente.
Dopo la pandemia ho portato la mia musica in molti luoghi,
fino a quando il mercato – come è normale – ha avuto i suoi alti e bassi. Ho
sempre mantenuto qualità, coerenza e autenticità, scegliendo di non scendere a
compromessi. Questo mi ha permesso di continuare a suonare con dignità, spesso
anche quando l’invito nasceva da rapporti umani sinceri.
La mia storia musicale non si ferma alla console:
ho scritto libri sull’ascolto, ho condotto laboratori negli
anni ’80, ho studiato il rapporto tra movimento, emozione e suono. Per me il
sound non è solo ciò che si ascolta, ma l’insieme delle energie, delle memorie
e delle influenze che una persona porta dentro quando incontra una canzone.
Questo percorso lo continuo a raccontare nel mio blog
CuriosoTV, dove trasformo le compilation delle persone in piccole storie
emotive.
Tutto questo mi porta a una convinzione: per diventare davvero un DJ devi lavorare con il pubblico, ma prima ancora devi lavorare con te stesso.
Il primo ascolto è sempre interiore. Solo così si riesce a dare agli altri ciò che la musica, da sempre, dà a noi.
Stile Musicale
La mia selezione è una combinazione equilibrata e riconoscibile di: Musica anni ’70, ’80 e ’90 Musica italiana d’autore e pop tradizionale Swing e balli popolari Canti popolari italiani e stranieri Flashback sonori e atmosfere vintage Colonne sonore, inserite quando il contesto lo richiede Pop contemporaneo, scelto con cura per mantenere coerenza stilistica Questa miscela crea ambienti armoniosi, inclusivi e partecipati, adatti a pubblici molto diversi tra loro.
Cosa Offro
Propongo una guida musicale per tutte le età, adatta a: Eventi e contesti all’aperto Serate private, feste e ricorrenze Discoteche e locali che cercano un DJ capace di unire generazioni diverse Eventi culturali, presentazioni, performance Ambienti in cui la musica deve essere libertà, sintonia e movimento emotivo Il mio obiettivo è sempre lo stesso: creare un’esperienza sonora che faccia incontrare le persone attraverso emozioni condivise.
Servizi
Disponibili
Oltre all’attività di DJ, offro servizi professionali di consulenza musicale: Realizzazione di mashup personalizzati Colonne sonore per sfilate di moda Supporto musicale per spettacoli tematici Progetti dove musica e parola si intrecciano (grazie alla mia esperienza come autore e drammaturgo) Ascolto, analisi e costruzione di identità sonore su misura
Ritrovare se stessi è la base per affrontare il mondo, per affrontare ciò che siamo e ciò che ci aspetta. È il punto da cui ripartono i sogni, le possibilità, le nuove relazioni.
La mattina può iniziare nel silenzio, nella condivisione, con abbracci, nel caos, di fretta, con la musica o con tutto questo assieme. La mia, oggi, comincia con un caffè tiepido e un panino caldo, in un contesto che profuma di quotidianità, in una casa condivisa, mentre la memoria e l’ adesso si riempiono lentamente di pensieri.
La priorità che sento addosso è la mia posizione professionale: una condizione fragile, a tratti solitaria, in cui la parte creativa e quella amministrativa cercano un punto d’incontro. Da una parte la creatività che scorre, dall’altra l’amministrazione della vita, del lavoro, dell’associazione, della compagnia teatrale, del laboratorio. Tutto richiede ordine, rigore, pazienza, rispetto, capacità.
Da sempre provo a stare in entrambi i mondi senza perdere la rotta. Una rotta che ho imboccato negli anni Settanta quasi per istinto, senza sapere cosa avrei trovato, ma sapendo che quel percorso era “buono”, che aveva un’energia giusta.
Continuo a sognare scene simboliche, a volte bizzarre, che mi ricordano una cosa semplice: il desiderio è vivo. Bussa sempre, anche quando la vita chiede disciplina e ricostruzione. E io amo la ricostruzione: è un processo che riconosco come evoluzione, come crescita.
Forse per questo ho sempre lavorato con lo sguardo allargato, non solo per ciò che mi sta vicino ma per ciò che circonda la mia vita e la mia comunità. Ogni mattina, ogni giorno, raccolgo spunti, solletico, sensazioni, frammenti immateriali, suoni, perseveranza che poi indirizzo alla mia attività: drammaturgo, regista, formatore, dj, maestro di laboratorio.
Auguro a me stesso — e a chi mi incontra, dialoga, partecipa, ascolta — di sapere gestire le emozioni. E soprattutto auguro l’indipendenza emotiva, perché è uno dei modi più veri per vivere. Un bouquet è fatto di tanti fiori diversi: così siamo anche noi, e così è ogni percorso personale.
Scrivo, penso, agisco perché credo nel valore della condivisione. La vita insegna, e noi apprendiamo per storie. Quando qualcosa ci smuove, può smuovere anche chi sta percorrendo un pezzo di strada simile. Stoppo e allontano i prepotenti, gli affamati, i parassiti. O piuttosto prima li abbraccio, se colgo una resistenza confermo la distanza. Ieri ho riabbracciato Salvatore perché doveva essere così. È l’universo che in preghiera ci indica le soluzioni
Ricostruire è sempre possibile. Anche quando sembra tardi. Anche quando si riparte da poco. Anche quando l’unica cosa certa davanti a noi — come questa mattina — è un caffè in un bicchiere di plastica. E anche quel caffè, nel suo essere imperfetto, ha un fascino che ancora non sappiamo spiegare.
Scelgo di collaborare con persone che generano energia, non che la sottraggono. Riconosco il valore di ciò che ho costruito da solo e mi apro a relazioni professionali che sappiano camminare con me, contribuendo in modo concreto, leale e costruttivo. Cerco partnership che elevano il lavoro, alleggeriscono il percorso e portano futuro.
Breve Bio
Mi chiamo Salvatore, per molti Turi.
Sono un creativo dal 1976: mi occupo di musica e teatro, narro storie, lavoro su percorsi che intrecciano parola, esperienza e trasformazione personale.
Credo nella forza delle storie come strumenti di evoluzione, benessere, socializzazione e cultura — una cultura fatta più di esempio che di teoria.
Ogni giorno può essere un nuovo inizio.
In questo senso è l’antitesi del terrore: lavorare, muoversi, immettere energia, essere propositivi. Generare fiducia in sé stessi, lottare invece di scappare, affrontare invece di evitare, decidere invece di restare immobili. Tutti questi sono atti che ribaltano quell’anteprima deformata che spesso abbiamo nella mente — quel sospetto, quella suggestione che chiamiamo terrore.
Il terrore può scatenarsi in mille modi. A volte è concreto: ti trovi davanti un pericolo reale e il corpo reagisce con la sua chimica antica, la “presenza” del terrore che ti scuote. Ma, per mia esperienza, almeno l’80% del terrore è figurato. Nasce nella nostra mente, viene ipotizzato, immaginato, ingigantito. È il nostro stesso pensiero che lo rende una minaccia.
Ricordo come un miracolo la scena di Piccolo Buddha: il Buddha seduto sotto l’albero di Bodhi vede arrivare una pioggia di frecce che si dissolvono un attimo prima di colpirlo.
Perché? Perché erano frutto dell’inganno della mente, una provocazione interiore che trasformava le illusioni in armi reali. Ma erano finzioni, proiezioni, paure alimentate dalla paura.
L’insidia era irreale. Eppure faceva tremare.
Attenzione però: la paura è sana, è un istinto che protegge — e non va demonizzata. Ma il terrore è diverso: è la paura che perde forma, che perde proporzione, che diventa un’ombra che ci soffoca invece di guidarci. È la paura che dimentica il suo scopo e ci paralizza.
Per questo, ogni gesto che crea, che costruisce, che genera energia e fiducia, è un gesto che scioglie il terrore alla radice.
Quando si osserva nella sua forma più chiara il concetto di “succhiante”, emerge un fenomeno sottile ma potente: la necessità di protezione, o meglio di autotutela. L’artista, o chi produce creatività e sensibilità, offre al mondo espansività, calore, amore: energie che, proprio per la loro intensità, possono attrarre non solo riconoscimento e apprezzamento, ma anche dinamiche sottrattive e predatrici.
Il consenso, l’applauso e l’ascolto critico arricchiscono; al contrario, il contrapporsi, il non ascoltare, la manipolazione e l’egoismo sottraggono energia. Alcune persone, per predisposizione egoistica, funzionano come veri e propri vampiri energetici: ricevono senza restituire, sottraggono senza considerazione, e perseguono il loro vantaggio con il principio del “buon per me, me ne fotto di te”. Cinici, narcisisti, parassiti dell’energia altrui, queste figure possono destabilizzare profondamente chi dà spontaneamente, portando a svuotamento, frustrazione e perdita di slancio creativo.
Riconoscere queste dinamiche è fondamentale. Riflettere sul modo in cui l’energia creativa può essere attratta, sottratta o manipolata permette di costruire pratiche di lavoro più sane e consapevoli. L’artista e il poeta contribuiscono al mondo con leggerezza — esattamente l’opposto della pesantezza che nasce dal sottrarre o dall’egoismo — e preservare questa leggerezza diventa un principio etico e strategico.
Muoversi nel rispetto degli altri non è solo un gesto morale: è una forma di autotutela, una strategia per sostenere il proprio percorso creativo e proteggere la propria energia. Questa consapevolezza è un insegnamento valido tanto per le vecchie quanto per le nuove generazioni di creativi, aiutando a distinguere chi merita il nostro dare da chi, invece, può prosciugarlo senza alcun beneficio reciproco.
È di pochi giorni fa l’incendio che ha devastato due sale all’interno del Centro Fieristico delle Ciminiere di Catania: una da 1.200 posti e l’altra da 600. Più che teatri, erano sale convegni, ma l’immagine che circola sui social — il tetto completamente bruciato, la sala vista dall’alto ridotta a cenere — ha un effetto spettrale e al contempo evocativo, invitando a un nuovo agire: una ricostruzione, un ampliamento, una riqualificazione.
Gli incendi delle Ciminiere richiamano analogie con roghi storici come quello doloso del Teatro Petruzzelli di Bari e della Fenice di Venezia, in cui la mano dell’uomo ha trasformato spazi di cultura in distruzione. Eppure, proprio da questa distruzione dolosa può emergere una rinascita simbolica: restaurare e ricostruire diventa un atto di resilienza e memoria collettiva. Come una pianta che germoglia tra le crepe della roccia, ciò che sembra perduto può diventare terreno fertile per il futuro.
Eventi di questo tipo dimostrano come il fuoco non distrugga solo arredi e scenografie, ma possa compromettere gravemente la struttura principale degli edifici. Teatri come La Fenice, il Petruzzelli o la grande sala delle Ciminiere, con la sua cupola a forma di “cutulisci”, non sono semplici edifici architettonici: sono simboli culturali delle città. La loro ricostruzione porta con sé un messaggio potente: rinascere dalle proprie “ceneri” è un atto di forza, comunità e speranza.
Ragionando sulla ricostruzione emerge la forza dell’uomo: la capacità di sprigionare una potenza pari alla distruzione, trasformando la tragedia in opportunità. Restaurare, riqualificare, mantenere ciò che è stato creato significa non solo ricostruire mattoni e cupole, ma anche ridare vita alla cultura, alla comunità e alla storia che quegli spazi custodiscono.
In questo contesto, il quotidiano La Sicilia di Catania cura un approfondimento, riportando che si sta valutando uno studio di fattibilità immediato per ottenere i fondi necessari. Scrive il giornale: Quando la cronaca travolge routine e certezze, è possibile immaginare che dietro a un’emergenza si nasconda una possibilità. Come sottolinea Ivan Albo, responsabile della Pianificazione per il sindaco Metropolitano Enrico Trantino, «ciò che nasce dalla necessità può diventare il motore di un cambiamento duraturo».
Così, la potenza del fuoco che ha devastato le sale delle Ciminiere può trasformarsi in un’occasione per ripensare, ricostruire e riqualificare, proprio come una pianta che germoglia tra le crepe della roccia. La distruzione dolosa lascia spazio a una rinascita simbolica, e ciò che oggi appare perduto può diventare il terreno per un futuro più solido, innovativo e condiviso.
Guardo questa registrazione dopo ventisei anni e sento che la mia vocazione, forse, è sempre stata la stessa: mettere le persone in una condizione di svago, di puro divertimento persino in una condizione lavorativa.
Attraverso quel gioco, offrirgli una modalità nuova di comunicazione, di relazione, di partecipazione. Quei secchi pieni di tante cose anche di altri secchi, quei secchi di plastica colorata per i giochi e nel backstage, quelle trovate sceniche le più semplici e diverse, quella attenzione per i costumi di scena, per le divise di ognuno, la passione infinita per scelte musicali uniche, sono alcune tracce del mio modo di animare la vita, la mia professione di facilitatore culturale, di drammaturgo. Tutta questa folla di segni e attenzioni è stato il segno di SHOW ME Productions negli anni.
Il passato ritorna, diventa presente, diventa futuro. Succede quando incontri ciò che sei stato, ciò che hai prodotto, il modo in cui hai lasciato un segno. È una strana soddisfazione, pur sapendo che spesso non eri compreso, pur vivendo distaccato dalla realtà.
È questo il punto.
E intanto mi chiedo: Dove sono oggi Andrea Novelli, Oliviero Cappuccini di BTC? Dove sono Lisa, Teresa, Valeria, Luca, Massimo, Irene, Angela, Rita, la comitiva di questa esperienza…? Io sono qui, ventisei anni dopo, mi rivedo e li rivedo tutti, mentre la registrazione scorre. Attraverso il tempo. Attraverso l’ adesso.
Riguardando il reportage della partecipazione di Show Me productions alla Borsa Mercato del Turismo Congressuale BTC 1999 mi accorgo di quante meraviglie si sono disperse già li e quanto ne ho disperse guardando questo video nel 2025.
Il mio intento alla fine forse si concretizzava soltanto a mettere le persone in un agito quieto vivere, permettere ai loro sogni di respirare, anche attraverso gli errori dell’incoscienza — perché dove c’è incoscienza, c’è coscienza. E ogni progetto di espansione rimaneva intrappolato in questo meccanismo. Così è stato. Il lavoro quando arrivava non era frutto di attività promozionali, il lavoro è sempre arrivato con la mia gentilezza e unicità, più lo cercavo più ancora peggio mi addentravo in delusioni.
“Magari ci sentiamo dopo”… e lì, in quella frase sospesa durante la festa, durante un approccio professionale, che sta il vuoto. Che sono proiettate le possibilità mancate: antefatto di una storia di sprechi e di ricchezze.
Attraversare il vuoto: è questo che ho imparato. Attraversare il tempo: questo è ciò che affido alla scrittura.
Quando tutto è pieno — o sembra esserlo — ecco che arriva il vuoto, o il sentimento del vuoto. A volte scompagina, altre travolge, ma è solo una pausa del fluire: un tratto di fiume dove l’acqua si calma e puoi respirare. Dentro quel vuoto cerco una direzione, un sogno. Navigo da anni tra ogni meraviglia: questa è la soddisfazione, questo è il fulcro invisibile che mi fa proseguire, credere, rivoluzionare tutto, ribaltare pronostici e realtà, affacciarmi su panorami nuovi.
La soddisfazione è riconoscenza. È vivere nel miglior modo possibile: seminare, camminare, offrirsi alla vita con onestà.
È chiedersi che colore abbia quell’occasione inattesa — o lungamente attesa — che nasce dai sogni e dal lavoro. È congratularsi con qualcuno appena lo incontri, perché ogni incontro è un riconoscimento. È perfino un autobus preso al volo che ti porta in via Etnea e ti fa arrivare a casa prima del previsto.
La vera soddisfazione è essere una persona sensibile, intelligente, motivata e motivante.
Avere quattro figli e quattro nipoti, e immaginare che altri arriveranno. Sapere che sono onesti, capaci, sensibili; riconoscere i miei occhi nei loro, anche se sono figli di due madri diverse. Una soddisfazione genetica. È vedermi crescere e migliorare ogni giorno, come adesso, davanti alla tastiera. È scoprire che la preghiera esiste in tante forme. È avere amici. È tentare sempre di amare nel miglior modo possibile.
È essere presentemente autentico È essere allegro, o almeno provarci. È avere una discoteca piena di dischi. È essere ignorante e non esserlo, perché curioso.
È un messaggio di mio figlio. È reagire sempre meglio. È scoprire che lo Zadankai si tiene proprio davanti casa.
La soddisfazione è una melodia di vita: una luce calda che si posa sulle cose coltivate — figli, pensieri, amicizie, passioni, curiosità. È oro al tramonto: una ricchezza di senso, non di materia.
Non arriva dall’esterno. Non è premio né fortuna. È la vita che ti sussurra: “Ti ho visto”.
La sveglia: l’inizio.
L’applauso: il riconoscimento condiviso.
Il bacio: il punto perfetto in cui tutto ciò che hai dato torna indietro come un lampo di vita. Il bacio è la soddisfazione incarnata.
La soddisfazione è un incontro che genera evoluzione.
Non memoria del passato, ma ampliamento dello sguardo. Ogni vera soddisfazione è una metamorfosi sottile.
Nel mio teatro interiore, in quello pubblico — un teatro d’opera all’italiana — l’anima canta, la mente costruisce, gli altri partecipano, e il palco sono io. È lì che la fatica diventa canto e la vita diventa scena.
Prima di tutto condivido con il silenzio: il luogo in cui la meraviglia riposa, cresce, mette radici.
Poi viene il gesto.
E infine la parola: quando l’esperienza è pronta per essere donata.
La soddisfazione ti salva dal diventare mendicante. Ti permette di attraversare ogni conflitto, ogni guado, ogni passaggio della vita. Sono soddisfatto perché vivo, perché mi sfido, perché in ogni attimo trovo una luce di saggezza.
E, ritornando al tema del potenziale, della gratitudine e della soddisfazione, emerge con ancora più chiarezza una grande opportunità: quella di ricordarci la straordinaria creatività che ognuno di noi mette in campo, consapevolmente o meno, in ogni fase del proprio percorso. Una creatività che non nasce solo dalle nostre scelte individuali, ma anche dalle occasioni generanti che la vita ci offre — incontri, sfide, intuizioni, imprevisti.
Riconoscere questo intreccio tra ciò che siamo capaci di creare e ciò che l’esistenza ci mette davanti significa dare valore al nostro cammino, celebrare la nostra capacità di trasformare e trasformarci, e coltivare un atteggiamento di gratitudine verso quel flusso continuo di possibilità che sostiene la nostra crescita. In questo riconoscimento si apre uno spazio di piena soddisfazione: comprendiamo che ogni passo, ogni tentativo e ogni opportunità colta o mancata contribuiscono al nostro potenziale, che continua a espandersi proprio grazie a questo dinamico dialogo tra noi e il mondo.