A volte si resta ostaggi delle proprie scelte. Non perché siano sbagliate, ma perché, a un certo punto, diventano gabbie invisibili. È allora che bisogna fermarsi, respirare, cercare un senso nell’infinità che ci abita — quella parte silenziosa che continua a esistere anche quando tutto fuori sembra urlare.
Ci convinciamo, dentro quello spazio chiamato convinzione, di avere ogni cosa chiara, di essere in linea con il nostro cammino. Ma spesso quella certezza è un nutrimento apparente, una forma sottile di denutrimento dell’anima. Perché ciò che ci arriva dall’esterno, anche senza accorgercene, comincia a violare le nostre scelte, a piegarle, a renderle meno nostre.
E quando questo accade, è come assistere a un piccolo esproprio interiore: un minuto prima tutto sembrava sotto controllo, nostro, come un fiore che cresce tra le mani; e un attimo dopo, quel fiore non ci appartiene più. È come se qualcuno, o qualcosa, avesse sottratto la linfa dei nostri intenti — non per cattiveria, ma per la nostra mancanza di saggia gestione, per l’incapacità di vigilare con dolcezza sul nostro procedere verso la concretizzazione dei nostri obiettivi.
Così cerco di capire i miei interlocutori, di imparare a dialogare con tutti, a costruire ponti senza perdere il mio centro. Ma, allo stesso tempo, imparo anche ad allontanarmi dagli impostori, da chi si maschera di presenza ma semina confusione, da chi mostra la deficienza — non nel senso dell’intelligenza, ma nel senso profondo della mancanza, del vuoto di consapevolezza, della povertà emotiva che tenta di travasarsi negli altri.
E lì nasce un rischio sottile: quello di diventare sacchetto o saccheggiato, di accogliere troppo o di farsi derubare di ciò che si è.
Giocando con il senso delle parole, in questo caso il sentimento che emerge è un senso di giustizia — ma da quella giustizia, che è ancora reazione, nasce l’invito che rivolgo a me stesso: la necessità di passare al potere, non quello che domina, ma quello che custodisce.
L’importante essenza dell’autonomia, in uno stato, interiore e interessante, profondamente disarmato, dove la forza non si misura con la difesa, si misura con la presenza.
Io, che vivo di musica, di magnificenza che ne scaturisce. Io, che vivo di scrittura e di teatro, lo sento ogni giorno. Mi batto, mi sfido, attraverso stati vitali che cambiano come stagioni: la felicità, la frustrazione, la speranza, la resa momentanea. Cerco di portare a compimento i miei lavori, quelli degli altri, nel senso di unire competenze, di creare squadra. Ma spesso incontro muri.
E ho imparato — o forse mi è stato insegnato — che la cosa più saggia non è sbatterci contro, ma allontanarsi. Guardare il muro da lontano, per capire se esiste un modo per saltarlo, o se in fondo non serva nemmeno farlo, nell’adesso, aspettare che si sgretoli.
Poi ci sono quei giorni in cui pensi di essere solo stanco, e cerchi riposo. Ti stendi, come oggi pomeriggio, prima di questa riflessione, chiudi gli occhi, e quando ti rialzi ti scopri più stanco di prima. Forse perché non è il corpo a chiedere tregua, ma il cuore. Forse avevo bisogno di questa pausa.
E in mezzo a tutto questo, arriva l’amore — o qualcosa che gli somiglia.
Ho incontrato una donna che, in poco tempo, mi ha dichiarato un sentimento grande, limpido, al quale mi approccio anch’io, ma che mi trova in bilico. La chiamo strega per questo.
Dopo anni di distanza emotiva, dopo una sosta razionale voluta, fatta di silenzio e di prudenza, sto riscoprendo la forza e la bellezza del sentimento, in una passione per un bacio, l’energia che scaturisce dal dialogo affettivo. Ma insieme a quella bellezza, affiora anche la difficoltà: la consapevolezza di non potermi ancora applicare pienamente, di non riuscire a restituire tutto ciò che vorrei.
Forse questa è la grande sfida di chi è demotivato nelle relazioni: imparare di nuovo ad alimentare una connessione, a fidarsi del nutrimento che viene dallo scambio, a non avere paura di sentirsi vulnerabile.
Mi sono concesso un piccolo dono, ieri — un weekend dentro una relazione, dentro un sentiero dell’agire condiviso. Non il primo della mia vita, ma il primo dopo tanto tempo in cui mi sono sentito davvero dentro qualcosa.
E oggi, davanti alla giostra delle cose da fare, dopo una telefonata e dopo aver letto un post su FB pieno di domande e motivazioni, mi sono fermato.
Mi sono fermato per riflettere, per scrivere.
Fermato per pregare.
Per attingere a quell’equilibrio e a quella forza mistica che non sai cos’è, ma senti com’è — perché è dentro di te, e vuole essere risvegliata ogni volta.
Da lì nascono le soluzioni, e quel sentore d’amaro si trasforma, o forse si mette in moto per trasformare ogni cosa.

Giovanni Iudice -“Seduta di fronte”. 2024
Olio su tela cm 60×30″ (collezione privata)
