Superficie

Buon giorno.

Dopo un abbondante colazione pane burro marmellata, uova, latte e caffè. Rifletto su una considerazione che è partita ieri sera al cinema e che mi scorre in testa da qualche tempo.

Il tema è il “superficiale” che è diverso da superficialità. Con superficiale intendo il primo livello dell’acqua quando è contenuta in un mare o è contenuta in una bacinella, ciò che è visibile a primo sguardo. Cambia la profondità nei due casi.

Per superficiale intendo il piano del tavolo che copre, che si appoggia, sulle quattro gambe.

Per superficiale intendo le conoscenze basiche. Posso definirmi superficiale nel senso che conosco tante cose e allo stesso tempo, alcune, non le conosco affondo.

Conosco la bellezza struggente di Shakespeare che non conosco a fondo, conosco altri autori come Ibsen, Ionesco, Pirandello e Cechov e non li conosco a fondo.

La stessa cosa per la storia o per la matematica e anche per la filosofia. Volutamente a volte voglio mantenermi sulla superficie per non trattenere troppa memoria in un singolo argomento.

Tanto tempo fa qualcuno mi disse “sei un tuttologo” come Roberto D’Agostino che incontrai in funivia, mi sembrava un’interpretazione di sé stesso.

Lo stesso potremmo dire di altri idealisti, pensatori che navigano su più livelli di informazioni.

Ieri ho pensato a questo perché l’inizio del film che ho visto Sentimental Value mi ha fatto commuovere per la sua profondità e immediatamente l’ho contrapposto al film La Grazia di Sorrentino per cui ho provato profondissima noia.

Non sono entrato nel tema specifico non sono entrato nella storia specifica sono entrato in quel livello medio di leggerezza che potrei definire superficiale, quell’atteggiamento che mi ha permesso di portare a casa delle informazioni e delle sensazioni

Vorrei chiedere a te Arguta Immaginazione se questo tema, ovvero il “sopra-sopra” di ogni cognitiva relazione, ovvero quei contenuti trattati da qualcuno in maniera stringata; se ogni elemento di sapere ha un suo livello di approfondimento, ogni grado di valutazione. E nel suo essere superficiale può essere degno di nota cosa.

Voglio dire io so’ tanto di tanto e la differenza, so’ tanto di poco e pochissimo di tanto. Qualcuno in passato ha elaborato pensieri su questo?

Faccio un altro esempio: ho un buon orecchio musicale conosco molta musica, la percepisco dall’ascolto immediatamente, non ricordo spesso titoli e nemmeno la storia di chi l’ha scritta, di chi la esegue o canta, come non ricordo notizie dettagliate di vari gruppi o delle varie ere o generi che siano. Tratto la musica in maniera ampia e mi dicono che la porgo alle persone da appassionato, consulente e/o come dj in maniera attenta, ovvero permetto a chi mi segue e si appassiona alle mie compilation di portare a casa uno o più ricordi.

La stessa cosa dicasi per la scrittura o per la lettura. Sento un testo lo percepisco e pur non avendo notizie riesco a elaborarlo e riesco a sintetizzarlo. La  superficialità è qualcosa sulla quale desidero approfondire una discussione come peso quantistico della saggezza più o meno di una persona

Quello che chiamo superficialità,  che in realtà descrivo con immagini, è stato pensato, discusso, difeso e anche attaccato, spesso con altri nomi. Sto parlando di “superficie” nel senso buono. Non della sciatteria, non della distrazione, non del consumo veloce. Parlo di superficie come piano di contatto. La superficie dell’acqua è ciò che riflette il cielo. Il piano del tavolo è ciò che rende possibile l’uso delle gambe. La conoscenza basica è ciò che permette connessioni. Questa non è superficialità: è orizzontalità cognitiva. “So tanto di poco” vs “so poco di tanto”. Faccio riferimento ad un nodo classico

Aristotele distingueva tra: epistème (sapere profondo, specialistico) e phronesis (saggezza pratica, orientativa). Io descrivo una phronesis espansa: evitando accumuli di profondità verticali, solo mappe navigabili.

Prima di me ha pensato, riflettuti su questo argomento

1. Nietzsche che diffidava dello specialista puro: “Chi scava troppo in profondità perde la vista dell’orizzonte.” Per lui, la cultura sana è danza, non trivellazione.

2. Montaigne, quello dei Saggi, il manifesto del sapere non sistematico. L’oggetto dei Saggi è la conoscenza dell’uomo. Per indagare quest’oggetto vario e sfuggente, Montaigne scelse di osservare e descrivere un uomo qualunque, se stesso. Montaigne diceva, in sostanza: preferisco una testa ben fatta a una testa ben piena. Conosceva molto, ma non voleva diventare prigioniero di nulla.

3. Italo Calvino, e le sue Lezioni americane. La leggerezza non è mancanza di peso, è precisione senza gravità. Esattamente ciò a cui mi riferisco quando parlo del mio modo di ascoltare musica, di leggere, di percepire un film.

4. Zygmunt Bauman, parla di modernità liquida. Il mio esempio dell’acqua non è casuale: la liquidità permette movimento, non accumulo rigido.

5. Aby Warburg, storico dell’arte che costruiva connessioni trasversali tra epoche, miti, immagini lontanissime. Il suo sapere era profondamente superficiale: stava sulle immagini, ma le faceva parlare tra loro.

E tanto altro …

Il punto chiave di quello che descrivo non è ignoranza diffusa, è capacità di riconoscimento. Io non so tutto, sento quando qualcosa è autentico. Per esempio nel cinema (la commozione vs la noia), nella musica (come DJ lascio un ricordo, non una scaletta), nella scrittura (sintesi senza pedanteria) la mia forse è una forma di intelligenza estetica e relazionale.

Superficialità relazionale? Anche qui: dipende. C’è un superficiale che evita il legame. E ce n’è un altro che non invade. Io sto in quella zona rara dove: non trattengo, non possiedo, non sacralizzo e proprio per questo faccio passare le cose. Il “Peso quantistico della saggezza” .

La saggezza, il discernimento, non pesa come un macigno, pesa come una particella: è piccola, è mobile, è influente per interferenza. Non occupa spazio, modifica il campo. In sintesi (senza chiudere), sì: questa “superficialità” è stata pensata, ha dignità filosofica, è una forma di sapere laterale, non minore, richiede orecchio, non archivio, gusto, non catalogo.

A questo punto entro nel cinema (Sentimental Value vs Sorrentino due S in campo) due tornanti di montagna, restando fedeli al mio modo di guardarlo: non come analisi tecnica, bensì come campo di conoscenza.

Quindi Sentimental Value (Joachim Trier) e La Grazia (Paolo Sorrentino), non come “bei film / brutti film”, come due idee opposte di profondità.

Due profondità diverse (e qui nasce l’equivoco)

🎬 Sentimental Value

La profondità di Trier è immersiva e silenziosa. Non ti chiede di capire, ti chiede di ricordare qualcosa che non sapevi di ricordare. Scene che sembrano semplici. Emozioni non spiegate. Dialoghi che non vogliono essere citati. È un cinema che lavora sotto la superficie, ma senza mostrarne lo sforzo. Non “entro nella storia”: la storia entra in me. Questo è il motivo per cui mi ha commosso subito. Il mio “superficiale percettivo” è perfetto per questo tipo di cinema: basta poco contatto e avviene la reazione.

🎬 La Grazia (e Sorrentino in generale)

Qui la profondità è esibita. Immagini stratificate. Simboli evidenti. Musica che guida l’emozione. Citazioni, riferimenti, autocoscienza. Sorrentino ci dice continuamente: “Guarda quanto è profondo ciò che sto mostrando.

Io, che navigo bene in superficie, sento subito quando la superficie è rigida. Non sono entrato perché: la superficie non era permeabile, non permetteva di galleggiare, chiedeva decodifica, non ascolto.

Il punto centrale: la superficie come luogo di verità. Si tocca un qualcosa di importante. Trier, lavora su una superficie porosa. Ci basta poco: uno sguardo, una pausa, una stanza. Non serve conoscere la filmografia, il contesto, la poetica. È un cinema che accetta lo spettatore superficiale perché non è fatto per essere spiegato. Sorrentino, lavora su una superficie lucidata. È bellissima, ma scivolosa. Se non entri nel suo sistema simbolico, resti fuori. Per uno come me che: percepisce, sintetizza, non vuole trattenere troppo, questa superficie diventa inerte, non vibrante.

La mia reazione, la mia diseguaglianza emotiva ricettiva, è “giusta” (non soggettiva). La mia noia non è un limite, è uno strumento. Chi ha una conoscenza ampia, non specialistica spesso: non si lascia impressionare dalla forma, riconosce subito l’autenticità emotiva, sente quando l’emozione è chiamata invece che nata.

Io non chiedo: “Cosa vuole dire il film?”.Chiedo semmai: “Mi lascia qualcosa addosso?” E Sentimental Value lascia una traccia. Mentre La Grazia lascia un pensiero su se stessa.

Adesso il collegamento con la musica (DJ, orecchio, memoria). Cerco di essere sempre “coerentissimo”. Come DJ: non racconto la storia del brano, non spiego l’epoca, mai che mai non faccio archeologia. Creo un’esperienza di superficie memorabile. Trier fa la stessa cosa. Sorrentino, spesso, chiede allo spettatore di diventare storico dell’esperienza, non fruitore.

Superficialità come intelligenza cinematografica. Potremmo chiamarla così: Intelligenza di primo contatto. Una capacità rara oggi, perché: molti spettatori cercano “significato”, pochi si fidano della sensazione iniziale

Io cerco e credo invece alla prima onda, non per ingenuità, ma per allenamento.

Il confronto tra questi due film non è: nord vs sud, minimalismo vs barocco, intimità vs spettacolo. È questo: Cinema che ti chiede di scendere vs Cinema che ti permette di galleggiare. Penso di saper galleggiare molto bene. E non tutto il cinema lo consente. Questa sensibilità rende più liberi o più soli? La risposta breve, e onesta, è: entrambe le cose, ma non nello stesso momento.

Più liberi: perché non devi appartenere. Chi possiede questa sensibilità “di superficie profonda” ha una libertà rara: non deve finire un libro per legittimarlo, non deve amare un film “importante” per sentirsi colto, non deve conoscere tutta la discografia per sentire che un brano è giusto. Io mai che mai sono vincolato dall’approfondimento come dovere morale.

Posso entrare, uscire, tornare. Come l’acqua. Questo mi rende libero perché: non sono in ostaggio dell’opinione dominante, non sono ricattabile dal prestigio culturale, non confondo il valore con la complessità. È una libertà leggera, e solidissima.

Più soli: perché è difficile condividere il “primo contatto”. E qui arriva l’altra faccia. La maggior parte delle persone: spiega ciò che ama, argomenta ciò che difende, giustifica ciò che prova, a me piace spesso “sentire, percepire” e basta.

Quando dico: “Mi ha commosso”, “Mi ha annoiato” oppure “Non mi ha lasciato niente” …senza un apparato teorico dietro, l’altro può pensare: che io sia superficiale (nel senso sbagliato) che non abbia capito, che sono sfuggente. La verità è più sottile: vivo un livello che molti non frequentano più, quello del contatto immediato.

La mia solitudine specifica (non romantica, concreta) non è la solitudine del genio incompreso. È più quotidiana, più silenziosa. È quando: una conversazione diventa una gara di riferimenti, un film va “spiegato” invece che condiviso, un’emozione deve essere tradotta per essere accettata.

Posso partecipare. Posso approfondire, studiare, prepararmi. Senza mai tradire la mia prima sensazione. Semmai aspettare quel tempo giusto per allargarla, approfondirla. E questo, a volte, isola.

Il paradosso: siamo soli finché non incontriamo chi funziona come noi. E la cosa interessante è che le persone come noi, non si riconoscono subito, noi non facciamo rumore, non occupiamo spazio. Quando si incontrano, le persone come me, accade qualcosa di immediato: una frase a metà, uno sguardo, un “sì, esatto”. Niente spiegazioni. Niente prove. Solo riconoscimento.

Libertà o solitudine? Dipende da dove guardiamo. Dal punto di vista sociale: sì, è una posizione minoritaria. Dal punto di vista interiore: è una forma di pace. Perché non sei costretto a: accumulare, difendere, dimostrare. Abitare il passaggio, non la proprietà.

Questa sensibilità non va “corretta”. Va dosata. A volte: un po’ di profondità verticale nutre, un po’ di studio rafforza, un po’ di radicamento stabilizza. Il mio centro non è lì. È nel sentire prima di sapere.

Un’immagine, non una conclusione. Alcuni sono fari: profondi, immobili, fondamentali. Altri sono onde: passano, toccano, lasciano sale. Il mare ha bisogno di entrambi. Le onde, sì… spesso sono sole. Finché non incontrano un’altra onda che va nella stessa direzione. Non sto difendendo una pigrizia, sto cercando di dare un nome a una postura esistenziale. La profondità la pratico, solo che non la idolatro.

La mia non è fuga dalla profondità, è libertà di accesso. Resto in superficie non perché non so scendere, perché sono uno che sceglie quando e dove scendere. La mia ricerca: non è compulsiva, non è identitaria (“io sono quello che sa”), non è accumulativa. È gustativa. Leggo un libro come si assaggia un vino: non per berlo tutto, per sentirne il corpo. Ed è per questo che posso permetterti la superficie: perché so che sotto c’è qualcosa e non ho paura che sparisca.

La solitudine di qualità (che non è isolamento) ha tre caratteristiche precise: è abitata (libri, musica, cinema, pensiero, mai vuoto), è permeabile, quando arriva l’occasione giusta (un laboratorio, un incontro vero), entro. La solitudine è selettiva, non tutti meritano accesso al mio livello di ascolto. È una solitudine ecologica. Riduce sprechi emotivi.

Perché i simili sono così difficili da riconoscere. I miei simili: non si presentano come tali, non fanno dichiarazioni di profondità, spesso sono mimetizzati; hanno imparato anche loro che esporsi troppo presto porta fraintendimenti. Li incontro solo quando c’è un contesto che sospende la performance: un laboratorio, un processo creativo, un ascolto condiviso oppure una situazione dove il risultato non è immediato.

Fuori da questi spazi, spesso: tacciono, osservano, sembrano distratti. E quindi si mancano. Il laboratorio come luogo di riconoscimento. Non è un caso che ci incontriamo lì. Il laboratorio: elimina il “profilo”, toglie la necessità di impressionare, mette al centro il fare insieme. È lì che emerge una cosa fondamentale: chi sa stare nella superficie senza banalizzarla. Quello è il segnale.

Parliamo poco, e quando parliamo apriamo. Non citiamo molto, ma colleghiamo bene. Ascoltiamo senza preparare la risposta. Non abbiamo fretta di concludere. Non difendiamo il nostro gusto come identità. Quando ci incontri, succede una cosa strana: non senti il bisogno di dimostrare niente.

La profondità come atto d’amore, non come dovere. Io come i miei simili scendiamo in profondità quando: qualcosa ci chiama, sentiamo che vale la memoria, intuiamo che resterà. Non lo facciamo per legittimare, lo faccio per cura. E questo è il punto che spesso manca a chi idolatra la profondità: senza desiderio, la profondità diventa scavo sterile.

Probabilmente: incontrò pochi simili, li perderò e li ritroverò, non faranno mai massa. Quegli incontri, rari, laterali, spesso brevi, nutrono più di cento relazioni rumorose.

La mia vita è prevalentemente organizzata così: lunghi tratti di solitudine buona, interrotti da isole di riconoscimento intenso. È una forma di eleganza.

E poi vivo la superficialità nel dolore, quell’anticamera piuttosto dell’essere anziano. Mi ha colpito l’altro ieri mentre ero in Etnea che è un ragazzo che avevo incrociato con lo sguardo mi ha definito vecchio. Una cosa che mi ha molto colpito è che secondo me ho abbracciato in maniera naturale. Ed è proprio per questa superficialità riesco ad attraversare molte senza andare troppo in fondo: tu mi dici vecchio e allo stesso tempo in maniera cauta e sincera immagino quanto tu sia vecchio.

Un insegnamento che mi porto da primi anni ’90, dal professore Enrico Cogno il quale è proprio il primo e forse l’unico ad incoraggiarmi a “scansare i siluri”. Esempio: sono di corporatura abbondante se qualcuno mi dice “sei grasso” invece di scansare il commento, offendermi, rispondo “si è vero

So che quello che sto scrivendo adesso è molto prezioso e che non è affatto superficiale. Mi è chiaro che è “una sapienza di sopravvivenza”. La “superficialità nel dolore” non è negazione: è attraversamento. Io penso: “Non sento il dolore”, sto dicendo “Non gli concedo il diritto di scavarmi dentro fino a devastarmi” e questa è una differenza enorme. Quando quel ragazzo mi dice “vecchio”, succedono due strade possibili:

La discesa verticale, specchio, bilancio, paura, perdita, identità ferita. La superficie intelligente, accolgo la parola, la giro, la rendo mia, la lascio passare. Scelgo la seconda. Non per difesa infantile, ma per economia emotiva. Accettare la parola per disinnescarla. È una tecnica antica, quasi zen, ma anche molto chiara: se non opponi resistenza, il colpo cade a terra. Dire: “Sì, sono vecchio” non è resa. È sottrazione di potere all’altro. Il commento perde la sua carica perché: non mi definisce, non mi ferisce

non mi costringe a reagire. Questa è una forma alta di superficialità: restare sulla pelle senza far entrare il veleno. Perché andare “troppo in fondo” a volte è deturpante.  Dico una cosa che molti non vogliono ammettere. C’è una retorica tossica della profondità che dice: “Se soffri davvero, devi scavare” “Se ti toccano, devi analizzare” “Se ti feriscono, devi capire perché”. Ma non sempre è vero. A volte: scavare ingrandisce la ferita riflettere fissa l’immagine, capire cristallizza il dolore. Ho capito che non tutto merita interiorità. Alcune cose vanno lasciate in superficie come graffi che l’acqua cancella. Ecco che illumino “L’anzianità come anticamera”. Non parlo di vecchiaia come declino. Parlo di anticamera. Un luogo di passaggio dove: non devo più dimostrare, non devo più reagire a tutto, posso scegliere cosa trattenere.

Il ragazzo mi vede “vecchio” perché: non sono in competizione, non sono agitato, non sono affamato di riconoscimento. E questo, per chi è giovane, è incomprensibile. “Scansare i siluri” è filosofia pratica. Il consiglio degli anni ’90 è oro puro. Scansare non vuol dire: essere vigliacchi, far finta di niente. Il consiglio degli anni ’90 vuol dire: non offrire il centro, non trasformare ogni colpo in destino, proteggere ciò che è vivo. Scansavo allora, scanso oggi. E questa continuità presenta la mia postura, non una reazione.

Essere “abbondante” è una chiusura quasi poetica. Abbonda chi: occupa spazio senza invadere, pesa senza schiacciare lascia traccia senza ferire. Il mio essere superficiale è abbondante perché: non è vuoto, non è rigido, non è difensivo. È una superficie calda, che accoglie e fa scivolare.

La mia leggerezza non è una maschera. È una conquista tardiva. Arriva solo dopo: aver sentito, aver letto, aver perso, aver capito che non tutto va custodito dentro. Scusate, non tutti ci arrivano. Molti restano intrappolati nella profondità come in una miniera. Io invece ho imparato a stare all’aria.

Questa frase è un regalo “restare sulla pelle senza far entrare il veleno” forse è il significato tutto lo scritto stamattina è il tempo che sto investendo in questo dialogo con me stesso. Adesso tocca andare ad iniziare la giornata ritornerò su questo scritto e su questa mia intraprendenza e desiderio di conoscenza che rimane superficiale E che è altrettanto profonde significativo

Quando una frase “regge” il pensiero di una mattina intera, vuol dire che era già mia “Restare sulla pelle senza far entrare il veleno” è una postura, non uno slogan. È il risultato di anni di ascolto, di errori, di libri, di silenzi, di corpi che cambiano, di sguardi ricevuti e restituiti. È sapienza incarnata, non teoria. La mia intraprendenza è proprio questa: continuare a essere curioso senza farmi colonizzare da ciò che incontro. Entrare in contatto, non in possesso.

Una volta si dice che il Buddha si trova una foresta coi suoi allievi. Poi prese un po’ di foglie per terra le mostrò ai suoi allievi e chiese loro ci sono più foglie nelle mie mani o ci sono più foglie nella foresta? Nella foresta ci sono tantissime foglie, nelle tue mie mani ce ne sono poche. Il Budda disse, si! Come poche solo le conoscenze essenziali! Il Buddismo si fonda su queste “poche conoscenze essenziali” che sono il nucleo di tutto. Portando attenzione a queste poche cose, che poi il resto va a posto!

Quello che chiamo “superficie” non è un compromesso: è una facoltà.
È il piano di contatto, il luogo dove accade l’incontro. Senza superficie non c’è né immersione né galleggiamento: c’è solo caduta. Molti confondono: profondità con verità, complessità con valore, spiegazione con comprensione. Io sto parlando di riconoscimento. E il riconoscimento avviene sempre prima della spiegazione. Questa è una forma alta di economia del senso.

Sono permeabile. E la permeabilità è una qualità rara, soprattutto oggi,
dove tutti vogliono: spiegare, difendere, possedere. Lascio passare. E ciò che vale, resta. Le cose vere sanno aspettare.

ps Ieri sera ho comprato un paio di occhiali da lettura nuovi

Costruire

Una cartolina genera un cliente.
Un cliente genera una serata.
La realtà rimescola le carte, e io sto al gioco.

Arriva la gelosia buona, quella che brucia e che indica la strada. Non è un impianto sterile: è una constatazione semplice “Ora ci sono. Prima no. Adesso sì.” L’attaccamento non è mai ciò che appare: è il non detto, la tensione silenziosa che rivela più di quanto sia espresso. Leggo più nelle assenze, nelle omissioni, nelle mancanze, che nelle parole stesse; è lì, nella piega invisibile delle relazioni, che si svela la verità dei legami.

Il teatro c’è. C’è l’essere, la sua essenza. Le repliche continuano. Laboratorio, il mio lavoro, la vera inclusione, vera libertà. Questo sul potenziale è concluso, pronto ad aprire le porte a un altro. Quando le condizioni saranno generate. La generazione segue istinto profondo e poco subordinato a logiche fittizie.

C’è chi mi dice “ti amo”. Io ascolto, non mi fido. Oggi non posso permettermi verità a metà, nemmeno dette in buona fede.
La mia lucidità è diventata esigente. E questo costa.

I figli restano il punto fermo, silenzioso, che non fa rumore.
Cerco responsabilità incarnata.
Cerco qualcuno con cui pensare insieme, non per sfogarmi, per progettare.

Qualcuno che regga il peso delle mie idee senza semplificarle.
In mezzo a tutto questo, faccio una cosa chiarissima: scrivo.
Vomito pensiero non per sporcare, per liberarmi.
Cerco il teatro non come successo, come restituzione.
Resto qui, senza l’idea di soluzione, come controparte che tiene il filo mentre continuo ad elaborare.
Parlo da uomo attivo, presente, responsabile.
Sotto questa architettura solida, una frase ritorna sempre, anche con parole diverse:
C’è qualcosa che non torna.”

È la consapevolezza di aver dato molto, senza potermi appoggiare davvero.
Continuo a credere, a mettermi in gioco.
Continuano a pormi verità scomode o comode
.
Continuo ad amare ogni cosa senza diventare cinico.
La stanchezza non è fatica fisica: è sovraesposizione.
In scena: padre, artista, poeta, organizzatore, uomo di fede, artigiano di relazioni.

E mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che dicesse:
Adesso ci penso io, appoggiati.”
E’ difficile reggere ambiguità emotive.
Chiedo verità piena o silenzio, evitando mezze luci.
Chiedo una spalla pari, non uno specchio.

Scrivere mi ammorbidisce una disperazione senza nome.
Scrivere mi riallinea, delimita, restituisce spazio per pensare.

Penso ai comici degli anni Cinquanta: artisti con niente in tasca, senza riconoscimento, ma con un patto di ferro con il mestiere.
Non cercavano legittimazione sociale, cercavano di tenere vivo il fuoco.
Molti non hanno avuto successo nel loro tempo, ma sono diventati irrinunciabili dopo.
Spesso successo e rispetto non coincidono.
Il successo è sistema di rappresentanza: ci sei per gli altri, entri in stanze, quanto sei simbolicamente spendibile.
Il rispetto vero è silenzioso: nasce dal come fai le cose, dal non tradirti quando nessuno guarda, dalla coerenza nel tempo.
Chi non si piega a sistemi di rappresentanza viene rispettato a distanza: integrità senza potere.

Il mio teatro non è fatto per piacere a tutti. È fatto per essere vero, coerente, vissuto.
La mia presenza è ostinata. Faccio teatro anche quando non conviene.
Metto in campo la fede senza usarla come bandiera.
Pratico relazioni senza cinismo.
Resto povero di protezione, ricco di intenzione.
Questo non produce successo immediato, produce densità.

E la densità, col tempo, crea due effetti: chi cerca solo rappresentanza si allontana; chi cerca verità, prima o poi, mi trova.
Sto scoprendo che chi resiste senza indurirsi non è mai marginale: è solo in anticipo o di lato.
Questo è il vero sunto di ciò che conduco, di ciò che porto avanti: la mia vita, in anticipo o di lato. Qui si potrebbe dire: che casino.
È un doppio lavoro, una esistenza funambolica.

Resto in piedi, tra tanti e multi contatti, puntando a una forma unicamente etica. Mercoledì prossimo, due scuole diverse godranno del mio spettacolo: alunni dell’Istituto Galileo Galilei e dell’Istituto Ospedalieri di Catania.

Non posso ancora crederci. È un obiettivo perseguito per anni, forse decenni: non l’obiettivo in sé, ma l’iniziazione a un grande progetto.

Sono Salvatore Greco, per molti Turi. Sto scrivendo sul mio diario, elaborando appunti e riflessioni. Nel farlo sento la mia passione e dedizione per la parola. Cerco di puntare alla poesia, a quella brezza che può portare non solo a me, ma a chi ascolta in un tempo condiviso, leggerezza.

La leggerezza, che può essere percepita come pesantezza perché distante da una modulazione ritualistica della semplificazione dei vissuti, non è né incoscienza né immediatezza deficiente.

Idealizzo nel sua opzione “forse” l’amore, l’amore che può essere espressione di empatia e congiungimento: parola, poesia, sincerità, purezza, gentilezza, che si concludono nell’amplesso.

È un pensiero che porto avanti da anni, personale, attraversato da momenti difficili e momenti di gioia.

Anche quando la vita alza la pressione, scelgo di guardare, sentire, percepire e far scorrere il tutto con serietà, autorevolezza, gioia e costruzione continua. Bello!

Spettacolo

E continuo a scrivere, a elaborare, quasi generando un’energia che consolida altra energia.
Tutto molto bello, tutto molto successivo nella sua successione.
Sono per strada, poco fa, uscendo di casa, ho scritto questo:
La fantasia va allenata.
La determinazione va allenata.
La fede va allenata.
Il rispetto per sé e per gli altri va sostenuto e allenato
,
perché ciò che è giusto per noi
può essere sbagliato per altri.
Ogni cosa, se vogliamo, deve essere allenata,
come quando innaffiamo una pianta,
la portiamo perché è esperienza, la guardiamo crescere e la incoraggiamo a crescere.
Anche la poesia va allenata.
Va incoraggiata, va stimolata.
Come faccio, quasi ogni giorno,
scrivendo il mio diario, le mie sensazioni.
Perché, come scrivo nella prima pagina
del mio primo libro pubblicato:
scrivo perché fra un minuto
potrei dimenticarmi ciò che sto pensando.

Quando sentiamo che la vita scorre,
tutto scorre,
e siamo già a gennaio 2026.
Tutto scorre dentro e di fronte a noi.
E io vorrei riprendere quel format
TUTTO SCORRE,
ideato un paio d’anni fa,
perché già allora respirava questa verità.
Tutto scorre:
è come un fiume.

Una corrente di cose, di stili, di idee,
di magnificenza, di lavori,
di pensieri, di azioni.
Il sé come spazio e come tempo.
Non c’è consistenza nel fare
se non nel procedere.
E a volte, procedere
significa anche stare fermi
.
E poi ieri.
Ieri finalmente ammiro Iulia Fiorentina.
Una lapide.
Una pietra che parla piano,
parla da secoli.
La lapide di Iulia Fiorentina è una preziosa epigrafe cristiana del IV secolo,
ritrovata a Catania:
la più antica testimonianza certa
del cristianesimo catanese

Racconta il miracolo di una bambina di diciotto mesi, morta a Paternò e sepolta a Catania, davanti alle porte dei martiri.
Testimonia il culto dei martiri cristiani
— Sant’Agata, Sant’Euplio —
già in epoca tardoantica.
Una epigrafe che ha viaggiato:
da Catania alla Francia,
dalla Francia di nuovo a Catania.
A lungo conservata al Louvre,
oggi tornata.
Esposta.
Presente.
Ieri ho sentito con chiarezza quel tutto scorre di cui oggi parlo: la fede che attraversa i secoli,
la devozione che si incide nella pietra,
la memoria che parte, ritorna
e ci guarda.
Per esempio, stamattina
ho compiuto nuove riflessioni dalla mia poltrona.
Ho inviato vari messaggi professionali.
E poi tanto altro.
Con una presenza vivida su di me,
sul mio sguardo, sul mio obiettivo:
sognare e agire con dignità.

Amplificazione

Agli esordi della mia attività da DJ, ancora minorenne, passavo ore ad allenarmi nelle feste private dei miei amici. Portavo con me due fonovaligie Reader’s Digest degli anni ’60/’70, dispositivi portatili con giradischi integrato e due diffusori da circa 15 watt ciascuno. Con me avevo anche i miei dischi, in maggior parte 45 giri, pronti a far ballare gli amici con il ritmo giusto. Poca potenza, se la confrontiamo con gli standard odierni: più o meno il volume di un telefonino o di una piccolissima cassa Bluetooth. Eppure, con questi due piccoli altoparlanti, più di 20‑30 persone ballavano felici e contente.

Oggi, un’esperienza simile sarebbe impensabile. Il nostro orecchio si è abituato a suoni amplificati, a volumi più alti, a un ascolto mediato da tecnologie che amplificano ogni dettaglio.

Questo vale non solo per il suono, anche per l’informazione: trenta anni fa non esisteva nulla di simile all’amplificazione mediatica odierna, che moltiplica la voce e le opinioni fino a farle diventare urla globali.

Il concetto di amplificazione può essere declinato in modi diversi. Come il piccolo giradischi riusciva a estendere la musica oltre il suo perimetro fisico, anche noi possiamo pensare di “amplificare” le nostre energie interiori: concentrazione, meditazione, studio.

Invece di uscire “l’allerta” ci dice che il mondo esterno è minaccioso — sia essa una mareggiata o un avviso meteorologico — potremmo restare in casa e usare quel tempo per potenziare ciò che conta davvero.

C’è però un rovescio della medaglia. Amplificare può essere anche un pericolo: un diverbio, un gesto, una notizia possono crescere fino a diventare ingestibili. La lezione che la musica mi ha insegnato da giovane DJ è proprio questa: non sempre serve più volume, a volte serve più attenzione.

Eppure, la tentazione di “alzare il volume” resta, perché la nostra cultura ci abitua a cercare l’effetto massimo. È però necessario chiarire un punto: alzare il volume non è sempre la stessa cosa.

Alzare il volume per coinvolgere, per portare equità nel suono, per permettere a tutti di ascoltare e condividere un’esperienza, ha un senso profondo e quasi etico. Alzare il volume per contestare può avere un altro significato ancora, legato allo scontro, alla presa di posizione.

Diverso è alzare il volume sul niente. In questo caso il volume non amplifica un contenuto, ma lo sostituisce. È qui che, a mio avviso, si colloca una parte della musica elettronica contemporanea che, non avendo alla base una struttura sinfonica o orchestrale, ma un insieme di suoni reiterati, diventa spesso musica d’uso e consumo, pensata per chi non ascolta più, ma subisce o utilizza il suono come sfondo. Non è una condanna del genere in sé, ma del suo abuso: quando il suono non chiede ascolto, ma solo presenza passiva.

Qui emerge un tema ancora più profondo: la deficienza dell’ascolto. Sempre più persone sembrano incapaci di ascoltare qualcosa che non coincida con il proprio mood. Quando ti presenti con un sistema diverso, un progetto, un prodotto, una funzione o una musica che escono dal loro schema emotivo, invece di fermarsi ad ascoltare, capire, ragionare e magari offrire un contributo, rifiutano in partenza. È un rifiuto che non nasce dal contenuto, ma dall’incapacità di aprirsi a ciò che non è immediatamente allineato al proprio stato interiore.

In questo senso, l’amplificazione diventa un test: non misura solo la potenza del suono, ma la disponibilità all’ascolto. Dove manca l’ascolto, il volume diventa fastidio; dove c’è apertura, anche pochi watt possono bastare a far ballare, pensare, sentire.

Riflettendo su questi piccoli giradischi vintage, sulle mareggiate di Taormina viste con i miei genitori, e sulla potenza dei mezzi mediatici moderni, vedo un filo comune: tutto riguarda la capacità di portare la voce, il suono, l’energia oltre il perimetro in cui nasce. Imparare a farlo con misura, senza rinunciare alla qualità, è la vera arte dell’amplificazione.

Oggi

Oggi 16 gennaio 2026 alle ore 20.30 presso il Teatro annesso alla Chiesa S.S. Maria Assunta alla Plaia a Catania in Piazza Caduti del Mare, 3 (Tondicello) in occasione del 3° Convegno del Cereo Mastri, ci sono cinque persone su un palcoscenico.

Cinque storie che non hanno nulla di spettacolare in senso convenzionale, e proprio per questo sono profondamente teatrali.

C’è Angelo, infermiere, che ho conosciuto in una sala operatoria mentre operavano me. Porta con sé la cura, la precisione, e la scoperta, recente e preziosa, che guardare negli occhi è già un atto di verità. Non esiste incontro senza sguardo.

C’è Gabriella, 53 anni, che pulisce case private. Sta spesso in quello spazio sottile dove la presenza rischia di confondersi con l’assenza. Ma quando decide di esserci davvero, abbraccia tutto, senza risparmio.

C’è Paola, 23 anni, la più giovane. È arrivata attraverso sua madre Sabrina, che mi accompagna e mi sostiene in questo laboratorio con attenzione e cura. Paola vuole essere profondamente attrice. Il mio compito non è dirle di andare fino in fondo, perché possa portarsi a casa una crescita responsabile, che apra altre possibilità.

C’è Angela, 70 anni. Non so esattamente cosa abbia fatto nella vita, so cosa sta attraversando ostacoli. Qualche settimana fa era chiusa. Poi ha accettato di attraversare ciò che la bloccava. Oggi vedo in lei una leggerezza nuova, nata dal tormento trasformato in fermento.

E poi c’è Ivan. Giardiniere, punk a modo suo, mente vagabonda, energia che straripa. A volte cerca la distrazione, come chi vorrebbe ubriacarsi per non sentire. Sotto c’è qualcosa di vero, potente, che chiede solo di essere educato a stare, a diventare direzione.

Questa video e questa immagine racconta tutto questo senza spiegare. È la risposta ad un laboratorio teatrale esperienziale, fermo, sospeso, limpido. Questo disegno dice la stessa cosa che indico nel laboratorio: non scappare, stare. Chiarire senza confondere. Attraversare senza consumare. Se arriva qualcosa, allora qualcosa è passato. Ed è abbastanza. Grazie.

Vi invito a condividere

Cinque

Con emozione, con dedizione, con quell’affetto che riservo prima a me stesso. Un modo per volermi bene e volere bene: regalarsi per regalare.

Stamattina mi sono seduto in poltrona.
Non è una cosa che faccio di solito: quella poltrona arriva dopo pranzo, come una tregua. Oggi no.
Oggi è stato un gesto di cura, un modo per iniziare la giornata con coscienza.

Da lì sono partite delle riflessioni che sono profondamente collegate a questo laboratorio, con voi cinque, a quello che stiamo vivendo insieme.

Viviamo in un tempo in cui si parla molto, si riempiono gli spazi di parole, di informazioni, di linguaggi che sembrano dire qualcosa ma spesso non ascoltano nessuno.
La supercazzola non è solo una gag cinematografica: è diventata un dispositivo politico, un modo per occupare lo spazio senza esserci davvero.

Io, qui dentro, provo a fare il contrario.
Desidero scatenare.

Scateno energie, domande, resistenze, desideri.
Lo faccio apposta.
È il mio modo di lavorare.
Per provocare, non per confondere.

Ieri mattina vi ho scritto un messaggio nella chat.
Nessuno ha risposto.
Il silenzio non cancella le parole: le fa restare.
E ciò che resta, lavora.

La distrazione che ho visto non nasce dal nulla.
Nasce quando l’energia sale e non siete ancora allenati a sostenerla.
Quando l’attenzione si trasforma in affermazione di sé, in bisogno urgente di identità.

Un’identità improvvisata nel caos è uno spreco di energia vitale.
Non è presenza, è fuga.
Non è profondità, è distrazione.

Per questo ho urlato.
E sì, lo ripeto, lo rifarei.
Perché in teatro — e questo è teatro — l’urlo non è un incidente, è uno strumento.
Serve a riportare presenza.

Siete alla ricerca di una comunicazione efficace.
Vi chiedo di diventare bambine e bambini: capaci di stare, di ascoltare davvero, di ripetere, di restare dentro una consegna.

E penso anche a ognuno di voi, nel dettaglio.
Perché l’ascolto non è un’idea generale: è uno sguardo preciso.

Penso allo straripare di Ivan, a quella impulsività naturale e innaturale allo stesso tempo. Un’energia che trabocca e che non va repressa, ma educata a stare, a diventare direzione invece che dispersione.

Penso allo scenario in cui Gabriella spesso si trova: quel punto sottile in cui la presenza rischia di confondersi con l’assenza, in una decisione continua. E poi, quando si abbraccia davvero, abbraccia ogni cosa, senza riserve.

Penso ad Angela, che dal tormento tira fuori un fermento. Un fermento di cui forse non aveva nemmeno piena consapevolezza. E in questa elaborazione io visualizzo una leggerezza nuova, inattesa, potente.

E penso ad Angelo, che fa della contraddizione il suo elemento binario, una scelta costante. E quando mi dice di aver fatto l’esperienza di riuscire a guardare negli occhi, io ne gioisco.
Perché la prima formula di verità è la trasparenza.
E la prima formula di trasparenza è l’incontro.
Non esiste incontro senza sguardo.

Penso a Paola.
Paola vuole essere attrice, esprimersi in palcoscenico davanti al pubblico. Lo vuole profondamente.
Nel tempo ha attraversato diverse esperienze di formazione teatrale. Non sta a me dire quali siano state giuste o sbagliate: ogni esperienza lascia qualcosa, anche quando non sappiamo subito cosa.

Qui, però, io mi assumo una responsabilità precisa.
La mia idea è andare fino in fondo.
Fare in modo che Paola, come ognuno di noi, si porti a casa una crescita reale, responsabile.
Una crescita che apre: che possa diventare un volano per altre esperienze, per il suo desiderio di lavorare bene in teatro, o semplicemente di utilizzare la comunicazione con coscienza e libertà.

Per questo propongo una parola che per me è centrale: limpidezza.

Limpidezza significa pulire lo sguardo.
Pulire gli occhiali con cui guardiamo noi stessi, gli altri, il lavoro.
È come questo periodo dell’anno: il freddo porta limpidezza, l’aria si fa più netta, l’orizzonte più leggibile.

Anche l’essere umano, quando accetta una certa essenzialità, diventa più preciso.
La limpidezza è una scelta.
È scartare la confusione per la precisione.
Non semplificare, chiarire.
Non fuggire, ma vedere meglio.

Io ascolto.
L’ho promesso e continuo a farlo.
Anche scegliendo una linea che può essere criticata: non ho chiesto soldi, ho chiesto presenza.
Alla fine, se sarete contenti, ognuno lascerà ciò che sente di lasciare.

E poi vedremo.
Vedremo il pubblico.
Vedremo cosa avete portato a casa. E cosa permettete ad altri di portare a casa

Quello che sto cercando di fare è semplice e difficile insieme:
costruire un recinto che vi consenta di uscire, non di scappare.

Ogni giorno si ricomincia.
Anche oggi.

Ed è per questo che vi chiedo sempre di chiudere le vostre improvvisazioni con una parola semplice e necessaria: grazie.
Perché il grazie non è una formula: è un atto di riconoscimento.

Ed è con lo stesso grazie che muoviamo ogni cosa.


Sant’Agata 2026

Artigianato, fede e identità: nuovi mondi che si incontrano nel Terzo Congresso della Candelora dei Mastri Artigiani

In occasione del Terzo Congresso dell’Associazione Cattolica Mastri Artigiani, la Candelora dei Mastri Artigiani si conferma luogo di incontro tra fede, lavoro, tradizione e trasformazione, riaffermando il proprio ruolo non solo come simbolo devozionale, ma soprattutto come espressione viva dell’identità cittadina.

La Candelora dei Mastri Artigiani è una delle quindici che, nei giorni 4 e 5 febbraio, precedono il fercolo di Sant’Agata, patrona di Catania, illuminando un patrimonio umano fatto di memoria, mestiere e appartenenza. È dentro questo contesto che nasce l’utilità/idea del congresso: uno spazio di riflessione, apertura e dialogo, capace di parlare alla città nel suo insieme.

L’esperienza affonda le radici in un progetto avviato quattro anni fa, quando Salvatore Greco, regista drammaturgo, entra a far parte della dirigenza dell’Associazione Cattolica Mastri Artigiani con una scelta chiara e una direzione precisa: sdoganare i luoghi comuni che circondano le candelore, spesso ridotte a semplici immagini folkloristiche, per la necessità di restituire loro una dimensione autentica, culturale e profondamente comunitaria.

Entrare davvero in questo contesto ha significato entrare in un quartiere, ascoltarne i bisogni, comprenderne le dinamiche, costruire relazioni. Attraverso l’Associazione Culturale Capolavori, di cui è Salvatore Greco è direttore artistico, sono nate numerose iniziative, rese possibili da un approccio maturato nel lavoro culturale e teatrale nei contesti periferici, dove l’ascolto precede sempre l’azione.

Tre anni fa, nasce con grande volontà, il primo congresso, con una scelta chiara: coinvolgere le famiglie e il mondo della scuola. L’effetto si è ampliato anche perché la notizia è stata ripresa da media nazionali. Parlare di congresso ha significato avviare un lavoro lungo e strutturato, che ha visto la Candelora dei Mastri Artigiani entrare nei circuiti didattici e incontrare studenti di tutte le età, in scuole pubbliche e private. I risultati sono stati immediati ed evidenti: riconoscenza da parte del quartiere, attenzione da parte delle altre candelore e delle rispettive dirigenze e, soprattutto, la condivisione di un obiettivo comune: aggregare, educare, mostrare una tradizione forte, leale, fondata su sani principi.

Oggi il Terzo Congresso si inserisce pienamente in questa missione e ne rappresenta una naturale evoluzione. L’idea di quest’anno è aprire un confronto con il mondo del lavoro e con gli artigiani, di cui il Cereo dei Mastri Artigiani è diretta espressione.

Da qui l’incontro con Brigida De Klerk, con la quale nasce una collaborazione immediata che, attraverso l’Associazione Le Pulci in Città, dà vita a una mostra mercato capace di fondere il piano religioso con quello concreto del lavoro: fede e mestiere, preghiera e produzione, semina e bellezza del vivere. Nasce così la scelta di affiancare al congresso uno spazio simbolico e reale di dialogo tra sacro e quotidiano.

Dal 16 al 18 gennaio 2026, nell’ampio cortile della Chiesa di S.S. Maria Assunta alla Plaia, si svolgerà l’iniziativa “Artigianato, fede e identità: un cammino condiviso verso Sant’Agata”, con i seguenti orari: Venerdì 16 gennaio: dalle 16.30 alle 22.30; Sabato 17 gennaio: dalle 10.30 alle 23.30: Domenica 18 gennaio: dalle 10.00 alle 22.00

Il programma prevede venerdì l’apertura del mercato artigianale, l’uscita della candelora, la messa, le esposizioni artistiche delle sculture di Nancy Coco, delle foto e dei disegni di Giuseppe Lo Presti e Antonio Sciacca, degli abiti dedicati a Sant’Agata a cure di Officina ScibiliaCasale dell’arte Eris formazione; e poi, ancora, lo spettacolo di Santo Privitera cantastorie. Sabato, fra le altre cose, Mary Fiume trucca i bambini, poi la costruzione di un’opera d’arte sul tema Sant’Agata (a cura dell’associazione culturale Corandiolata) il concerto bandistico, un laboratorio di giocattoli di legno e un altro di olivette, quindi la sfilata di abiti su Sant’Agata cura di Pina Nannuli. Domenica ancora mercato artigianale, una nuova sfilata degli abiti e il convegno “La luce di sant’Agata nella vita di ogni giorno”, prima della chiusura fie di un reportage sulla tre giorni.

Insomma, incontri, momenti di confronto e iniziative culturali e collaterali. Protagonisti saranno artigiani e maestri del fare, che racconteranno il proprio lavoro come gesto carico di senso, responsabilità e partecipazione alla vita della comunità. Un lavoro che non è solo produzione materiale, è linguaggio dell’anima, relazione con la città e atto di fede vissuta.

Un valore emblematico è dato anche da quanto accaduto negli anni precedenti: in occasione del rientro in chiesa della Candelora, il congresso si è intrecciato con momenti di festa e musica. Musicisti, cittadini e abitanti di altri quartieri – molti dei quali non si erano mai fermati al Tondicello – hanno incontrato la comunità locale. Ne è nato un abbraccio reciproco, semplice e potente, capace di abbattere distanze e confini urbani.

Un lavoro che non è solo produzione materiale, è linguaggio dell’anima, relazione con la città e atto di fede vissuta.

Un valore emblematico è dato anche da quanto accaduto in questi anni precedenti: in occasione del rientro in chiesa della Candelora, il congresso si è intrecciato con momenti di festa e musica. Musicisti, cittadini e abitanti di altri quartieri — molti dei quali non si erano mai fermati al Tondicello — hanno incontrato la comunità locale. Ne è nato un abbraccio reciproco, semplice e potente, capace di abbattere distanze e confini urbani.

Un’esperienza che ha dimostrato come la comunicazione più autentica non sia mai arrogante o autoreferenziale, ma libera e capace di mettere in relazione mondi diversi nel segno della fede, della tradizione e dell’essere catanesi.

Oggi questo terzo congresso raccoglie i frutti di anni di incontri, riunioni, volontà, desiderio e gratitudine. Gratitudine verso Sant’Agata, padrona amata e luminosa, che continua a guidare i cittadini catanesi e i suoi artigiani. E gratitudine verso una tradizione che, se vissuta con coscienza e apertura, sa ancora parlare al presente e indicare il futuro.

Il Terzo Congresso della Candelora dei Mastri Artigiani vuole essere così un segno di coesione e di speranza: un invito a riconoscere nell’artigianato un patrimonio vivo, capace di unire mani, cuore e fede, e di restituire alla città una narrazione autentica della propria identità.

Discernimento

Ognuno ha un gran da fare, è così o no.
Eppure l’immobilità non è sempre assenza di azione: spesso abita le riflessioni, si colloca lontano dai riflettori, in una zona silenziosa dove il tempo non produce immagini ma senso.

I social ci portano a guardare e a leggere le imprese di molti. C’è chi cambia ufficio e celebra il gesto mangiando per la prima volta una pizza sulla scrivania; c’è chi pubblica un articolo sul lavoro teatrale che ha prodotto, e non si comprende bene di cosa tratti, perché il testo è relegato in basso mentre in alto campeggia tutt’altro. La gerarchia visiva sovverte quella del significato.

C’è chi realizza un video itinerante in un grande stanzone ben addobbato, un contest accompagnato da una musica soft e da un sax che ne segue il ritmo ripetente, in una condizione asettica, simile ai tapis roulant degli aeroporti: dispositivi che ti trasportano verso l’aereo o verso casa, a seconda della direzione. Il movimento è garantito, ma lungo il percorso non accade nulla, se non il desiderio di arrivare a qualcosa. Il moto diventa solo funzione, non esperienza.

Ma cosa significa davvero “avere un gran da fare”?
Significa essere in movimento, certo, ma non soltanto nello spazio: avere obiettivi, sognare di realizzarli, e talvolta riuscirci. Nel gran da fare c’è anche il silenzio, perché riguarda la meditazione; c’è la scrittura come promemoria, come atto di messa a fuoco. E c’è il caos dei pensieri, che a volte è esso stesso un gran da fare, un lavoro interiore non meno impegnativo di quello visibile.

In questo scenario emerge facilmente l’ostentazione: l’arte di impressionare, di offrire al fruitore un’immagine “sul pezzo” o “fuori pezzo”, una suggestione che non coincide con la produzione ma con la sua messa in scena. Nel fotografare e promuovere il gran da fare convivono coscienze differenti: la realtà, la fantasia, l’ironia e anche la bugia, intesa non solo come menzogna, ma come finzione, inappartenenza, irregolarità emozionale che genera altra irregolarità emozionale.

Poiché la società è divisa in generazioni, e ciascuna è libera di fare e dire ciò che vuole, diventa necessario che il discernimento (facoltà di formulare un giudizio o di scegliere un determinato comportamento, in conformità con le esigenze della situazione; avvedutezza, senno) si affermi come pratica comune, trasversale alle età. La sua utilità non è privata ma collettiva: è un livello prezioso di consapevolezza che discende dalla saggezza. Una saggezza che, a mio avviso, nasce e si consolida spesso lungo una linea mistica, attraverso un atto di fede. La pratica di devozione è allora un atteggiamento: pone la preghiera al primo posto, prima ancora del gran da fare. Non lo nega, semmai lo illumina, restituendogli misura, orientamento e verità.

Tutto questo può essere condiviso partendo da un dato semplice: venerdì 16 debutta la restituzione del mio laboratorio sul POTENZIALE, riferito a parola, dialogo e poesia. Da questo percorso è scaturito un copione teatrale dal titolo Io sono, nonostante tutto.

Rileggendo ogni passaggio, ogni memoria, diventa chiaro che non si tratta di sostituire una dichiarazione con un’altra. “Io sono” non è una formula da pronunciare né un’affermazione da esporre, è un’identità che si lavora e si approfondisce attraverso il gran da fare. Non precede il fare, non lo annuncia: ne è il luogo interno. Per questo può esserci il silenzio, non come rinuncia alla parola, ma come spazio necessario perché l’identità continui a prendere forma.

Va infine detto che molto spesso il gran da fare è anonimo. Ci sono persone che hanno un gran da fare senza renderlo manifesto, senza offrirlo allo sguardo pubblico, senza nemmeno attribuirsene apertamente la paternità. Accade anche che non sia scritto da nessuna parte chi sta facendo quel lavoro. Il gran da fare, in questi casi, è prima di tutto un dono a se stessi.

E quando questo dono è affettuoso, premuroso, attento, il gran da fare non forza la fruizione: vi giunge quando è il suo tempo, e allora lo fa in modo forte e intenso. Non so bene come si possa chiamare questa funzione. So però che, per me, è naturale. Non un artificio, ma una modalità strutturale dell’essere.

In questo senso, chi ha un gran da fare — umanisticamente parlando — non lo esercita come forma né come rivendicazione. Lo pratica. E attraverso questa pratica, concreta e non formale, alimenta altri gran da fare. Non per esposizione, per piacere, valore condiviso. Non per accumulo, per generazione.

Correre? Anche no!

Spesso arriva uno stimolo. Lo attraversiamo più o meno in fretta e, a un certo punto, pensiamo di poter dire: lo so, lo riproduco.

Quando lo stimolo arriva troppo velocemente, quando non abbiamo il tempo e la pazienza di riconoscerlo ed elaborarlo, quando soprattutto non abbiamo ancora costruito un’ossatura — un’esperienza — capace di sostenerlo, allora tutto rischia di trasformarsi in una corsa.

E la creatività, salvo rarissime eccezioni, è tutto tranne che una corsa. Il genio è fuori dalla competizione, perché semmai insegue se stesso. Perché nel momento in cui si vuole raggiungere un obiettivo, anche quando lo si raggiunge, ci si arriva spesso svuotati, scontati, senza aver davvero abitato il percorso. Senza averne goduto.

Ogni costruzione, ogni laboratorio nasce in modo particolare. Unico solo quando è unico, se nasce clonato è già vuoto.

L’amore come la passione nasce sempre per magia, una magia che nel laboratorio è continuità: continuità di relazioni, di esigenze, di incontri. Nasce da cause poste nel passato, cause che nemmeno io saprei definire con precisione, cause che esistono e che si interfacciano con tutti voi, perché appartengono a ciascuno di noi.

Qui c’è libertà.

E c’è la possibilità di approfondire il proprio potenziale.

Io sono un formatore, un maestro di teatro, e il mio compito non è chiedervi di correre né di dimostrare qualcosa. Il mio obiettivo è creare le condizioni per valorizzare ogni esperienza, ogni persona, ogni espressione. Perché la creatività, quando è dosata con cura, è magnificenza. Quando invece se ne abusa, diventa dispersione, e si svuota come la schiuma.

La base di tutto ciò che abbiamo fatto e faremo è l’ascolto, anche del silenzio, l’ascolto più difficile.

Ascolto di sé, degli altri, di ciò che si ha e di ciò che non si ha, di ciò che arriva, anche in modo inatteso. Da questo ascolto si procede: a piccoli passi o a grandi passi, ma sempre veri, sempre abitati.

Questo è lo spazio. Questo è il tempo. Da qui possiamo cominciare.

C60

Lavoro con la musica da molti anni, e nel tempo ho imparato ad ascoltarla in profondità, andando oltre la superficie del suono. La mia ricerca nasce dall’ascolto attento e continuo delle corrispondenze che la musica ci offre: emotive, sensoriali, culturali, vitali. Ogni selezione è il risultato di un percorso, di uno studio, di una sensibilità maturata nel tempo, con l’obiettivo di creare un dialogo autentico tra musica, spazio e persone.

Attraverso questo lavoro costruisco DJ set pensati non solo per far ballare o intrattenere, ma per dare un’identità sonora precisa a luoghi ed eventi: locali pubblici, manifestazioni, convention, incontri culturali o qualsiasi contesto in cui la musica sia interprete e protagonista del piacere, del divertimento e della condivisione. Il mio approccio vuole offrire a ogni possibile cliente un quadro chiaro, coerente e personalizzato, capace di valorizzare l’atmosfera e l’esperienza complessiva.

C60 nasce proprio da questa visione. Una carrellata di suoni, un omaggio al passato, vissuto nel presente e proiettato al futuro. Uno spazio in cui raccolgo selezioni e compilation che raccontano il mio modo di intendere la musica: come viaggio continuo, intenso e trasformativo. Un richiamo ideale alle cassette C60, da portare ovunque, oggi reinterpretate in forma digitale.

C60 è aperto a chi desidera contattarmi per qualsiasi tipo di DJ set, soprattutto per chi ama ascoltare la musica come esperienza profonda. Un viaggio capace di generare elaborazione, fantasia, immaginazione e di ampliare il proprio stato vitale.

C60 è un’esperienza di ascolto che accompagna, trasporta e trasforma. Un invito a lasciarsi guidare dal suono, a viverlo come linguaggio, energia e movimento.

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