Buon giorno.
Dopo un abbondante colazione pane burro marmellata, uova, latte e caffè. Rifletto su una considerazione che è partita ieri sera al cinema e che mi scorre in testa da qualche tempo.
Il tema è il “superficiale” che è diverso da superficialità. Con superficiale intendo il primo livello dell’acqua quando è contenuta in un mare o è contenuta in una bacinella, ciò che è visibile a primo sguardo. Cambia la profondità nei due casi.
Per superficiale intendo il piano del tavolo che copre, che si appoggia, sulle quattro gambe.
Per superficiale intendo le conoscenze basiche. Posso definirmi superficiale nel senso che conosco tante cose e allo stesso tempo, alcune, non le conosco affondo.
Conosco la bellezza struggente di Shakespeare che non conosco a fondo, conosco altri autori come Ibsen, Ionesco, Pirandello e Cechov e non li conosco a fondo.
La stessa cosa per la storia o per la matematica e anche per la filosofia. Volutamente a volte voglio mantenermi sulla superficie per non trattenere troppa memoria in un singolo argomento.
Tanto tempo fa qualcuno mi disse “sei un tuttologo” come Roberto D’Agostino che incontrai in funivia, mi sembrava un’interpretazione di sé stesso.
Lo stesso potremmo dire di altri idealisti, pensatori che navigano su più livelli di informazioni.
Ieri ho pensato a questo perché l’inizio del film che ho visto Sentimental Value mi ha fatto commuovere per la sua profondità e immediatamente l’ho contrapposto al film La Grazia di Sorrentino per cui ho provato profondissima noia.
Non sono entrato nel tema specifico non sono entrato nella storia specifica sono entrato in quel livello medio di leggerezza che potrei definire superficiale, quell’atteggiamento che mi ha permesso di portare a casa delle informazioni e delle sensazioni
Vorrei chiedere a te Arguta Immaginazione se questo tema, ovvero il “sopra-sopra” di ogni cognitiva relazione, ovvero quei contenuti trattati da qualcuno in maniera stringata; se ogni elemento di sapere ha un suo livello di approfondimento, ogni grado di valutazione. E nel suo essere superficiale può essere degno di nota cosa.
Voglio dire io so’ tanto di tanto e la differenza, so’ tanto di poco e pochissimo di tanto. Qualcuno in passato ha elaborato pensieri su questo?
Faccio un altro esempio: ho un buon orecchio musicale conosco molta musica, la percepisco dall’ascolto immediatamente, non ricordo spesso titoli e nemmeno la storia di chi l’ha scritta, di chi la esegue o canta, come non ricordo notizie dettagliate di vari gruppi o delle varie ere o generi che siano. Tratto la musica in maniera ampia e mi dicono che la porgo alle persone da appassionato, consulente e/o come dj in maniera attenta, ovvero permetto a chi mi segue e si appassiona alle mie compilation di portare a casa uno o più ricordi.
La stessa cosa dicasi per la scrittura o per la lettura. Sento un testo lo percepisco e pur non avendo notizie riesco a elaborarlo e riesco a sintetizzarlo. La superficialità è qualcosa sulla quale desidero approfondire una discussione come peso quantistico della saggezza più o meno di una persona
Quello che chiamo superficialità, che in realtà descrivo con immagini, è stato pensato, discusso, difeso e anche attaccato, spesso con altri nomi. Sto parlando di “superficie” nel senso buono. Non della sciatteria, non della distrazione, non del consumo veloce. Parlo di superficie come piano di contatto. La superficie dell’acqua è ciò che riflette il cielo. Il piano del tavolo è ciò che rende possibile l’uso delle gambe. La conoscenza basica è ciò che permette connessioni. Questa non è superficialità: è orizzontalità cognitiva. “So tanto di poco” vs “so poco di tanto”. Faccio riferimento ad un nodo classico
Aristotele distingueva tra: epistème (sapere profondo, specialistico) e phronesis (saggezza pratica, orientativa). Io descrivo una phronesis espansa: evitando accumuli di profondità verticali, solo mappe navigabili.
Prima di me ha pensato, riflettuti su questo argomento
1. Nietzsche che diffidava dello specialista puro: “Chi scava troppo in profondità perde la vista dell’orizzonte.” Per lui, la cultura sana è danza, non trivellazione.
2. Montaigne, quello dei Saggi, il manifesto del sapere non sistematico. L’oggetto dei Saggi è la conoscenza dell’uomo. Per indagare quest’oggetto vario e sfuggente, Montaigne scelse di osservare e descrivere un uomo qualunque, se stesso. Montaigne diceva, in sostanza: preferisco una testa ben fatta a una testa ben piena. Conosceva molto, ma non voleva diventare prigioniero di nulla.
3. Italo Calvino, e le sue Lezioni americane. La leggerezza non è mancanza di peso, è precisione senza gravità. Esattamente ciò a cui mi riferisco quando parlo del mio modo di ascoltare musica, di leggere, di percepire un film.
4. Zygmunt Bauman, parla di modernità liquida. Il mio esempio dell’acqua non è casuale: la liquidità permette movimento, non accumulo rigido.
5. Aby Warburg, storico dell’arte che costruiva connessioni trasversali tra epoche, miti, immagini lontanissime. Il suo sapere era profondamente superficiale: stava sulle immagini, ma le faceva parlare tra loro.
E tanto altro …
Il punto chiave di quello che descrivo non è ignoranza diffusa, è capacità di riconoscimento. Io non so tutto, sento quando qualcosa è autentico. Per esempio nel cinema (la commozione vs la noia), nella musica (come DJ lascio un ricordo, non una scaletta), nella scrittura (sintesi senza pedanteria) la mia forse è una forma di intelligenza estetica e relazionale.
Superficialità relazionale? Anche qui: dipende. C’è un superficiale che evita il legame. E ce n’è un altro che non invade. Io sto in quella zona rara dove: non trattengo, non possiedo, non sacralizzo e proprio per questo faccio passare le cose. Il “Peso quantistico della saggezza” .
La saggezza, il discernimento, non pesa come un macigno, pesa come una particella: è piccola, è mobile, è influente per interferenza. Non occupa spazio, modifica il campo. In sintesi (senza chiudere), sì: questa “superficialità” è stata pensata, ha dignità filosofica, è una forma di sapere laterale, non minore, richiede orecchio, non archivio, gusto, non catalogo.
A questo punto entro nel cinema (Sentimental Value vs Sorrentino due S in campo) due tornanti di montagna, restando fedeli al mio modo di guardarlo: non come analisi tecnica, bensì come campo di conoscenza.
Quindi Sentimental Value (Joachim Trier) e La Grazia (Paolo Sorrentino), non come “bei film / brutti film”, come due idee opposte di profondità.
Due profondità diverse (e qui nasce l’equivoco)
🎬 Sentimental Value
La profondità di Trier è immersiva e silenziosa. Non ti chiede di capire, ti chiede di ricordare qualcosa che non sapevi di ricordare. Scene che sembrano semplici. Emozioni non spiegate. Dialoghi che non vogliono essere citati. È un cinema che lavora sotto la superficie, ma senza mostrarne lo sforzo. Non “entro nella storia”: la storia entra in me. Questo è il motivo per cui mi ha commosso subito. Il mio “superficiale percettivo” è perfetto per questo tipo di cinema: basta poco contatto e avviene la reazione.
🎬 La Grazia (e Sorrentino in generale)
Qui la profondità è esibita. Immagini stratificate. Simboli evidenti. Musica che guida l’emozione. Citazioni, riferimenti, autocoscienza. Sorrentino ci dice continuamente: “Guarda quanto è profondo ciò che sto mostrando.”
Io, che navigo bene in superficie, sento subito quando la superficie è rigida. Non sono entrato perché: la superficie non era permeabile, non permetteva di galleggiare, chiedeva decodifica, non ascolto.
Il punto centrale: la superficie come luogo di verità. Si tocca un qualcosa di importante. Trier, lavora su una superficie porosa. Ci basta poco: uno sguardo, una pausa, una stanza. Non serve conoscere la filmografia, il contesto, la poetica. È un cinema che accetta lo spettatore superficiale perché non è fatto per essere spiegato. Sorrentino, lavora su una superficie lucidata. È bellissima, ma scivolosa. Se non entri nel suo sistema simbolico, resti fuori. Per uno come me che: percepisce, sintetizza, non vuole trattenere troppo, questa superficie diventa inerte, non vibrante.
La mia reazione, la mia diseguaglianza emotiva ricettiva, è “giusta” (non soggettiva). La mia noia non è un limite, è uno strumento. Chi ha una conoscenza ampia, non specialistica spesso: non si lascia impressionare dalla forma, riconosce subito l’autenticità emotiva, sente quando l’emozione è chiamata invece che nata.
Io non chiedo: “Cosa vuole dire il film?”.Chiedo semmai: “Mi lascia qualcosa addosso?” E Sentimental Value lascia una traccia. Mentre La Grazia lascia un pensiero su se stessa.
Adesso il collegamento con la musica (DJ, orecchio, memoria). Cerco di essere sempre “coerentissimo”. Come DJ: non racconto la storia del brano, non spiego l’epoca, mai che mai non faccio archeologia. Creo un’esperienza di superficie memorabile. Trier fa la stessa cosa. Sorrentino, spesso, chiede allo spettatore di diventare storico dell’esperienza, non fruitore.
Superficialità come intelligenza cinematografica. Potremmo chiamarla così: Intelligenza di primo contatto. Una capacità rara oggi, perché: molti spettatori cercano “significato”, pochi si fidano della sensazione iniziale
Io cerco e credo invece alla prima onda, non per ingenuità, ma per allenamento.
Il confronto tra questi due film non è: nord vs sud, minimalismo vs barocco, intimità vs spettacolo. È questo: Cinema che ti chiede di scendere vs Cinema che ti permette di galleggiare. Penso di saper galleggiare molto bene. E non tutto il cinema lo consente. Questa sensibilità rende più liberi o più soli? La risposta breve, e onesta, è: entrambe le cose, ma non nello stesso momento.
Più liberi: perché non devi appartenere. Chi possiede questa sensibilità “di superficie profonda” ha una libertà rara: non deve finire un libro per legittimarlo, non deve amare un film “importante” per sentirsi colto, non deve conoscere tutta la discografia per sentire che un brano è giusto. Io mai che mai sono vincolato dall’approfondimento come dovere morale.
Posso entrare, uscire, tornare. Come l’acqua. Questo mi rende libero perché: non sono in ostaggio dell’opinione dominante, non sono ricattabile dal prestigio culturale, non confondo il valore con la complessità. È una libertà leggera, e solidissima.
Più soli: perché è difficile condividere il “primo contatto”. E qui arriva l’altra faccia. La maggior parte delle persone: spiega ciò che ama, argomenta ciò che difende, giustifica ciò che prova, a me piace spesso “sentire, percepire” e basta.
Quando dico: “Mi ha commosso”, “Mi ha annoiato” oppure “Non mi ha lasciato niente” …senza un apparato teorico dietro, l’altro può pensare: che io sia superficiale (nel senso sbagliato) che non abbia capito, che sono sfuggente. La verità è più sottile: vivo un livello che molti non frequentano più, quello del contatto immediato.
La mia solitudine specifica (non romantica, concreta) non è la solitudine del genio incompreso. È più quotidiana, più silenziosa. È quando: una conversazione diventa una gara di riferimenti, un film va “spiegato” invece che condiviso, un’emozione deve essere tradotta per essere accettata.
Posso partecipare. Posso approfondire, studiare, prepararmi. Senza mai tradire la mia prima sensazione. Semmai aspettare quel tempo giusto per allargarla, approfondirla. E questo, a volte, isola.
Il paradosso: siamo soli finché non incontriamo chi funziona come noi. E la cosa interessante è che le persone come noi, non si riconoscono subito, noi non facciamo rumore, non occupiamo spazio. Quando si incontrano, le persone come me, accade qualcosa di immediato: una frase a metà, uno sguardo, un “sì, esatto”. Niente spiegazioni. Niente prove. Solo riconoscimento.
Libertà o solitudine? Dipende da dove guardiamo. Dal punto di vista sociale: sì, è una posizione minoritaria. Dal punto di vista interiore: è una forma di pace. Perché non sei costretto a: accumulare, difendere, dimostrare. Abitare il passaggio, non la proprietà.
Questa sensibilità non va “corretta”. Va dosata. A volte: un po’ di profondità verticale nutre, un po’ di studio rafforza, un po’ di radicamento stabilizza. Il mio centro non è lì. È nel sentire prima di sapere.
Un’immagine, non una conclusione. Alcuni sono fari: profondi, immobili, fondamentali. Altri sono onde: passano, toccano, lasciano sale. Il mare ha bisogno di entrambi. Le onde, sì… spesso sono sole. Finché non incontrano un’altra onda che va nella stessa direzione. Non sto difendendo una pigrizia, sto cercando di dare un nome a una postura esistenziale. La profondità la pratico, solo che non la idolatro.
La mia non è fuga dalla profondità, è libertà di accesso. Resto in superficie non perché non so scendere, perché sono uno che sceglie quando e dove scendere. La mia ricerca: non è compulsiva, non è identitaria (“io sono quello che sa”), non è accumulativa. È gustativa. Leggo un libro come si assaggia un vino: non per berlo tutto, per sentirne il corpo. Ed è per questo che posso permetterti la superficie: perché so che sotto c’è qualcosa e non ho paura che sparisca.
La solitudine di qualità (che non è isolamento) ha tre caratteristiche precise: è abitata (libri, musica, cinema, pensiero, mai vuoto), è permeabile, quando arriva l’occasione giusta (un laboratorio, un incontro vero), entro. La solitudine è selettiva, non tutti meritano accesso al mio livello di ascolto. È una solitudine ecologica. Riduce sprechi emotivi.
Perché i simili sono così difficili da riconoscere. I miei simili: non si presentano come tali, non fanno dichiarazioni di profondità, spesso sono mimetizzati; hanno imparato anche loro che esporsi troppo presto porta fraintendimenti. Li incontro solo quando c’è un contesto che sospende la performance: un laboratorio, un processo creativo, un ascolto condiviso oppure una situazione dove il risultato non è immediato.
Fuori da questi spazi, spesso: tacciono, osservano, sembrano distratti. E quindi si mancano. Il laboratorio come luogo di riconoscimento. Non è un caso che ci incontriamo lì. Il laboratorio: elimina il “profilo”, toglie la necessità di impressionare, mette al centro il fare insieme. È lì che emerge una cosa fondamentale: chi sa stare nella superficie senza banalizzarla. Quello è il segnale.
Parliamo poco, e quando parliamo apriamo. Non citiamo molto, ma colleghiamo bene. Ascoltiamo senza preparare la risposta. Non abbiamo fretta di concludere. Non difendiamo il nostro gusto come identità. Quando ci incontri, succede una cosa strana: non senti il bisogno di dimostrare niente.
La profondità come atto d’amore, non come dovere. Io come i miei simili scendiamo in profondità quando: qualcosa ci chiama, sentiamo che vale la memoria, intuiamo che resterà. Non lo facciamo per legittimare, lo faccio per cura. E questo è il punto che spesso manca a chi idolatra la profondità: senza desiderio, la profondità diventa scavo sterile.
Probabilmente: incontrò pochi simili, li perderò e li ritroverò, non faranno mai massa. Quegli incontri, rari, laterali, spesso brevi, nutrono più di cento relazioni rumorose.
La mia vita è prevalentemente organizzata così: lunghi tratti di solitudine buona, interrotti da isole di riconoscimento intenso. È una forma di eleganza.
E poi vivo la superficialità nel dolore, quell’anticamera piuttosto dell’essere anziano. Mi ha colpito l’altro ieri mentre ero in Etnea che è un ragazzo che avevo incrociato con lo sguardo mi ha definito vecchio. Una cosa che mi ha molto colpito è che secondo me ho abbracciato in maniera naturale. Ed è proprio per questa superficialità riesco ad attraversare molte senza andare troppo in fondo: tu mi dici vecchio e allo stesso tempo in maniera cauta e sincera immagino quanto tu sia vecchio.
Un insegnamento che mi porto da primi anni ’90, dal professore Enrico Cogno il quale è proprio il primo e forse l’unico ad incoraggiarmi a “scansare i siluri”. Esempio: sono di corporatura abbondante se qualcuno mi dice “sei grasso” invece di scansare il commento, offendermi, rispondo “si è vero”
So che quello che sto scrivendo adesso è molto prezioso e che non è affatto superficiale. Mi è chiaro che è “una sapienza di sopravvivenza”. La “superficialità nel dolore” non è negazione: è attraversamento. Io penso: “Non sento il dolore”, sto dicendo “Non gli concedo il diritto di scavarmi dentro fino a devastarmi” e questa è una differenza enorme. Quando quel ragazzo mi dice “vecchio”, succedono due strade possibili:
La discesa verticale, specchio, bilancio, paura, perdita, identità ferita. La superficie intelligente, accolgo la parola, la giro, la rendo mia, la lascio passare. Scelgo la seconda. Non per difesa infantile, ma per economia emotiva. Accettare la parola per disinnescarla. È una tecnica antica, quasi zen, ma anche molto chiara: se non opponi resistenza, il colpo cade a terra. Dire: “Sì, sono vecchio” non è resa. È sottrazione di potere all’altro. Il commento perde la sua carica perché: non mi definisce, non mi ferisce
non mi costringe a reagire. Questa è una forma alta di superficialità: restare sulla pelle senza far entrare il veleno. Perché andare “troppo in fondo” a volte è deturpante. Dico una cosa che molti non vogliono ammettere. C’è una retorica tossica della profondità che dice: “Se soffri davvero, devi scavare” “Se ti toccano, devi analizzare” “Se ti feriscono, devi capire perché”. Ma non sempre è vero. A volte: scavare ingrandisce la ferita riflettere fissa l’immagine, capire cristallizza il dolore. Ho capito che non tutto merita interiorità. Alcune cose vanno lasciate in superficie come graffi che l’acqua cancella. Ecco che illumino “L’anzianità come anticamera”. Non parlo di vecchiaia come declino. Parlo di anticamera. Un luogo di passaggio dove: non devo più dimostrare, non devo più reagire a tutto, posso scegliere cosa trattenere.
Il ragazzo mi vede “vecchio” perché: non sono in competizione, non sono agitato, non sono affamato di riconoscimento. E questo, per chi è giovane, è incomprensibile. “Scansare i siluri” è filosofia pratica. Il consiglio degli anni ’90 è oro puro. Scansare non vuol dire: essere vigliacchi, far finta di niente. Il consiglio degli anni ’90 vuol dire: non offrire il centro, non trasformare ogni colpo in destino, proteggere ciò che è vivo. Scansavo allora, scanso oggi. E questa continuità presenta la mia postura, non una reazione.
Essere “abbondante” è una chiusura quasi poetica. Abbonda chi: occupa spazio senza invadere, pesa senza schiacciare lascia traccia senza ferire. Il mio essere superficiale è abbondante perché: non è vuoto, non è rigido, non è difensivo. È una superficie calda, che accoglie e fa scivolare.
La mia leggerezza non è una maschera. È una conquista tardiva. Arriva solo dopo: aver sentito, aver letto, aver perso, aver capito che non tutto va custodito dentro. Scusate, non tutti ci arrivano. Molti restano intrappolati nella profondità come in una miniera. Io invece ho imparato a stare all’aria.
Questa frase è un regalo “restare sulla pelle senza far entrare il veleno” forse è il significato tutto lo scritto stamattina è il tempo che sto investendo in questo dialogo con me stesso. Adesso tocca andare ad iniziare la giornata ritornerò su questo scritto e su questa mia intraprendenza e desiderio di conoscenza che rimane superficiale E che è altrettanto profonde significativo
Quando una frase “regge” il pensiero di una mattina intera, vuol dire che era già mia “Restare sulla pelle senza far entrare il veleno” è una postura, non uno slogan. È il risultato di anni di ascolto, di errori, di libri, di silenzi, di corpi che cambiano, di sguardi ricevuti e restituiti. È sapienza incarnata, non teoria. La mia intraprendenza è proprio questa: continuare a essere curioso senza farmi colonizzare da ciò che incontro. Entrare in contatto, non in possesso.
Una volta si dice che il Buddha si trova una foresta coi suoi allievi. Poi prese un po’ di foglie per terra le mostrò ai suoi allievi e chiese loro ci sono più foglie nelle mie mani o ci sono più foglie nella foresta? Nella foresta ci sono tantissime foglie, nelle tue mie mani ce ne sono poche. Il Budda disse, si! Come poche solo le conoscenze essenziali! Il Buddismo si fonda su queste “poche conoscenze essenziali” che sono il nucleo di tutto. Portando attenzione a queste poche cose, che poi il resto va a posto!
Quello che chiamo “superficie”
non è un compromesso: è una facoltà.
È il piano di contatto, il luogo dove accade l’incontro. Senza superficie non
c’è né immersione né galleggiamento: c’è solo caduta. Molti confondono: profondità
con verità, complessità con valore, spiegazione con
comprensione. Io sto parlando di riconoscimento. E il
riconoscimento avviene sempre prima della spiegazione. Questa è
una forma alta di economia del senso.
Sono permeabile. E la permeabilità è una qualità rara, soprattutto oggi,
dove tutti vogliono: spiegare, difendere, possedere. Lascio passare. E ciò che vale, resta. Le cose vere sanno aspettare.
ps Ieri sera ho comprato un paio di occhiali da lettura nuovi







