Discernimento

Ognuno ha un gran da fare, è così o no.
Eppure l’immobilità non è sempre assenza di azione: spesso abita le riflessioni, si colloca lontano dai riflettori, in una zona silenziosa dove il tempo non produce immagini ma senso.

I social ci portano a guardare e a leggere le imprese di molti. C’è chi cambia ufficio e celebra il gesto mangiando per la prima volta una pizza sulla scrivania; c’è chi pubblica un articolo sul lavoro teatrale che ha prodotto, e non si comprende bene di cosa tratti, perché il testo è relegato in basso mentre in alto campeggia tutt’altro. La gerarchia visiva sovverte quella del significato.

C’è chi realizza un video itinerante in un grande stanzone ben addobbato, un contest accompagnato da una musica soft e da un sax che ne segue il ritmo ripetente, in una condizione asettica, simile ai tapis roulant degli aeroporti: dispositivi che ti trasportano verso l’aereo o verso casa, a seconda della direzione. Il movimento è garantito, ma lungo il percorso non accade nulla, se non il desiderio di arrivare a qualcosa. Il moto diventa solo funzione, non esperienza.

Ma cosa significa davvero “avere un gran da fare”?
Significa essere in movimento, certo, ma non soltanto nello spazio: avere obiettivi, sognare di realizzarli, e talvolta riuscirci. Nel gran da fare c’è anche il silenzio, perché riguarda la meditazione; c’è la scrittura come promemoria, come atto di messa a fuoco. E c’è il caos dei pensieri, che a volte è esso stesso un gran da fare, un lavoro interiore non meno impegnativo di quello visibile.

In questo scenario emerge facilmente l’ostentazione: l’arte di impressionare, di offrire al fruitore un’immagine “sul pezzo” o “fuori pezzo”, una suggestione che non coincide con la produzione ma con la sua messa in scena. Nel fotografare e promuovere il gran da fare convivono coscienze differenti: la realtà, la fantasia, l’ironia e anche la bugia, intesa non solo come menzogna, ma come finzione, inappartenenza, irregolarità emozionale che genera altra irregolarità emozionale.

Poiché la società è divisa in generazioni, e ciascuna è libera di fare e dire ciò che vuole, diventa necessario che il discernimento (facoltà di formulare un giudizio o di scegliere un determinato comportamento, in conformità con le esigenze della situazione; avvedutezza, senno) si affermi come pratica comune, trasversale alle età. La sua utilità non è privata ma collettiva: è un livello prezioso di consapevolezza che discende dalla saggezza. Una saggezza che, a mio avviso, nasce e si consolida spesso lungo una linea mistica, attraverso un atto di fede. La pratica di devozione è allora un atteggiamento: pone la preghiera al primo posto, prima ancora del gran da fare. Non lo nega, semmai lo illumina, restituendogli misura, orientamento e verità.

Tutto questo può essere condiviso partendo da un dato semplice: venerdì 16 debutta la restituzione del mio laboratorio sul POTENZIALE, riferito a parola, dialogo e poesia. Da questo percorso è scaturito un copione teatrale dal titolo Io sono, nonostante tutto.

Rileggendo ogni passaggio, ogni memoria, diventa chiaro che non si tratta di sostituire una dichiarazione con un’altra. “Io sono” non è una formula da pronunciare né un’affermazione da esporre, è un’identità che si lavora e si approfondisce attraverso il gran da fare. Non precede il fare, non lo annuncia: ne è il luogo interno. Per questo può esserci il silenzio, non come rinuncia alla parola, ma come spazio necessario perché l’identità continui a prendere forma.

Va infine detto che molto spesso il gran da fare è anonimo. Ci sono persone che hanno un gran da fare senza renderlo manifesto, senza offrirlo allo sguardo pubblico, senza nemmeno attribuirsene apertamente la paternità. Accade anche che non sia scritto da nessuna parte chi sta facendo quel lavoro. Il gran da fare, in questi casi, è prima di tutto un dono a se stessi.

E quando questo dono è affettuoso, premuroso, attento, il gran da fare non forza la fruizione: vi giunge quando è il suo tempo, e allora lo fa in modo forte e intenso. Non so bene come si possa chiamare questa funzione. So però che, per me, è naturale. Non un artificio, ma una modalità strutturale dell’essere.

In questo senso, chi ha un gran da fare — umanisticamente parlando — non lo esercita come forma né come rivendicazione. Lo pratica. E attraverso questa pratica, concreta e non formale, alimenta altri gran da fare. Non per esposizione, per piacere, valore condiviso. Non per accumulo, per generazione.

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