Cu ti lu dissi ca t’aiu allassari
Megliu la morti e no chistu duluri
Ahj ahj ahj ahj, moru moru moru moru
Sciatu de lu meu cori, l’amuri mio sì tu
Lo spettacolo, che ho visto pochi giorni fa, inizia e finisce così.
“Cu ti lu dissi” è un celebre canto popolare siciliano, reso famoso da Rosa Balistreri, che esprime un amore intenso, disperato e viscerale. Il testo, in dialetto, narra la sofferenza per un presunto abbandono, negando la separazione e invocando la riconciliazione (“paci facemu”) con l’amata. Il ragionamento poetico si fonda sul rifiuto del dolore, preferendo la morte all’idea di perdere l’altra persona.
Come collegare Cu ti lu dissi con La storia di una capinera di Verga?
Il canto esprime il dolore di un amore non corrisposto o tradito, con un tono lamentoso e intenso. Maria, nella Capinera, vive un amore impossibile per Nino perché costretta al convento. Nel canto, il soggetto lirico appare inerme, schiacciato da una situazione che non può cambiare; Maria è prigioniera delle convenzioni sociali e religiose, senza possibilità di scegliere il proprio destino.
La poesia comunica una sofferenza intima e silenziosa, tipica della tradizione popolare. Maria non si ribella mai davvero: il suo dolore è interiorizzato, fino alla malattia e alla morte. Cu ti lu dissi nasce dalla cultura popolare siciliana, semplice, autentica, “rotolante”. Verga, anche nella Capinera (opera giovanile), mostra attenzione per i sentimenti veri, quotidiani, senza idealizzazioni.
L’immagine iniziale che vivo entrando in platea – e nel caso di ZO Centro Culture Contemporanee per il cartellone di Palco Off – è questa: lei è già in scena. Gira su sé stessa. La gabbia. I fogli appallottolati. Porta subito all’abbraccio con lo spettatore a cui hanno appena scansionato un QR code o strappato in due un biglietto. Porta, dicevo, un canto ossessivo, frammentato. Un’immagine che, per me, resta immagine, non si trasforma.
Seguendo lo spettacolo ho la sensazione che l’attrice, in molti punti di questa grotta in cui la sua scrittura mi fa navigare, a volte accenda la luce, altre la spenga; a volte scatti un selfie, come la modernità vuole; altre ancora mi abbracci e, più spesso di tutto, mi guardi e mi dica: “guardami”.
Ha ragione a chiederlo: è bella in tutti i modi.
In tutto questo mi godo la gita a teatro, luogo infinito di infiniti. Penso che amo i monologhi, e che questo sia uno di quelli che mi fanno pensare di più, senza distrarmi. Anche dopo lunghi bui su voci registrate – che forse non scavano, non creano attesa – non so bene come definire la sensazione.
Un’attrice, prima di smaltire l’adrenalina, ha bisogno di tempo. Cerco uno spazio per parlarle. Mi racconta una parabola di gabbie possibili, già presenti nel testo: interiore, familiare, sociale, culturale, sentimentale; la definisce “una matrioska di gabbie”. Le dico che ho apprezzato molti segnali di devozione alla platea: lei, il cambio lento dell’acconciatura che si chiude su sé stessa (immaginavo fosse Nino), le luci, i suoni.
Mi dice: “Gli spettacoli vanno digeriti”.
Aggiunge che “lo stato confusionale è lo stato migliore con cui si può uscire da teatro”.
Il progetto di Rosy Bonfiglio, attrice di Avola (SR) che ha lavorato con Lavia, Ronconi e Calenda e altri, nasce nel 2016 a Roma in un’altra versione. Cambiavano la regia, il costume, la scena. Era un primo esperimento site-specific, un lavoro che si adattava ogni volta allo spazio, anche in forma itinerante: un’altra operazione. Avrei voluto esserci.
La regia, sempre di Rosy Bonfiglio, viene rimessa in piedi nel 2024 per questo spettacolo che oggi gira. Un monologo che asseconda un’esigenza artistica: dare voce a una riflessione sulla gabbia, liberare una spinta autoriale che l’ha condotta nei circuiti sperimentali della ricerca, per affermare che il teatro è ricerca. Aggiunge «Quando sento qualcosa di stantio, qualcosa che smette di vivere e si formalizza, un po’ mi turbo, e allora volo via come la Capinera».
L’obiettivo è fare domande e tenerci in movimento. Uscire forse senza risposte, ma con nuove aperture. Eccomi. Ci propone una ricerca, un’indagine collettiva sulle gabbie, un “confessionale tutelato” in cui restare in ascolto. Eccoci.
CAPINERA da Giovanni Verga di e con Rosy Bonfiglio
visto domenica 1 febbraio 2026 – ZO Centro Culture Contemporanee
Palco Off, XIII stagione

