IO SONO, nonostante tutto
Drammaturgia: Salvatore (Turi) Greco
Genere: Teatro di parola, teatro laboratorio, performance corale
Sinossi
Io sono, nonostante tutto nasce da una scrittura costruita per chiunque voglia partecipare, un teatro su misura per la comunità, per ogni comunità che abita lo spazio e il tempo condiviso che l’hanno generata.
È una drammaturgia sul teatro che nasce per rivelazione, prende forma dall’esperienza reale dei partecipanti, urgenza che non trova respiro, dal valore del restare: restare come atto artistico, politico ed esistenziale.
Lo spettacolo rende visibile un processo di crescita vivo tra maestro e allievi, disciplinato da passione, vigoroso e fragile, attraversato da scelte, interruzioni, ridefinizioni e resistenze. In scena Angela, Angelo, Gabriella, Ivan e Paola attraversano integralmente il cammino laboratoriale: la loro permanenza diventa materia drammaturgica.
Attraverso parola, corpo e musica, il lavoro indaga autenticità, identità, disciplina, impulsività, concentrazione e funzione del teatro oggi. Cinque figure simboliche – Amore, Arte, Incosciente, Equilibrio e Stupore – abitano uno spazio concepito come una “bolla”, un territorio sospeso in cui si sperimenta il senso dell’essere presenti.
L’uso dichiarato del copione in scena diventa scelta etica, azione propedeutica e poetica: senza nascondere il processo, senza simulare compiutezza, solo condividere responsabilmente il contenuto con il pubblico.
Io sono non è una dichiarazione identitaria, ma un atto di presenza.
Nonostante tutto è una presa di posizione: affermare il valore dell’esperienza reale anche quando è lenta, fragile, marginale o non immediatamente riconosciuta. No evasione, no terapia. Un luogo in cui restare, agire e scegliere. Nonostante tutto.
NOTA DI REGIA
Salvatore (Turi) Greco
Dal 1990 il mio lavoro parte da un presupposto semplice e radicale: trasformare la realtà in fantasia. È più pratica che poesia.
Quando le mie idee non trovavano produttori, ho imparato a partire da ciò che c’era: uno spazio, delle persone, un tempo imperfetto. Trasformando il limite in linguaggio. L’assenza di struttura in occasione scenica.
Con il tempo ho capito che questa non era una scorciatoia: era una posizione contemporanea. Lavorare con ciò che esiste. Intercettare il momento in cui una condizione – anche fragile, anche improbabile – diventa necessaria.
Le mie idee sono visionarie. Non si impongono. Si incarnano. Richiedono tempo. Richiedono pazienza. Per questo non parto da un concetto da dimostrare, parto da un’idea possibile che può accadere ora.
Ho attraversato anni di produzione aziendale, eventi in Italia e all’estero, costruendo autonomia, disciplina e resistenza. Il mio teatro ad oggi è stato costruito con ostacoli, deviazioni, silenzi. Il mio teatro non mi ha mai concesso un percorso lineare. Gli ostacoli non mi fermano. Mi attivano.
Io sono, nonostante tutto nasce in una condizione che qualcuno definirebbe improponibile: cinque identità sconosciute, un tempo limitato, risorse minime, una struttura fragile. Eppure da questa fragilità è emersa una forma viva. Imperfetta. Poco rassicurante. Autentica. Questo spettacolo è un nuovo punto di partenza. Se accolto, verrà affinato. Non perché incompleto, perché il processo è la sua natura. Non porto al Festival un prodotto confezionato. Porto un atto di presenza. Un lavoro che sceglie di restare quando sarebbe più semplice rinunciare. Trasformare la realtà in fantasia oggi più che mai significa per me generare il necessario nel sistema contemporaneo. E questo è solo l’inizio.
Nel mio cassetto ci sono altre storie, altre forme, altri esperimenti: Parità, una commedia surreale; 47 Stereo, un kolossal teatrale; Semplice, un monologo da riprendere; Autista, tra teatro e documentario, viaggio di un regista che attraversa la Sicilia con sette attrici e una troupe al completo; Avamposto, monologo di vissuti personali; e tutto ciò che ancora arriva, emerge, cresce.
Questa vivacità, questa prontezza, è il mio motore. E oggi, finalmente, riconosco uno spazio di confronto con intelligenza, attenzione e chiarezza – qualcosa che fino ad ora ho cercato e faticato a trovare, incontrando spesso occhi sbarrati e incomprensione. Il Festival è il luogo per questo dare/fare: per l’atto di presenza, per la possibilità di abitare la scena come esplorazione, come necessità, come processo vivo. Io sono, nonostante tutto. E resto.
Disciplinato significa scegliere.
Scelgo la vocazione.
Anche quando il risultato tarda ad arrivare.
Anche quando il dubbio è più forte dell’entusiasmo.
La disciplina è senza rigidità.
È la direzione che il progetto assume e difende.
Anche quando il processo chiede tempo, ascolto, fatica, azione.
Per me la disciplina è un atto d’amore.
È la decisione quotidiana di abitare lo spazio creativo con responsabilità.
È dare forma al caos senza tradirlo.
In un tempo che premia la velocità, disciplinato è un gesto controcorrente.
È proteggere ciò che cresce lentamente.
È dire “io sono” anche quando sarebbe più facile deviare il pensiero.
Questo progetto nasce da una scelta semplice e radicale: riconoscere che la funzione viene prima dell’azione.


Bello turi, l ho visto tutto……. Un grande capo lavoro sei tu ❣️
esprimi un’idea chiara di teatro: scegliere, restare e creare a partire dalla realtà. La disciplina diventa un atto d’amore e responsabilità, generando un teatro autentico e contemporaneo.
P.S. Continua a restare, creare e credere: il tuo teatro è necessario.