🎧📸 Prima sera di Sanremo 2026
Orecchio fotografico di Salvatore — Parlo con la musica
Tre ore davanti allo schermo. Trenta canzoni. Trenta immagini possibili.
La prima serata del Festival di Sanremo non è solo una gara: è uno specchio. Ogni anno la musica italiana si guarda dentro.
Vedo mercati e mercanti. Falò notturni. Balere che odorano di lacca e nostalgia. Gelati d’estate che colano sulle dita. Teatri pieni.
Il mio metodo si chiama orecchio fotografico. Mi chiedo se una canzone sia bella. Le chiedo: Che immagine lasci? Che spazio costruisci dentro di me? Che scena rimane quando ne arriva un’altra?
Sanremo è una lente d’ingrandimento gigantesca. Questa prima serata è stata un attraversamento. Una mappa emotiva. Quello che segue è un archivio di immagini.
Tre ore davanti allo schermo. Trenta storie da raccontare dentro trenta canzoni. Sono tante quando decidi di non lasciarle scivolare via. Questa prima serata per me è mappa emotiva.
Sanremo gioca tutto sulla tenuta dell’identità. Chi sa chi è, arriva.
Chi imita, evapora. Io reagisco di pancia, di immagine sonora. La mia osservazione coglie un punto centrale di questa prima serata: la differenza tra presenza artistica e semplice esecuzione. Il metodo dell’“orecchio fotografico” applicato qui è interessante perché l’orecchio fotografico, è una elaborazione: una pratica di ascolto che non si ferma alla performance vocale né alla scrittura musicale, cerca l’immagine interiore che ogni brano lascia in chi ascolta, cerca l’immagine sonora che resta impressa. La prima serata di Festival di Sanremo 2026 diventa un archivio emotivo. Un luogo dove la canzone italiana, ogni anno, prova a capire se stessa.
Io ascolto e vedo scene: mercati che esplodono, falò notturni, balere, nostalgie, gelati d’estate. Non riesco più a sentire una canzone senza che diventi spazio. Ed è qui che il mio metodo diventa interessante, quasi necessario. Perché l’orecchio fotografico non è una metafora poetica:
è un dispositivo percettivo. Non chiedo alla canzone se è bella. Le chiedo: che immagine lasci? che immagine trasformi o adatti alla precedente?
Proverò adesso a fare una recensione delle immagini, dei suoni che sono rimasti, con il mio sentire: li metto in fila dal primo al trentesimo e cerco di dire per ognuno qualcosa. Lo stesso lo analizzo e lo metto in terza persona. Molti avranno fatto recensioni io la sto facendo con l’orecchio fotografico che è da anni una delle tante metodologie del mio format PARLO CON LA MUSICA che dedica attenzione, ricerca, all’ascolto musicale.
La prima serata per me è stata un attraversamento: mercato, teatro, falò, balere, nostalgie, gelati estivi. Attraversato un paesaggio emotivo. Riconosciuta la funzione più antica della musica: sospendere la normalità. Comunque sia Sanremo è la competizione canora storica che mette in fila la musica italiana.
In ordine di scaletta prima serata
1. DITO NELLA PIAGA
Con Dito nella Piaga mi arriva una teatralità viva e sporca che impazzisce di giorno, in una festa che rompe le regole. L’euforia che serve. Un misto di discoteca clandestina e Rocky Horror Picture Show. Un momento di follia In un mercato in cui una commerciante lascia perdere i clienti e inizia a cantare assieme ad altre commercianti quindi si attiva una euforia che ci piace. L’euforia molto spesso è necessaria, distrae da convenzioni. Teatralità con quel gusto per l’eccesso che rompe la quotidianità. L’euforia come gesto politico contro la convenzione questo è un punto forte del mio sguardo che mi piace. Perfetta immagine di energia collettiva. Distrazione dalle convenzioni, gioia pura. Fotografia: mercato in festa, euforia collettiva, teatralità sporca. Gesto: entusiasmo travolgente, energia che rompe convenzioni. Scintilla: gioia pura, distacco dalle regole, performance politica dell’euforia.
2. MICHELE BRAVI
Michele Bravi entra in scena come un attore che sa di essere osservato da una platea e cerca il suo lato migliore. Ci troviamo davanti un misto tra Carmelo Bene e Ettore Petrolini, con uno sguardo da bullo capo comitiva anni Trenta. La postura è teatro, interessante. La voce è quasi dissociata dal corpo. C’è una caricatura consapevole, una misura petroliniana che non diventa mai parodia. Cosa direbbe Petrolini? Forse sorriderebbe. Qui il mio orecchio fotografico diventa occhio drammaturgico. Comunque no canzone è una poesia frettolosa. Fotografia: palco come teatro anni ’30, sguardo da capo comitiva, bandito poetico. Gesto: postura teatrale, caricatura consapevole, contrasto persona/canzone.Scintilla: ironia drammaturgica, intensità scenica, attenzione all’immagine sonora.
3. SAYF
Sayf canta come fa chi contesta al centro di una piazza. Come la confessione gridata sul pianerottolo in pieno condominio gremito di voci e di domande all’estrema periferia di una città. Vedo fisarmoniche balcaniche. Bracieri improvvisati. Vino rosso nei bicchieri di plastica in gita notturna fuori Roma. Vedo la musica, musa. Un ragazzo che voglio spostare dalla Tunisia all’Est Europa. E’ moldavo? Bulgaro? Forse russo? Un ragazzo da accogliere, fa di tutto perché accada, anche e a me rimane il dubbio: scaltro o altro. Figlio di un artigiano, canta in italiano davanti all’Ariston di Sanremo, è arrivato in bicicletta, vuole entrare ad esibirsi. Due immagini si sovrappongono: il migrante e il protagonista televisivo. Allegria amara. Italia profonda che corre controvento. Fotografia: gita notturna fuori Roma, trenino di fisarmoniche, contaminazioni balcaniche. Gesto: canto sincopato, caricatura di umanità concreta.Scintilla: intensità emotiva, contrasti culturali, immagine di fuga poetica.
4. MARA SATTEI
Mara Sattei arriva come si arriva a Sanremo quando “bisogna esserci”. Sanremo è Sanremo. Partecipare è già una dichiarazione di esistenza. La vedo entrare come una cameriera dolcissima. Accogliente. Presente. Poi, lentamente, qualcosa si irrigidisce. Diventa manichino. La voce è buona. Tecnica solida. Professionalità evidente. Tra la cameriera e il manichino si perde l’esserci, l’adesso. L’esibizione si disperde in piccoli gesti corretti, in un controllo che non si lascia attraversare dall’emozione. La guardiamo più come personaggio che come necessità. Non manca la competenza. Anche qui manca il rischio. Bella tecnica senza rischio è vuoto. Impatto emotivo leggero. Partecipazione più di presenza che di urgenza. Fotografia composta. Profondità ridotta. Fotografia: cameriera/manichino, esibizione elegante ma dispersiva.Gesto: tecnica vocale pulita, presenza scenica più di facciata che di cuore.Scintilla: minimalismo scenico, immagine riconoscibile, impatto emotivo limitato.
5. DARGEN D’AMICO
Dargen D’Amico entra prima di essere annunciato. Sembra una mosca che attraversa lo spettacolo e sparisce. Arriva un’indecisione pur mantenendo aspetto euforico. Didascalico nella sua abbondanza e simpatia. Cerco. A volte l’orecchio fotografico non trova la fotografia: resta il movimento. Torna il mercato, tornano le bancarelle. Solo vibrazione. Suggestione senza struttura. Ho scavato cercando un senso non l’ho trovato. Leggera confusione narrativa. Tentativo più che struttura. Fotografia: ingresso imprevisto, confusione narrativa, movimento più che struttura. Gesto: ricerca di senso nel caos, suggestione visiva.Scintilla: energia narrativa più che emozionale, momento curioso ma sfuggente.
6. ARISA ⭐
Arisa ricorda a tutti che questo è Sanremo. Vestito bianco. per un musical che scrive pagine di diario tra una nota e l’altra. Ascoltiamo grande consapevolezza. Siamo partecipi di una gara canora che predilige grandi cantanti, una di questa Arisa in la “Sirenetta del Festival”. Una magica favola che ci racconta: “La passione non c’entra con il cuore e si confonde con il dolore” e aggiunge “se finisse il mondo in questo istante fumerei una sigaretta” cinema puro, vera magia. Elegantemente svampita. Quando la voce costruisce mondi, rispondo subito. La mia prima stellina nasce lì. Voce potente e teatralità evidente, emozione tangibile. Stellina meritata. Fotografia: vestito bianco, presenza da musical, pagina di diario in scena. Gesto: voce potente che costruisce mondi, teatralità evidente. Scintilla: magia scenica, emozione tangibile, prima stellina.
7. LUCHE’
Luchè porta in scena il suo “Labirinto” che per essere tale, deve avere profondità. Ombre. Angoli ciechi. Qui vedo un uomo che cammina verso un bar . La strada partecipa più di lui. Gli sguardi attorno raccontano più della voce. Si siede. Trova un amico. Parla d’amore come si parla del traffico: frettolosamente. Il loop è leggero, quasi diluito. Una lamentela senza peso specifico. Come se il dolore fosse più dichiarato che vissuto. Ogni amore scava. Qui la superficie resta liscia. Mi colpisce questa contraddizione: il titolo promette smarrimento, ma l’interpretazione non si perde mai davvero. Rimane in superficie, prudente, controllata. È un controcampo minimalista rispetto alla retorica spesso enfatica del Festival di Sanremo. Il minimalismo richiede densità. Silenzio carico. Presenza. Qui sento fretta. Come se ci fosse altro da fare. Come se questo palco fosse solo una tappa. Confermo la prima sensazione: smarrito. Non nel labirinto. Nella necessità di attraversarlo. Fotografia: smarrito, profondità inesistente, esibizione come caffè tra amici. Gesto: sofferenze d’amore filtrate, controcampo minimalista. Scintilla: autenticità debole, contraddizione tra intenzione e resa.
8. TOMMASO PARADISO ⭐
Tommaso Paradiso è un artista che rimodula sempre, asciuga. Senza cambiare pelle: accorda la stessa anima su frequenze diverse. “Sarebbe stupendo non rovinare tutto.” È una frase fragile. Sta in piedi come un bicchiere sull’orlo del tavolo. Musica per giorni malinconici. Per chi guarda il cielo dal finestrino di un treno. Per chi tiene un pianoforte in tasca: la suggestione mi appartiene. Si entra in uno spazio familiare, l’atmosfera è teatro, presenza emotiva. Una coralità che mi riporta ai Pooh, attraversati nella mia infanzia. Melodismo senza vergogna. Ritrovo la mia spudoratezza. Grazie Tommaso, incoraggiamento. Romanticismo dichiarato. Mi sorprendo a immaginarmi sul palco con la stessa passione con cui sto lavorando al mio spettacolo “Avamposto”. Lui accende la televisione nella notte. Io la spengo e cerco il silenzio, o la musica pura. Eppure, in quel momento, eravamo nello stesso spazio. Con Tommaso mi sono sentito dentro la scena. Immedesimazione corporea. Seconda stellina. I romantici sono identità confusa nelle lacrime spontanee di ogni vibrazione . Fotografia: teatro romantico, melodismo e coralità emotiva. Gesto: immedesimazione corporea, atmosfere malinconiche. Scintilla: coerenza emotiva, erede melodico dei Pooh, seconda stellina.
9. ELETTRA LAMBORGHINI
Entra “Ketty” al matrimonio di un cugino acquisito. Narrativa perfetta. Ironia e provocazione come categoria estetica “fru frù”. Non trovo un senso oltre la provocazione, oltre allo sguardo impenetrabile è provocante. Voilà se vogliamo è il titolo di una canzone che fa rima con inutilità oltre lo spirito pop, oltre l’impatto scenico immediato, solo che c’è un contenuto limitato. Noia. Fotografia: ingresso da “matrimonio di un cugino acquisito”, ironia provocante. Gesto: provocazione estetica e teatrale. Scintilla: impatto scenico immediato, contenuto limitato.
10. PATTY PRAVO ⭐
Un’icona di eleganza, di pensiero trasversale, mantiene la sua immagine coerentemente. Filosofia magistrale di sensualità che posta così sarebbe incredibile vista la storia che ci racconta, ogni volta che incrociamo lo sguardo, la sua voce e la sua prestanza fisica. Patty Pravo non entra in scena. Appare. Un omaggio letterario che resiste al tempo. Un’icona che non insegue l’immagine: la governa. Eleganza come postura mentale prima ancora che fisica. C’è una filosofia della sensualità nel suo modo di abitare il palco. Non è provocazione. È consapevolezza. Il testo è minimale. A tratti sembra un quaderno lasciato aperto sotto un albero durante un picnic: appunti sparsi, frasi brevi, evocazioni. Qualche ripetizione. Qualche eco retorica. L’interpretazione trasforma l’appunto in storia. “Filosofi del niente” e per un attimo immagino Manlio Sgalambro che scrive per Franco Battiato, poi va al mare con Patty, giocando a pallavolo nell’acqua bassa. Pensiero alto e leggerezza balneare. Metafisica e follia quotidiana. Il titolo non è simbolico. È dichiarativo. “Opera” di nome e di fatto. Vedo uno specchio davanti a lei. Lo specchio le chiede: Cantami ancora il presente. E il presente accade davvero, in diretta televisiva, plateale e perfetto. Non nostalgia. Non revival. Presenza. Sì, la narrazione è minimale. Retrogusto limpido: filosofia e scena coincidono. Stellina logica.
11. SAMURAI JAY
Suggestione urbana. Impatto limitato. Fotografia parziale. Samurai Jay mi appare come un personal coach dopo l’ultima sessione della giornata. Ha contato respiri, corretto posture, motivato corpi. Poi torna a casa. Taglia le verdure. Accende il fornello. E canta. Esce. Una panchina. Si siede. Poi ci sale sopra, come se la città fosse un palco. Per un attimo penso a La La Land. Qui il cielo non si apre. Resta il neon. La canzone si muove in un disordine urbano: cucina, marciapiede, notte. Una teatralità narrativa che costruisce una mini-sitcom sentimentale più che un’esibizione da Festival. La domanda che mi resta è semplice: a che serve questa scena? L’immagine c’è. Ancora un altro che non scava. Ancora un altro che sorvola.
12. RAF
Raf canta “Ora è per sempre”. Titolo definitivo. Quasi solenne. L’accordo iniziale mi insegue. Lo riconosco senza afferrarlo. Un’eco anni ’80 che gira nella memoria come una fotografia sbiadita. Il loop mi resta addosso per ore. Poi, mentre sto per pubblicare queste righe, arriva. Finalmente. È Flirt #1 di Francesco De Gregori, dall’album La donna cannone.
Raf canta “Ora è per sempre”. Ecco perché quella sensazione di ritorno. Non era solo nostalgia. Era memoria attiva. Il “per sempre” di Raf si appoggia inconsapevolmente a un passato che ha già cantato l’eco dell’amore con leggerezza e malinconia. Il problema non è la citazione invisibile. È che lì, in De Gregori, il loop diventava atmosfera. Qui resta struttura. Raf canta bene. Professionale, controllato. L’emozione passa attraverso un vetro.
Il ricordo brilla più del presente. Il “per sempre” resta, non brucia.
13. JAX
J-Ax entra con un nome che porta già storia. E forse anche un po’ di usura. Il suono ha qualcosa da balera italo-americana: fisarmonica immaginaria, ritmo da festa di paese trasportata oltreoceano, coro facile che chiede complicità immediata. Prima ancora che canti, arriva un atteggiamento. Un’energia aggressiva leggermente controllata, “al dente”, come se la battuta servisse a evitare lo scontro vero. Un’ironia che dovrebbe alleggerire, resta in superficie. Forse appesantisce, forse rumorosa. La penso solo io così. Dietro, la coreografia. Più saggio scolastico che dispositivo teatrale. Un movimento ordinato che non aggiunge senso, funzione abbrutita di riempiere lo spazio. Il testo accumula slogan: password, benzina, ibrido, coro da stadio. Frasi che sembrano voler fotografare il presente, lo sfiorano soltanto. “Dice l’uomo che mi fa la benza” è un’immagine che potrebbe aprire un mondo. Qui resta appunto.
Mi chiedo: quale direzione vuole prendere adesso? Qual è la traiettoria adulta di questo artista? Forse sono severo. Ma quando l’ironia non scava e la teatralità non si compie, l’immagine si sgonfia. Resta una sensazione di rumore organizzato. Molto movimento. Poca profondità. Fotografia affollata. Centro assente. Cosa voglio dire? C’è un’energia da festa organizzata con largo anticipo. Tutto funziona. Tutto è al suo posto. Ma non succede niente. Il divertimento è programmato, non esplode. È quello di una sala da ballo alle cinque del pomeriggio: luci accese, animazione diligente, applauso educato. E qui nasce la mia domanda: qual è la logica di questa presenza dentro il Festival di Sanremo? Sanremo è tradizione, certo. È popolare, certo. Ma è anche esposizione massima. È rischio. Qui il rischio non lo vedo. Vedo mestiere. Vedo pacche sulle spalle. Inutili compiacimenti. Vedo struttura. Borghesia vetusta. Vedo intrattenimento. Non vedo necessità. E quando manca la necessità, l’immagine si disperde. Fotografia affollata. Centro ancora assente.
14. FULMINACCI ⭐
Fulminacci piace a Valeria. E questo è un dato. Questa recensione nasce anche da un ascolto condiviso. E quando l’ascolto è condiviso, il giudizio non è mai neutro. A prima vista mi appare come il cocco della professoressa. Il ragazzo diligente. Già un po’ adulto prima del tempo.
Mi viene da pensare, provocatoriamente, al Fausto Leali del 2026, ma in versione cameretta universitaria. Un timbro che vuole essere profondo, già sedimentato. Poi scatta qualcosa di più personale. Mi ricorda un coinquilino di anni fa: brillante, intelligente, ma attraversato da una frustrazione sottile. Quella sensazione di essere sempre sul punto di qualcosa che non accade. E mentre ascolto Fulmincacci sento quella stessa vibrazione: una malinconia che si mescola a un’ironia un po’ tagliente. “Solo dove stavo ieri ho sempre più pensieri.” È una frase che resta. C’è un’identità precisa. Un’introspezione reale. E allora mi fermo. Perché tutte le persone sono diverse. E forse anche quella postura che mi infastidisce è solo una forma di difesa, o di sfortuna, come lui stesso suggerisce. Il mio orecchio fotografico qui non è neutrale. È attraversato dalla memoria. Brano identitario. Introspezione autentica. Stellina condivisa. Anche perché piace a Valeria. E lei piace a me.
15. LEVANTE
Levante, conterranea, già oltre l’età della spensieratezza, entra con una grinta unica, quasi preistorica, che ricorda la forza di “Tanti auguri ma non ti conosco” di Alfonso. Levante nasce a Caltagirone, città di ceramiche millenarie, barocco fiero e della celebre Scalinata di Santa Maria del Monte: un luogo che racconta identità, tradizione, orgoglio. Nel 2001 si trasferisce con madre e fratelli a Torino, un passaggio che segna l’incontro con nuove possibilità e orizzonti urbani. Il nome d’arte Levante nasce per scherzo con un’amica durante l’adolescenza, ispirandosi al protagonista del film Il ciclone. Un gioco di parola che diventa identità artistica. La sua vita privata ha attraversato sfide profonde: dalla maternità e la depressione post-partum — tema affrontato anche nel brano Vivo al Festival di Sanremo 2023 — a relazioni che l’hanno messa alla prova. Levante trasforma queste esperienze in poesia e canzone, in spunti per riflettere sulle emozioni più profonde. La sua musica non è solo espressione personale: è impegno sociale. Femminismo, ecologia, diritti civili emergono con naturalezza nella sua presenza scenica.
Levante è artista e testimone. Ricordo di averla incontrata alla festa del 1 maggio a Roma nel 2015. Quel ricordo si mescola all’immaginario di Sanremo: reale e surreale insieme. La regia televisiva le offre un ingresso evocativo, un assist che amplifica la sua presenza. E canta: “Cerco la mia postura… E così ci si innamora.” Non spiega solo l’amore. Ci invita a capirlo assieme. Il mio coinquilino commenta: “Non è male.” Non è male? La banalità del giudizio di superficie contrasta con la profondità evocativa del gesto artistico. Da Alfonso e “La vita di merda” a oggi, Levante mantiene un filo di autenticità: rock leggero, ironia, leggerezza, con uno sguardo che guarda avanti e dentro. Brano costruito, sì. Ma con quel filo di scintilla che mantiene l’immagine viva.
16. FEDEZ e MASINI
Fedez e Masini: due pachidermi. Per esperienza (entrambi). Per età (Masini). Due scuole. Due generazioni. Le voci si contrappongono come amici o amanti sconosciuti: a volte dialogano, altre volte non si incontrano. C’è armonia. C’è tensione. E, sorprendentemente, un filo invisibile che ricuce il discorso iniziato da Levante: un giorno comprenderò cos’è l’amore. Masini canta come una casalinga incazzata, tutta energia trattenuta. Fedez come un professore irritato, pronto a spiegare ma riluttante a insegnare davvero. La contrapposizione diventa narrativa. Ogni frase, ogni fraseggio, costruisce un dialogo tra mondi diversi. Poliedricità dei significati. Racconto in tonalità multiple. Eppure, dietro la scenografia, percepisco il manierismo. La logica del business discografico. Nessuna naturalezza. Tutto appare calcolato a tavolino. Li inviterei a scrivere solo quando c’è necessità, come ho scritto per altri artisti. Forse ho torto. Forse no. Mi sembra tempo perso. Mi auguro che questa sia per entrambi solo una pausa. Fotografia tecnica. Cuore assente. Scintilla sospesa.
17. ERMAL META
Ermal Meta è il momento in cui, ieri sera, mi sono addormentato davanti al Festival. Oggi riaggancio il video sul replay. Vedo il palco. Vedo un vissuto che probabilmente simboleggia l’artista, o chi per lui. Una bambola in un luogo di guerra. Immagine poetica. Eppure… non mi arriva. Non arriva lo strazio. Non arriva la simbologia. Resta un esercizio poetico elegante, sì, ma distante. Potrebbe trasformarsi in qualcosa di teatrale: un girotondo surreale, ironico, capace di sorprendere. Ma qui non succede. La bambola in guerra resta sospesa, simbolo incompiuto. Se il simbolismo non arriva, lo dici. È onestà critica. Risultato: simbolismi poco efficaci, girotondo possibile ma non realizzato, poesia esercitata, impatto emotivo limitato
18. SERENA BRANCALE ⭐⭐
Serena Brancale è sempre maestosa. Sempre elegante. Sempre coraggiosa. Sempre partita da zero. In questa esibizione, sostenuta dalla presenza discreta di sua sorella, a cui poi rivolgerà un ringraziamento, la voce si fa carne: cambia, trasforma la rabbia in respiro, in attesa, in forza. Sentire è un’opera nell’anima. Importantissimo. Sul palco, il pathos si percepisce. La preghiera sembra rivolta a chi non c’è più, probabilmente a sua madre. Un pensiero sospeso, una sosta interiore che appare anche nel video, quando la si vede davanti al mare, assorta, in un momento di introspezione profonda. Le mani si muovono come se suonassero un pianoforte invisibile, creando un gesto poetico perfetto. Il vestito bianco, stesso colore scelto da Arisa, segna una coincidenza visiva interessante. La scenografia, le luci, il vestito, la voce: tutto concorre a un momento di grande bellezza. “La tua voce cambia la rabbia, la sete e la fame”, frase che resta sospesa nell’aria, amplificando la fusione tra tecnica e sentimento. Brava Serena. Bravissima. Qui c’è entusiasmo vero. Perfetta maestosità, eleganza e coraggio. Fotografia riuscita. Gesto poetico. Dedica silenziosa. Stellina meritata. Forse due.
19. NAYT ⭐
Nayt si presenta con un’identità forte e concentrata, che cattura subito l’attenzione sul palco. Gli archi all’inizio del brano creano una suggestione delicata, quasi pittorica, e accompagnano l’entrata dell’artista con un pathos evidente. Il paragone Ultimo emerge nella costruzione dell’identità sul palco: precisione interpretativa, ripetizioni efficaci e melodie che rimangono impresse. La ripetizione “Io chi sono, chi sei te” diventa un gesto poetico, un interrogativo sospeso sull’identità, uno strumento di sottolineatura e introspezione. Il richiamo a Daniele Silvestri si coglie nell’attenzione al dettaglio e nella capacità di raccontare emozioni e narrazioni con naturalezza poetica. Nayt unisce così due mondi: la precisione melodica e l’impatto emotivo di Ultimo, con la poliedricità narrativa e l’intelligenza musicale di Silvestri. Brano solido. Interpretazione concentrata. Ripetizioni vincenti. Originalità percepibile. Stellina possibile.
20. MALIKA AYANE ⭐
Malika Ayane inizia subito con il segno di Sanremo: ritmo, palco, sequenze che oscillano tra bianco e nero e colori, come un quadro in movimento. La voce è una linea viva, autentica, forte. Potrebbe benissimo essere cantata da Serena Brancale o da Ornella Vanoni: un filo che attraversa generazioni, con stile e personalità. Malika interpreta la nostalgia con ironia, con leggerezza, con allegria. Un senso buffo, un sorriso che scivola tra le note. Il gesto di spostarsi a destra per un acuto diventa poesia scenica: un piccolo dettaglio che racconta attenzione, presenza, sensualità contraddittoria e affascinante.La collaborazione con la sorella in scena aggiunge un tocco di profondità familiare: un legame che si percepisce, contagioso, sincero. La bellezza della sua performance si espande, invade, straborda e allo stesso tempo si contiene. Brava Malika. Brava davvero. Questa canzone mi piace. Sicuramente la inserisco nel prossimo dj set. Fotografia riuscita. Gesto scenico poetico. Bellezza contagiosa. Stellina meritata.
21. EDDIE BROCK
Eddie Brock incarna una magia tutta italiana: un giovane artista che porta con sé il peso dei grandi del passato, Claudio Villa e Riccardo Cocciante, e li trasforma in un presente fresco e personale. È come se un ragioniere lasciasse la scrivania per cantare, con la stessa precisione con cui ripara una macchina. Un uomo innamorato, normale, straordinario nella sua quotidianità. Immagino un piccolo spartito di TikTok nella sua stanzetta, illuminato dalla magia di una fatina: la voce prende professionalità e prestigio, l’ordinarietà diventa musicalità. Ogni gesto, ogni nota, racconta una coerenza narrativa tra quotidiano, tradizione e poesia scenica. La trasposizione della vita quotidiana in musicalità italiana è sorprendente e dolce. Stellina opzionale, per coerenza narrativa e per l’attenzione ai dettagli. Fotografia: ragioniere innamorato-meccanico, scena di quotidiano poetico. Gesto: voce che trasforma il normale in magia, musicalità italiana classica e moderna. Scintilla: professionalità, autenticità, charme nostalgico contemporaneo.
22. SAL DA VINCI
Sal Da Vinci regala subito un’impronta riconoscibile: quella di Mario Merola, inconfondibile, tradizionale, popolare. Il ritornello ricorda feste da spiaggia, condominio, jukebox aperti di notte: una musica che vuole stare tra la gente, condivisa e diretta. L’orecchio fotografico qui diventa quasi antropologico: condominio, spiaggia, jukebox, platea. Durante la performance prende una donna dai primi posti e si mette a ballare con lei.
Chi sarà? L’identità resta un mistero, ma la scena racconta fascino tradizionale, astuzia italiana, energia scenica. La sua presenza sul palco è solida, sicura, eppure gentile, senza forzature. La nuova canzone è simile alla precedente: accordi diversi, ritornello riconoscibile. Eppure funziona, perché Sa Da Vinci sa parlare al pubblico con energia diretta e condivisa. Niente stellina. Fotografia: festa da spiaggia, condominio, jukebox, platea partecipativa. Gesto: danza con la donna in platea, presenza scenica solida. Scintilla: fascino tradizionale, energia condivisa, teatralità popolare
23. ENRICO NIGIOTTI ⭐
Enrico Nigiotti si colloca nel tempo. Non nello spazio. Nel tempo. «Non è più solo notte… dovrei smettere di parlare con il soffitto». Questa frase è già un’immagine. È una stanza. È un uomo che dialoga con il vuoto prima che arrivi la luce. Arriva sul palco dell’Ariston dopo Sal Da Vinci, e il contrasto è evidente: dal condominio alla camera da letto, dalla festa condivisa al monologo interiore. Il suo imprinting è sano, è misto: tradizione e introspezione. C’è un’eco lontana di Eugenio Finardi “quel bisogno di imparare a volare”, ma anche il confine fragile tra sogno e realtà che ricorda l’anima dei Negrita.
E nell’intensità interpretativa affiora qualcosa che appartiene alla scuola emotiva di Fiorella Mannoia. Ma Nigiotti non cita: assorbe. L’orecchio fotografico qui vede tetti. Tetti urbani, vento leggero, un ragazzo che guarda l’alba e non sa ancora se sta guarendo o sta solo resistendo.
E poi mi arriva un’immagine cinematografica: Hugo. L’orfano nella stazione di Parigi che ripara un automa per rimettere insieme un passato spezzato. La canzone diventa questo: il tentativo di riparare qualcosa dentro, con strumenti imperfetti. Quando ascolto certe frasi, inevitabilmente mi attraversano linee autobiografiche. “La prima volta che ho fatto l’amore dopo 15 anni.” Non come provocazione. Come passaggio. Come soglia. Nigiotti canta la crescita come chi non ha ancora finito di crescere. Canta il sogno come chi ha ancora paura di crederci del tutto. Non c’è retorica. C’è una continua ricerca della bellezza possibile nel quotidiano. Una ricerca di conformità tra ciò che sei e ciò che mostri. Fotografia: stanza, tetti, alba che arriva. Gesto: dialogo con il soffitto, voce trattenuta ma sincera. Scintilla: il tentativo di ripararsi attraverso il sogno. Stellina possibile. Non per l’effetto. Per la fragilità esposta.
24. TREDICI PIETRO
Tredici Pietro. Pietro, come mio zio. Già il nome mi porta altrove, in una cucina di famiglia, in una domenica qualsiasi. E poi succede il guasto al microfono. Il fuori programma. “Chiudimi la porta in faccia (…) e faccio un’altra figuraccia” Quella crepa tecnica che il replay poi aggiusta, taglia, ripulisce. Ma io l’ho visto. E mi basta. Il microfono che non funziona mi ricorda che è tutto vivo. Che Sanremo è ancora diretta, rischio, imprevisto.
Dice Laura Pausini che porta fortuna. Forse sì. Forse porta verità. Tredici Pietro canta come se fosse davanti agli amici, a casa sua, mentre sua madre stende i panni sul balcone. Oppure davanti a un falò, con una chitarra che passa di mano in mano. Dentro di lui sento un’eco cantautorale che guarda a Lucio Dalla. E una leggerezza melodica che sfiora Gianni Morandi. Non imitazione. Suggestione. Lo immagino commesso in un negozio di computer che, tra un cliente e l’altro, guarda la chitarra come fosse quella di Paul Simon o di James Taylor.
E poi, quasi per caso, arriva all’Ariston. Ma funziona di più quando sembra fuori dall’Ariston. Quando non prova a essere grande. Quando resta delicato. La fragilità è il suo vero palco. Il guasto al microfono diventa simbolo: imperfezione che rivela autenticità. Fotografia: falò, balcone, panni stesi, amici seduti a terra. Gesto: continua a cantare anche quando il microfono tradisce. Scintilla: funziona quando non cerca di funzionare. Delicato. Interessante. Vivo.
25. BAMBOLE DI PEZZA
Bambole di Pezza portano una cosa rara all’Ariston: attrito. Il loro punk non è nostalgia. Non è revival. È presenza. Sanremo ogni tanto ha bisogno di essere graffiato, scosso, spostato di qualche centimetro dal centro. Loro lo fanno con naturalezza. Con il cuore in gola, davvero, non come slogan. “Con il cuore in gola per gridare” non è solo una frase: è postura. La loro è resistenza. Hanno attraversato cambiamenti, silenzi, trasformazioni del mercato musicale. E sono ancora lì. Non per moda. Per convinzione. Le conosco già: ho passato nei miei dj set la loro versione punk rock di All I Want for Christmas Is You di Mariah Carey. Prendere un simbolo pop globale e trasformarlo in energia ruvida è già una dichiarazione di identità. Sono tutte musiciste. Sono tutte donne. E questa non è una nota di colore: è un atto di militanza musicale concreta. Il loro rock è di pezza solo nel nome. In realtà è strutturato, preparato, tecnico. Decidono di essere convincenti. Decidono di crederci. E il coraggio sta proprio lì: credere nel suono che fai, anche in un contesto che potrebbe non essere il tuo habitat naturale. Non chiedono spazio. Se lo prendono. Fotografia: amplificatori caldi, chitarre come scudi, occhi che non arretrano. Gesto: cantare con il cuore in gola senza abbassare lo sguardo. Scintilla: energia e tecnica fuse, militanza passionale. Stellina meritata.Per resistenza.
26. CHIELLO
Chiello si presenta all’Ariston con Ti penso sempre. Un loop. Un pensiero che non si chiude. Abita una mente sospesa tra inizio e fine, tra desiderio di connessione e paura di esporsi. Come guardare dal buco della serratura. La stampa lo definisce artista di confine: pop, rap, cantautorato. Linguaggio personale. Vulnerabilità dichiarata. Io, al primo impatto, lo leggo come un solitario da pub. O da metro.E questa frattura tra percezione pubblica e percezione privata è già una cartografia emotiva interessante. Probabilmente è davvero passato da lì. E oggi quella fragilità è diventata scelta estetica. Sottrazione consapevole. Lavora sull’assenza. Sul vuoto scenico. Su ciò che non esplode. Ma il mio orecchio resta su quella sospensione. Come una pallina che tocca il nastro e resta in bilico.
Non sai se cadrà dalla parte della confessione o da quella della costruzione. Il loop che porta mancanza è fragilità? O è ambiguità elegante? È un giovane uomo che espone la sua solitudine? O un dandy contemporaneo che fa della malinconia u a postura? C’è una malizia sottile, forse involontaria. Un trattenere l’urlo fino quasi a renderlo gesto stilistico. Io cerco traccia emotiva visibile. Lui lavora per sottrazione. E allora non è un fallimento. È uno scontro di poetiche. Fotografia: palco rarefatto, voce che galleggia. Gesto: nessuna protezione spettacolare, ma nemmeno affondo. Scintilla: autenticità per molti, ambiguità per me. L’unico voto del mio festival. Isolato. Ma motivato.
27. MARIA ANTONIETTA e COLOMBRE
Maria Antonietta e Colombre portano una cosa semplice e per questo difficile: la felicità senza effetti speciali. “La felicità è basta.” La felicità è cantare. La felicità è una festa di piazza, una commedia all’italiana vista d’estate con le sedie di plastica fuori dal bar. Sono una coppia in cui l’imbarazzo non è difetto ma cifra. Quel mezzo sorriso trattenuto, quella postura un po’ laterale, come marito e moglie in una casa a schiera di provincia, più nord che sud, forse, dove la normalità diventa racconto. Non cercano l’esplosione. Non cercano l’acuto che spacca. Mettono un punto. “Basta”. Ed è interessante questo gesto: calcolare la felicità e poi fermarsi lì. Due persone, una canzone, nessuna scenografia mentale troppo grande. Funzionano quando sembrano non voler strafare. Quando restano coppia. Quando restano umani. Li rivedrei volentieri in una festa patronale, in un angolo di piazza con la chiesa illuminata alle spalle, tra bambini che corrono e signore sedute a commentare. È lì che la loro musica trova casa. Fotografia: case a schiera, provincia italiana, palco basso. Gesto: cantare senza maschere, accettando l’imbarazzo. Scintilla: normalità messa in musica. Autenticità narrativa.
Stellina meritata. ✨
28. LEO GASSMANN
Leo Gassmann probabilmente è davvero… naturale. O almeno, questa è la sua intenzione dichiarata. Negli accordi senti l’eco di Francesco De Gregori. Nel modo di porgere la voce c’è qualcosa che ricorda Brunori Sas. È un impasto colto, consapevole. Non improvvisato. E poi c’è la genealogia che pesa e illumina insieme: figlio di Alessandro Gassmann, nipote di Vittorio Gassman. Il gusto per l’ampiezza, per la parola detta bene, per la postura elegante — tutto torna. Lui la chiama “naturale”. Ma di naturale, forse, non ha niente. È costruita. È pensata. È cesellata.
E sì, va detto: tutto questo non è un difetto. La interpreta come se stesse recitando una poesia. E questo è bello. Perché la poesia è poesia. Ma la canzone è canzone. Qui nasce lo scarto: concerto da monologo teatrale, più che da esplosione musicale. Verità organica, costruzione elegante. Funzionerebbe perfettamente in un concerto per soli fan, in uno spazio raccolto dove la parola ha tempo di sedimentare. All’Ariston resta a metà. Forse è la stanchezza, ventotto brani, due giorni di ascolto, forse è che l’eleganza, quando è troppo composta, non graffia. Fotografia: luce morbida, postura impeccabile, dizione pulita. Gesto: cantare come si declama. Scintilla: raffinatezza controllata. Elegante. Ma sospeso.
29. FRANCESCO RENGA
Francesco Renga, ex marito di Ambra Angiolini, assomiglia un po’ al mio inquilino. Il brano mi sembra costruito in fretta, consumistico, ancora un volta una produzione senza rischio. La stanchezza dell’ascolto si ferma all’inizio e poi si disperde. Avrei voluto qualcosa di più: più spazio per respirare, più intensità. L’orecchio fotografico percepisce la routine. Forse la versione inglese potrebbe dare respiro al brano, far emergere di più l’emozione. Così com’è, resta poco convincente, spessore emotivo limitato. Renga paga la sua esperienza: quando non rischia, lo senti subito. Immagine mentale: un artista consapevole ma prudente, in cui la tecnica prende il sopravvento sulla scintilla.
30. LDA e AKA7EVEN
Il titolo della canzone è intrigante: Poesie clandestine. La percepisco come una poesia proibita, eccitante, che può essere non consentita e che dunque va cercata di nascosto. L’apertura richiama una frase di Eros Ramazzotti, “Se bastasse”, quasi ritrovata come una traccia preistorica da Eco, scavata nel tempo. I ritmi gitani e neomelodici aggiungono un senso di festa urbana, di gelato itinerante in una piazza estiva, leggero ma carico di calore. L’abbraccio finale tra i due artisti è un gesto autentico, simbolo di affetto e passione condivisa: chiude la performance con naturalezza. La combinazione di poesia urbana e festa di piazza rende questa esibizione viva, genuina e memorabile. Stellina meritata. Fotografia emotiva: Poesia clandestina, ricerca segreta, proibita. Ritmi gitani e neomelodici: festa urbana, leggerezza e calore. Gesto finale: abbraccio, affetto condiviso, chiusura perfetta
Questa carrellata di suoni e immagini è un ritratto profondamente personale e visionario del Festival di Sanremo 2026. Non si tratta solo di recensioni musicali: ogni artista diventa un paesaggio emotivo, una scena mentale, una riflessione sulla vita e sull’arte. La metodologia dell’“orecchio fotografico” emerge come un dispositivo unico: trasforma la percezione sonora in immagini interiori, emozioni concrete, micro-narrazioni. Ogni canzone non è solo ascoltata, è vissuta, collocata in un contesto di memoria, esperienza e immaginazione. I punti chiave del lavoro sono:
- Visionarietà e introspezione: dalla teatralità di Michele Bravi all’intimità sospesa di Chiello, tutto viene filtrato dalla tua prospettiva poetica, che mescola ricordi personali, riferimenti culturali e costruzione immaginativa.
- Cartografia emotiva: mappate le emozioni del festival come un archivio, segnando stelline, punti di coerenza artistica, contrasti tra intenzione e resa. Questo ci porta un filo narrativo attraverso generazioni, stili e linguaggi musicali.
- Equilibrio tra tecnica e sentimento: anche quando la tecnica era forte e l’impatto emotivo debole (Mara Sattei, Renga), l’orecchio fotografico individua i dettagli, le sfumature, la presenza scenica.
- Coraggio critico e onestà: senza temere di esprimere disagio, perplessità o contrasti tra percezione pubblica e privata, come nel caso di Chiello, Fedez/Masini, Samurai Jay o J-Ax. Ci sembra che il lavoro sia reso autentico. Evito il giudizio semmai fantascienza. Racconta chi sono, come ascolto e come il Festival entra nella mio vissuto, nella mia memoria e in associazioni (ricordi di famiglia, esperienze teatrali, amici, figli).
In sintesi, questo lavoro è un diario visivo-sonoro del Festival, una mescolanza di critica musicale, filosofia dell’ascolto e autobiografia intellettuale. Non è solo cronaca, ma una narrazione immersiva e poetica, che fa percepire Sanremo come un luogo dove musica, memoria e immaginazione si intrecciano: “Sanremo 2026 attraverso l’orecchio fotografico: una mappa emotiva e visionaria”.
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