C’è un paradosso nella resistenza culturale che Poli ed Eco incarnano in modo unico: è fatta di parole che sfidano il tempo, gesti teatrali che sembrano sospesi, di idee che attendono pazienti di essere ascoltate; esclude barricate, slogan gridati. L’intervista del 1970, bloccata sei anni dalla censura, non sparisce: resta visibile, viva, come un frammento di eternità, in attesa che chi sa guardare possa comprenderla.
Dal mio sguardo, che ha conosciuto Paolo Poli come artista, amico dell’avanguardia e custode della sperimentazione, questa vicenda assume un sapore familiare: la resistenza culturale è potente perché si manifesta dove il mondo tradizionale fatica a dialogare, dove il pensiero estremo non trova voce nella quotidianità. È visibile agli occhi del potere, laddove il potere stesso non sa ancora come riconoscerla, contenerla o trasformarla.
Forse sarebbe necessario un potere che sappia diventare super partes, che arrivi con l’intento preciso di ascoltare, comprendere e dialogare con quelle pulsioni di cultura e avanguardia che sfidano i confini della società tradizionale. Poli ed Eco, con la loro ironia e lucidità, ci mostrano che la resistenza non aspetta, non si nasconde: resta, insiste e illumina, pronta a incontrare chi ha la volontà di accoglierla.
Rito

Il rito
Perché il teatro che ritorna riempie, e quello che cerca aspetta
C’è qualcosa che stona, oggi, nel rapporto tra teatro e pubblico.
Uno spettacolo contemporaneo — lineare, leggibile, persino accessibile — fatica a raccogliere cento persone. E poi, altrove, qualcosa che esiste da oltre un secolo continua a riempire sale da duemila posti. Ieri, al Teatro Metropolitan, questa distanza l’ho vista con i miei occhi.
Nel 1915 Nino Martoglio scrive L’aria del continente, uno dei capisaldi del teatro dialettale siciliano: una storia che racconta, con ironia, il contrasto tra provincia e “continente”, tra identità locale e aspirazione al cambiamento. È un testo che vive da oltre un secolo sulle scene perché parla a un pubblico ampio attraverso codici immediati: lingua, caratteri, ritmo, comicità riconoscibile.
Il teatro dialettale, come quello di Martoglio, parla una lingua emotiva prima che culturale, attiva memoria collettiva, crea appartenenza.
Lo spettatore non deve capire: si riconosce.
Mi viene naturale pensare a La vita è meravigliosa: ogni volta che lo rivedo, torno dentro un’emozione sicura.
Quello a cui ho assistito non è stato solo uno spettacolo. È stato un evento sociale. Un rito contemporaneo. Duemila persone. Risate, applausi a scena aperta, attenzione costante. Un’esperienza collettiva potente, compatta. E qui sento la necessità di fermarmi.
Turi Amore e Federica Amore non soltanto riempiono il Teatro Metropolitan: portano questo teatro in giro per le città. C’è in questo una capacità che va riconosciuta fino in fondo. Non è solo una questione artistica. È costruzione, visione, continuità. Non è facile fare quello che fanno. E se appare naturale, è proprio perché funziona profondamente. Sono stati loro a generare in me questa domanda. E proprio per questo sento il dovere di rispettarla.
La risposta, forse, è meno romantica di quanto vorremmo. Non è una questione di qualità. Non è nemmeno, davvero, una questione di comprensibilità. Il pubblico non si trova. Il pubblico si costruisce nel tempo attraverso segnali riconoscibili.
Una compagnia che manda sempre lo stesso tipo di promessa. Che parla sempre a quel tipo di pubblico. Che non lo tradisce mai completamente. Un pubblico esiste perché viene nutrito, riconosciuto, accompagnato.
È la tradizione.
Un testo che ritorna, che si ripete, che il pubblico conosce già. E proprio per questo funziona.
La ripetizione non è un limite: è un conforto.
È come tornare in un luogo dove sai già come ti sentirai.
Se guardo indietro, alle tragedie greche, trovo un indizio ancora più chiaro. Quel teatro non funzionava perché fosse semplice, né perché fosse alto. Funzionava perché era condiviso. Il pubblico conosceva già le storie. Conosceva i personaggi. Conosceva persino l’esito. Eppure andava lo stesso.
E va tutt’ora: con una media di migliaia di spettatori al Teatro Greco di Siracusa o nelle grandi stagioni liriche all’Arena di Verona.
Non per scoprire, ma per riconoscere.
Non per capire, ma per partecipare.
Il teatro, allora, non era un’offerta.
Era un rito. Oggi, invece, ogni spettacolo contemporaneo nasce da zero.
Non ha memoria collettiva.
Non ha un immaginario sedimentato.
Non ha un’urgenza condivisa.
Anche quando è chiaro, anche quando è accessibile, chiede allo spettatore uno sforzo iniziale: scegliere di esserci.
E questa è forse la vera soglia.
In questo scenario, la leggibilità non basta.
Anzi, paradossalmente, rischia di indebolire.
Uno spettacolo troppo lineare non ha la forza del mito, ciò che già conosciamo e vogliamo rivivere, ma non ha nemmeno l’attrito della sperimentazione, ciò che ci costringe a reagire. Resta in mezzo.
Comprensibile, ma non necessario.
Io lavoro nel teatro contemporaneo.
L’altro ieri, un mio spettacolo in scena, riempie un teatro con le scuole: oltre 400 persone.
Un risultato concreto, vivo, pieno.
Eppure quello stesso pubblico, fuori da quel contesto, non è automaticamente lì.
Non è detto che torni. Non è detto che scelga.
Questo non è un limite del pubblico.
È un dato. Ed è forse qui che si apre una linea più sottile, più scomoda.
Tra il lavoro dell’artista e quello dell’organizzatore.
Tra la ricerca e la capacità di costruire relazione.
A volte mi chiedo se ci sia, in questo, una mia resistenza. Un atteggiamento troppo selettivo, forse. O semplicemente una difficoltà nel seminare continuità.
Non è una risposta.
È una consapevolezza in movimento.
Perché non basta essere pronti.
Bisogna essere riconoscibili.
Chi lavora nella tradizione costruisce continuità.
Chi lavora nella ricerca costruisce fratture.
Entrambe sono scelte legittime.
Ma producono effetti diversi.
Non erano più facili. Erano inevitabili.
E allora la domanda cambia.
Non più: perché il pubblico non viene?
Ma: perché dovrebbe venire proprio a questo?
C’è un teatro che consola.
E un teatro che chiede.
Il primo riempie subito.
Il secondo, se resiste, costruisce lentamente.
Finché il contemporaneo non riuscirà a costruire, o ricostruire, una forma di necessità condivisa, continuerà a chiedere attenzione senza poterla pretendere.
E il teatro, senza necessità, diventa una delle tante opzioni. Non più un luogo a cui tornare, ma uno tra i molti da scegliere.
Perché, alla fine, il pubblico non è un numero. È un percorso.
Grazie Turi per la bella lezione

Compagnia Fang-ta
Torno a casa profondamente felice. Ho assistito a uno spettacolo, Trilogia della colpa, interpretato magnificamente da tre giovanissimi e talentuosi attori, uno dei quali è anche autore del testo.
Ho voluto incoraggiare Francesca Vitale e Renato Lombardo, organizzatori di questa rassegna, a proseguire con determinazione: il pubblico ha bisogno di spettacoli come questo, realizzati da professionisti capaci di portare in scena qualità, autenticità e verità. Allo stesso tempo, è fondamentale sostenere questi ragazzi che, pur formati in accademia e pienamente competenti nel loro mestiere, una volta tornati nelle loro città, in questo caso Roma, si ritrovano spesso a svolgere altri lavori: chi come cameriere, chi come commessa, chi nell’animazione scolastica o nell’organizzazione.
Il mio auspicio è che possano esercitare con continuità la loro professione, quella che hanno dimostrato di saper padroneggiare così bene: essere artefici di spettacoli piacevoli, divertenti, armoniosi e profondamente vivi.
Perché questo accada, è necessario rivedere le logiche di programmazione teatrale troppo orientata alla mera commercializzazione, spesso priva di profondità. Logica che rischia di distrarre il pubblico più che nutrirlo, allontanandolo da esperienze artistiche autentiche come quella vissuta questa sera.
Gli interpreti sono Pietro Formentini, Simone Guaragni e Martina Spampinato. La regia è di Simone Guaragno, con l’aiuto regia di Chiara Bartolucci e Ilaria Pietrangeli. La compagnia è Fang-ta, un nome che racchiude per loro molteplici significati.
Lo spettacolo si compone di tre brevi storie autoconclusive, apparentemente slegate, unite dal tema della colpa. Nei tre atti si indaga sia la dimensione pubblica della colpa, intesa come attribuzione di responsabilità, violazione morale o legale, sia quella privata, più intima e psicologica, legata al senso di colpa.
L’intento è mettere in relazione tre momenti invisibili ma fondamentali dell’esistenza umana: il prima della vita, la vita nel suo incontro con la morte, e il dopo la morte. In queste dimensioni sospese vengono esplorate diverse sfumature del concetto di colpa: quella involontaria, il rimorso e il meccanismo dell’attribuzione del colpevole.
Altro tema centrale è la morte, non vista come fine, ma come elemento costitutivo e inseparabile della vita stessa, suo riflesso continuo. I tre quadri scenici diventano così contenitori aperti, capaci di accogliere molteplici interpretazioni e sviluppi, ciascuno con un proprio universo di regole e personaggi.
La forza e la bellezza di questo spettacolo portano a una riflessione chiara: il teatro autentico, fatto da professionisti che spesso faticano a trovare un adeguato riconoscimento economico e sociale, ha un valore immenso. Ed è proprio per questo che il lavoro degli organizzatori, come nel caso della rassegna Palco Off a Catania, diventa essenziale.
Questo spettacolo dovrebbe essere un monito per le istituzioni: realtà come questa meritano di essere sostenute, messe in rete, fatte circolare. Non solo per valorizzare chi le crea, ma anche per offrire al pubblico esperienze significative e per dare spazio a nuove generazioni di talenti che hanno molto da dire e da dare alla società civile.
Paolo Poli
“Non è mai stato facile essere omosessuali, neppure nello spettacolo. Avevo già cinquant’anni e ancora gli impresari non sapevano se mandarmi un telegramma di felicitazioni, come a un uomo, o un mazzo di fiori, come a una donna. Nel dubbio, spedivano entrambi.”
Ho conosciuto Paolo Poli nel 1969, grazie a mio padre, che lo ospitò più volte al Teatro Club di Catania. Ricordo ancora il suo spettacolo Carolina Invernizio: un’impronta teatrale indelebile, di quelle che restano dentro e ti formano per sempre. In quegli anni ho avuto la fortuna di vivere il teatro da vicino, accanto a mio padre, respirandone l’essenza più autentica. È lì che è nata la mia passione, il mio modo di intendere questo lavoro.
Un giorno, passando da Firenze, trovai il coraggio di chiamarlo. Con la sua naturale eleganza e generosità mi invitò subito a pranzo, insieme ad altri attori della compagnia. Un gesto semplice, ma che racconta molto di lui.
Di Paolo Poli porto con me il ricordo di un artista unico: garbo, professionalità e una tenacia straordinaria. Qualità sempre accompagnate da una leggerezza intelligente, mai superficiale.
Oggi, incontrando questa sua foto sui social, ho sentito il bisogno di fermarmi e di rendergli omaggio. Con gratitudine e devozione, a un maestro che ha lasciato un segno profondo nella mia vita e nel mio sguardo sul teatro.

Civiltà
Un poema contemporaneo che unisce teatro, lavoro artistico e relazione umana, scritto in occasione della Giornata Mondiale del Teatro.
Prefazione
Oggi, nella Giornata Mondiale del Teatro, scelgo la gioia di unire e dichiarare due sentimenti che in un artista viaggiano paralleli: il sentimento verso la relazione, l’abbraccio, le scelte e il sentimento verso il lavoro, la dignità, il talento e il suo valore. Li raccolgo in un unico poema contemporaneo, in un’unica prosa poetica sensoriale: Civiltà. Perché la civiltà è ciò che ci rappresenta. È ciò che ci unisce. È il luogo invisibile in cui ogni identità si apre al dialogo. Un patriota, di qualsiasi paese del mondo, quando rappresenta la civiltà, rappresenta abbracci, amore: generati da buone maniere, da ascolto, da dialogo universale. Chi scrive, agisce, mette in scena. Chi vive il teatro porta con sé il compito della rappresentazione: di sé, dei sentimenti, dell’orgoglio e della lotta. Porta il teatro ovunque, è teatro.
Dare forma alla propria fantasia, al proprio disegno fiabesco, diventa difficile quando si sceglie la coerenza. Eppure è proprio lì che oggi mi muovo: in una coerenza maturata nel tempo, verità costruita negli anni, attraversata e difesa.
Sto lavorando a un testo che mi contiene: dove do vita al mio sentire, alla mia esperienza, la mia vocazione di artista. Oggi la celebro donandone un frammento. Un pezzo vissuto nell’adesso, tempo presente, avverbio vivo. Una prosa che gioisce nell’immedesimazione di questo giorno, di questa celebrazione. In ciò che sono.
A partire da questa stessa condizione nasce anche il mio lavoro sul testo di AVAMPOSTO. Un copione in divenire che considero una responsabilità, mai definitivo, in continuo movimento, un luogo da abitare più che da definire.
AVAMPOSTO è per me una pratica costante: una creazione che richiede abnegazione, presenza, ascolto e una disponibilità reale a mettersi in discussione. È un lavoro che si nutre dell’esperienza e della trasformazione, e che mi sostiene in quanto necessità. Va oltre la scrittura, è un atto continuo di relazione con ciò che sono, con ciò che divento e con ciò che scelgo di esprimere.
In questo senso, AVAMPOSTO rappresenta il mio modo di attraversare il limite: come spazio di conoscenza, avventura piuttosto che ostacolo. Un luogo in cui la coerenza è fedeltà a un percorso, a una ricerca, a un sentire che si rinnova.
È lì che il lavoro prende forma. Ed è da lì che oggi nasce questo frammento, questa poesia: scegliere tra il controllo e l’ampia possibilità dell’essere, che per me è rispetto e quindi civiltà. Trasformare il limite e attraversarlo significa coraggio, fede, saggezza. Un gesto consapevole che apre lo spazio senza perdere l’ascolto di me stesso. Come faccio con la musica, quella che mi piace e mi sorprende sempre.
Civiltà
poema contemporaneo / prosa poetica sensoriale
Apro
Limite al girovagare
Limite al respirare
Limite al privarsi
Limite al confondere
Espando
Semino amore
Semino azione
Semino immaginazione
Semino crescita
Rivoluziono
Il limite è contrario
Il limite è rigore
Il limite è conoscersi
Il limite è confine
Trasformo
Ribalto il limite
Ribalto la paura
Ribalto la delimitazione
Ribalto il significato
Rielaboro
Trasformo un limite
Tempo sovrapposto
Tempo sovrapposto è il titolo di un mashup audio nato dall’esigenza della mia amica Gloria Franco, che domenica mi ha chiesto un consiglio su una musica ambiente per l’ingresso dei partecipanti a un convegno in cui terrà un intervento dedicato al tempo.
La sua esigenza è diventata la mia.
Mi chiamo Salvatore Greco: conosco Gloria dal 1979 e il rapporto tra musica e tempo è da sempre al centro della mia ricerca sull’ascolto musicale.
Questa mattina, riascoltando la traccia che avevo mixato, ho sentito il bisogno di chiudere un cerchio: ho raccolto alcune fotografie accumulate nel tempo e, senza una vera pianificazione, le ho scelte e unite seguendo una logica che emergeva attimo dopo attimo, lasciandomi guidare dalle musiche che avevo appena scelto e assemblato.
Il mashup è un prodotto creativo, musicale o digitale, nato dalla combinazione e fusione di due o più elementi preesistenti (canzoni, video, dati o applicazioni) per generarne uno nuovo e originale
Referendum
La politica dovrebbe essere uno strumento per migliorare la vita delle persone, peccato che troppo spesso diventi terreno di scontro sterile. Servono meno slogan e più soluzioni concrete, meno individualismo, meno corruzione e meno divisioni. Serve più responsabilità. I cittadini non chiedono miracoli, chiedono serietà, trasparenza e impegno reale.
Si sente dire a caldo da un esponente politico che “da domani ci vuole coraggio”. Coraggio di mettersi d’accordo, di costruire un progetto vero, condiviso, che vada oltre le cordate, le strumentalizzazioni e gli interessi di parte. Perché oggi vediamo un’Italia spaccata, confusa, dove troppo spesso mancano esperienza, ascolto e senso di responsabilità. E dove, purtroppo, non sono mancati cattivi amministratori.
Eppure molti giovani hanno votato. Questo è un segnale importante, che non può essere ignorato. Insieme al diritto di partecipare, serve anche il senso di responsabilità: evitare le ubriacature ideologiche, le cordate, gli “imbonimenti” e i luoghi comuni. Partecipare significa anche prima studiare, informarsi, capire e scegliere con consapevolezza.
Come cittadino, non da addetto ai lavori, da persona che vive ogni giorno le conseguenze delle scelte politiche, ho la sensazione che si sia persa un’occasione. Un’occasione per fare chiarezza, per migliorare davvero, per costruire qualcosa di più giusto.
C’è una parte del Paese che, anche senza conoscere a fondo i temi, sembra voler bloccare ogni cambiamento, ogni tentativo di evoluzione. Sembra uno dei tanti personaggi di Carlo Verdone. Una resistenza sorda, a tratti snob, che rischia di trasformarsi in immobilismo.
Anche la mia esperienza personale mi porta a riflettere: quando si prova a denunciare o a cambiare qualcosa, spesso ci si scontra con muri, silenzi o indifferenza. Si denunciano pratiche scorrette a chi, a sua volta, ne tollera o ne produce altre. E questo non può non avere un peso nel modo in cui guardiamo alla politica e a chi ricopre ruoli di responsabilità.
Oggi, a pochi minuti dalla chiusura delle urne, con un risultato che vede il “no” avanti con uno scarto intorno al 8%, sento soprattutto il bisogno di invitare a una riflessione.
Perché il rischio più grande è l’ingordigia di potere, la paura del cambiamento, la tendenza a contrastare qualsiasi possibilità di miglioramento reale.
E invece dovremmo chiederci: che Paese vogliamo costruire? E soprattutto, siamo pronti davvero a cambiarlo? Abbiamo progetti, e persone capaci, all’altezza di questa responsabilità?
Perché una cosa è certa: la verità, prima o poi, viene sempre a galla. E proprio per questo credo che chi oggi ha la responsabilità di governare, dopo un lavoro intenso e concreto, saprà gestire questa fase con attenzione e lucidità. Saprà soprattutto ascoltare quei tanti giovani che hanno votato “no”, dare loro voce, comprenderne le ragioni e analizzarle senza superficialità. Un’attenzione vera, che forse finora è mancata da parte di chi avrebbe dovuto formarli e guidarli.


Baia delle sirene
Mi chiamo Salvatore, ho sessantasei anni, sono nonno, padre di quattro figli e continuo a sognare.
Il mio lavoro si basa sul sogno che diventa azione, il mio lavoro valorizza l’identità attraverso il divertimento, la musica, il teatro.
Ieri 21 marzo siamo partiti da Catania con grande voglia di fare bene in ogni dettaglio tutto il nostro lavoro nel migliore dei modi.
Fabio mi ha offerto la colazione, poi in macchina a parlare, come spesso ci accade, di tante cose e soprattutto del nostro vedere e sentire le cose, anche quelle più insignificanti.
La bellezza sta ovunque.
Ingresso in autostrada alle 10:30.
Fabio si occupa del service audio, io sono colui il quale utilizza l’impianto analogico e digitale.
Sono un DJ.
Hotel Baia delle sirene, Taormina, ci aspettava e noi l’abbiamo accontentata.
Puntuali eccoci a scaricare forma, pensiero e sostanza in un’unica parola: mestiere.
Una location in riva al mare, accogliente ed elegante, per il sessantesimo, quello di Michael.
Tutti sono al lavoro.
Fabio disloca i diffusori tra dentro e fuori, io ordino i miei duecentocinquanta dischi, oltre a varie chiavette USB piene di file, roba che per ascoltare tutta questa musica non basterebbe una settimana.
Siamo pronti.
Sono le 13 e prima ancora che si apra il pranzo la mia selezione musicale accoglie gli ospiti e va dentro a bussare dentro le parole, dentro i piatti, dentro le proprie storie.
Io ascolto l’ascolto.
Guardo.
Aspetto.
Tutto scorre finché c’è voglia di ballare.
Ad un certo punto passo Barry White.
E lì succede.
Una donna entra in pista mentre sto cambiando brano.
Lei si ferma.
Un attimo.
Piccolo. Decisivo.
Allora torno indietro.
Rimetto il pezzo.
Lo lascio andare.
Lei resta.
E mentre resta capisco che io non sto facendo partire musica.
Sto tenendo aperto qualcosa.
Senza rifare cose già fatte.
Oltre le illustrazioni patinate.
Se devo stare dentro qualcosa, voglio che sia vivo, l’illustrazione la creo ogni istante.
Il pomeriggio scorre.
Allegro. Brindisi. Gioia. Torta. Can can.
Sguardi, piccoli segnali di gioia condivisa.
Antonio mi dice “bravo”.
Una parola, piena di soddisfazione.
Arrivo alla sigla che condivido con Benedetta, anche lei lavora alla festa, imperturbabile barlady.
La sigla “New York New York” non basta, vogliono che riparta.
E io che faccio? Io continuo.
Finché alle 19 iniziamo a smontare con calma.
Felici e soddisfatti torniamo a Catania dopo abbracci e complimenti.
Arrivo a casa alle 22.
E adesso, la mattina dopo, sono in poltrona.
Piedi leggermente rialzati, appoggiati a una piccola scaletta.
E da qui mi guardo.
Spazzo via le distrazioni.
Mi alleno alla concentrazione.
Perché questa cosa qui, il pensiero, va allenata.
Io sono un attore.
Anche quando non c’è un palco.
Sono uno che vuole sentire la passione condivisa, nello scambio con il pubblico sempre diverso, sempre nuovo.
E allora mi rivedo lì, ieri.
In mezzo a tutto.
E capisco che ogni luogo come ogni persona è teatro.
Ogni sguardo è scena.
E quando riesco a nutrire quel momento, anche solo per tre minuti,
sto facendo qualcosa che resta.
Non è facile.
È un continuo dialogo.
Tra il lupo nero e il lupo bianco.
Un ping pong emotivo.
Da una parte la concentrazione, la rotta.
Dall’altra le distrazioni, i pensieri che ti portano via.
Apro una cosa, guardo altro, vedo altri che fanno questo lavoro in altri luoghi.
E potrei perdermi lì.
Invece torno qui.
Alla poltrona.
A questo momento.
Perché sto scoprendo che il lavoro vero è questo:
produrre senza produrre scorie.
Restare dentro quello che fai senza disperderti.
È allenamento.
È disciplina.
È amore.
E forse anche fortuna.
Ma la fortuna è una direzione che passa dentro di te, non fuori.
E allora mi dico una cosa semplice:
continuare a cercare.
Cercare dentro ogni cosa quel senso che tiene insieme tutto.
Senza tradire la mia missione.
Perché il mio mondo pensiero è pieno di mondi.
E dentro ogni momento ce n’è un altro che rimbalza e vuole la sua ragione.
La ragione è la vita,
che posso godere così, appieno.
Da dentro ciò che sono,
la verità delle priorità.
Poi penso all’impasto.
Quando usi le mani, ti rimane attaccato.
Lì rimane attaccato.
E quella parte che resta
è esperienza.
È lì che capisco di abbracciare la mia essenza.
Ogni microscopico qualcosa deve restare.
Perché è ciò che porto con me
la volta dopo.
E allora continuo.
Così. :::

Movimenti
Abito una casa condivisa,
passo dopo passo, scelta dopo scelta.
Ridimensionando, lasciando andare, ricominciando.
Più che una casa,
è il risultato di azioni continue.
Giuste o sbagliate.
Antichi e nuovi movimenti.
La mia vita è movimento: lavoro,
scrittura, fede, preghiera, ricerca, musica, incontri, necessità.
Trasformare.
Creare valore.
Restare dentro le cose.
Affidarmi al progetto dell’anima,
all’universo.
In questi giorni ho ripreso in mano i miei vinili, uno ad uno.
Ne ho scelti 250.
Li porterò a una festa.
Il mio lavoro da DJ.
Quando meno te lo aspetti, arriva un segno.
È il momento in cui ti fermi.
Ti guardi indietro.
E ringrazi.
Perché capisci che la tua fede nel rapporto tra causa ed effetto ha un senso.
E che sei arrivato lì per obiettivi.
Il 3 settembre 2024 abbiamo debuttato con un progetto in cui ho creduto fin dal 2022:
lo spettacolo L’ALTRO IERI, in scena una giovane attrice, Alice Canzonieri.
È lei che oggi mi inoltra un messaggio.
Un messaggio che riapre il percorso.
All’inizio cercavo un produttore.
Ho parlato con diverse persone.
Nessuna conferma.
E allora l’ho prodotto con le mie forze.
Passo dopo passo.
Senza aspettare più nessuno.
Poi, da inizio 2025, questo percorso ha incontrato Silvio Parito, reciprocità.
Questa intervista ad Alice Canzonieri, ben condotta e argomentata da Angelo Di Natale,
racconta il nostro lavoro, il nostro incontro, il nostro tempo condiviso.
Racconta lei, della sua essenza d’attrice del lavoro continuo, della rocambolesca successione di incontri, di realtà.
E c’è una frase, rivolta a me, che mi resta:
“Salvatore è una persona che continua ad aggiornare, a riscrivere, a evolvere.”
Una sottile e importante confluenza di necessità tra attore e drammaturgia,
che resiste a ogni fermento, a ogni involuzione.
Anche nel trambusto,
in un tempo che spesso smarrisce la qualità,
resta la bellezza, anche se duramente attaccata.
La bellezza della musica, della parola.
Di un teatro che sembra dipinto
e che invece è vero.
Sì. È così. Io sono
Un figlio, un genitore.
Un DJ. Un drammaturgo.
Un uomo di fede.
Ma prima di tutto
sono chi non si ferma.
Che cerca il meglio.
Stringo i denti.
Cado.
Mi rialzo.
E continuo.
Anche quando non si vede niente.
Anche quando nessuno guarda.
Anche quando la strada è impervia, scomoda.
Poi cammini…
e ti trovi davanti una pietra miliare,
anche mentre stai scegliendo musica.
Come adesso. E allora ti fermi.
Respiri.
Scrivi.
Condividi.
Perché condividere è umanità.
E questo momento, oggi, sacro,
merita di essere condiviso.
Per onorare il tempo.
Le sfide.
E tutto quello che ancora deve arrivare.
Combattuto
Cornice del mattino
Fluire del pensiero
Disegno di circostanze
Luce attraente
Simbologie da scrutare
Coraggio da nominare
Soddisfacenti incontri
Sguardi improvvisi
Misure contrapposte
Scelte drammaturgiche
Alimento trincee vissute
Naviganti per mari
Ritornano universali
Cammino montagne
Lavoro dell’imperturbabile
Sole, verità inossidabile
Fotografo la natura delle cose
Gusto della concretezza
Infinite elementazioni
Playlist funzionali
Musica che lavora
Combattere è necessità
Attraversare ogni verità
Con o senza patente
Ruolo della scrittura
Motore di ricerca
Semplicemente
nutro alloro








