Da sempre trasformo la realtà in fantasia.
Non per fuggire, per attraversarla.
La fantasia è devozione,
è amore,
è libertà.
È uno sguardo che si allarga,
è stupirsi dove altri si fermano a guardare senza vedere.
È immaginare qualcuno dietro un muro,
dare un senso a un suono alle proprie spalle,
riconoscere un segno dove altri sentono solo rumore.
La fantasia è immedesimarsi in un presente
che non è presente per altri,
lo è profondamente per me.
È l’esaltazione di un pensiero che cresce,
di un colore che cambia forma,
di un fiume che si riempie mentre incontra il mare.
Scrivo nell’istante,
perché l’istante successivo potrebbe sfuggire a quello precedente.
E allora ancora scrivo,
ancora passo da una parte all’altra,
ancora mi ancoro.
Perché la fantasia è libertà, sì,
è anche responsabilità:
ciò che immagino
prima o poi
chiede di esistere.
Assolutismo
Trovo profondamente triste quello che è accaduto alla Fondazione Teatro La Fenice nei confronti di Beatrice Venezi.
Al di là di ogni valutazione sul suo operato, che può e deve essere discussa, quello che colpisce è un altro aspetto: il clima. Festeggiare la fine di una collaborazione, applaudire un licenziamento, creare consenso emotivo attorno all’esclusione di una persona è qualcosa che dovrebbe farci riflettere tutti.
Un’orchestra è, per definizione, un luogo di coesione. Ma la coesione non dovrebbe mai trasformarsi in chiusura o, peggio, in compiacimento per l’allontanamento di qualcuno. Perché oggi succede a lei, domani può succedere a chiunque.
C’è poi un elemento più profondo che forse stiamo sottovalutando: queste reazioni sono anche il frutto di un’esasperazione che si trascina da anni. Un sistema percepito come bloccato, con poco ricambio, con dinamiche di potere che spesso sembrano immobili. In questo contesto, basta una figura esposta, una linea chiara — che piaccia o meno — per diventare bersaglio.
E allora si finisce per sfogare tensioni accumulate su una singola persona. Anche attraverso giudizi frettolosi che possono contenere elementi di verità, ma che non giustificano il modo in cui vengono espressi.
Si può criticare, si può non essere d’accordo, si può anche ritenere qualcuno non adatto a un ruolo. Ma c’è una linea tra il giudizio e la perdita di rispetto. E quando quella linea viene superata, non è più una questione di merito: è una questione culturale.


No
In questi tempi mi capita spesso di osservare una dinamica che attraversa tutto: lavoro, cultura, relazioni, perfino i piccoli gesti quotidiani. Da una parte ci sono persone che si impegnano, che provano a costruire, a portare avanti idee, progetti, visioni. Dall’altra ci sono resistenze che non nascono da un confronto reale, ma da una necessità di posizione: pur di contare qualcosa, si blocca, si rallenta, si mette in discussione non per migliorare ma per fermare.
E così il fare sano si inceppa. Non perché manchino le idee, perché manca lo spazio, forse anche la volontà per farle vivere.
Dentro questo scenario mi colloco anch’io, con tutte le mie contraddizioni. Vivo questo tempo, ne sento il peso e anche le possibilità. Vivo l’ignoranza e la ricerca. E quando dico ignoranza non lo dico come limite, ma come condizione di partenza: sono ignorante perché non smetto di imparare, perché ogni giorno provo a portare a casa un pezzo di comprensione in più.
Il problema, semmai, è l’opposto: quando ci si convince di sapere già.
In questi giorni rifletto molto su un gesto semplice, quasi banale, ma difficile da praticare: fermarsi. Fermarsi davvero. Non per smettere di agire, ma per interrompere l’automatismo della reazione. Raccogliere quello che accade, prima di rispondere.
Mi torna spesso in mente un insegnamento antico di Nichiren Daishonin: fermati e rifletti. Riflettere non è passività, è un atto attivo, è presenza. Eppure è proprio questo che salta più facilmente.
Lo vedo anche nelle relazioni più vicine. C’è chi, appena si sente messo anche solo leggermente in discussione, reagisce con un “no” immediato. Un no difensivo, quasi automatico. Non è una scelta, è una protezione. Ma quella protezione chiude tutto: il dialogo, la possibilità di capirsi, perfino la possibilità di cambiare idea.
E allora la questione non è avere ragione o torto. È riuscire a restare dentro la domanda abbastanza a lungo da comprenderla.
Questa difficoltà nel dialogo la vedo anche su scala più ampia, nei contesti culturali e artistici, dove la complessità dovrebbe essere un valore e invece diventa spesso un campo di scontro. Penso anche al caso di Beatrice Venezi: giovane, esposta, forse non sempre pronta a gestire fino in fondo la complessità delle situazioni che ha attraversato. Intorno a lei si sono addensate critiche di ogni tipo — sui costi, sulle scelte, sulla sua legittimità — fino ad arrivare alle accuse più semplici e più dure, come quella di essere “raccomandata”.
Non entro nel merito. Resta però una domanda che vale più del giudizio: se una persona arriva in una posizione, un motivo c’è. E forse il punto non è solo valutare quella persona, ma interrogarsi sul sistema che la accoglie, la espone e poi la consuma senza costruire davvero un dialogo.
Questo pensiero lo lascio volutamente sullo sfondo, come un’ombra che accompagna altre riflessioni.
Perché alla fine torno sempre lì: al modo in cui scegliamo di stare nelle cose.
Recentemente mi è stato confermato un progetto a cui tengo molto, inizialmente frainteso. Avrei potuto difendermi, irrigidirmi, rivendicare. Non l’ho fatto. Ho detto semplicemente: questa è la situazione, questo è il progetto, troviamo insieme una strada.
Non per rinunciare alla visione, ma per darle una possibilità reale.
Forse è questo il passaggio più difficile: non vivere tutto come uno scontro, gestire ogni condizione come una costruzione possibile. Non reagire sempre, ma scegliere quando e come farlo.
Mi auguro una società capace di questo. Non perfetta, non uniforme, ma aperta. Un luogo in cui le differenze non siano un pretesto per chiudere, ma un’occasione per avanzare.
Un circolo che includa, che ascolti, che metta in discussione senza distruggere.
Perché in fondo non è un problema essere ignoranti.
Il problema è smettere di cercare.

Attraversare
È sempre l’alba di qualcosa
anche quando non lo riconosco
È sempre l’alba
di un inizio che non controllo
È sempre l’alba
anche stanco
anche lento
anche nel dubbio
Vita che insiste
vita che si apre
E io che attraverso
per capire, dopo,
cosa ho attraversato
Vomito
Stamattina mi sveglio con una sensazione chiara, quasi scomoda: basta accusare il sistema. O meglio, potrei farlo, avrei anche delle ragioni, sarebbe troppo facile.
La verità è più vicina. Più piccola. Più mia.
Non è il sistema che mi è indigesto: sono io, in certe forme in cui mi osservo vivere.
Scrollo, guardo, e vedo persone che attraversano lo spazio pubblico, alzano le braccia, e trasformano la propria presenza in valore visibile, che però diventa invisibile nella sua natura reale: non un valore riconosciuto in senso umano o simbolico, solo un valore economico, misurabile e matematico.
E io?
L’ultima volta che ho ideato e condotto un laboratorio l’ho fatto senza un vero riconoscimento economico. Alla fine ho portato a casa 250 euro di offerte. Non lo racconto per vittimismo, come dato.
Ecco perché oggi non denuncio il sistema. Denuncio una mia posizione.
Denuncio un modo di stare al mondo che conosco bene, perché ci abito dentro da anni: quello dell’artista che produce senso, visione, intuizione, un artista che resta soprattutto nello spazio interno.
Uno spazio pieno. Ricco. Coerente. Fittissimo di idee, immagini, connessioni, testi: un mondo che è già realtà in potenza. Finché resta nel cassetto: resta nella mia stanza, e basta.
Spesso resta separato dal mondo. La fede poi agisce e tutto diventa mondo.
Un artista che osserva, capisce, analizza… e resta lì. Che racconta, sì, ma racconta a un vento che non trattiene nulla. Il vento prende, disperde, ridistribuisce.
I semi finiscono ovunque. Alcuni attecchiscono. Altri no. Alcuni diventano forma viva. Altri diventano solo imitazione di forma.
E io, in tutto questo, dove sono?
Sono quello che produce intuizioni, frasi, visioni… ma senza una struttura che le porti stabilmente nel mondo reale.
E la parola “struttura” non è neutra. È carica. Significa scelta, direzione, esposizione, rischio. Significa uscire da uno spazio interno dove tutto è chiaro, e entrare in uno spazio dove tutto è esposto.
Perché se la mia mente riconosce come reale solo ciò che non è ancora visibile, allora anche la struttura appare come una forma di tradimento: la traduzione imperfetta di qualcosa che dentro è più puro.
È come amare la terra ed evitare di calpestare.
E allora anche quando mi muovo, anche quando scrivo, anche quando mi agito… resto in una forma di immobilità elegante.
Questo stesso pensiero può diventare una forma di movimento apparente. Forse è solo un’altra modalità del restare dentro.
Una purezza che, a volte, è protezione. Perché nello spazio interno tutto è coerente, tutto è potente, tutto è già giusto. E anche il dolore resta privato, senza attrito.
Ma non basta guardare.
Entrare nel mondo significa esporsi. Chiedere. Trattare. Rischiare il rifiuto non solo del lavoro, ma della propria presenza.
E qui si apre un altro nodo: a volte sembra che vinca la “matematica”, cioè ciò che è misurabile, strutturato, presentabile, spendibile. E l’“imbellettamento” del reale.
Quando questa logica prende troppo spazio, in me non produce adattamento: produce reazione. Una forma di resistenza che non è ideologica, ma istintiva.
Una fedeltà a qualcosa che percepisco come più vivo, anche se meno funzionale.
In questo movimento interiore entra anche una memoria simbolica: l’idea di continuare a provarci comunque, anche quando gli strumenti sembrano deboli, come nel film di Woody Allen Provaci ancora, Sam, dove la fragilità non impedisce il tentativo.
E poi c’è il quotidiano.
Esco di casa scapigliato. Mi accorgo che un bottone della giacca è saltato. Non lo sistemo. Cambio giacca e vado avanti.
Non è teoria: è un modo di stare nel movimento. Continuare, anche senza perfezione.
E dentro questo, mi sento spesso come in un labirinto: non perso, ma complesso. Stratificato.
In cui convive anche l’idea del percorso lungo, della trasformazione nel tempo, come in Il Conte di Montecristo, dove il senso non è immediato ma costruito attraverso attraversamenti, attesa, e ritorno.
Tutto questo non è incoerenza.
È una tensione tra due modi di esistere:
uno che genera visione e senso nello spazio interno, e uno che chiede traduzione, struttura e presenza nel mondo.
Il punto non è scegliere uno dei due, il punto è capire come non perdersi tra i due.
Oggi almeno questo lo vedo.
Non in forma pulita. Non in forma giustificata.
Ma chiara.
E senza più evitarlo.
E mentre lo scrivo, la giornata continua a salire, magicamente, anche dove sembra più faticosa.
Else
Il teatro come verità viva: Else e la grazia di un’interpretazione necessaria
C’è un momento, raro, in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa verità. È accaduto ieri, 19 aprile 2026 sul Palcoscenico della sala Verga – Teatro Stabile di Catania, davanti a La signorina Else di Arthur Schnitzler, nella regia di Henning Brockhaus, con una protagonista che non si limita a interpretare, una protagonista che attraversa e restituisce coerenza al caos interiore: Lucia Lavia.
La sua interpretazione di questo monologo è un tessuto che si frantuma e si moltiplica, diventando coro, relazione, conflitto interiore. Una partitura complessa, viva, che vibra tra voce e corpo, tra pudore e esposizione, tra coscienza e vertigine.
In questa oscillazione, il pensiero corre inevitabilmente anche al suo vivere dentro una famiglia che respira arte, teatro, genio. Figlia di Gabriele Lavia e Monica Guerritore, qui raccoglie quell’eredità e la restituisce in forma completamente autonoma, necessaria, presente.
Avrei voluto chiederle da quanto tempo abitava questo desiderio: interpretare Else, darle carne e respiro, sostenere il peso di una scelta impossibile. Non è stato possibile. L’ho aspettata, poi sono andato via. Forse la risposta era già tutta lì, in scena.
C’è una battuta che resta impressa come un sigillo: “Voi avete rubato le cartine di veronal, non uscirete da qui.” In quel momento, il teatro si chiude su se stesso e si compie. Platea e scena coincidono. Non c’è più distanza. Che meraviglia!!
Il pubblico esce con una sensazione rara: gratitudine. Per uno spettacolo integro, preciso, luminoso. Ben orchestrato, ben illuminato, profondamente pensato. Una di quelle esperienze in cui ogni elemento – dalla regia alla scena, dalla luce al suono – lavora in una direzione chiara: restituire senso.
E allora sì, viene da dirlo senza esitazione: il teatro, quando è così, funziona. Non solo emoziona, lascia un segno. È un messaggio che attraversa il tempo, che parla alle generazioni presenti e future.
E per questo, oggi, resta soltanto una parola, piena e necessaria: continuiamo così.

I Love Sicilia
Ci sono esperienze che restano leggere, quasi sospese, e proprio per questo eleganti. La serata di ieri 18 aprile 2026 a Palazzo Biscari nel centro storico di Catania, per i vent’anni di I Love Sicilia, è stata esattamente così.
Da oltre due decenni sfoglio questa rivista con curiosità e una certa forma di desiderio: quello di entrare, almeno per un momento, in un mondo che racconta la Sicilia con uno sguardo luminoso, quasi cinematografico. Un po’ come chi arriva a Los Angeles e sogna di varcare la soglia di quei luoghi dove il cinema prende vita. Tra aneddoti, citazioni e una narrazione sempre riconoscibile, ho spesso ritrovato in quelle pagine una bellezza composta, mai gridata.
Ieri sera, in qualche modo, quelle pagine hanno preso corpo.
L’invito di Barbara Mirabella – che ringrazio – mi ha portato in un luogo che per me non è mai stato neutro. Palazzo Biscari non è solo una location straordinaria: è anche uno spazio della memoria. Lì, nel 1965, mio padre diede vita al Teatro Club di Catania, e lì stesso, anni dopo, nel 1982, ho ripreso quel filo con una stagione dedicata ai ragazzi.
Entrando in quel luogo, la prima persona che ho incontrato è stata Michela Giuffrida. Subito dopo, attraverso di lei, Donata Agnello, direttrice responsabile della rivista. Un saluto, uno scambio rapido, sufficiente per creare una prima, immediata sintonia.
Ed è stato proprio dopo quell’incontro che mi sono seduto.
Su quelle sedie.
Quelle stesse sedie che più di quarant’anni fa furono scelte da Gea Moncada, una donna straordinaria che ho conosciuto grazie a mio padre, e alla quale quel luogo deve ad entrambi anche una parte della sua identità. Io c’ero, in quel momento, e da allora quelle sedie sono diventate un segno, quasi un simbolo silenzioso del palazzo.
Sedermi lì, su quelle stesse sedie, dopo quell’ingresso e quegli incontri, ha avuto qualcosa di naturale e insieme profondamente carico di memoria.
E accanto a me era seduta Marilena Bertinatti, componente della redazione del giornale. Un dettaglio semplice, perfettamente coerente con la sensazione di continuità tra la rivista sfogliata negli anni e le persone che la rendono viva.
La serata è proseguita tra interventi e talk che ho seguito con reale interesse, sia nella prima che nella seconda parte. Ho trovato negli interventi spunti, ritmo e quella qualità di racconto che da sempre associo alla rivista.
Poi, quando il clima è cambiato e la serata si è trasformata in festa, mi sono accorto con naturalezza di non sentirmi in sintonia con quel momento. Non per distanza o disinteresse, ma semplicemente per una diversa disposizione d’animo.
Forse perché, in mezzo a quei volti, a quel contesto, a quel fluire della serata, avevo già raccolto qualcosa di più sottile. E ho sentito che, restando ancora, tra buffet e festa, avrei rischiato di perdere proprio quella sfumatura.
Io vivo nella poesia, o almeno ci provo. E cerco, ogni volta che posso, di custodire quel sentire, di mantenerlo alto, intatto. Anche quando questo significa andare via un po’ prima.
Resta il piacere degli incontri: amici ritrovati, volti conosciuti, conversazioni brevi ma autentiche.
Se non ci fosse stato quell’invito, tutto questo non sarebbe accaduto.
E allora grazie. Per una serata che non ha cercato di stupire, ma che, proprio per questo, ha lasciato qualcosa.
Ad maiora






Tempo

Per il XXXV Convegno SIMPAT (Roma, 17–18 aprile 2026) nasce “Tempo sovrapposto”: mashup audio-visivo creato in dialogo con Gloria Franco, intreccio di musica, immagini e ascolto condiviso sul tempo.
Disegno

Ampiezza

Kevin Bacher
Quando si dice che una sensazione è trascinante, in questa foto il movimento e la direzione sono perfette, danza, natura, ampiezza, logica e creatività, c’è intuito e lungimiranza.


