In questi tempi mi capita spesso di osservare una dinamica che attraversa tutto: lavoro, cultura, relazioni, perfino i piccoli gesti quotidiani. Da una parte ci sono persone che si impegnano, che provano a costruire, a portare avanti idee, progetti, visioni. Dall’altra ci sono resistenze che non nascono da un confronto reale, ma da una necessità di posizione: pur di contare qualcosa, si blocca, si rallenta, si mette in discussione non per migliorare ma per fermare.
E così il fare sano si inceppa. Non perché manchino le idee, perché manca lo spazio, forse anche la volontà per farle vivere.
Dentro questo scenario mi colloco anch’io, con tutte le mie contraddizioni. Vivo questo tempo, ne sento il peso e anche le possibilità. Vivo l’ignoranza e la ricerca. E quando dico ignoranza non lo dico come limite, ma come condizione di partenza: sono ignorante perché non smetto di imparare, perché ogni giorno provo a portare a casa un pezzo di comprensione in più.
Il problema, semmai, è l’opposto: quando ci si convince di sapere già.
In questi giorni rifletto molto su un gesto semplice, quasi banale, ma difficile da praticare: fermarsi. Fermarsi davvero. Non per smettere di agire, ma per interrompere l’automatismo della reazione. Raccogliere quello che accade, prima di rispondere.
Mi torna spesso in mente un insegnamento antico di Nichiren Daishonin: fermati e rifletti. Riflettere non è passività, è un atto attivo, è presenza. Eppure è proprio questo che salta più facilmente.
Lo vedo anche nelle relazioni più vicine. C’è chi, appena si sente messo anche solo leggermente in discussione, reagisce con un “no” immediato. Un no difensivo, quasi automatico. Non è una scelta, è una protezione. Ma quella protezione chiude tutto: il dialogo, la possibilità di capirsi, perfino la possibilità di cambiare idea.
E allora la questione non è avere ragione o torto. È riuscire a restare dentro la domanda abbastanza a lungo da comprenderla.
Questa difficoltà nel dialogo la vedo anche su scala più ampia, nei contesti culturali e artistici, dove la complessità dovrebbe essere un valore e invece diventa spesso un campo di scontro. Penso anche al caso di Beatrice Venezi: giovane, esposta, forse non sempre pronta a gestire fino in fondo la complessità delle situazioni che ha attraversato. Intorno a lei si sono addensate critiche di ogni tipo — sui costi, sulle scelte, sulla sua legittimità — fino ad arrivare alle accuse più semplici e più dure, come quella di essere “raccomandata”.
Non entro nel merito. Resta però una domanda che vale più del giudizio: se una persona arriva in una posizione, un motivo c’è. E forse il punto non è solo valutare quella persona, ma interrogarsi sul sistema che la accoglie, la espone e poi la consuma senza costruire davvero un dialogo.
Questo pensiero lo lascio volutamente sullo sfondo, come un’ombra che accompagna altre riflessioni.
Perché alla fine torno sempre lì: al modo in cui scegliamo di stare nelle cose.
Recentemente mi è stato confermato un progetto a cui tengo molto, inizialmente frainteso. Avrei potuto difendermi, irrigidirmi, rivendicare. Non l’ho fatto. Ho detto semplicemente: questa è la situazione, questo è il progetto, troviamo insieme una strada.
Non per rinunciare alla visione, ma per darle una possibilità reale.
Forse è questo il passaggio più difficile: non vivere tutto come uno scontro, gestire ogni condizione come una costruzione possibile. Non reagire sempre, ma scegliere quando e come farlo.
Mi auguro una società capace di questo. Non perfetta, non uniforme, ma aperta. Un luogo in cui le differenze non siano un pretesto per chiudere, ma un’occasione per avanzare.
Un circolo che includa, che ascolti, che metta in discussione senza distruggere.
Perché in fondo non è un problema essere ignoranti.
Il problema è smettere di cercare.

