Assolutismo

Trovo profondamente triste quello che è accaduto alla Fondazione Teatro La Fenice nei confronti di Beatrice Venezi.
Al di là di ogni valutazione sul suo operato, che può e deve essere discussa, quello che colpisce è un altro aspetto: il clima. Festeggiare la fine di una collaborazione, applaudire un licenziamento, creare consenso emotivo attorno all’esclusione di una persona è qualcosa che dovrebbe farci riflettere tutti.
Un’orchestra è, per definizione, un luogo di coesione. Ma la coesione non dovrebbe mai trasformarsi in chiusura o, peggio, in compiacimento per l’allontanamento di qualcuno. Perché oggi succede a lei, domani può succedere a chiunque.
C’è poi un elemento più profondo che forse stiamo sottovalutando: queste reazioni sono anche il frutto di un’esasperazione che si trascina da anni. Un sistema percepito come bloccato, con poco ricambio, con dinamiche di potere che spesso sembrano immobili. In questo contesto, basta una figura esposta, una linea chiara — che piaccia o meno — per diventare bersaglio.
E allora si finisce per sfogare tensioni accumulate su una singola persona. Anche attraverso giudizi frettolosi che possono contenere elementi di verità, ma che non giustificano il modo in cui vengono espressi.
Si può criticare, si può non essere d’accordo, si può anche ritenere qualcuno non adatto a un ruolo. Ma c’è una linea tra il giudizio e la perdita di rispetto. E quando quella linea viene superata, non è più una questione di merito: è una questione culturale.

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