Mi sveglio il 5 maggio con la sensazione che qualcosa sia già in movimento. Non è solo una giornata iniziata con un gesto semplice – gli auguri a Daniela – ma una di quelle mattine in cui percepisco che i fili delle cose sono già intrecciati.
Ho un appuntamento con Sabrina Zappalà. In teoria dovremmo parlare di logistica, del Fringe, del mio spettacolo “Avamposto”. Questioni pratiche. Ma so ormai che le cose, quando iniziano a muoversi davvero, non restano mai solo tecniche.
Infatti ci ritroviamo in macchina insieme, direzione Librino, per fare un sopralluogo.
E mentre andiamo, inizio a rendermi conto di come ci sono arrivato.
Ripercorro tutto: la decisione di offrire un laboratorio gratuito al Tondicello, il bisogno di allargare la partecipazione, le locandine stampate e lasciate in giro. Una finisce in un bar. Una telefonata. Una voce giovane che poi si rivela essere meno giovane che porta con lei la sua amica Angela. Inizia il laboratorio, arriviamo al saggio del 21 gennaio. Angela invita Enzio. Enzio resta colpito, mi parla, apre altri discorsi. Iniziamo a scriverci, messaggio la mattina presto: un invito che accetto. La collezione di un film alla Galleria Mendola. E lì ritrovo Sabrina che avevo conosciuto anni prima e che mi aveva parlato dell’amicizia tra sua madre e mio padre.
A quel punto capisco che non sono episodi isolati. È una sequenza.
Io credo molto nella legge di causa ed effetto, e qui la vedo chiaramente: ogni gesto ha generato una relazione, ogni relazione ha aperto uno spazio nuovo.
E Sabrina non è solo un incontro. Scopro che ha avuto un ruolo importante, determinante, in quello che riguarda Librino, un luogo che un tempo era terra incolta e che oggi porta dentro di sé una forza diversa, una trasformazione in atto.
Nel frattempo siamo in macchina. Una Panda gialla, nuova, luminosa. E dentro quella macchina succede qualcosa di semplice e potente: parliamo. Di teatro, di spazi, di possibilità. Nascono idee concrete: una pedana fatta con criterio, un telo nero per dividere gli ambienti, e soprattutto un ring sospeso per le luci, una struttura che possa dare dignità tecnica agli spettacoli.
Arriviamo a Librino e lì succede un’altra cosa importante: non è solo un sopralluogo, è un attraversamento vero.
Giriamo il quartiere con una naturalezza sorprendente, guidati dalla dimestichezza di Sabrina che si muove lì dentro con una sicurezza quasi istintiva. Facciamo colazione al Bar Napoleone, un gesto semplice pieno di umanità, che rende tutto ancora più concreto.
Entriamo e vediamo spazi.
Visitiamo la Parrocchia Nostra Signora del Santissimo Sacramento Resurrezione del Signore. Osservo gli ambienti, li immagino già trasformati, abitati da infinito umanità. Poi vediamo anche uno spazio all’aperto, una sorta di teatro naturale, con una forza incredibile, uno di quei luoghi che sembrano già pronti ad accogliere una visione.
Continuiamo a girare. Passiamo anche da un condominio in cui avevo già lavorato tempo fa. Rientrarci, rivederlo, collegare passato e presente, mi dà la sensazione molto concreta di un cerchio che si chiude e allo stesso tempo si riapre.
E penso anche a ieri.
Non stavo bene. Ero stanco, appesantito, con dolore alla gamba. Non avevo voglia di uscire. Sono andato lo stesso. Per disciplina, per rispetto verso quello che sto costruendo, per una forma di devozione alla vita.
E oggi capisco che quella scelta mi ha portato esattamente qui.
Adesso, mentre attraverso Librino, non sto più pensando solo a un sopralluogo. Sto vedendo un progetto più grande: uno spettacolo dedicato a Sant’Agata che non resta chiuso in un teatro, ma che si muove, attraversa i quartieri, incontra le persone nei luoghi in cui vivono.
La sensazione chiara che tutto sia in divenire.
Che le cose stiano accadendo mentre le vivo.
E alla fine torno a casa felice.
Ma non è una felicità superficiale, non è la felicità come evento o come risultato. È qualcosa di più interno, più silenzioso. È una condizione, un modo di stare. Una qualità dello sguardo.
È quella felicità che rende profondo qualsiasi momento, che trasforma anche le cose semplici, che dà senso a ciò che accade mentre accade.
E riconosco che questo stato nasce dalla preghiera.
Perché chi prega sceglie di pregare.
E sceglie anche una direzione.
Può essere una preghiera rivolta a Dio, oppure al sole, al mare, a qualcosa di invisibile o di profondamente concreto a se stessi attraverso un mantra una invocazione di una buddità presente e da manifestare. Può essere un mantra, un pensiero, un atto silenzioso.
È sempre una scelta.
È qualcosa che parte da dentro di me e poi si apre, si scambia con il mondo.
E forse è proprio questo che tiene insieme tutto: le azioni, gli incontri, i luoghi, le visioni.
Una forma di umanità che nasce da dentro e che, mentre si muove, crea connessioni.
E giovedì, a casa mia, recitazione di gruppo.




Grazie, su Librino c’è tanto❤️ da dire e non vorrei essere banale
❤️