Pubblico è lo spazio, il sentire. Ogni volta che scrivo qualcosa e la consegno al mondo, quella pagina smette di appartenere soltanto a me. Diventa incontro. Diventa possibilità. Diventa interpretazione. Chi legge conosce soltanto una parte del mio cammino. Non conosce le telefonate che hanno preceduto una decisione. Non conosce i dubbi, i silenzi, le ore trascorse a cercare una soluzione.
Eppure, anche senza conoscere tutto, qualcosa arriva, perché ogni esperienza autentica contiene una parte universale. C’è sempre qualcuno che, leggendo una frase, riconosce un frammento della propria vita.
Pubblico il mio travaglio, la mia bontà, il mio dispiacere, la mia determinazione, la mia correttezza. Pubblico anche la mia bellezza. Perché credo che raccontare il proprio attraversamento possa incoraggiare qualcun altro ad attraversare il proprio.
Negli anni ho imparato una cosa. Incassare un pugno non significa diventare quel pugno. Significa fermarsi. Respirare. Capire. E continuare.
Ogni colpo porta con sé una domanda. Ogni ferita contiene anche una possibilità. Sta a noi decidere se trasformarla in rancore oppure in comprensione.
Oggi, mentre prendevo un caffè con un amico, il telefono ha iniziato a suonare. Mia nipote. Poi mia figlia. Mi hanno raccontato cose belle. Ed è stato come se la vita mi ricordasse una verità semplice. Un episodio non coincide mai con tutta la realtà. Esistono contemporaneamente la fatica e la gratitudine. L’amarezza e l’affetto. La delusione e il lavoro che continua.
Sarò ingenuo. Sarò ostinato. Sarò una cascata in piena. Continuo a scegliere la linearità dei miei sentimenti. Continuo a scegliere il rispetto. Continuo a scegliere la chiarezza. Perché la chiarezza non serve a convincere gli altri. Serve prima di tutto a riconoscere se stessi.
E quando una persona riconosce il proprio spazio interiore, non ha più bisogno di difenderlo continuamente. Lo abita, con dignità, responsabilità.
Con la quieta determinazione di chi continua il proprio cammino.
La preparazione costruisce la tecnica. L’intuito costruisce l’opera. L’accettazione dell’intemperanza costruisce le relazioni. La curiosità non è cercare qualcuno che confermi ciò che penso. È avere il coraggio di incontrare davvero chi ho davanti.
Un silenzioso ascoltare. Prima delle parole, prima delle risposte, prima delle conclusioni. Un silenzioso proseguire. Anche quando il corpo rallenta, anche quando il paesaggio cambia, anche quando il risultato tarda ad arrivare. Un silenzioso trasformare. Senza clamore. Senza dimostrare nulla. Lasciando che ogni esperienza diventi materia viva. Un silenzioso riconoscere. Riconoscere le persone. I segnali. Le occasioni. I propri limiti. La propria forza. La direzione. Oltre le conferme riconosco ciò che esiste già. La chiarezza è una conquista. L’ascolto è una disciplina. Il proseguire è una scelta. La trasformazione è la naturale conseguenza. È la quieta determinazione. Quella che non ha bisogno di fare rumore per continuare a camminare. Sotto l’aspetto spirituale ho compreso una cosa semplice. La chiarezza è l’anticipo di una vittoria. Non della vittoria già realizzata. Dell’orientamento che la rende possibile. Quando la direzione è chiara, la vita comincia già a muoversi. Il risultato, quando arriverà, sarà soltanto la parte visibile di un lavoro silenzioso iniziato molto tempo prima. Come un seme piantato a settecento metri di profondità. Il germoglio che oggi comincio a vedere nasce da quel lavoro invisibile. La parte più importante della vita cresce lontano dagli occhi, finché un giorno diventa evidente anche agli altri. Le fotografie che accompagnano queste parole raccontano proprio questo. La prima ritrae il nuovo Comitato di Presidenza del Teatro Stabile di Catania. La seconda è la prima prova di Sant’Aituzza mia. Due immagini diverse. Una istituzionale. L’altra creatività che si muove. Eppure entrambe parlano della stessa cosa. Ogni risultato nasce molto prima del momento in cui diventa visibile. Nasce dall’ascolto. Dalla fiducia. Dalle relazioni. Dal lavoro condiviso. Da quel silenzioso proseguire che, giorno dopo giorno, trasforma un’intuizione in realtà. Questo post non parla del Teatro Stabile, non parla di Sant’Aituzza mia, non parla nemmeno di me. Parla di come nasce una vita autentica.
Comitato di Presidenza del Teatro Stabile di Catania.
Questa fotografia mi ricorda che il valore di un momento non è quasi mai contenuto nel momento stesso.
Ripensando a ciò che ho scritto qualche giorno fa, mi accorgo che ogni riflessione continua naturalmente la precedente. Pur vivendo la mia vita da artista, con tutti gli imprevisti, le emozioni e gli ottovolanti che questo comporta, sento di seguire una metrica interiore. Una conduzione coerente. Ogni esperienza aggiunge una moneta al salvadanaio degli attimi, e ogni chiarezza conquistata apre lo spazio per quella successiva. Forse è proprio questa continuità, più che la perfezione, a dare forma al cammino.
Se guardo solo le due persone che camminano con il cane, potrebbero sembrare una presenza qualsiasi, una passeggiata qualsiasi. Se guardo solo i rami, vedo un intreccio caotico. Se guardo solo il cielo, vedo uno spazio vuoto. Eppure è proprio l’equilibrio tra tutte queste parti a creare un’immagine capace di fermare il tempo.
Forse anche le collaborazioni funzionano così.
Oggi mi è stato chiesto quanto reputassi “utile” una presenza ad un evento in cui si registra una nuova puntata di RADIO VANEDDA. È una domanda che mi ha fatto riflettere, perché mi sono accorto che dentro di me non esiste davvero questa categoria. Non penso alle collaborazioni e quindi persone in termini di utilità. Penso piuttosto alla disponibilità a vivere, costruire insieme un pezzo di strada, interagire nelle esperienze.
Ho provato a spiegarle che ogni esperienza è come una moneta dentro un salvadanaio. Da sola sembra avere un valore minimo, quasi trascurabile. Potresti perfino domandarti se valga la pena raccoglierla. Ma è proprio la somma di quelle monete che, un giorno, diventa un patrimonio. Un patrimonio di esperienza. Di fiducia. Di linguaggio condiviso. Di ricordi. Di possibilità.
Non si costruisce una collaborazione partecipando soltanto agli eventi decisivi. Si costruisce attraverso decine di occasioni che, nell’immediato, sembrano ordinarie. Una prova. Una riunione. Una colazione nel bar che ci piace. Una passeggiata. Una conversazione chiarificatrice.
Sono gli attimi apparentemente piccoli a dare forma a quelli grandi.
Ripenso anche a come si sono incastrate le cose in questi giorni. Avevo già fissato la prova di lettura del mio spettacolo per sabato mattina, perché quello era l’unico spazio disponibile. Poi sono arrivate nuove risposte, nuovi incastri, nuove priorità. Ho chiamato Plinio, abbiamo spostato tutto a lunedì, cercando non tanto di salvare un appuntamento, quanto di preservare un’armonia tra gli impegni presi.
Mi accorgo che la chiarezza è una forma di cura.
Spiegare come sono arrivato a una decisione non serve a giustificarmi. Serve ad aprire uno spazio in cui l’altro possa vedere il paesaggio intero e non soltanto un frammento. Quando una persona comprende il contesto, spesso smette di cercare spiegazioni e inizia a trovare senso.
Forse è proprio questo che vedo in questa fotografia.
La vita assomiglia più alla chioma di questo albero che a una linea retta. Ogni ramo sembra andare per conto proprio, ogni foglia sembra irrilevante. Ma basta allontanarsi un poco perché tutto trovi una forma. Anche gli attimi sono così.
Presi uno alla volta possono sembrare insignificanti. Fotografati da soli possono persino apparire vuoti. Ma quando iniziano a dialogare tra loro diventano una storia.
E forse il vero salvadanaio non raccoglie monete. Raccoglie attimi potenti.
Attimi che, nel momento in cui li vivi, non sai ancora se cambieranno qualcosa. Ma continui comunque a custodirli, uno dopo l’altro, con fiducia. Poi un giorno ti volti indietro e scopri che non erano gli eventi eccezionali ad averti trasformato. Era stata la loro somma.
Ogni gesto condiviso. Ogni parola chiarita. Ogni presenza scelta liberamente. Ogni chiarezza, in fondo, non chiude una questione. Apre una possibilità nuova.
La chiarezza è una conquista. Lo è perché richiede tempo, esperienza, cadute, attraversamenti, ascolto, coraggio e trasformazione. Ogni essere umano, prima o poi, incontra il momento in cui deve fermarsi e domandarsi: Chi sono? Che cosa sono venuto a fare qui? Qual è la mia direzione? Quale contributo desidero offrire alla vita?
La chiarezza nasce proprio da queste domande. E quando arriva non porta necessariamente tutte le risposte. Porta una direzione. E spesso una direzione vale più di una risposta. Perché la chiarezza non consiste nel sapere tutto. Consiste nel riconoscere ciò che conta davvero. Nel distinguere ciò che appartiene alla propria vita da ciò che appartiene al rumore del mondo. Nel comprendere quali strumenti possediamo e quali possiamo sviluppare per esprimere al meglio la nostra esistenza.
Per questo la chiarezza è anche un invito. Un invito a vivere con maggiore autenticità. Con maggiore responsabilità. Con maggiore presenza.
Vogue Italia April 1995 ‘The Breakaways’ – Shalom Harlow by Mario Sorrenti
Nel Buddismo di Nichiren Daishonin uno degli aspetti che più mi affascina è il valore dell’esperienza vissuta. La rivoluzione umana. Quel processo continuo attraverso cui una persona manifesta sempre più profondamente la propria natura autentica.
Per me la fede coincide con la vita quotidiana. Con le telefonate o i messaggi che facciamo, inviamo. Con i progetti che costruiamo. Con le difficoltà che attraversiamo. Con la dignità che scegliamo. Con il rispetto che coltiviamo. Con la decisione di proseguire. La fede è anche incoraggiare se stessi per poter incoraggiare gli altri. È sviluppare una forza interiore che diventa esempio.
La fede è contribuire alla felicità delle persone che incontriamo. È partecipare attivamente alla trasformazione della vita.
Guy Bourdin
Sotto l’aspetto mistico ho compreso una cosa semplice. La chiarezza è l’anticipo di una vittoria. Non la vittoria già realizzata. Non il raccolto già visibile. L’anticipo. Come un seme affidato alla terra. Anche quando il terreno sembra immobile. Anche quando il germoglio resta invisibile. Anche quando il lavoro delle radici avviene lontano dagli occhi. La chiarezza continua a indicare la direzione.
E quando la direzione è chiara, la vita ha già iniziato a muoversi. Le energie si organizzano. Le persone arrivano. Le opportunità si manifestano. Le intuizioni trovano spazio. I progetti trovano la loro forma.
Per questo considero la chiarezza una delle più grandi fortune che una persona possa conquistare. Perché permette di proseguire. Di attraversare. Di restare fedeli alla propria ricerca.
La tenacia allora diventa bellezza. La bellezza di chi continua il cammino. La bellezza di chi sceglie di vivere pienamente. La bellezza di chi costruisce valore anche quando i risultati non sono ancora visibili.
Potrei raccontare molte delle esperienze che sto vivendo in questo periodo. Le sfide. Le soddisfazioni. Gli incontri. Le intuizioni. I progetti che prendono forma.
Oggi sento soprattutto gratitudine. So che ogni esperienza sta contribuendo alla mia rivoluzione umana. So che ogni passo compiuto con sincerità lascia una traccia. So che ogni seme affidato alla vita continua il proprio lavoro.
La chiarezza è una conquista. La chiarezza è una direzione. La chiarezza è un invito.
E forse, proprio per questo, è già una forma di vittoria. Vittoria il nome della mia prima nipote
La funzione è verità. Le dinamiche del mondo sono infinite. Scorrono sui telefoni, nei telegiornali, nelle dichiarazioni dei potenti, nelle polemiche che occupano spazio e cercano attenzione.
Eppure, più passano gli anni, più mi accorgo che il mio sguardo si posa altrove. Si posa sui dettagli. Su un bambino che ride. Su una figlia che decide di ascoltare una trasmissione realizzata da suo padre. Su una madre che accompagna con pazienza un figlio fragile. Su una pista da ballo. Su una parola detta bene. Su una nota musicale che arriva nel momento giusto. Forse perché mi interessa sempre meno occupare spazio e sempre di più generare significato. Ieri ero alla festa di fine anno di una scuola dell’infanzia. Senza pensarci troppo mi sono ritrovato a fare ciò che ho fatto per una vita: accogliere, giocare, creare relazione. I bambini avevano in media quattro anni. Io sessantasei. Eppure non esisteva alcuna distanza. Esisteva la presenza. E in quella presenza ho ritrovato una parte di me. Lo stesso accade quando faccio il DJ.
Non porto una scaletta chiusa. O mai una sequenza costruita a tavolino. Ascolto. Osservo. E cerco sempre di entrare in dialogo con ciò che accade. La musica nasce dall’incontro tra la mia sensibilità e quella degli altri. Come il teatro. Come la scrittura. Come la vita. Crescendo ho imparato anche un’altra cosa. Spesso celebriamo il volto visibile delle cose e dimentichiamo ciò che le rende possibili. La funzione. Eppure la funzione è verità. Un regista non esiste senza il direttore della fotografia. Non esiste senza l’aiuto regista. Non esiste senza la segretaria di edizione. Non esiste senza i macchinisti. Non esiste senza chi illumina, organizza, corregge, sostiene. Non esiste una testa senza Giovanni che da solo prepara decine e decine di cocktail. L’idea da sola raramente basta. Il meccanismo che produce la gioia è l’idea è un seme.
Per diventare esperienza deve attraversare altre intelligenze, altre sensibilità, altre competenze. Deve essere accolta. Elaborata. Rimessa in discussione. Rafforzata come video che ho pubblicato ieri, c’era un grande lavoro di gruppo c’era la resistenza al diniego della presunzione. Solo allora può esprimere tutta la sua potenza. Per questo diffido sempre più della figura dell’uomo solo al comando. La vita che conosco funziona diversamente. Funziona per relazioni. Funziona per alleanze. Funziona per persone che mettono il proprio talento al servizio di una visione comune. Anche l’artista più visionario sa, se è onesto, che il suo lavoro è sostenuto da una moltitudine di presenze spesso invisibili.
E forse la grandezza non consiste nell’essere al centro della scena. Consiste nel riconoscere il valore della funzione che ognuno svolge. Perché quando ogni funzione trova il proprio posto, l’opera può finalmente respirare. E allora torno a ciò che conosco meglio. La sensibilità. C’è chi è predisposto ai numeri. Chi alle lingue. Chi alla medicina. Chi all’insegnamento. Chi all’agricoltura. Chi alla costruzione. Chi alla spiritualità. Io Salvatore o Turi sono predisposto alla sensibilità. Ascolto. Osservo. Collego. Cerco significati. Scavo.
Forse è per questo che continuo a scrivere. Forse è per questo che continuo a fare teatro. Forse è per questo che continuo a fare podcast desideroso di una emittente radiofonica che mi riporti da dove sono partito 50 anni fa. Forse è per questo che continuo a cercare. Perché la mia vocazione non è occupare uno spazio. È riconoscere connessioni. È attraversare. È trasformare l’esperienza in racconto. Ed è proprio nell’attraversamento che trovo il significato della parola resistenza. Resistenza è decisione. La decisione di continuare a scavare sotto i propri piedi quando tutti guardano soltanto l’orizzonte. La decisione di restare fedeli alla propria ricerca. La decisione di continuare a vivere, creare e amare senza l’obbligo di una inutile routine.
Anche quando il risultato non è immediato. Anche quando il germoglio non si vede ancora. Perché la verità è verità. Non diventa più vera quando viene applaudita. Non diventa meno vera quando viene ignorata. Esiste. Attende. Attrae. Si identifica in una sfida. E continua a crescere nel silenzio. Come un seme piantato molto in profondità che, un giorno, decide di emergere alla luce.
Continuando questo viaggio dentro il mio archivio, sto digitalizzando una serie di special televisivi realizzati per Antenna Sicilia nella seconda metà degli anni Novanta. Erano spazi redazionali dedicati a Capellimania, prodotti da Show Me Productions. In quel progetto mi occupavo della regia, della scrittura e della costruzione narrativa dei contenuti, accompagnato dalla professionalità di Carla Previtera e dal lavoro di molti collaboratori, operatori, tecnici e professionisti che hanno contribuito a dare forma a quell’esperienza.
Rivedendo oggi queste immagini, a distanza di quasi trent’anni, mi accorgo che non sto osservando soltanto dei programmi televisivi. Sto osservando un modo di lavorare. Un modo di pensare la comunicazione. Un modo di costruire relazioni.
All’epoca non esistevano social network, piattaforme digitali, smartphone o pubblicazione istantanea. La velocità che oggi consideriamo normale non esisteva. Ogni progetto richiedeva tempo: per immaginare, per scrivere, per confrontarsi, per produrre, per correggere. Tempo per andare in onda. E forse proprio quel tempo permetteva alle idee di sedimentare.
C’è un’altra cosa che oggi noto con maggiore chiarezza. Molte aziende affidavano ai professionisti un mandato preciso e allo stesso tempo una grande fiducia. Nel mio caso il compito era raccontare un’identità, dare movimento a un marchio, rendere visibile una visione aziendale, trasmettere eleganza, stile, qualità e capacità di relazione con pubblici diversi. Non si trattava semplicemente di mostrare un logo. Si trattava di costruire attorno a quel logo una storia. E per fare questo mi veniva lasciato spazio: per immaginare, per sperimentare. Spazio per trovare linguaggi che spesso nascevano prima ancora che esistessero le parole per definirli. Non era assenza di controllo. Era assunzione reciproca di responsabilità. L’azienda investiva fiducia. Io rispondevo con il lavoro.
Guardando oggi questi materiali con il distacco che il tempo concede, mi sorprende la qualità dell’attenzione che emerge da ogni dettaglio. Le riprese. I montaggi. I ritmi. Le scelte narrative. Dietro ogni scelta si percepisce una costruzione artigianale. Una cura. Una presenza.
Forse oggi disponiamo di strumenti infinitamente più potenti. Non si trattava semplicemente di tempi più lenti, ma di una programmazione ancora non svilita dall’eccesso di produzione e di stimoli.
E qualche volta ho l’impressione che la velocità rischi di sottrarre spazio all’ascolto, alla riflessione e alla profondità del processo creativo. Per questo sento il desiderio di ringraziare tutte le persone che hanno attraversato quella stagione professionale. Carla Privitera. Gli operatori. I tecnici. Le aziende che hanno creduto in quei percorsi. Gli ospiti che hanno partecipato alle trasmissioni.
Ogni tanto è utile fermarsi e osservare da dove arriviamo. Per capire meglio cosa abbiamo costruito. Cosa abbiamo trasformato. E forse anche chi siamo diventati.
Ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi anche nei momenti peggiori. Luis Sepúlveda, Le Rose di Atacama
Rende un omaggio intimo a chi trasforma la resistenza in un’azione quotidiana e silenziosa, dimostrando che la vera forza risiede nel vivere a testa alta, anche quando tutto sembra crollare. Lo scrittore cileno esalta l’eroismo della normalità, contrapposto ai grandi clamori. La resistenza diventa tangibile attraverso il sudore, la carne e il sangue, superando la semplice teoria.
La resistenza non assomiglia a una battaglia. Assomiglia a una pratica. Una pratica silenziosa. Una pratica che non produce applausi. Una pratica che spesso passa inosservata.
Io penso che resistenza sia anche decisione. La decisione di continuare a scavare sotto i propri piedi mentre molti guardano soltanto davanti a sé. La decisione di cercare una sorgente che ancora non si vede.
La verità è verità. Non diventa più vera perché viene riconosciuta. Non diventa meno vera perché viene ignorata. Esiste. Attende. A volte richiede anni.
Negli ultimi tempi ho attraversato desideri, paure, progetti, dubbi, gioie inattese, conti da pagare, sogni da proteggere e relazioni da comprendere. Ho imparato che resistere non significa irrigidirsi. Significa attraversare. Attraversare una solitudine senza farsene divorare. Attraversare un desiderio senza esserne trascinati. Attraversare un’idea fino a trasformarla in un gesto concreto.
Ho piantato un seme a settecento metri di profondità. Per molto tempo non ho visto nulla. Oggi vedo un germoglio. Forse piccolo. Forse fragile. Reale. Lo vedo in una trasmissione radiofonica registrata con cura. Lo vedo in una pagina scritta. Lo vedo in uno spettacolo che prende forma. Lo vedo negli occhi di mia nipote mentre danza. Lo vedo nella capacità di continuare a credere che il lavoro profondo abbia un senso anche quando non produce risultati immediati.
Mentre il ventilatore alla mia destra muove l’aria della stanza e il mondo continua a correre, io scelgo di rallentare. Scelgo di ascoltare. Scelgo di costruire. Scelgo di restare fedele a ciò che sento profondamente. Resistenza è decisione. E ogni decisione autentica è una forma d’amore verso la propria vocazione.
C’è una cosa che ho capito dopo molti anni di lavoro nella comunicazione. È difficile fare restare impressa una idea. È difficile impedire che sparisca come se non fosse mai esistita. E quando scrivo idea il mio pensiero si allarga a qualcosa che è nuovo nell’ istante che si genera, si produce, si spettacolarizza. È difficile perché l’idea si apre in mille rivoli e la fonte da cui è partita perde posizione, diventa lontana. E se non si fotografa, si racconta precisamente come era, come è stata, il ricordo è vago, ha pochi contorni anche se nell’ inconscio tiene il suo diario.
C’è un’altra cosa che negli anni ho compreso. Per creare bisogna anche sapersi svuotare di sé. Ogni idea autentica chiede spazio, autentico. Vuole andare oltre chi l’ha generata. Vuole crescere, trasformarsi, incontrare altre persone, altri linguaggi, altre epoche. La creatività, per sua natura, tende sempre in avanti. Ma esiste una differenza sottile tra andare avanti e perdere la propria origine. Perché mentre una visione cresce, dovrebbe continuare a riconoscere la sorgente da cui è partita. Non per restarne prigioniera. Per non smarrire la propria consistenza.
Forse è una riflessione che nasce anche dalla mia storia familiare. Osservando mio padre ho compreso quanto sia delicato il passaggio tra ereditare e proseguire. Custodire non significa fermarsi. Andare avanti non significa dimenticare. Le due cose dovrebbero convivere. Quando la continuità si interrompe, non si perde soltanto una memoria. Si perde anche una parte della forza che quella memoria avrebbe potuto generare nel futuro.
Un’idea non è un oggetto. È un movimento. E se non continua a muoversi, viene ricoperta dal tempo. Ed è forse per questo che oggi sento così forte il bisogno di costruire ponti. Perché una sorgente serve a continuare ad alimentare il fiume. Rispetto per ogni generante generazione.
Oggi ho recuperato dal mio archivio il video dell’inaugurazione del primo grande ipermercato Auchan in Sicilia, a Catania: 11 ottobre 1998
Un evento enorme: circa 140 persone tra attori, modelle, musicisti, tecnici, sicurezza, produzione. Prove, trucco, backstage, preparazione, festa. Un sistema intero che si attivava per costruire un’esperienza unica, irripetibile nel tempo breve in cui accadeva. Poi tutto finiva. E rimaneva solo il ricordo, se qualcuno decideva di trattenerlo. Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Per ventotto anni quel materiale è rimasto immobile in uno scaffale. Non perché fosse insignificante. E nemmeno perché qualcuno ne impedisse il ritorno. La verità è più semplice. La resistenza era soprattutto mia. Perché chi vive di idee è spesso attratto da ciò che deve ancora accadere. Guarda avanti. Immagina il prossimo progetto, la prossima intuizione, il prossimo movimento. E rischia di considerare ciò che ha già realizzato come qualcosa di concluso. Superato. Perfino obsoleto.
Anch’io, in parte, ho attraversato questa illusione. Poi ho capito che il passato non serve a rallentare il cammino. Serve a definire il rapporto di causa ed effetto. Perché il passato non è il luogo dove fermarsi. È il luogo dove riconoscere le tracce. Dove osservare ciò che è stato generato. Dove comprendere meglio ciò che stiamo ancora cercando.
Ed è stato proprio quando ho smesso di considerare quei materiali come qualcosa di vecchio che ho iniziato a riconoscerne il valore. Non il valore nostalgico. Il valore chiarificatore. Perché a volte il passato non ci dice chi eravamo. Ci aiuta a capire chi siamo diventati. E quando lo comprendiamo davvero, davanti a noi si apre qualcosa che assomiglia all’infinito.
L’ho cercato per verificare una cosa semplice e difficile insieme: se una visione, attraversando il tempo, conserva consistenza oppure si dissolve.
Mentre guardavo quel video mi sono accorto di qualcosa di molto preciso. Non stavo guardando solo un evento. Stavo guardando un modo di lavorare. Un’epoca. Un linguaggio. Un sistema di relazioni tra persone, spazi e immaginazione che oggi appare distante, quasi irripetibile nella sua forma originaria. Un linguaggio che allora poteva sembrare innovativo, un linguaggio che oggi riconosco soprattutto come una diversa spettacolarizzazione di una comunicazione.
In quel lavoro c’era una missione chiara, anche se non sempre esplicitata. Trasformare la realtà in visione. Non semplicemente rappresentarla, renderla esperienza, immaginazione condivisa, possibilità di altro. Una comunicazione che lasciasse un retrogusto di avanguardia e contemporaneità.
Questo mi ha portato, negli anni, a osare. A costruire eventi, connessioni, dispositivi relazionali che allora non erano ancora linguaggio comune.
Eppure, guardando oggi quel materiale, vedo anche un’altra cosa. Non ho mai spinto tutto fino in fondo. Cercavo un equilibrio accettando compromessi. A volte per prudenza. A volte per le condizioni del tempo. Per il contesto. Per la mancanza di alleati. Perché vedevo possibili cose che agli altri apparivano impossibili.
E soprattutto perché non sempre ho potuto dedicare a quelle visioni tutto il tempo che avrebbero richiesto. Bisognava anche fare benzina. Tenere acceso il motore. Pagare il viaggio mentre lo si stava compiendo. E così una parte dell’energia che avrei voluto destinare all’esplorazione è stata assorbita dalla necessità di sostenere il cammino.
E oggi quella soglia diventa una domanda aperta: cosa sarebbe accaduto se quella spinta avesse avuto una struttura capace di sostenerla fino in fondo?
Viviamo immersi in una quantità enorme di comunicazione. Ogni giorno nasce qualcosa. Ogni giorno qualcosa viene pubblicato, condiviso, consumato e dimenticato. La novità è continua, la memoria no. La memoria non è automatica. È una costruzione fragile. E qui si apre una frattura che oggi sento in modo più chiaro. Tra ciò che accade e ciò che rimane. Tra ciò che viene visto e ciò che viene attraversato. Tra ciò che vive nel presente e ciò che riesce a diventare storia.
Per anni ho pensato che bastasse avere visione. Essere avanti. Anticipare. Creare. Oggi so che non basta. Una visione non sopravvive perché è giusta. Sopravvive perché qualcuno continua a tradurla. Perché qualcuno la racconta a chi non era presente. Perché qualcuno la rende di nuovo leggibile in un tempo diverso. Se questo non accade, non c’è riconoscimento futuro. C’è sparizione, effetto della sottrazione.
È da un po’ che sto recuperando materiali, digitalizzando il mio archivio. Rendere accessibili esperienze che rischiavano di restare lì potenti senza dare un contributo
Senza nostalgia né autorappresentazione. Unicamente per continuità. Perché ciò che non è accessibile smette di esistere nel presente degli altri. Anni fa avevo anche immaginato una forma più strutturata di questo lavoro di riedizione. Avevo parlato con chi avrebbe potuto aiutarmi a sostenerlo anche economicamente. Avevo pensato a una conversione possibile di tutto questo in una piattaforma, in un ambiente di memoria e visione. L’avevo chiamata VISIODROMO. È rimasta un progetto sospeso. Un post-it. Un’intuizione non ancora tradotta in struttura.
Oggi, invece, una parte di quel lavoro lo sto facendo comunque. In un altro modo. Più lento. Più personale. Più diretto. Eccomi qua.
Poi mentre correggevo le bozze del mio scrivere uscendo dalla metropolitana: le scale mobili erano ferme. Con una ragazza che non conoscevo abbiamo scelto un’altra strada per salire. Durante il tragitto le ho chiesto se fosse nata prima o dopo il 1998, lei mi ha risposto “prima, sono del 1994, mia sorella è nata nel 1998″. Improvvisamente quel numero è diventato segno, è diventato un punto di contatto tra vite diverse. Tra chi c’era e chi non era ancora nato. Tra esperienza e continuità.
In quel momento ho capito una cosa semplice: il tempo non è una linea. È un incrocio. E ciò che chiamiamo passato diventa vivo solo quando incontra qualcuno che non lo ha vissuto. O quando Google ci restituisce una fotografia di anni fa, e per un attimo ciò che era stato torna a essere presente.
Molti anni fa dicevo una cosa semplice agli imprenditori con cui lavoravo. Ascoltate la vostra voce registrata. Riascoltatela mentre guidate o fare altro. Lasciate che la musica vi porti in un altro ritmo. Perché la musica sintonizza l’anima. E quando una persona si accorda, vede diversamente.
Viviamo immersi in una quantità enorme di informazioni. Poche esperienze diventano memoria. Poche diventano attraversabili. E forse il vero lavoro non è correre più avanti degli altri. Non è essere riconosciuti. Non è nemmeno essere ricordati. Il vero lavoro è fare in modo che ciò che abbiamo vissuto possa ancora essere attraversato da qualcuno che non c’era o che si è dimenticato di esserci stato. È successo poco tempo fa con un’attrice che ha partecipato ad un mio spettacolo, dopo quasi 40 anni lo ha rivisto e mi ha detto cose incredibili.
Per molto tempo il mio lavoro è stato silenzioso. Defilato. Operativo. Ho costruito spettacoli, eventi, relazioni, esperienze. Non sempre ho costruito la loro continuità. Sto lavorando con ciò che sono stato. Aggiungendo una dimensione che mancava: la struttura capace di mantenere viva la traduzione nel tempo. La dignità.
E in questo senso anche questo gesto — recuperare un video, digitalizzare un archivio, scrivere, pubblicare, raccontare, incontrare persone, collegare passato e presente — non è separato. È lo stesso movimento: dare consistenza a ciò che altrimenti sarebbe soltanto esperienza dispersa.
E forse questa è la parola giusta: Consistenza. Ciò che continua a passare nel tempo senza perdersi del tutto.
E se oggi questo lavoro ha un senso, non è per essere riconosciuto. Per impedire che ciò che è stato vissuto smetta di parlare.
Questa attenzione alla continuità nasce anche da una storia più antica della mia. Per anni ho osservato ciò che accade quando un lavoro importante, una ricerca, una visione, non trovano una struttura capace di accompagnarle nel tempo. Lo vedo mentre una giovane ricercatrice sta lavorando a una tesi dedicata a mio padre e alla sua esperienza con il Teatro Club di Catania. E ogni volta mi pongo la stessa domanda: quanto patrimonio umano, culturale e creativo rischia di restare invisibile semplicemente perché nessuno si occupa della sua traduzione nel futuro?
Crescendo, ho conosciuto profondamente mio padre come padre. Come accade a molti figli che spesso, conoscono il padre nella sua dimensione affettiva e quotidiana, mentre comprendono solo molto più tardi il lavoro, la ricerca, i sacrifici e la visione che hanno sostenuto la sua vita. Col tempo ho capito che non stavo osservando soltanto la sua storia.
Stavo osservando una dinamica che riguarda molte persone, molte opere, molte esperienze. Per molto tempo ho pensato che avrei potuto fare di più per custodire quella memoria. Oggi capisco che quella domanda riguarda anche me. Non per costruire un monumento. Non per inseguire riconoscimenti tardivi. Per costruire continuità. Perché sto cercando di fare oggi ciò che avrei voluto che qualcuno facesse ieri: costruire un ponte tra l’esperienza e la memoria. Un ponte che permetta a ciò che è stato vissuto di non rimanere prigioniero del passato. Un ponte che renda attraversabile una storia anche a chi non c’era.
Perché quando questo accade, la memoria smette di essere un archivio e torna a essere una relazione viva tra generazioni.
Sono entrato al Teatro Metropolitan di Catania con una curiosità precisa. Non tanto per capire cosa avrebbe detto Daniela Lucangeli, quanto per osservare cosa accade quando una professoressa universitaria attraversa il confine tra aula e palcoscenico per raccontare la scienza mettendo in scena sé stessa. Da drammaturgo è una domanda che mi accompagna spesso: cosa succede quando un sapere abbandona il luogo in cui è nato e conquista uno spazio diverso? Quale ritmo sceglie? Quale struttura? Quali strumenti utilizza per mantenere viva l’attenzione di centinaia di persone?
Ancora prima che iniziasse la serata, la mia vicina di posto, un’insegnante, mi ha confidato di essere curiosa. Voleva vedere cosa sarebbe accaduto. Era la stessa domanda che avevo io.
Lo spettacolo si apre con Emozioni di Lucio Battisti e quasi subito Lucangeli pronuncia una frase che sembra una dichiarazione d’intenti: «Partiamo dalle cose brutte così poi arriviamo alle cose belle. La prima cosa che voglio fare è mettervi ansia». Da quel momento inizia qualcosa che non assomiglia né a una lezione universitaria né a uno spettacolo teatrale tradizionale.
Si parla di respiro, di battito cardiaco, di attenzione rivolta a sé stessi. Si entra in una sorta di meditazione collettiva. Le persone vengono invitate ad ascoltarsi, a guardarsi, a riconoscersi. A un certo punto arriva quello che, per me, è la vera sigla della serata: tutti sono invitati a pronunciare contemporaneamente il proprio nome. Non una canzone. Non uno slogan. Ma un’affermazione di presenza:
Io sono qui. Tu sei qui. Noi siamo qui.
Più passava il tempo e più mi rendevo conto che stavo osservando qualcosa di diverso dal teatro che conosco. Nel teatro, salvo casi particolari, l’emozione nasce da una storia. Seguiamo un personaggio, un conflitto, un viaggio. Alla fine riconosciamo il lavoro dell’attore con l’applauso.
Qui il meccanismo era differente. Non c’era una trama. Non c’era un protagonista da seguire. Non c’era una costruzione scenica particolarmente elaborata. Lucangeli rimaneva quasi sempre al centro del palco. Non sfruttava il teatro come farebbe un attore o un regista. Non costruiva immagini sceniche, non utilizzava movimenti significativi, non cercava effetti spettacolari.
Da uomo di teatro, confesso che avrei immaginato una maggiore drammatizzazione, una cura diversa di alcuni dettagli. Eppure questo sembrava non avere alcuna importanza per il pubblico. Era lì per incontrare una persona.
Per tutta la sera ho osservato gli sguardi. Osservavo loro, il pubblico. Ed è forse questa l’immagine che mi porto a casa. Gli sguardi. Non vedevo semplicemente attenzione. Vedevo affidamento. Curiosità. Aspettativa. Fiducia.
Una ragazza seduta poco lontano da me non ha praticamente mai staccato gli occhi da Daniela Lucangeli. Ma non era l’unica. Molti sembravano pendere dalle sue parole. E questo mi ha fatto riflettere. Non stavano seguendo una storia. Stavano seguendo sé stessi.
Lucangeli riportava continuamente l’attenzione sul respiro, sulle emozioni, sulle relazioni, sui figli, sulla memoria, sulle ferite, sull’apprendimento. Un attore normalmente ci porta fuori da noi per accompagnarci dentro una storia. Qui accadeva quasi il contrario. Il pubblico veniva continuamente riportato dentro la propria esperienza.
Da anni ci ripetono che l’attenzione si è accorciata. I social, i video brevi, le notifiche continue avrebbero reso impossibile seguire un discorso lungo. I TED stessi sono diventati il simbolo di questa idea: condensare un pensiero complesso in diciotto o venti minuti.
Eppure il Metropolitan mi ha raccontato un’altra storia. Centinaia di persone sono rimaste sedute per quasi due ore ad ascoltare una donna parlare di emozioni, neuroscienze, apprendimento, relazioni umane e memoria. Nessuno sembrava avere fretta. Molti, all’uscita, mi hanno detto che sarebbero rimasti ancora.
Questo mi costringe a una domanda: siamo davvero incapaci di mantenere l’attenzione a lungo oppure siamo incapaci di mantenerla su ciò che non ci coinvolge? Forse il problema non è la durata ma la qualità della relazione che si crea tra chi parla e chi ascolta.
Una parola ritornava continuamente durante la serata: «riassunto». Lucangeli affrontava concetti complessi come filogenesi, ontogenesi, epigenesi, neuroplasticità e poi si fermava: «Riassunto».
Mi ha divertito molto perché anch’io, nel mio modo di stare in scena, faccio qualcosa di simile. Non uso quella parola, ma riprendo spesso l’ultima espressione pronunciata per verificare se il pubblico è ancora con me. È un gesto semplice, quasi invisibile. Ma racconta qualcosa di importante.
Chi comunica non vuole soltanto parlare. Vuole essere seguito.
Osservando il pubblico mi sono reso conto che stavo assistendo a un fenomeno che conosco bene ma che normalmente appartiene ad altri mondi. Lo vedo ai concerti. Lo vedo quando entra in scena un attore molto amato. Lo vedo quando un artista pronuncia le prime parole e il pubblico è già disposto ad accompagnarlo ovunque.
Molte delle persone che ho incontrato all’uscita non erano lì per scoprire Daniela Lucangeli. Erano lì per ritrovarla. Avevano letto i suoi libri, visto i suoi video, ascoltato le sue conferenze. Alcuni avevano percorso molti chilometri per esserci.
Una donna mi ha detto che era venuta semplicemente «per lei». Un’altra che sarebbe rimasta ad ascoltarla fino al mattino. Una terza mi ha confidato che la serata aveva aperto «stanze chiuse».
Nessuno mi ha parlato di epigenesi. Quasi tutti mi hanno parlato di amore, di comprensione, di umanità.
Ed è forse proprio qui che risiede il tratto più interessante del lavoro di Daniela Lucangeli. Per molto tempo la nostra cultura ha separato il pensiero dal sentire, la ragione dall’emozione, come se comprendere significasse necessariamente prendere le distanze da ciò che si prova. Il contributo di Lucangeli sembra muoversi in una direzione diversa. Le emozioni non vengono considerate un ostacolo alla conoscenza, ma il terreno stesso nel quale l’apprendimento prende forma. Impariamo attraverso le relazioni, attraverso la fiducia, attraverso il senso di sicurezza che ci permette di esplorare il mondo senza esserne sopraffatti.
È una prospettiva pedagogica, certo. Ma è anche una prospettiva antropologica. Perché ci ricorda che non esiste crescita autentica che non attraversi la vulnerabilità, la cura e l’incontro con l’altro. Forse è anche per questo che molte delle persone presenti quella sera non ricordavano tanto le definizioni scientifiche quanto il modo in cui si erano sentite. Non portavano via soltanto delle informazioni. Portavano via una diversa idea di ciò che significa essere umani.
Per questo motivo continuo a pensare che ciò a cui ho assistito non fosse propriamente teatro e non fosse nemmeno una lezione universitaria. Forse era qualcosa di più vicino a un rito contemporaneo. Perché quando una comunità temporanea si riunisce attorno a una domanda condivisa — come crescere, come educare, come comprendere meglio sé stessi e gli altri — accade qualcosa che va oltre il semplice trasferimento di informazioni.
Accade un’esperienza. Ed è proprio qui che si è affacciato in me un altro pensiero. Ho visto del materiale scenico ancora inesplorato.
Non perché Daniela Lucangeli abbia bisogno di diventare attrice, né perché debba trasformare il proprio lavoro in uno spettacolo. Una donna che ha dedicato la vita allo studio delle neuroscienze, dell’apprendimento e delle emozioni sale su un palco e parla. Quasi senza artifici. Quasi senza scena. Eppure riesce a tenere insieme centinaia di persone per oltre un’ora e mezza.
Da drammaturgo non potevo fare a meno di immaginare ciò che ancora potrebbe emergere. Vedo anni di ricerca, di studio, di incontri, di domande. Vedo concetti che diventano immagini. Vedo relazioni che diventano racconto. Vedo il potenziale di un teatro dell’incontro, che non è quello della finzione ma quello della presenza. Non la rappresentazione di una vita. La sua condivisione.
Nel mio lavoro di teatro contemporaneo sto esplorando sempre di più il racconto dell’esperienza, della trasformazione, dell’attraversamento. Mi interessa il sentire. Mi interessa capire come un essere umano cambia quando incontra un altro essere umano. E quella sera ho avuto la sensazione di osservare proprio questo processo. Per questo, uscendo dal teatro, mi è venuto da pensare una cosa semplice: Daniela, vorrei scrivere per te.
Forse non accadrà mai. Ma è una delle sensazioni più belle che mi porto a casa da questa serata. Alla fine dell’incontro le ho chiesto se il teatro la appassionasse o se fosse semplicemente un’aula universitaria più grande.
Mi ha risposto: «Il teatro è un modo perché mi vediate vera.»
È una frase che continuo a ripensare. Forse perché contiene il cuore di tutto quello che ho osservato. Il pubblico non era lì soltanto per imparare qualcosa. Era lì per incontrare qualcuno. E forse la domanda più interessante non riguarda Daniela Lucangeli ma il pubblico di oggi. Che cosa cerca?
Forse cerca qualcosa che le informazioni da sole non riescono più a dare. Le informazioni sono ovunque. Le spiegazioni pure. Quello che diventa raro è qualcuno capace di organizzarle, renderle umane e restituirle in una forma che permetta a ciascuno di ritrovare una parte di sé.
E allora la lezione più interessante della serata non è arrivata dal palco. È arrivata dalla platea. Perché non stavo osservando semplicemente il consenso. Stavo osservando il desiderio di essere accompagnati. Di essere riconosciuti. Di sentirsi parte di qualcosa che, anche solo per una sera, restituisce profondità all’esperienza umana.
Oggi l’attenzione, forse, è il bene più raro che esista. al Teatro Metropolitan, ho avuto la sensazione che l’attenzione non fosse soltanto presente. Fosse un atto d’amore.