La bellezza è una battaglia

Stamattina ho scritto una frase sulla busta del pane comprato ieri: la bellezza è una battaglia. Una constatazione.

La bellezza mi raggiunge sempre in modo immediato. Può essere una fotografia che mi costringe a fermarmi. Può essere una bottiglia di champagne che guardo in questo momento e che Adelaide e Michael mi hanno regalato dopo un dj set a Taormina. Può essere il disegno che mia nipote Vittoria ha tracciato sul mio braccio con una penna speciale: un fiore, delle ramificazioni, un cuore e una stella.

La bellezza arriva all’improvviso. Quasi mai nasce all’improvviso. Perché oggi mi accorgo di una cosa: la bellezza non sta nelle cose. Sta nei passaggi che le hanno rese possibili. Quella bottiglia non è una bottiglia. È un pranzo, una festa di compleanno, una consolle, musica condivisa, gratitudine ricevuta. Quel disegno non è un disegno. È un tatuaggio di bellezza. Un punto di partenza lungo una vita. È il tempo che ha lavorato. È mia figlia che è diventata madre. È mia nipote che cresce. È la vita che continua a scrivere la propria storia sul mio braccio.

Anche la bellezza di una persona che osservo in una fotografia non nasce da sola. È una immagine composta, un assieme di istanti, di intuizioni, di sensibilità, di scelte di bellezza. Una bellezza che arriva da un padre e da una madre.

Come la foto di Viviana. Arriva da una storia, da un carattere, da un essere, in un istante, anche diversissimo da altri istanti. Arriva da una sensibilità. Da educazione alla bellezza. Arriva da ferite che non conosco e da gioie che non conosco. La bellezza è composta. Non nasce mai da sola.

Quando guardo i miei quattro figli non vedo soltanto quattro persone. Ammiro quattro personalità. Quattro sguardi. Quattro obiettivi. Quattro modi diversi di attraversare il mondo. Eppure, in qualche punto misterioso, riconosco lo stesso sguardo. Lo stesso filo. La stessa origine. La stessa bellezza che si è trasformata senza smettere di appartenersi.

La bellezza è tutt’altro che aspettativa.
Anzi, quando l’aspettativa decade, inizia la bellezza.

Ieri parlavo con Marianna, la studentessa che sta lavorando alla sua tesi sul Teatro Club e su mio padre Nando.
Pensavo che anche quella è bellezza.
La bellezza che è nata da condizioni in cui l’isolamento è stato determinante e che oggi, attraverso sforzi, diventa isola alla quale puoi arrivare in modi diversi ma che rimane sempre un’isola.
Perché quella tesi non nasce oggi. Nasce dall’impeto vocazionale di mio padre. Dalle sue scelte che sono diventate opera. E direttamente da suo padre, mio nonno.
Nasce dal mio lavoro di raccolta, di memoria, di conservazione. Nasce da documenti, incontri, racconti, fotografie, lettere e ricordi. Nasce da una vita intera. Già questa frase è bellezza evocativa. E oggi arriva nelle mani di una giovane donna che decide di dedicarle studio, tempo e attenzione.
La bellezza della dedizione. La bellezza della trasmissione. La bellezza del prendersi cura.

E allora capisco che la frase scritta stamattina contiene qualcosa di più profondo. La bellezza è una battaglia. Perché viviamo immersi nell’incuria. Nella fretta. Nel rumore. Negli interessi. Nelle lobby. Nelle distrazioni. Nel mercato. Nelle piccole e grandi meschinità che cercano continuamente di sottrarci attenzione.

La bellezza, invece, chiede presenza. Chiede sguardo. Chiede disponibilità. Chiede gratitudine. E soprattutto chiede attraversamento. Perché dentro il mio sguardo non vivono soltanto le cose belle. Vivono tutte le mie sfide. La mia curiosità. Le mie battaglie. Quelle facili. Quelle felici. Quelle inattese. Quelle attraversate. E soprattutto quelle mostruosamente difficili. Uso questa parola con consapevolezza. Mostruosamente difficili. Le separazioni. Le delusioni. Le incomprensioni. Le battaglie economiche. Le solitudini. I tradimenti delle aspettative.

Il paradosso della vita è questo: la bellezza più profonda nasce proprio da ciò che è stato mostruosamente difficile attraversare.

Come se il dolore, invece di distruggere completamente il paesaggio, ne rivelasse la struttura nascosta. Come se certe ferite, col tempo, diventassero finestre. Come se la sofferenza, senza perdere nulla della sua durezza, si trasformasse in comprensione.

E allora oggi mi godo il mio sguardo. Mi godo la musica del mio sguardo perché dentro di lui vivono tutti i miei attraversamenti. La purezza e la sofferenza. La gioia e la nostalgia. La perdita e la gratitudine. La luce e l’ombra. Tutto insieme.

La bellezza, forse, non è altro che questo. La capacità di riconoscere, in un istante, il valore di tutto ciò che ci ha portato fin qui.

Per questo la bellezza è una battaglia. Non una battaglia contro qualcuno. Una battaglia contro l’oblio, contro l’incuria, contro l’indifferenza. Una battaglia per continuare a vedere.

Una battaglia dopo l’altra.

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