Consistenza

C’è una cosa che ho capito dopo molti anni di lavoro nella comunicazione. È difficile fare restare impressa una idea. È difficile impedire che sparisca come se non fosse mai esistita. E quando scrivo idea il mio pensiero si allarga a qualcosa che è nuovo nell’ istante che si genera, si produce, si spettacolarizza. È difficile perché l’idea si apre in mille rivoli e la fonte da cui è partita perde posizione, diventa lontana. E se non si fotografa, si racconta precisamente come era, come è stata, il ricordo è vago, ha pochi contorni anche se nell’ inconscio tiene il suo diario.

C’è un’altra cosa che negli anni ho compreso. Per creare bisogna anche sapersi svuotare di sé. Ogni idea autentica chiede spazio, autentico. Vuole andare oltre chi l’ha generata. Vuole crescere, trasformarsi, incontrare altre persone, altri linguaggi, altre epoche. La creatività, per sua natura, tende sempre in avanti. Ma esiste una differenza sottile tra andare avanti e perdere la propria origine. Perché mentre una visione cresce, dovrebbe continuare a riconoscere la sorgente da cui è partita. Non per restarne prigioniera. Per non smarrire la propria consistenza.

Forse è una riflessione che nasce anche dalla mia storia familiare. Osservando mio padre ho compreso quanto sia delicato il passaggio tra ereditare e proseguire. Custodire non significa fermarsi. Andare avanti non significa dimenticare. Le due cose dovrebbero convivere. Quando la continuità si interrompe, non si perde soltanto una memoria. Si perde anche una parte della forza che quella memoria avrebbe potuto generare nel futuro.

Un’idea non è un oggetto. È un movimento. E se non continua a muoversi, viene ricoperta dal tempo. Ed è forse per questo che oggi sento così forte il bisogno di costruire ponti. Perché una sorgente serve a continuare ad alimentare il fiume. Rispetto per ogni generante generazione.

Oggi ho recuperato dal mio archivio il video dell’inaugurazione del primo grande ipermercato Auchan in Sicilia, a Catania: 11 ottobre 1998

Un evento enorme: circa 140 persone tra attori, modelle, musicisti, tecnici, sicurezza, produzione. Prove, trucco, backstage, preparazione, festa. Un sistema intero che si attivava per costruire un’esperienza unica, irripetibile nel tempo breve in cui accadeva. Poi tutto finiva. E rimaneva solo il ricordo, se qualcuno decideva di trattenerlo. Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Per ventotto anni quel materiale è rimasto immobile in uno scaffale. Non perché fosse insignificante. E nemmeno perché qualcuno ne impedisse il ritorno. La verità è più semplice. La resistenza era soprattutto mia. Perché chi vive di idee è spesso attratto da ciò che deve ancora accadere. Guarda avanti. Immagina il prossimo progetto, la prossima intuizione, il prossimo movimento. E rischia di considerare ciò che ha già realizzato come qualcosa di concluso. Superato. Perfino obsoleto.

Anch’io, in parte, ho attraversato questa illusione. Poi ho capito che il passato non serve a rallentare il cammino. Serve a definire il rapporto di causa ed effetto. Perché il passato non è il luogo dove fermarsi. È il luogo dove riconoscere le tracce. Dove osservare ciò che è stato generato. Dove comprendere meglio ciò che stiamo ancora cercando.
 
Ed è stato proprio quando ho smesso di considerare quei materiali come qualcosa di vecchio che ho iniziato a riconoscerne il valore. Non il valore nostalgico. Il valore chiarificatore. Perché a volte il passato non ci dice chi eravamo. Ci aiuta a capire chi siamo diventati. E quando lo comprendiamo davvero, davanti a noi si apre qualcosa che assomiglia all’infinito.

L’ho cercato per verificare una cosa semplice e difficile insieme: se una visione, attraversando il tempo, conserva consistenza oppure si dissolve.

Mentre guardavo quel video mi sono accorto di qualcosa di molto preciso. Non stavo guardando solo un evento. Stavo guardando un modo di lavorare. Un’epoca. Un linguaggio. Un sistema di relazioni tra persone, spazi e immaginazione che oggi appare distante, quasi irripetibile nella sua forma originaria. Un linguaggio che allora poteva sembrare innovativo, un linguaggio che oggi riconosco soprattutto come una diversa spettacolarizzazione di una comunicazione.

In quel lavoro c’era una missione chiara, anche se non sempre esplicitata. Trasformare la realtà in visione. Non semplicemente rappresentarla, renderla esperienza, immaginazione condivisa, possibilità di altro. Una comunicazione che lasciasse un retrogusto di avanguardia e contemporaneità.

Questo mi ha portato, negli anni, a osare. A costruire eventi, connessioni, dispositivi relazionali che allora non erano ancora linguaggio comune.

Eppure, guardando oggi quel materiale, vedo anche un’altra cosa. Non ho mai spinto tutto fino in fondo. Cercavo un equilibrio accettando compromessi. A volte per prudenza. A volte per le condizioni del tempo. Per il contesto. Per la mancanza di alleati. Perché vedevo possibili cose che agli altri apparivano impossibili.

E soprattutto perché non sempre ho potuto dedicare a quelle visioni tutto il tempo che avrebbero richiesto. Bisognava anche fare benzina. Tenere acceso il motore. Pagare il viaggio mentre lo si stava compiendo. E così una parte dell’energia che avrei voluto destinare all’esplorazione è stata assorbita dalla necessità di sostenere il cammino.

E oggi quella soglia diventa una domanda aperta: cosa sarebbe accaduto se quella spinta avesse avuto una struttura capace di sostenerla fino in fondo?

Viviamo immersi in una quantità enorme di comunicazione. Ogni giorno nasce qualcosa. Ogni giorno qualcosa viene pubblicato, condiviso, consumato e dimenticato. La novità è continua, la memoria no. La memoria non è automatica. È una costruzione fragile. E qui si apre una frattura che oggi sento in modo più chiaro. Tra ciò che accade e ciò che rimane. Tra ciò che viene visto e ciò che viene attraversato. Tra ciò che vive nel presente e ciò che riesce a diventare storia.

Per anni ho pensato che bastasse avere visione. Essere avanti. Anticipare. Creare. Oggi so che non basta. Una visione non sopravvive perché è giusta. Sopravvive perché qualcuno continua a tradurla. Perché qualcuno la racconta a chi non era presente. Perché qualcuno la rende di nuovo leggibile in un tempo diverso. Se questo non accade, non c’è riconoscimento futuro. C’è sparizione, effetto della sottrazione.

È da un po’ che sto recuperando materiali, digitalizzando il mio archivio. Rendere accessibili esperienze che rischiavano di restare lì potenti senza dare un contributo

Senza nostalgia né autorappresentazione. Unicamente per continuità. Perché ciò che non è accessibile smette di esistere nel presente degli altri. Anni fa avevo anche immaginato una forma più strutturata di questo lavoro di riedizione. Avevo parlato con chi avrebbe potuto aiutarmi a sostenerlo anche economicamente. Avevo pensato a una conversione possibile di tutto questo in una piattaforma, in un ambiente di memoria e visione. L’avevo chiamata VISIODROMO. È rimasta un progetto sospeso. Un post-it. Un’intuizione non ancora tradotta in struttura.

Oggi, invece, una parte di quel lavoro lo sto facendo comunque. In un altro modo. Più lento. Più personale. Più diretto. Eccomi qua.

Poi mentre correggevo le bozze del mio scrivere uscendo dalla metropolitana: le scale mobili erano ferme. Con una ragazza che non conoscevo abbiamo scelto un’altra strada per salire. Durante il tragitto le ho chiesto se fosse nata prima o dopo il 1998, lei mi ha risposto “prima, sono del 1994, mia sorella è nata nel 1998″. Improvvisamente quel numero è diventato segno, è diventato un punto di contatto tra vite diverse. Tra chi c’era e chi non era ancora nato. Tra esperienza e continuità.

In quel momento ho capito una cosa semplice: il tempo non è una linea. È un incrocio. E ciò che chiamiamo passato diventa vivo solo quando incontra qualcuno che non lo ha vissuto. O quando Google ci restituisce una fotografia di anni fa, e per un attimo ciò che era stato torna a essere presente.

Molti anni fa dicevo una cosa semplice agli imprenditori con cui lavoravo. Ascoltate la vostra voce registrata. Riascoltatela mentre guidate o fare altro. Lasciate che la musica vi porti in un altro ritmo. Perché la musica sintonizza l’anima. E quando una persona si accorda, vede diversamente.

Viviamo immersi in una quantità enorme di informazioni. Poche esperienze diventano memoria. Poche diventano attraversabili. E forse il vero lavoro non è correre più avanti degli altri. Non è essere riconosciuti. Non è nemmeno essere ricordati. Il vero lavoro è fare in modo che ciò che abbiamo vissuto possa ancora essere attraversato da qualcuno che non c’era o che si è dimenticato di esserci stato. È successo poco tempo fa con un’attrice che ha partecipato ad un mio spettacolo, dopo quasi 40 anni lo ha rivisto e mi ha detto cose incredibili.

Per molto tempo il mio lavoro è stato silenzioso. Defilato. Operativo. Ho costruito spettacoli, eventi, relazioni, esperienze. Non sempre ho costruito la loro continuità. Sto lavorando con ciò che sono stato. Aggiungendo una dimensione che mancava: la struttura capace di mantenere viva la traduzione nel tempo. La dignità.

E in questo senso anche questo gesto — recuperare un video, digitalizzare un archivio, scrivere, pubblicare, raccontare, incontrare persone, collegare passato e presente — non è separato. È lo stesso movimento: dare consistenza a ciò che altrimenti sarebbe soltanto esperienza dispersa.

E forse questa è la parola giusta: Consistenza. Ciò che continua a passare nel tempo senza perdersi del tutto.

E se oggi questo lavoro ha un senso, non è per essere riconosciuto. Per impedire che ciò che è stato vissuto smetta di parlare.

Questa attenzione alla continuità nasce anche da una storia più antica della mia. Per anni ho osservato ciò che accade quando un lavoro importante, una ricerca, una visione, non trovano una struttura capace di accompagnarle nel tempo. Lo vedo mentre una giovane ricercatrice sta lavorando a una tesi dedicata a mio padre e alla sua esperienza con il Teatro Club di Catania. E ogni volta mi pongo la stessa domanda: quanto patrimonio umano, culturale e creativo rischia di restare invisibile semplicemente perché nessuno si occupa della sua traduzione nel futuro?

Crescendo, ho conosciuto profondamente mio padre come padre. Come accade a molti figli che spesso, conoscono il padre nella sua dimensione affettiva e quotidiana, mentre comprendono solo molto più tardi il lavoro, la ricerca, i sacrifici e la visione che hanno sostenuto la sua vita. Col tempo ho capito che non stavo osservando soltanto la sua storia.

Stavo osservando una dinamica che riguarda molte persone, molte opere, molte esperienze. Per molto tempo ho pensato che avrei potuto fare di più per custodire quella memoria. Oggi capisco che quella domanda riguarda anche me. Non per costruire un monumento. Non per inseguire riconoscimenti tardivi. Per costruire continuità. Perché sto cercando di fare oggi ciò che avrei voluto che qualcuno facesse ieri: costruire un ponte tra l’esperienza e la memoria. Un ponte che permetta a ciò che è stato vissuto di non rimanere prigioniero del passato. Un ponte che renda attraversabile una storia anche a chi non c’era.

Perché quando questo accade, la memoria smette di essere un archivio e torna a essere una relazione viva tra generazioni.

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