Pubblico è lo spazio, il sentire. Ogni volta che scrivo qualcosa e la consegno al mondo, quella pagina smette di appartenere soltanto a me. Diventa incontro. Diventa possibilità. Diventa interpretazione. Chi legge conosce soltanto una parte del mio cammino. Non conosce le telefonate che hanno preceduto una decisione. Non conosce i dubbi, i silenzi, le ore trascorse a cercare una soluzione.
Eppure, anche senza conoscere tutto, qualcosa arriva, perché ogni esperienza autentica contiene una parte universale. C’è sempre qualcuno che, leggendo una frase, riconosce un frammento della propria vita.
Pubblico il mio travaglio, la mia bontà, il mio dispiacere, la mia determinazione, la mia correttezza. Pubblico anche la mia bellezza. Perché credo che raccontare il proprio attraversamento possa incoraggiare qualcun altro ad attraversare il proprio.
Negli anni ho imparato una cosa. Incassare un pugno non significa diventare quel pugno. Significa fermarsi. Respirare. Capire. E continuare.
Ogni colpo porta con sé una domanda. Ogni ferita contiene anche una possibilità. Sta a noi decidere se trasformarla in rancore oppure in comprensione.
Oggi, mentre prendevo un caffè con un amico, il telefono ha iniziato a suonare. Mia nipote. Poi mia figlia. Mi hanno raccontato cose belle. Ed è stato come se la vita mi ricordasse una verità semplice. Un episodio non coincide mai con tutta la realtà. Esistono contemporaneamente la fatica e la gratitudine. L’amarezza e l’affetto. La delusione e il lavoro che continua.
Sarò ingenuo. Sarò ostinato. Sarò una cascata in piena. Continuo a scegliere la linearità dei miei sentimenti. Continuo a scegliere il rispetto. Continuo a scegliere la chiarezza. Perché la chiarezza non serve a convincere gli altri. Serve prima di tutto a riconoscere se stessi.
E quando una persona riconosce il proprio spazio interiore, non ha più bisogno di difenderlo continuamente. Lo abita, con dignità, responsabilità.
Con la quieta determinazione di chi continua il proprio cammino.

