Festa della musica

La Festa della Musica nasce nel 1982 per riportare la musica tra le persone. La nuova puntata di Radio Vanedda vuole raccogliere quello stesso spirito: ascoltare, condividere e stare bene insieme attraverso la musica.

In occasione della Festa della Musica, Radio Vanedda propone un viaggio sonoro attraverso epoche, generi ed emozioni, con una selezione musicale che attraversa il pop, il rock, il funk, la disco music e il cantautorato italiano e internazionale. La puntata diventa il pretesto per riflettere sul significato più profondo dell’ascolto e sul ruolo che la musica può avere nella nostra vita quotidiana.

Attraverso la propria esperienza di DJ e conduttore, ⁠Salvatore Greco ⁠racconta una filosofia maturata negli anni: quella dell’ascolto empatico, della capacità di sintonizzarsi sulle emozioni delle persone e di costruire percorsi musicali che favoriscano incontro, benessere e condivisione.

La musica viene così esplorata non soltanto come intrattenimento, ma come linguaggio universale, strumento di relazione, opportunità professionale, promozione culturale e risorsa capace di generare benessere individuale e collettivo. Una narrazione radiofonica che celebra la gioia di raccontare la musica attraverso la musica stessa, accompagnando gli ascoltatori in un percorso ricco di suggestioni, ricordi e nuove prospettive di ascolto.

La musica crea benessere. E ogni ascolto può diventare un attraversamento.⁠ Da oltre cinquant’anni vivo la musica da ascoltatore, ricercatore, DJ e narratore. Nel tempo ho imparato che la musica non è soltanto intrattenimento. ⁠La musica è una forma di relazione.⁠ Quando una canzone arriva nel momento giusto, quando una melodia incontra uno stato d’animo, quando una persona si sente rappresentata da un suono, accade qualcosa di straordinario: nasce una connessione.

Per questo motivo il mio lavoro non consiste semplicemente nel mettere dei brani in sequenza. ⁠Il mio compito è ascoltare.⁠ Ascoltare le persone. Ascoltare gli spazi. Ascoltare i silenzi. Ascoltare ciò che accade mentre la musica viene condivisa. ⁠

Ogni DJ set è un percorso umano⁠ prima ancora che musicale. Ogni scaletta nasce dall’osservazione, dall’empatia e dalla capacità di cogliere i segnali che arrivano da chi ascolta. Un sorriso. Uno sguardo. Un movimento del corpo. Un ricordo che riaffiora.

⁠Da anni porto avanti una ricerca personale sul potere della musica e sul benessere che essa può generare⁠. Credo che la musica possa favorire l’incontro tra le persone, migliorare la qualità delle relazioni, stimolare la memoria e l’immaginazione, accompagnare momenti di cambiamento, generare energia, equilibrio e consapevolezza, creare comunità.

Attraverso Radio Vanedda e il progetto “⁠Parlo con la Musica⁠” esploro il significato nascosto dei brani, le storie che raccontano e le emozioni che possono risvegliare. Non cerco soltanto canzoni. Cerco connessioni.

Credo in una musica che non separa ma unisce. In una musica che non impone ma suggerisce. In una musica che non riempie il silenzio ma lo trasforma. Ogni giorno può essere la Festa della Musica. Ogni ascolto può diventare un attraversamento. Perché la musica crea benessere.

Salvatore Greco Radio Vanedda | Parlo con la Musica 🎙️🎶📻
Per informazioni, collaborazioni, eventi e DJ set: 📧 ⁠parloconlamusica@gmail.com⁠


Geografia

Ognuno di noi nasce con alcune predisposizioni.

C’è chi è predisposto alle lingue e riesce a dialogare con naturalezza con persone provenienti da mondi diversi.

C’è chi è predisposto alla matematica e vede nei numeri un linguaggio semplice e familiare.

C’è chi è predisposto alla pittura, al disegno, al canto o alla recitazione.

C’è chi possiede una straordinaria manualità e sa riparare un rubinetto, aggiustare un armadio, costruire con le proprie mani ciò che immagina.

C’è chi è predisposto allo sport, alla competizione, al movimento del corpo.

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C’è chi è predisposto all’agricoltura, sa osservare una pianta, seminarla, curarla e raccoglierne i frutti.

C’è chi ama il mare e la pesca e conosce il dialogo silenzioso tra l’uomo e l’acqua.

C’è chi è predisposto agli affari, alla negoziazione, allo scambio, alla costruzione di opportunità economiche.

E c’è anche chi utilizza le proprie capacità in modo distorto, inseguendo soltanto il vantaggio personale, il possesso o il potere.

Anche queste figure fanno parte del paesaggio umano.

Attraverso di loro comprendiamo meglio quanto ogni predisposizione possa diventare costruzione oppure distruzione, crescita oppure impoverimento.

Ogni talento porta con sé una responsabilità: la scelta della direzione verso cui orientarlo.

C’è chi è predisposto alla cura.

Sono i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, ma anche tutte quelle persone che sanno ascoltare il dolore e accompagnare gli altri verso il benessere.

La cura è una delle funzioni più preziose dell’umanità.

C’è chi è predisposto alla spiritualità, alla ricerca interiore, alla trasmissione del mistero della vita.

Penso ai sacerdoti, ai monaci, ai maestri spirituali e a tutte quelle persone che aiutano gli altri a guardare oltre ciò che è immediatamente visibile.

Io credo di essere predisposto alla sensibilità.

È una predisposizione particolare, difficile da spiegare e a volte persino da gestire.

Mi accorgo spesso di cogliere prima di altri alcuni tratti sensibili della realtà che mi circonda: uno sguardo, una parola, un silenzio, una sfumatura, una tensione che si sta formando, una relazione che prende forma.

La mia sensibilità nasce anche dall’ascolto.

La musica è ed è stata una compagna di viaggio costante nella mia vita.

Attraverso migliaia di brani, artisti, melodie e parole ho imparato a osservare il mondo e a osservare me stesso.

Forse per questo motivo la mia vocazione consiste nel trasformare ciò che percepisco in racconto, in teatro, in musica, in scrittura, in spettacolo.

Non tanto attraverso la tecnica, quanto attraverso l’evocazione.

Cerco di dare forma a ciò che sento, di rendere visibile ciò che spesso rimane nascosto.

Ognuno ha la propria vocazione.

Io porto con me la mia sensibilità.

E continuo, giorno dopo giorno, a imparare come metterla al servizio della vita.

Invito chiunque a interrogarsi sulla propria predisposizione più profonda.

A riconoscerla, coltivarla e metterla al servizio degli altri.

Come scrive James Hillman nel suo libro Il codice dell’anima, ognuno di noi porta dentro di sé una chiamata, una vocazione, un disegno da realizzare.

Forse il lavoro più importante della vita è proprio questo: scoprire chi siamo e avere il coraggio di diventarlo.

Undici giugno

Un anno fa, nel giorno del centenario di mio padre Ferdinando Greco, detto da tutti Nando, ero impegnato a festeggiare nel migliore modo possibile i suoi cento anni.
Oggi non ci sono celebrazioni.
Ci sono una mattina, alcune responsabilità, qualche stanchezza e pensieri.
Eppure sento gratitudine.
Perché tutto ciò che ho costruito attorno a quel centenario non si è concluso quel giorno.
Ha continuato a lavorare dentro di me.
Forse è stato l’inizio di una nuova trasformazione. Di un passaggio dalla resistenza alla coltivazione.
Oggi mi trovo qui con nuove sfide, nuove fragilità e nuovi progetti.
Mi trovo qui con AVAMPOSTO, un testo che ho scritto e che racconta una parte profonda della mia storia.
Mi trovo qui con la musica, con Radio Vanedda, con il desiderio di continuare a creare.
E di questo sono fiero.
Non so se mio padre avrebbe immaginato tutto questo. So però che il suo passaggio continua a generare movimento. E oggi, nel giorno del suo compleanno, il grazie che sento è semplice, vero, qualcosa di più ❤️

Sparigliare

Che cosa significa sparigliare le carte?

Per un po’, il suono della parola si avvicina al suono di sbadigliare. Entrambe sembrano interrompere qualcosa. Entrambe introducono una pausa nell’agire. Ma mentre lo sbadiglio segnala una stanchezza o una noia, lo spariglio apre una possibilità.

Le carte, di solito, vanno sempre nello stesso verso. Le consuetudini, le abitudini, le regole non scritte e i comportamenti consolidati tendono a ripetersi fino a diventare prevedibili.

Il prevedibile annoia. Ed ecco che si insinua lo sbadiglio.
E quando tutto diventa prevedibile, il rischio è che smettiamo di immaginare alternative.
Sveglia.

È proprio in quel momento che compare lo sparigliatore. Il dream machine. L’utopista. Colui — o colei — che rompe la prevedibilità. Non necessariamente perché possieda più conoscenze degli altri. Piuttosto perché vede collegamenti che altri, in quel momento, non vedono. Perché si pone domande diverse. Perché decide di percorrere una strada quando ancora non esiste una traccia evidente da seguire.

Ripensando alla mia esperienza personale, mi accorgo che molte delle scelte che ho compiuto hanno avuto questa natura. A volte mi sento un apripista. Una persona che, in alcuni momenti della propria vita, ha deciso di agire seguendo intuizioni. Ho preso decisioni, ho aperto spazi, ho tentato percorsi che non erano ancora riconosciuti come percorribili. Mi sono sfinito. Mi sono sfidato. Ci ho creduto. E continuo a crederci anche mentre mi stai leggendo.

Se poi quelle scelte hanno prodotto effetti utili anche per altri, allora credo che lì si manifesti il vero significato dello sparigliare le carte. Di sbadigliare e cambiare aria. Perché il cambiamento autentico non riguarda soltanto chi lo genera. Produce possibilità nuove anche per chi arriva dopo. Muove pareti. Fa entrare nuova luce. Naturalmente non tutte le intuizioni si sono trasformate immediatamente in realtà.

Per alcune sto ancora lavorando. Sto procedendo.
Ci sono stati momenti in cui vedevo una direzione possibile ma non possedevo ancora gli strumenti tecnici per percorrerla. Altre volte mancavano le competenze, la struttura organizzativa o semplicemente il contesto favorevole.

Eppure, coraggiosamente, il desiderio di sparigliare le carte esisteva già. Anche se la possibilità concreta era ancora in viaggio. Penso, ad esempio, alle intuizioni che negli anni hanno riguardato prima Il Gesto Impresso, poi Parlo con la Musica e oggi, finalmente, Radio Vanedda, il podcast online presente su YouTube e Spotify.

Idee nate molto prima che potessero diventare progetti reali. Idee rimaste lì, in attesa del loro tempo. Anche questo, forse, significa sparigliare le carte.

Avere una visione e custodirla abbastanza a lungo da permetterle di maturare. Fare. Fare per fare. Fare perché si sente che qualcosa vuole nascere.

Un altro momento importante del mio percorso riguarda la figura del DJ. Un viaggio iniziato nel 1976 e rilanciato con forza dopo la pandemia.
Quando ho ripreso questa attività ho compiuto alcune scelte precise. All’epoca non vedevo ancora il movimento che oggi percepisco attorno a certe idee, a certi linguaggi e a certi modi di vivere la musica e le relazioni.

Il fare è arrivato pubblicamente a favore di contesti diversi. Il fare stava nel seguire una direzione. Oggi penso, anzi vedo, che quelle azioni, come tante altre, abbiano contribuito almeno in parte a generare movimento. Rivoluzione. Appetito. Desiderio. Perché ogni scelta autentica produce onde che si propagano oltre la persona che l’ha compiuta.

Ed è qui che incontro una riflessione che oggi mi affascina particolarmente. Per molti anni abbiamo pensato che il valore delle persone fosse determinato soprattutto da ciò che sapevano.

Oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, questa convinzione sta cambiando. La stessa intelligenza artificiale a cui ho chiesto conforto per accedere al significato della parola sparigliatore mi ha restituito una riflessione interessante. La macchina può aiutarci a trovare informazioni. Può scrivere testi. Può sintetizzare conoscenze. Può generare soluzioni. Può persino individuare connessioni che ci sfuggono. Ma non può innamorarsi. Non può desiderare. Non può sentire il brivido di un’intuizione che arriva dal nulla e cambia una vita. L’intelligenza artificiale lavora sul grande archivio di ciò che è stato. Lo sparigliatore lavora su ciò che ancora non esiste. La macchina cerca. Lo sparigliatore immagina. La macchina collega. Lo sparigliatore apre mondi. E forse è proprio qui che si trova il talento umano. Nella capacità di formulare domande capaci di generare nuove possibilità.

La verità definitiva non mi interessa. Mi interessa il confronto. Mi interessa ampliare lo sguardo. Collegare idee. Esplorare possibilità. Continuare a sparigliare le carte. Per me sparigliare le carte significa assumersi la responsabilità di una visione, anche quando non è ancora condivisa.

Significa agire senza aspettare che arrivi un via libera autorizzato dalle consuetudini. Significa contribuire, nel proprio piccolo, ad ampliare il campo delle possibilità disponibili per la comunità, per la società e per l’umanità.

Forse il gioco può essere giocato in un altro modo. Forse il futuro non appartiene a chi conosce tutte le risposte. Forse appartiene a chi continua a sparigliare le carte quando gli altri hanno già deciso come distribuirle.

E ogni volta che questo accade, il futuro si allarga un po’.

La bellezza è una battaglia

Stamattina ho scritto una frase sulla busta del pane comprato ieri: la bellezza è una battaglia. Una constatazione.

La bellezza mi raggiunge sempre in modo immediato. Può essere una fotografia che mi costringe a fermarmi. Può essere una bottiglia di champagne che guardo in questo momento e che Adelaide e Michael mi hanno regalato dopo un dj set a Taormina. Può essere il disegno che mia nipote Vittoria ha tracciato sul mio braccio con una penna speciale: un fiore, delle ramificazioni, un cuore e una stella.

La bellezza arriva all’improvviso. Quasi mai nasce all’improvviso. Perché oggi mi accorgo di una cosa: la bellezza non sta nelle cose. Sta nei passaggi che le hanno rese possibili. Quella bottiglia non è una bottiglia. È un pranzo, una festa di compleanno, una consolle, musica condivisa, gratitudine ricevuta. Quel disegno non è un disegno. È un tatuaggio di bellezza. Un punto di partenza lungo una vita. È il tempo che ha lavorato. È mia figlia che è diventata madre. È mia nipote che cresce. È la vita che continua a scrivere la propria storia sul mio braccio.

Anche la bellezza di una persona che osservo in una fotografia non nasce da sola. È una immagine composta, un assieme di istanti, di intuizioni, di sensibilità, di scelte di bellezza. Una bellezza che arriva da un padre e da una madre.

Come la foto di Viviana. Arriva da una storia, da un carattere, da un essere, in un istante, anche diversissimo da altri istanti. Arriva da una sensibilità. Da educazione alla bellezza. Arriva da ferite che non conosco e da gioie che non conosco. La bellezza è composta. Non nasce mai da sola.

Quando guardo i miei quattro figli non vedo soltanto quattro persone. Ammiro quattro personalità. Quattro sguardi. Quattro obiettivi. Quattro modi diversi di attraversare il mondo. Eppure, in qualche punto misterioso, riconosco lo stesso sguardo. Lo stesso filo. La stessa origine. La stessa bellezza che si è trasformata senza smettere di appartenersi.

La bellezza è tutt’altro che aspettativa.
Anzi, quando l’aspettativa decade, inizia la bellezza.

Ieri parlavo con Marianna, la studentessa che sta lavorando alla sua tesi sul Teatro Club e su mio padre Nando.
Pensavo che anche quella è bellezza.
La bellezza che è nata da condizioni in cui l’isolamento è stato determinante e che oggi, attraverso sforzi, diventa isola alla quale puoi arrivare in modi diversi ma che rimane sempre un’isola.
Perché quella tesi non nasce oggi. Nasce dall’impeto vocazionale di mio padre. Dalle sue scelte che sono diventate opera. E direttamente da suo padre, mio nonno.
Nasce dal mio lavoro di raccolta, di memoria, di conservazione. Nasce da documenti, incontri, racconti, fotografie, lettere e ricordi. Nasce da una vita intera. Già questa frase è bellezza evocativa. E oggi arriva nelle mani di una giovane donna che decide di dedicarle studio, tempo e attenzione.
La bellezza della dedizione. La bellezza della trasmissione. La bellezza del prendersi cura.

E allora capisco che la frase scritta stamattina contiene qualcosa di più profondo. La bellezza è una battaglia. Perché viviamo immersi nell’incuria. Nella fretta. Nel rumore. Negli interessi. Nelle lobby. Nelle distrazioni. Nel mercato. Nelle piccole e grandi meschinità che cercano continuamente di sottrarci attenzione.

La bellezza, invece, chiede presenza. Chiede sguardo. Chiede disponibilità. Chiede gratitudine. E soprattutto chiede attraversamento. Perché dentro il mio sguardo non vivono soltanto le cose belle. Vivono tutte le mie sfide. La mia curiosità. Le mie battaglie. Quelle facili. Quelle felici. Quelle inattese. Quelle attraversate. E soprattutto quelle mostruosamente difficili. Uso questa parola con consapevolezza. Mostruosamente difficili. Le separazioni. Le delusioni. Le incomprensioni. Le battaglie economiche. Le solitudini. I tradimenti delle aspettative.

Il paradosso della vita è questo: la bellezza più profonda nasce proprio da ciò che è stato mostruosamente difficile attraversare.

Come se il dolore, invece di distruggere completamente il paesaggio, ne rivelasse la struttura nascosta. Come se certe ferite, col tempo, diventassero finestre. Come se la sofferenza, senza perdere nulla della sua durezza, si trasformasse in comprensione.

E allora oggi mi godo il mio sguardo. Mi godo la musica del mio sguardo perché dentro di lui vivono tutti i miei attraversamenti. La purezza e la sofferenza. La gioia e la nostalgia. La perdita e la gratitudine. La luce e l’ombra. Tutto insieme.

La bellezza, forse, non è altro che questo. La capacità di riconoscere, in un istante, il valore di tutto ciò che ci ha portato fin qui.

Per questo la bellezza è una battaglia. Non una battaglia contro qualcuno. Una battaglia contro l’oblio, contro l’incuria, contro l’indifferenza. Una battaglia per continuare a vedere.

Una battaglia dopo l’altra.

Gaia on the beach

Ieri sera ho assistito a Gaia on the Beach, spettacolo di e con Sabrina Tellico, scritto insieme ad Alessandra Guglielmino e diretto da Elio Gimbo, presso Fabbrica Teatro a Catania.

Uscendo dalla sala mi sono portato dietro una sensazione particolare: felicità e pensiero. La felicità di aver visto un’artista che stimo confrontarsi con una materia estremamente personale; il pensiero legato a tutto ciò che sta dietro un lavoro come questo.
Gaia on the Beach è prima di tutto un luogo di memoria. Già nel titolo è custodita una chiave di lettura: Gaia richiama Costa Gaia, il luogo delle estati e della famiglia di Sabrina. Un luogo reale che durante lo spettacolo prende forma attraverso racconti, musiche, immagini e frammenti di vecchi filmini che ci vengono mostrati come piccole finestre aperte sul passato.
Il mare diventa così un archivio della memoria. Non uno sfondo, ma un protagonista silenzioso. È il luogo dove si depositano le estati dell’adolescenza, i nonni, gli amici, le comitive, le canzoni, i piccoli riti che sembravano eterni e che oggi sopravvivono nei ricordi.
Eppure, ciò che colpisce maggiormente è che non c’è alcuna idealizzazione del passato. Lo spettacolo non dice “com’era bello”. Piuttosto sembra suggerire: “ecco come eravamo”. Una differenza sottile ma fondamentale. Non c’è nostalgia artificiale, c’è il desiderio di restituire una verità emotiva.
Attorno a Sabrina vive una vera coralità familiare. Anche quando in scena c’è una sola attrice, il palco si riempie di presenze: nonni, genitori, amici, cugini, figure affettive che riaffiorano attraverso i racconti e che finiscono per diventare familiari anche agli spettatori. C’è perfino spazio per i primi batticuori dell’adolescenza, come il ricordo del suo primo fidanzato, affettuosamente soprannominato “Mastigomma”, che entra nello spettacolo come uno di quei dettagli apparentemente piccoli ma capaci di restituire un’intera epoca della vita.
Confesso però che il mio sguardo è stato particolare. Io non vado a vedere Sabrina soltanto per vedere uno spettacolo. Vado a vedere Sabrina. Mi interessa il suo percorso, la sua evoluzione artistica, il modo in cui continua a crescere, a mettersi in discussione e a raccontarsi. Lo spettacolo diventa allora anche un aggiornamento professionale di un’artista che seguo e che stimo.
Per questo, mentre la osservavo in scena, pensavo alla sua bravura, alla sua capacità interpretativa, alle persone che cita, ai dolori che porta con sé, ai ricordi dei nonni, alle emozioni che ancora oggi abitano quei luoghi della memoria. Pensavo anche alle coincidenze che talvolta uniscono i percorsi delle persone.
Pochi giorni prima Sabrina era venuta a casa mia per leggere il mio ultimo copione e mi sono ritrovato a riconoscere nello spettacolo un riferimento musicale che appartiene anche al mio immaginario: What Is Love. Piccoli incroci che rendono l’esperienza ancora più personale.
Non è uno spettacolo semplice. E non potrebbe esserlo. Dietro la leggerezza apparente c’è una complessità enorme: ricerca, selezione, scrittura, montaggio della memoria, recupero di fotografie, videocassette, musiche e frammenti di vita. C’è un lavoro profondo di ricostruzione emotiva che arriva allo spettatore con naturalezza proprio perché è stato costruito con grande cura.
Ed è proprio pensando a questo lavoro di costruzione che mi sono reso conto di quanto sia importante il contributo di Alessandra Guglielmino, che firma la scrittura dello spettacolo insieme a Sabrina Tellico.
Mi incuriosisce molto capire quale sia stato il suo ruolo all’interno del processo creativo. Quando si lavora su materiali così personali e autobiografici, la scrittura diventa un territorio delicato: bisogna scegliere cosa raccontare, cosa lasciare fuori, come dare una forma teatrale ai ricordi senza tradirli. Mi piacerebbe sapere come Sabrina e Alessandra abbiano condiviso questo percorso, come abbiano selezionato gli episodi, trovato il ritmo del racconto e trasformato una memoria privata in una narrazione capace di parlare a tutti.
In fondo, quando uno spettacolo autobiografico funziona, il pubblico vede una storia che sembra nascere spontaneamente davanti ai propri occhi. Ma dietro quella apparente naturalezza c’è sempre un importante lavoro di scrittura. Ed è proprio quel lavoro invisibile che suscita la mia curiosità.
Ed è qui che nasce una seconda domanda che mi porto ancora dietro. Sabrina, in qualche modo, sembra aver chiuso un cerchio. Ha attraversato i propri ricordi e li ha trasformati in racconto condiviso. Ma allora mi chiedo: qual è stato il percorso di Elio Gimbo dentro questo materiale?
Osservando lo spettacolo, ho avuto l’impressione che il suo lavoro registico sia stato quello di custodire il racconto senza soffocarlo. In scena non percepisco mai la volontà di imporre una forma esterna alla memoria di Sabrina; piuttosto avverto un accompagnamento discreto, un lavoro di ascolto e di sottrazione. Gli oggetti, gli spazi, le immagini, i cambi di ritmo sembrano essere al servizio del racconto e non viceversa.
Mi piacerebbe sapere cosa abbia significato per lui attraversare questi ricordi così intimi e quale sia stata la sua restituzione artistica. Quale sguardo abbia scelto per trasformare una memoria personale in un’esperienza collettiva senza perderne l’autenticità.
E poi c’è forse la domanda più importante di tutte, quella che riguarda direttamente Sabrina. Che cosa ha liberato attraverso questo spettacolo? Quale cerchio si è chiuso? Quale peso si è alleggerito? Quale ricordo ha finalmente trovato il proprio posto?
Durante una conversazione mi ha confidato che forse sarebbe stata la prima replica in cui non si sarebbe commossa pensando ai nonni, alle persone care, ai frammenti di vita che abitano questo racconto. Mi è rimasta impressa questa frase perché racconta quanto il teatro possa essere anche un luogo di elaborazione e di restituzione.
Durante la visione mi è tornato alla mente il film Casotto. Forse il collegamento non è diretto e forse né Sabrina né Elio hanno mai pensato a quel film durante il lavoro. Eppure ho ritrovato qualcosa di quella stessa umanità.
Diretto da Sergio Citti e scritto insieme a Vincenzo Cerami, Casotto racconta una sola giornata d’estate all’interno di uno stabilimento balneare sul litorale laziale. In quello spazio ristretto si intrecciano famiglie, giovani, anziani, amori, desideri, conflitti e sogni, componendo un grande affresco popolare.
Tra gli interpreti figuravano Jodie Foster, Mariangela Melato, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Michele Placido.
Naturalmente Gaia on the Beach è un punto di partenza, percorre una strada diversa: non racconta solo una comunità osservata dall’esterno, una memoria vissuta dall’interno, in ogni casa che appartiene al gruppo familiare.
Tuttavia ritrovo una parentela emotiva in quel mare che diventa teatro delle relazioni, nella famiglia come universo narrativo, nella naturalezza dei personaggi evocati e in quella sincera capacità di osservare la vita quotidiana senza abbellirla.
Guardando Gaia on the Beach ho immaginato persino un ulteriore passaggio: trasformare questo spettacolo in un’opera video, costruire un film dello spettacolo che possa amplificare ancora di più il dialogo tra memoria privata e memoria collettiva.
Forse questa suggestione nasce anche dal continuo dialogo tra immagini e racconto che attraversa la messa in scena. Non a caso, ieri Sabrina mi ha parlato anche di Alessandro Marinaro, suo cugino regista di riferimento della 095MM. Un richiamo che porta quasi naturalmente a immaginare una possibile evoluzione audiovisiva di questo progetto, come se il materiale scenico contenesse già in sé i semi di una futura narrazione cinematografica o documentaria.
La mia felicità, uscendo dal teatro, era reale. Perché vedere Sabrina Tellico in scena significa vedere un’artista che continua a cercare, a rischiare, a raccontarsi senza scorciatoie. E mentre la osservavo immaginavo questo lavoro dentro spazi ancora più grandi, con ulteriori possibilità sceniche, senza perdere quell’intimità che oggi ne costituisce la forza.
Alla fine porto con me tre domande che considero un complimento rivolto a chi ha realizzato questo spettacolo.
Che cosa ha liberato Sabrina attraverso questo racconto?
Quale sguardo ha portato Elio Gimbo per trasformare il ricordo in teatro?
E quale lavoro drammaturgico ha compiuto Alessandra Guglielmino per dare forma, ritmo e struttura a questa memoria?
Se uno spettacolo riesce a lasciare nello spettatore domande di questo tipo, allora significa che il viaggio non si è concluso con l’applauso finale, ma continua anche dopo.
A Sabrina Tellico, ad Alessandra Guglielmino, a Elio Gimbo e a tutta la squadra di Gaia on the Beach va il mio più sincero in bocca al lupo.
Continuerò a seguirne il percorso con affetto, interesse e curiosità.
Ad maiora.

Necessità

Lasciarmi esprimere, lasciarsi esprimere, lasciare che tutti si esprimano: questa è una condizione di utilità nelle infinite tracce della cultura e della soddisfazione umana.

Esprimersi senza condizioni è bellezza pura; è la capacità di illuminare le menti attraverso le parole. Le teste non sono soltanto strutture esteriori: sono l’essenza di un meccanismo che genera ciò che l’anima desidera.

Osservare il movimento limitandosi al suo apparire, senza approfondirlo, senza studiarlo, senza indagarlo, significa sprecare un’occasione di comprensione; significa cedere all’indolenza.

Consumare senza necessità crea vuoto. La concentrazione sta alla determinazione come un progetto sta alla necessità, ed entrambi diventano nutrimento per l’umanità.

È importante evitare manifesti e proclami quando il loro senso si riduce all’appropriazione indebita di idee, valori o aspirazioni. Occorre invece sviluppare fedeltà, anche in quella missione dell’artista che pone la propria arte come offerta all’umanità, senza pretese di possesso ma con il desiderio di contribuire.

La filosofia dovrebbe essere espressione autentica di una necessità, di una ricerca e di una scoperta, affinché gli sguardi diventino più ampi. Questa ampiezza favorisce l’esplorazione e l’esplorazione diventa spettacolo: il manifestarsi della conoscenza, della meraviglia e della possibilità di vedere ciò che prima rimaneva nascosto.

Attiviamoci in ogni modo per creare benessere, perché cambiarsi vuol dire cambiare. Ogni trasformazione autentica genera altre trasformazioni, e ciò che cresce dentro l’individuo può diventare una risorsa per la comunità. Esprimersi, comprendere, esplorare e condividere non sono azioni separate, ma parti di uno stesso movimento che avvicina l’essere umano a una forma più piena di consapevolezza e di umanità.

Con il mio programma radiofonico Radio Vanedda cerco, nel mio piccolo, di dare forma a questa esigenza: creare uno spazio in cui il pensiero possa esprimersi, confrontarsi e svilupparsi liberamente. Un luogo aperto alla ricerca, alla curiosità e alla parola, affinché possa diventare uno strumento di possibili elucubrazioni, riflessioni e scoperte condivise.

Amarga navidad

Quando ieri al cinema ho visto la scena del nuovo film di Pedro Almodovar, il momento in cui Bárbara Lennie e Victoria Luengo sono sedute una accanto all’altra davanti a una musica, bene, quell’attimo avrei voluto fotografarlo, portarmelo a casa, cioè fare la fotografia mentre ero lì in sala, mentre stavo dentro tutto l’iter di questo film.

In quella scena loro stanno ascoltando La Llorona di Chavela Vargas, e c’era qualcosa nella sospensione di quel momento che mi è sembrato immediatamente irripetibile, come se l’immagine stesse accadendo per essere ricordata e non per essere posseduta.

Quando oggi ho ritrovato la stessa immagine sul web ho deciso di scrivere una pagina di diario dedicata a questa esperienza, che per me ha qualcosa di intraducibile e che mi ha portato a uscire dal cinema con una grande gioia.

È stato un film potente, lineare nel suo fluire, e allo stesso tempo attraversato da una dinamicità continua di sguardi, di corpi, di luci, di colori e di dettagli che sembravano chiedere solo di essere guardati senza interruzione, come se la regia stessa fosse una forma di ascolto.Sono andato al cinema senza sapere cosa avrei incontrato, perché la mia amica.

Antonella mi ci ha portato così, telefonandomi all’ultimo momento. E forse anche questo ha contribuito a rendere l’esperienza più aperta, più esposta, senza aspettative a proteggermi.

La sala, la scelta, i particolari: ce ne sono tantissimi, delle interpreti, delle ambientazioni, delle superfici, delle sensazioni. Tutto sembrava costruito per generare un continuo movimento interno, una specie di attenzione viva che non si esaurisce nello sguardo ma lo attraversa.Io stesso non so scandire esattamente ciò che la mia anima percepisce nel momento in cui gode di un’opera d’arte.

Non lo so. So solo che ho provato gioia, e che questa gioia aveva qualcosa di fisico, quasi luminoso, come se il film avesse aperto una possibilità di presenza più intensa nel reale.

E poi quella scena: le due attrici, la musica di Chavela Vargas, La Llorona, e tutto che sembra fermarsi senza mai davvero fermarsi. C’è una forma di bellezza che non si lascia afferrare, che non diventa racconto ma resta vibrazione.

Forse è proprio lì che il cinema trova il suo punto più alto: quando smette di essere storia e diventa esperienza condivisa del tempo. Forse non serve nemmeno chiudere davvero questo pensiero. Resta la sensazione di essere stato dentro qualcosa che continua anche dopo, come un’immagine che non smette di lavorare dentro, che non si chiude ma si riapre ogni volta che la si ricorda.

Radio Vanedda #001

Radio Vanedda nasce da una domanda:
cosa succede dentro una persona mentre ascolta musica?

La musica genera altra musica mentale. Radio Vanedda attraversa ciò che la musica lascia dentro.

La musica contiene l‘orecchio fotografico: Un ascensore che si blocca. Piatti da lavare. Un panino condiviso. Le stelle sopra il mare. Le zanzare d’estate. Il silenzio dopo un brano. L’adolescenza che ritorna senza chiedere permesso.

Ci sono almeno tre elementi molto forti in questa puntata. Il ritorno delle immagini quotidiane Stendere i panni, lavare i piatti, il panino, l’ascensore, le zanzare, l’autan. Sono immagini terrestri che impediscono al discorso di diventare “mistico” in modo astratto. Tengono tutto umano. È probabilmente la parte più originale dell’approccio del format. La continuità invisibile tra i brani. Non si descrivono canzoni separate: si costruisce un’unica passeggiata mentale.

Con Giuseppe Mancini attraversiamo brani di Peter Gabriel, The The, Talk Talk, Richard Galliano, Lyle Mays, Chiara Civello e Adrian Berenguer come stanze interiori, dispositivi di memoria, possibilità di presenza.

PETER GABRIEL Don’t Give Up

Introduzione. Peter Gabriel. Il suono della meditazione. La stessa cadenza, la stessa cosa, con alcune pause di riflessione. Una identità riconosciuta. Una stanzetta che diventa grande all’occorrenza. Qui non sto evidenziando se il lettino è piccolo o grande. Parlo di spazio emotivo. Voci delle emozioni e degli abissi. Delle sirene. Senza scomporsi si stende la biancheria. E forse si stende altro al sole. Ogni cosa che deve asciugare. Forse anche qualche lacrima. Ci si consola con un panino preparato da soli e condiviso con chi ci piace. Avrei potuto scrivere: preparato da te e condiviso con chi vuoi.

THE THE Lonely Planet

Brano sofisticato. Stato di esaltazione. Ancestralità emotiva e musicale. Il tempo sentito e rafforzato. Oltre il confine. Come se suonasse oltre un’epoca definita. A cavallo di un elefante. Cordialità come una processione che si allarga. Potenzialità utilizzabile per salire o scendere. La meta è indifferente. Cambia lo sguardo. Cambia la pendenza in funzione al pensiero e al cambiamento. Appena finisce so che devo lavare i piatti. E qui torna il ripetersi dello stendere i panni. O qualsiasi cosa.

TALK TALK Such A Shame

Scorribande adolescenziali. Supponente carattere apparentemente scontroso e insopportabile. La costruzione di una casa con i mattoncini Lego ancora del passato da ragazzo e adolescente. A caccia di lucertole. A caccia di esperienze. Corse in macchina con i videogiochi. I primi sguardi complici. Nel cielo ci sono un milione di stelle. 500.000 sono A. 500.000 sono B. Ognuno trova la sua anima gemella. La sua stella confacente.

RICHARD GALLIANO Three Views of a Secret

Ascensore che si blocca. E si rimane a guardarsi. O a guardarci. Una idea di gioco: rimanere in ascensore con più persone possibili. Modo di fermare il tempo e conoscersi. Ogni blocco una nuova possibilità di capire, approfondire le relazioni e spingersi sempre più avanti. Diventare mago. Desiderio di fare giochi di prestigio. Potenzialmente un tango. A tempo di tango riempio di Polaroid l’ascensore. Anche qui potremmo usare l’idea di stendere qualcosa. Sia da mostrare sia da illuminare col sole. Sembra un lavoro. Dopo un giorno di ascensore bloccato, ti siedi davanti al mare e ti godi la serata mentre bevi un calice di vino con una modalità da soddisfatto. Forse è stato un sogno.

LYLE MAYS Close to Home

Apri scatole di cui non conosci il significato. Di cui non conosci il contenuto. Come il documentario di un albero che sboccia e lo vediamo in forma accelerata. Un albero di mele che arriva a produrre i frutti in pochi secondi. La sera d’estate a mare meglio avere le tele antizanzare o l’autan. Dormi all’aria aperta. Al buio più buio. Per ammirare il cielo stellato che sembra sempre lo stesso e invece è sempre diverso. Diverso che vuol dire? È come se quell’esplorazione in riva al mare attribuita al brano precedente continuasse con questo brano musicale.

CHIARA CIVELLO Ora

Piano bar. Intimità. Sogni. Presenza. Voce che comprende. Che riconosce. Dichiarazione. Una buona e ricca colazione che si ripete e ogni volta cerchi di capire di più. Una canzone che esprime una immobilità. Ecco perché manca il settimo brano. Ti avevo chiesto 5 o 7 brani. Con questo sono sei. Poi col settimo ci impegniamo a entrare nella stanza e chiedere guardandola: “Sei pronta?” La risposta è sì. Entrambi escono per una bella serata.

Salvatore Greco è l’ideatore e l’esploratore sonoro di Radio Vanedda, un’esplorazione sonora e filosofica dove la musica diventa un dispositivo capace di generare immagini, memoria, relazioni e paesaggi interiori. La musica genera altra musica mentale. Un progetto nato da decenni di ascolti, immagini interiori e ricerca personale sul rapporto tra musica, memoria ed emozione. Attraverso un linguaggio libero e intuitivo, trasforma l’ascolto musicale in un’esperienza narrativa e percettiva, dove la musica genera altra musica mentale. Ogni puntata attraversa brani scelti per essere vissuti e tradotti emotivamente. Un dialogo libero tra musica, quotidianità e immaginazione: ascensori bloccati, stelle, piatti da lavare, mare notturno, adolescenza, silenzi, presenze.

Salvatore Greco sono io che ci smanetto da cinquant’anni dentro questa idea di ascolto. Il fatto stesso di averlo finalmente messo in piedi per me è quasi un miracolo. Poi certo: ci sono mille cose da aggiustare, da alleggerire, da capire meglio. Una torta appena uscita dal forno non ha ancora tutte le sue stratificazioni di gusto. La sensazione generale è già quella. Ed è proprio quella che volevo far emergere. Questo programma crescerà in funzione dell’elaborazione continua.

Profeta

Profeta è il titolo che mi viene in mente, che scelgo, ripensando a una battuta dello spettacolo U sapiti com’è andato in scena domenica 31 maggio al Teatro Metropolitan di Catania, prodotto dalla Nuova Compagnia Sipario.

Prima di entrare in teatro io e Turi Giordano abbiamo parcheggiato vicino piazza San Domenico, contemporaneamente a due signore arrivate da Bronte. Abbiamo parlato un po’ di queste coincidenze, di quelle strane geometrie quotidiane che sembrano piccole anticipazioni della serata.

Lo spettacolo appartiene a quella tradizione del teatro popolare siciliano che vive ancora di riconoscimento immediato, di memoria collettiva, di personaggi che il pubblico sente propri. Il testo, scritto nel 1910 da Francesca Sabato Agnetta per Angelo Musco, è un classico del repertorio siciliano: una commedia che intreccia comicità e dramma attorno alla figura di Cola, ragazzo fragile, marginale, e al suo rapporto con la madre Donna Gati, donna saggia e paralitica. Un’opera che dentro il sorriso custodisce riflessioni profonde sull’inclusione, sulla diversità, sulla famiglia.

Gli attori sono bravi. Molti di loro li scritturerei volentieri per uno spettacolo di sperimentazione contemporanea. Federica Amore ha “potente” carattere. Turi Amore è il capocomico: è il “profeta”. Martina Laudani “decisa” Lisidda, Mirella Petralia e Gabriella Rodia sono straordinarie e nella scena del malocchio, uno dei momenti centrali della commedia, trattano lo spettacolo dentro allo spettacolo. Una scena comica costruita su quel misto di devozione religiosa e scaramanzia che appartiene profondamente all’immaginario siciliano.

Lì il pubblico partecipa davvero. L’applauso continuo a scena aperta non è soltanto consenso: è sottofondo, è dialogo. Le azioni sembrano quasi anticipate dagli spettatori. Il pubblico conosce già il respiro della scena, ne aspetta i movimenti, le battute, i tempi.

Ed è qui che nasce una riflessione.

Il teatro di tradizione racconta storie scritte cento anni fa o più. Questo pubblico cerca anche quel conforto: la storia conosciuta, il riconoscimento. La messinscena invece è un’altra cosa. Il modo in cui si sceglie di raccontare cambia tutto.

Costantino Carrozza questa ricerca la faceva, ma aveva poco pubblico. Perché esistono pubblici diversi. Non c’è una legge unica del gusto. C’è chi gode davanti a un concerto rock, chi davanti a un monologo di Dario Fo, chi cerca il classico imbellettato, chi l’opera lirica, il musical, il recital poetico o il teatro contemporaneo di avanguardia.

Per questo penso che Turi Amore possa anche azzardare. L’azzardo è uscire dalla comfort zone, ed è ciò che auguro a questa compagnia, alla loro “disciplina” pur conoscendo le difficoltà che questo tipo di percorso comporta.

Ieri ho percepito anche un vantaggio importante: una struttura, delle relazioni, delle ramificazioni di contatti che possono sostenere nuove sfide. Ed è proprio per questo che mi auguro davvero che si possa regalare al pubblico fedelissimo del Teatro Metropolitan qualcosa che quello stesso pubblico ancora non si aspetta.

Curiosamente, proprio ieri immaginavo che questo Compagnia Teatrale potesse affrontare uno spettacolo come Rumori fuori scena. Stamattina, sfogliando il programma di sala, scopro che sarà il primo titolo della prossima stagione.

Mi faccio anche una domanda: una scena soltanto con la muta nera avrebbe funzionato? Una scena vuota e piena allo stesso tempo? Quanto si potrebbe togliere senza perdere il cuore popolare dello spettacolo. In sottofondo, spesso, Mahler. E intanto gli applausi.

Io e Turi Giordano usciamo dal teatro con la sensazione di avere nutrito, con il nostro sguardo, un’esperienza e un lavoro costruiti dalla passione. Una passione che ci appartiene.