Pratico è la parola che pratico mentre il caldo è invadente, un caldo che tenta di sfocare i pensieri, che rende tutto più lento e più faticoso. Ed io pratico la riconduzione, opponendomi all’invadente con accoglienza. E tutto quello che il caldo porta con sé, tuttavia, continua a camminare con me, con il principio della trasformazione.
Praticare significa proprio questo: non aspettare che tutto sia risolto per cominciare a vivere. Attuare nella sua modalità del dire e del fare. Pratico da quando ho incontrato il Buddismo, e praticare significa anche e soprattutto pregare. E ho capito che la fede non è soltanto un pensiero: è un gesto quotidiano, una direzione, una forma di presenza. Pratico quando mi siedo davanti al Gohonzon e provo a riconoscermi, senza fingere di essere diverso. Pratico quando cerco di nutrire la mia anima, quando provo a capire quali pensieri mi fanno crescere e quali invece mi tengono fermo.
Pratico anche quando scrivo, perché mentre scrivo mi ascolto. Le parole arrivano prima confuse, si accavallano, si contraddicono, poi lentamente trovano una forma. Nel tempo pratico l’immediatezza perché imprime un pensiero che come tale può sfuggire, e senza questa pratica con leggeresti questo scritto. In questo praticare riesco a riconoscermi. Non sempre scrivo per dire qualcosa agli altri. Scrivo per poter sentire quello che sto dicendo a me stesso.
Tutto questo lo porto in teatro, che, per me, è realtà trasposta in fantasia: praticare la vita esprimendola. Da qui il trionfo del potere della benedizione che pratico e che mi ha portato ad essere ciò che sono. Non soltanto un lavoro, non soltanto un progetto, non soltanto la costruzione di uno spettacolo. La mia pratica è la riconoscenza della conoscenza nel suo desiderarla. Praticare praticamente è un continuo allenamento, una continua sfida solo a ripensarci, rileggersi.
Guardo le persone, ascolto ciò che accade, provo a mettere insieme differenze, sensibilità, energie, conflitti. Cerco una forma di armonia che non sia uniformità, che non cancelli le differenze, una forma che riesca a farle convivere le differenze.
Praticare è la direzione che ti porta a cercare questa conformità propria, senza doversi conformare a qualcosa che viene imposto dall’esterno: trovare una forma che sia conforme a ciò che si è veramente, a ciò che si sta diventando.
Sono cento e più espressioni. A volte queste parti convivono bene, altre volte si combattono. Ma forse la pratica consiste anche nel non dover eliminare ogni contraddizione prima di poter procedere.
Pratico il «fermati e rifletti», una minuscola e infinita frase di Nichiren Daishonin che benedico per quanto è potente. Altrimenti come potrei stare dentro questa varietà di pensieri diversi, di desideri, di tormenti, di entusiasmo, di stanchezza, di fede, di ironia, di paura, di ostinazione, di ruoli? Come potrei abbracciare e sostenere le difformità di più ambienti e praticare per ogni felicità.
Pratico l’immaginazione e la concretezza, il desiderio di guardare il mondo con meraviglia, il bisogno di armonizzare le cose, anche le asprezze. Pratico la ricerca dell’evidenza e la capacità di riconoscere ciò che ancora non è evidente. Pratico le sottigliezze, perché spesso sono proprio i dettagli a contenere il tutto. Pratico senza riconoscenze perché seguo la legge e non la persona. Pratico il tentativo e la risolutezza di essere pratico.
La vita non è sempre pratica, io non sono sempre pratico e forse nessuno lo è davvero. Perché praticare in quella sua autentica essenza è sempre un esperimento. Però posso praticare la praticità. Posso provare a trovare, dentro la complessità, una forma di chiarezza. Cerco di condurre la mia vita con saggezza, in un modo di camminare che tenga conto del corpo, della mente, dell’anima e di tutto ciò che ancora non conosco. E mi sforzo e prego per portare luce anche laddove e oltre il mio cammino.
Pratico, nel senso che sono pratico, quando la strada è in piano o quando sale. A volte cammino con gioia, altre volte cammino perché ho deciso di non fermarmi. E forse anche questa è una forma di fede: continuare a muoversi senza avere sempre la certezza.
Sto lavorando in questi giorni su Sant’Agata, con uno spettacolo a Lei dedicato “Sant’Aituzza mia” bellezza, coinvolgimento, valore e sollecitazioni continue. Sono abituato a parlare con lei. Ogni volta mi presento con devozione, come chi ogni volta incomincia o forse ricomincia, riparte. Come una persona che cerca, che a volte si perde per poi attraversare il sentiero smarrito e ritrovarsi.
Pratico la vita così come arriva, cercando di non subirla soltanto. Pratico la possibilità di trasformare ciò che mi tormenta in qualcosa che possa nutrirmi. Pratico la possibilità di trasformare una difficoltà in una domanda, e trasformarla in una ricerca, e da una ricerca in un gesto, la consistenza del teatro, lo spazio in cui le persone possano incontrarsi e riconoscersi.
Pratico perché mi piace e appassiona la bellezza e ho bisogno di una direzione che sia più grande delle mie paure. Ed ecco che pratico anche le strade e vicoli di ogni dubbio, perché non voglio diventare prigioniero delle mie certezze.
Questa mattina il caldo è forte. Il corpo è allenato a reagire. La mente attraversa pensieri diversi. Io sono qui a continuare, praticare la vita, a riconoscere chi sono.
E tutto questo è così semplice perché è una preghiera di gratitudine, amore, lavoro, esperienze.


































