Essenza

Questa fotografia ha più di quarant’anni.

Avevo portato in gita a Letojanni alcuni ragazzi che frequentavano il mio laboratorio di animazione teatrale. Li avevo truccati, messi in posa. Stavamo girando scene di un cortometraggio.

A un certo punto la telecamera si bagnò. Da quell’imprevisto nacque anche il titolo: “All’operatore la camera si bagnò.”

Riguardando oggi questa fotografia mi accorgo di una cosa. Nessuno di quei ragazzi sapeva davvero dove stessimo andando. Probabilmente nemmeno io. Sapevo soltanto che valeva la pena partire.

Con il tempo ho capito qual è il mio ruolo. Non cerco persone che eseguano. Cerco persone che si mettono in relazione in funzione alla propria unicità e abbiano voglia di entrare, anche solo per un tratto di strada, dentro una visione che all’inizio appartiene soltanto a me.

Una visione non passa attraverso una mail. Non passa attraverso una riunione, un contratto. Si costruisce vivendo. Una idea. Un incontro. Una sollecitazione. Una prova. Una telefonata. Una ipotesi. L’attesa prima di andare in scena.

È lì che una collaborazione smette di essere un incarico e diventa un linguaggio comune. Per anni questa cosa mi ha fatto sentire solo. Oggi ho capito che la visione è una responsabilità. Se qualcuno decide di camminare con me, ne sono felice. Se qualcuno vuole adattare un itinerario o si ferma, continuo. Perché ho imparato che non posso aspettare di essere accompagnato per dare forma a quello che vedo.

Mentre scrivo queste righe sono giorni che sto organizzando un casting per cercare gli interpreti di uno spettacolo dedicato a Sant’Agata. Nel frattempo rispondo alle telefonate, correggo testi, preparo locandine, registro Radio Vanedda, immagino altri progetti.

Cambia l’esperienza. Cambiano gli strumenti, l’età, la direzione resta. Il lavoro dell’artista sia questo: permettere a un’intuizione di sopravvivere abbastanza a lungo da diventare un’opera.

La retorica è un luogo dove ci capiamo tutti. La sperimentazione è un luogo dove dobbiamo imparare a fidarci.

Ogni laboratorio rendicontizzante. Ogni spettacolo viscerale. Ogni invenzione pura. Ogni immaginazione infinita. Prima o poi trova la sua forma.

E poi penso a quei ragazzi. Oggi hanno quarant’anni in più. Mi piace immaginare che, guardando questa fotografia, qualcuno di loro possa ricordare quella giornata e pensare: che bello aver giocato. Perché giocare non è mai stato perdere tempo. È sempre stato un modo serio di incontrare una essenza che ci appartiene. Forse è questo il rispetto più grande che possiamo avere per l’arte, oltre a intrattenerci, lasciarle cambiare il nostro modo di guardare.

Ieri sera, dopo la registrazione di una nuova puntata di Radio Vanedda, ho visto negli occhi di Marco quella felicità che vale più di qualsiasi numero, di qualsiasi applauso, di qualsiasi risultato.

Perché, in fondo, continuo a fare tutto questo per la stessa ragione di sempre: per creare uno spazio in cui qualcuno possa sentirsi più vivo.

Nichiren Daishonin scrive: “Fermati e rifletti.”

Forse è proprio questo il compito dell’arte: fermare il tempo quel tanto che basta per accorgersi che lo stiamo vivendo.

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