L’altro è me

Mi mette un po’ a disagio, laddove c’è un logorroico vento di ostentazione, essere definito un artista, o ancora di più un creativo. Sono parole che spesso evocano un’immagine di talento, ispirazione o di fascino personale, mentre la mia esperienza è molto diversa. Maturata esperienza da esploratore che porta a considerarmi prima di tutto un operatore culturale nell’ambito del teatro partendo da musica e curiosità. Nel teatro progetto, organizzo e realizzo percorsi culturali di esplorazione contemporanea; con la musica progetto e opero anche come DJ. In entrambi gli ambiti, ciò che mi guida non è il desiderio di affermare me stesso,mi guida la volontà di mettere il mio lavoro al servizio delle persone e della comunità. Quello che faccio nasce da una pratica quotidiana fatta di sfide continue, affrontate con la preghiera, con ostinata abnegazione, con il desiderio di crescere in umanità e con il rispetto profondo delle persone e della materia con cui si genera il lavoro creativo, il tassello.
Proprio per questo soffro quando la figura dell’artista o del creativo viene semplificata. Non perché quelle parole siano sbagliate, perché rischiano di far dimenticare il lungo cammino che le rende autentiche. Dietro un’opera, uno spettacolo, un brano o un progetto ci sono quasi sempre anni di ricerca, tentativi, studio, errori, sacrifici e trasformazione interiore. Solo raramente qualcosa nasce già compiuto, non si è mai soddisfatti.
Anche per me questa è una sfida quotidiana. Non sempre riesco a raccontare tutto ciò che vivo e questo, a volte, mi provoca una profonda sofferenza. Comunque è una sofferenza che scelgo di attraversare, perché credo che faccia parte del percorso stesso dell’artista e del creativo: dare forma a qualcosa che, prima di diventare comprensibile agli altri, ha richiesto un lungo tempo di maturazione.
Per questo, quando si parla di creatività o di espressione della fede, un altro atto creativo perché mistico e ciò che è incomprensibile è già creativo. Per questo ho spesso la sensazione che si racconti solo metà della storia. La fede, per me, non è un elemento decorativo del mio lavoro: è la forza che sostiene la determinazione, la ricerca della qualità, la responsabilità verso gli altri, la gratitudine e la devozione con cui affronto ogni progetto.
Temo che parlarne possa facilmente scivolare nella retorica, per me il vuoto se non è un evidente gioco di parole. Preferisco che siano il lavoro quotidiano, la costanza e le relazioni costruite con parsimonia a testimoniare ciò in cui credo. Se c’è una creatività nel mio percorso, è quella che nasce dalla perseveranza, dal servizio e dalla capacità di trasformare le difficoltà in occasioni di crescita condivisa. Come un copione scritto e rivisto porta un quadro totale, una quadra del lavoro che è sempre in itinere anche se passa dal debutto. Grazie ❤️

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *