Non è soltanto un divertimento. E non è nemmeno un lavoro. Per me è una missione.
Ieri, dopo una giornata di casting, ero distrutto. Eppure, mentre tornavo a casa, mi rendevo conto che quello che mi affascina non è semplicemente scegliere persone, organizzare eventi o immaginare progetti.
La mia vera occupazione è un’altra: osservare ciò che ancora non si vede. O, meglio ancora, intuire ciò che ancora non c’è.
Forse è per questo che il post di Ginevra (nome di fantasia) mi ha riportato alla memoria un episodio di quasi quarant’anni fa.
Lavoravo nella pubblicità in esterna quando un cliente mi chiese di pianificare una campagna che sarebbe uscita a cavallo di Ferragosto. Il manifesto aveva un solo protagonista: Babbo Natale. Sotto, una sola parola: Buon Natale, 15 agosto 1989
All’epoca sembrava un’idea fuori stagione. Oggi parlare di Natale in piena estate non sorprende più nessuno.
Mi sono accorto che questa sensazione l’ho vissuta più volte.
All’inizio degli anni Ottanta avviai un’attività di animazione quando era ancora un settore quasi inesistente. Nel 1985 realizzai un’animazione in un lido balneare siciliano: allora sembrava una novità, oggi è una pratica diffusa.
C’è un altro episodio che oggi rileggo con occhi diversi. Nel 1997, per l’inaugurazione di un negozio che poteva contare su oltre seimila clienti consolidati, proposi un’idea apparentemente fuori stagione: festeggiare il Capodanno… il 4 aprile. Con l’approvazione, e poi con l’entusiasmo del cliente, la mia società di comunicazione organizzò un Capodanno Fuori Stagione, dalle 21 del 4 aprile alle 21 del 5 aprile.
Non fu una semplice inaugurazione, ma un evento costruito come un vero Capodanno, con un programma articolato che coinvolse oltre seimila persone. La sorpresa più grande fu che diverse aziende del territorio decisero di sostenere spontaneamente il progetto con sponsorizzazioni e prodotti.
Anche in quel caso il punto non era il Capodanno. Era l’idea di spostare il significato di una ricorrenza fuori dal suo tempo naturale, trasformandola in un’esperienza capace di incuriosire, coinvolgere e creare valore.
Anche mio padre, con il suo teatro d’avanguardia e sperimentale, percorse una strada simile. Ciò che allora era ricerca è diventato parte della storia del teatro. Non a caso una studentessa del DISUM dell’Università di Catania sta dedicando a quella esperienza la sua tesi di laurea.
Queste esperienze mi fanno porre una domanda: Chi sono davvero i cool hunter? Chi sono davvero gli anticipatori culturali? Sono soltanto coloro che intercettano i segnali deboli del cambiamento oppure esiste un’altra figura, meno riconoscibile, che prende quei segnali e li trasforma in progetti, linguaggi, esperienze e, infine, in normalità? Forse l’innovazione non nasce dal nulla. Nasce dalla capacità di vedere, prima degli altri, possibilità che ancora non hanno un nome.
Poi arrivano altri: chi finanzia, chi organizza, chi comunica, chi rende quell’intuizione accessibile e condivisa. È un passaggio indispensabile, ma apre un’altra riflessione.
Quando tutto questo accade, il punto di partenza tende a scomparire. L’avanguardia, quando ha successo, perde il suo carattere eccezionale e diventa semplicemente la normalità.
Forse è questo il destino delle idee migliori: non essere ricordate come eccezioni, ma diventare così naturali da farci credere che siano sempre esistite.
In fondo gli archivi servono anche a questo: non a celebrare il passato, ma a ricordarci che alcune idee, quando nascono, sembrano sempre fuori stagione. Per chi avesse voglia di curiosare, lascio il link a un breve video di quell’evento.






