Avete presente un buffet dove viene servita una varietà di dolci e cibi salati per gli ospiti? Avete presente quando arriva la prima fila e si porta via gran parte del buffet? Avete presente perché lo fa? Molti film hanno raccontato scene di questo tipo. Il saccheggio non è soltanto questo. Il saccheggio avviene quando dentro una persona cova una sorta di disperazione. Anche quando non è evidente. Anche quando è mascherata da perbenismo, da educazione, da titoli, da ruoli sociali e persino da stelle.

Rise and fall, spin and call, Merton Wu
Il saccheggio nasce quando una persona crede che tutto sia disponibile per sé. Che tutto debba essere ricondotto a sé. Perché si considera meritevole di chissà che cosa. Il saccheggio non comincia quando qualcuno porta via tutto da un buffet. Comincia molto prima. Comincia nella testa. Comincia quando una persona guarda ciò che appartiene a tutti e pensa: “Questo spetta a me.”
Non importa se è già sazia. Non importa se gli altri non hanno ancora mangiato. Non importa se qualcuno resterà senza. Il saccheggiatore non vede gli altri. Vede soltanto ciò che può prendere. E prende. Prende spazio. Prende meriti, idee, opportunità, attenzione, persone. Prende il lavoro degli altri. Prende persino la sofferenza degli altri, quando gli serve per costruirsi un’immagine. E poi si presenta come vittima.
Il saccheggio è una forma di fame. Non fame di pane. Fame di possesso. Fame di riconoscimento. Fame di potere. Fame di essere sempre al centro. E quando una persona non ha il coraggio di guardare il proprio vuoto, spesso cerca di riempirlo con ciò che appartiene agli altri. C’è una cosa che il saccheggiatore non capisce: il vuoto non si riempie portando via. Si allarga. E più prende, più ha bisogno di prendere.

Sebastião Salgado, 1986
Perché il problema non è ciò che manca fuori. Il problema è ciò che non è mai stato affrontato dentro.
Il saccheggio non ha un’unica faccia. A volte è volgare. A volte è raffinato. A volte è ignorante. A volte ha studiato. A volte urla. A volte parla con voce calma e possiede un vocabolario impeccabile. A volte ha un titolo. A volte ha una posizione. A volte ha persino delle stelle. Il saccheggio resta saccheggio. Anche quando indossa un abito elegante. Anche quando sale su un palco. Anche quando viene applaudito. Anche quando pretende di insegnare agli altri la morale.
Perché non c’è niente di più ridicolo dell’ignoranza quando si traveste da autorevolezza. E niente di più pericoloso del parassitismo quando viene scambiato per successo. Il saccheggiatore vive del lavoro altrui. Bagnando la propria brioche nella granita degli altri. Il saccheggiatore occupa. Sottrae. Accumula. Prevarica.
Il saccheggio è entrare nella vita di qualcuno senza permesso e chiamarlo diritto. È spingere gli altri e chiamarlo ambizione. È tradire e chiamarlo strategia. È rubare il merito e chiamarlo talento. È sfruttare e chiamarlo opportunità. È prendere tutto e poi avere il coraggio di lamentarsi di non avere abbastanza.

Per cercare dentro di me ciò che non funzionava ho speso anni. Tempo. Denaro. Energia. Ho cercato le mie mancanze. Le mie ferite. Le mie zone oscure. Le mie intrasparenze. Ho provato a guardare il mio vuoto senza trasformarlo in una pretesa sugli altri. Perché una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: la tua sofferenza non ti autorizza a distruggere la vita degli altri. La tua mancanza non ti dà il diritto di prendere ciò che non è tuo. La tua fame non ti autorizza a svuotare il piatto degli altri. Il fatto che tu abbia sofferto non ti rende automaticamente migliore. E soprattutto: non ti rende proprietario del mondo.
Il saccheggio è una delle forme più primitive dell’ignoranza. Perché chi saccheggia non comprende la misura. Non comprende il limite. Non comprende la reciprocità. Non comprende che vivere insieme significa anche lasciare qualcosa agli altri. E forse il problema più grande del nostro tempo è proprio questo: abbiamo cominciato a chiamare il saccheggio con nomi più eleganti. Lo chiamiamo successo. Lo chiamiamo ambizione. Lo chiamiamo meritocrazia. Lo chiamiamo leadership.
Lo chiamiamo opportunismo. Lo chiamiamo intelligenza. Come quel manager che, con la carta aziendale, spende per sé più di 300.000 euro della società per cui lavora. O come il mega direttore statale che si aumenta in modo illegittimo lo stipendio di 80mila euro.
Spesso è soltanto avidità con una buona comunicazione. Egoismo con un vestito costoso. Ignoranza con un titolo appeso al muro. E allora diciamolo senza paura: chi prende tutto non è necessariamente il più forte.
A volte è il più vuoto. Chi schiaccia gli altri non è necessariamente il più intelligente. A volte è semplicemente incapace di stare in piedi da solo. Chi ha bisogno di appropriarsi continuamente di ciò che appartiene agli altri, forse non ha ancora costruito nulla che gli appartenga davvero.
Il saccheggio è questo: la disperazione di chi non sa creare e allora prende. Di chi non sa amare e allora possiede. Di chi non sa crescere e allora si appropria della crescita degli altri. Di chi non sa guardarsi dentro e allora devasta ciò che trova fuori.
E io penso che ci sia una regola semplice, quasi brutale: se per sentirti grande hai bisogno di rendere più piccoli gli altri, non sei grande. Se per vincere devi far perdere tutti gli altri, non sei un vincente. Se per avere tutto devi lasciare gli altri senza niente, non sei ricco. Se per essere qualcuno devi rubare spazio a tutti, forse non hai ancora capito chi sei. Il saccheggio è impotenza organizzata. È fame che non sa confessarsi. È un vuoto che ha imparato a vestirsi bene.
La cosa più triste è che oggi, spesso, quel vuoto sale in cattedra. Urla: “Adesso tocca a me.” Indossa una giacca. Mostra un titolo. Parla con la sua sicurezza.
E pretende persino di insegnarci la vita. Davanti a tutto questo, continuo a pensare una cosa: l’ignoranza può anche vestirsi da professore. Ma non per questo smette di essere ignoranza.
Il saccheggio può anche essere applaudito. Ma non per questo diventa civiltà. E forse la cosa più inquietante è proprio questa: oggi il saccheggio, a volte, viene premiato.
La fame più pericolosa non è quella dello stomaco. È quella di chi non ha mai avuto il coraggio di guardare dentro di sé.
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