Toc Toc

Disturbo?”, quando il teatro diventa teatro dell’essere

Mi diverte scoprire che lo spettacolo visto ieri sera, frutto di un meticoloso laboratorio teatrale curato dalla regista Simona Scuderi, che stimo e conosco da tempo, deriva da un testo teatrale francese: Toc Toc di Laurent Baffie, autore, regista e umorista.

Il titolo originale richiama i TOC, i troubles obsessionnels compulsifs, cioè i disturbi ossessivo-compulsivi, e contemporaneamente il “toc toc” del bussare alla porta.

Mi sono accorto fin dalle prime battute di essere dentro una storia che conoscevo già attraverso il film che mi aveva molto divertito. L’ho riconosciuta immediatamente. Pubblico una foto del film

Per questo il titolo rielaborato Disturbo?, mi è sembrato particolarmente funzionale. “Disturbo?” è quel “toc toc” che sembra attivare qualcosa: una porta che si apre, una domanda, un incontro, forse anche una piccola invasione di campo.

Torniamo a ieri, Anfiteatro in via San Rocco Vecchio, 33 a Misterbianco.

Tre delle attrici che compongono lo spettacolo sono attualmente impegnate in un mio progetto teatrale, Sant’Aituzza mia, e sono andato con grande piacere ad assistere al loro lavoro.

La vicenda si svolge nella sala d’attesa dello studio del dottor Stern, un celebre neuropsichiatra. Sei pazienti arrivano per essere visitati, ma scoprono di avere tutti appuntamento alla stessa ora. Il medico è in ritardo e, a causa di un contrattempo, non riesce ad arrivare. I sei sconosciuti sono quindi costretti a rimanere insieme nella sala d’attesa che diventa scena e vero motore dell’azione.

Cominciano a parlare, a confrontarsi, a scontrarsi. Progressivamente si forma una sorta di terapia di gruppo improvvisata. Ognuno porta con sé il proprio disturbo, la propria ossessione, la propria fragilità.

Apre la messinscena la Segretaria (Simona Di Giovanni) con il ruolo di spartiacque. Franco (Marco Testa) è affetto dalla sindrome di Tourette e dalla coprolalia: pronuncia involontariamente insulti, parolacce ed espressioni oscene. Emilia (Claudia La Valle) è ossessionata dai numeri e dal conteggio. Bianca (Emanuela Gagliano) vive il rapporto con la pulizia, i germi e la contaminazione in una condizione di continua allerta. Maria (Sara Condorelli) ha bisogno di controllare continuamente ciò che la circonda. Lili (Alessandra Grassi) ripete le parole e i suoni, in una continua eco del linguaggio. Otto (Rosario D’Urso), infine, non riesce a camminare sulle linee e ricerca continuamente ordine, equilibrio e simmetria. Uguale: sei personaggi apparentemente lontanissimi; sei mondi che entrano in collisione; sei modi diversi di abitare e interpretare la propria fragilità.

Ma Disturbo? non si esaurisce nella storia che racconta. Il lavoro del laboratorio porta con sé qualcosa che va oltre la semplice messa in scena. È qui che il teatro diventa teatro dell’essere. Non si tratta soltanto di imparare delle battute, rispettare i tempi di una scena o costruire un personaggio. Si tratta di mettere in gioco se stessi attraverso il personaggio.

Il laboratorio ha un obiettivo concreto: realizzare lo spettacolo, mettere in piedi una storia, dare corpo ai personaggi, costruire le relazioni sceniche e arrivare alla rappresentazione. Proprio questo percorso, apparentemente finalizzato alla scena, produce qualcosa che va oltre il risultato finale. E che poi arriva anche a me in un continuo di rimandi e occasioni, l’occasione è la generazione di un sentire. Perché diventare un personaggio significa anche confrontarsi con qualcosa che non siamo abituati a essere. Significa assumere un comportamento, una postura, una sensibilità, un modo di stare in scena. Significa uscire, almeno per un momento, dalla propria consuetudine. Il personaggio diventa così uno strumento per mettersi alla prova. Non necessariamente attraverso un percorso specifico di formazione fonica o di dizione, attraverso la conquista di una presenza scenica, la capacità di stare davanti a un pubblico. La capacità di sostenere una situazione, una battuta, una relazione con gli altri interpreti.

Ecco perché il laboratorio teatrale può diventare teatro dell’essere. Non perché insegni necessariamente tutte le tecniche del mestiere dell’attore, ma perché mette la persona nella condizione di esporsi, di assumere un ruolo, di superare la propria naturale riservatezza e di confrontarsi con una dimensione diversa da quella quotidiana.

Si entra in scena con ciò che si è. Attraverso il lavoro, si prova a diventare qualcun altro. Il personaggio non cancella la persona che lo interpreta. Al contrario, la mette alla prova.

In questo senso, mi ha particolarmente colpito l’inizio dello spettacolo. Dalla platea arriva un giovane ingegnere (Gaspare Saccà) “ma insomma quando comincia questo spettacolo”. La sua apertura gioca con una frase apparentemente semplice che sembra quasi un gioco perverso di parole, una piccola torsione linguistica. Proprio in quella frase, e soprattutto nel modo in cui viene pronunciata, si avverte qualcosa di molto importante, genuino, animatoriale: la grinta.

A mio avviso, un coach teatrale come Simona Scuderi, dovrebbe puntare prima di ogni altra cosa proprio su questo. Sulla grinta dei propri allievi. Prima ancora della perfezione tecnica. Prima ancora della dizione impeccabile. Prima ancora della capacità di muoversi correttamente sulla scena. La grinta è ciò che permette di affrontare il pubblico. È ciò che consente di superare la paura. È ciò che arriva. È ciò che partecipa. È ciò che trasforma una battuta imparata a memoria in una parola viva. E’ ciò che mi porta qui, anzi ci porta qui. Un giovane interprete se possiede la grinta, allora possiede già qualcosa di fondamentale. Possiede la voglia di esserci. E il teatro, prima di tutto, è presenza, un lavoro da ammirare. Costruire un personaggio non è semplice. Entrare in relazione con gli altri attori, rispettare i tempi, sostenere il ritmo di una scena, mantenere la concentrazione: nulla di tutto questo è scontato.

Il pubblico vede il risultato. Dietro quel risultato ci sono ore di lavoro. Per questo, prima ancora di classificare uno spettacolo dentro una categoria teatrale, prima ancora di parlare di teatro classico, contemporaneo, di ricerca, musicale o di parola, occorre guardare al lavoro che c’è dietro. E ammirarlo. Perché sul palcoscenico ci sono persone che hanno scelto di mettersi in gioco. Persone che hanno deciso di uscire dalla sonnolenza. Di sfidarsi. Di esporsi. Di provare a trasformare la propria esperienza in qualcosa di creativo. In questo senso, il laboratorio teatrale è già teatro. È un luogo nel quale una persona entra con le proprie fragilità e prova, attraverso il lavoro, a trasformarle in energia.

La platea, ieri sera, ha risposto con applausi a scena aperta, risate e partecipazione. Il vero risultato non è soltanto quello che accade durante lo spettacolo. È ciò che gli interpreti portano con sé dopo. Una maggiore consapevolezza. Una maggiore capacità di stare davanti agli altri. La sensazione di aver superato una difficoltà. La consapevolezza di poter fare qualcosa che prima sembrava impossibile. E allora sì: il teatro può diventare un modo per fare della propria vita un’opera d’arte. Non perché ogni vita debba trasformarsi in uno spettacolo. Ma perché ogni persona, quando trova il coraggio di uscire dalla propria sonnolenza e di mettersi in gioco, comincia a scrivere una parte nuova di sé.

Qui penso all vitalità della coralità.

Alla trasformazione.

Alla domanda posta ieri sera

C’è poi un ultimo aspetto che mi piace particolarmente. Questa storia ha avuto un lungo percorso. Il testo teatrale di Laurent Baffie, Toc Toc, è stato rappresentato per la prima volta a Parigi il 13 dicembre 2005. Dodici anni dopo, nel 2017, quella stessa idea è diventata un film spagnolo diretto da Vicente Villanueva, arrivando così a un pubblico ancora più ampio. E oggi, dopo quasi vent’anni dalla nascita del testo teatrale e quasi nove anni dall’uscita del film, quella stessa materia arriva in un laboratorio teatrale e diventa nuovamente qualcos’altro. Questo è uno degli aspetti più affascinanti delle opere. Non rimangono necessariamente ferme nel momento in cui vengono create. Maturano. Viaggiano. Cambiano forma. Passano da una lingua all’altra, da un palcoscenico a uno schermo, da un regista a un altro, da un gruppo di interpreti a un altro. E ogni volta qualcosa si conserva e qualcosa si trasforma. Il testo di Baffie è diventato un film. Il film è diventato, per me, anche un punto di riconoscimento: ascoltando le prime battute, ho riconosciuto immediatamente una storia che avevo già visto e che mi aveva divertito, che ricordavo!!

Ciò che ho visto ieri sera non era semplicemente una riproposizione, è stata una nuova tappa. Un’altra forma di vita della stessa idea. Perché ogni frammento appartiene alla stessa lunga vita di un’opera.

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