Insistere. Questa parola, per me, è la visualizzazione della continuità.

Continuità perché «ho insistito» quando non arrivavano i complimenti. Ho insistito quando quei complimenti, anche quando arrivavano, non si trasformavano in un aiuto concreto, in una collaborazione, in un compagno di strada, in un vero sostegno.
Forse alcuni riconoscimenti avrebbero dovuto arrivare trent’anni fa. Forse avrebbero dovuto trasformarsi allora in qualcosa di proficuo: una possibilità concreta, una collaborazione, una costruzione condivisa.Non è accaduto come avrei voluto. E tuttavia sono andato avanti. Oggi si vede che ho insistito.
Si vede perché il progetto esiste, si moltiplica mentre la mia posizione è diventata più chiara, esistenziale nella sua esistenza. Si vede perché, attraverso il tempo, si comprende meglio l’essenza, le scelte, e la qualità di ogni passaggio, di ogni seme di passione, di ciò che sono e faccio con l’amore che nutro per il mio lavoro, nonostante gli ostacoli.

Insistere significa avere sempre più chiara, decisa, la propria posizione, sempre più chiaro il proprio progetto, sempre più chiara la propria essenza, sempre più chiara la propria scelta.
Significa riconoscere sempre meglio la qualità di ciò che si sta facendo e, soprattutto, il proprio amore. Perché quando una persona insiste senza sapere più perché lo fa, può esserci soltanto ostinazione. Aggettivo denutriente. Applicazione rigida.
Quando invece una persona insiste e, nel tempo, comprende sempre meglio ciò che sta facendo, allora l’insistenza diventa fedeltà. Che semplicemente semplice diventa fede

Si va avanti perché, andando avanti, si vede meglio. E più si vede, più si comprende. Più si comprende, più si sceglie. Più si sceglie, più si diventa responsabili della propria direzione. Per questo insistere può anche significare gioire. Non perché tutto sia stato facile. Non perché siano arrivati tutti i riconoscimenti attesi. Non perché qualcuno abbia finalmente confermato dall’esterno il valore del proprio lavoro.
Si gioisce perché il cammino stesso ha prodotto un’esperienza. Un’esperienza che oggi mi permette di dire: so meglio chi sono, so meglio ciò che sto facendo e so meglio perché continuo.
Quando ho incontrato per la prima volta il mio maestro, uno dei miei grandi maestri, non ho capito subito ciò che voleva dirmi.

Ci sono parole che non possono essere comprese immediatamente. A volte una frase, un’immagine, un’esperienza rimangono dentro di noi per anni, senza essere comprese fino in fondo. Poi, un giorno, il cammino ci conduce nel punto in cui quelle parole cominciano finalmente a parlare.
Allora comprendiamo che non le avevamo dimenticate. Stavamo semplicemente vivendo il tempo necessario per comprenderle. Anche questo fa parte dell’insistere: significa continuare a stare in rapporto con una domanda che non ha ancora trovato risposta.
Poi, lentamente, ci si accorge che la risposta non era davanti a noi. Era nel cammino.

C’è un’altra cosa che considero importante. Molte persone hanno paura di essere sviate. Hanno paura di perdere la direzione, di essere ingannate, di investire in qualcosa che non conoscono. Per questo cercano il sicuro. Cercano condizioni già sperimentate. Cercano aggregazioni facili. Cercano appartenenze politiche, esistenziali, sociali. Cercano le masse.
Chi cerca la massa cerca ciò che è già riconosciuto da molti, perché ciò che è riconosciuto da molti sembra offrire maggiore protezione.
Per me è vero il contrario. L’appartenenza può rassicurare, ma non sempre aiuta a vedere.

La mia amica Amalia parlava delle “truppe cammellate”. È un’immagine potente.
Perché quando una struttura di persone abituate a muoversi insieme incontra un lavoro come il mio, può trovarsi spiazzata.
Un lavoro che non si lascia immediatamente classificare. Un lavoro che non chiede soltanto di essere approvato o rifiutato. Un lavoro che obbliga a guardare. E quando una persona è abituata a stare dentro un’aggregazione, a riconoscersi attraverso un gruppo, può avere difficoltà davanti a qualcosa che le chiede un incontro diretto. Allora può cercare scuse. Può distrarsi. Può spostare l’attenzione. Può dire che il problema è il linguaggio, il metodo, la forma, il contesto. Ma forse, qualche volta, il problema è un altro. Forse ciò che la spiazza è il fatto che il lavoro che incontra le pone una domanda:
Tu dove sei nel tuo cammino? Ed è qui che avviene la differenza. Chi non è ancora in cammino può cercare di difendersi. Chi è già in cammino, invece, può riconoscersi. Non necessariamente perché comprende tutto. Non necessariamente perché è d’accordo con tutto.
Perché sente che ciò che incontra parla a qualcosa che è già in movimento dentro di lui.
Chi è già in cammino riconosce il cammino. E forse questo è uno dei significati più profondi del mio lavoro, la libertà senza ottenere necessariamente il consenso di tutti, senza convicerli, senza trasformare ogni incontro in un’approvazione. Incontrare quelle persone che, attraverso il lavoro, si accorgono di essere già in movimento.

E allora ritorniamo alla parola iniziale: insistere.
Insistere è continuare riconoscendo la propria direzione. Continuare a camminare è una forma di vita.
