C’è quel sentire che arriva all’improvviso, quel sentimento che a volte chiamiamo felicità. Arriva dall’attenzione che poni a ogni momento, possiamo dire dalla qualità dello sguardo.
È come se una parola fosse sempre stata lì, ma non fosse davvero esistita fino all’istante del proprio tempo. È come se ci volesse una password esistenziale. Stamattina, seduto in bagno, ho scrollato un po’ il telefono, come faccio spesso. Una volta era un libro, un fumetto. Ho guardato con gioia il trailer del film dedicato a Pino Daniele, dove campeggia la canzone Je so’ pazzo.
È un richiamo per un’intera generazione.
Subito dopo ho guardato il trailer del nuovo film di Giovanni Veronesi con il bravissimo Pierfrancesco Favino.
In quel momento è arrivato, all’improvviso, un significato.
Profondo. Autorevole. Sincero.
È stato immediato riconoscere la continua trasformazione e la continua sfida del regista Giovanni Veronesi e, nello stesso tempo, guardare dentro di me, riconoscendo un processo silenzioso, specchiandomi in quel sentire, in quella felicità che mi stava attraversando.
È emersa la parola maturazione.
Una parola potente che non rappresenta un punto d’arrivo.
Rappresenta l’accorgermi che oggi produco con naturalezza, con fluidità, progetti teatrali contemporanei; lavoro con colleghi alla pari, come Turi Giordano; metto insieme attori professionisti e outsider che salgono per la prima volta sul palco e, lentamente, diventano una compagnia teatrale, con quella coesione e con quel ritmo che mi sono consoni ma che, per i diversi tempi del sogno, della programmazione e dell’azione, qualche anno fa erano soltanto immaginazione, qualcosa per cui pregavo chiedendomi quasi un’autorizzazione alla manifestazione della mia missione in questa terra.
A questo si unisce la lettura, da parte di Gabriella, di un mio lavoro teatrale del 2019, avvenuta ieri a casa mia. A questo si aggiunge la lunga telefonata con mio figlio di qualche giorno fa, come non era mai accaduto. A questo si aggiunge lo scambio di messaggi di ieri sera in una continua costruzione organizzativa per tutta la squadra.
A questo si aggiunge la capacità di esistere davanti a ogni muro, dove invece di sottrarmi scelgo, ogni volta, di offrire la mia riflessione, la mia profondità, la mia armonia, il mio tempo, la mia determinazione e quella che oggi riconosco come una vera qualità relazionale.
Così oggi arriva questo mio scrivere la parola frutto, come un regalo.
Come un abbraccio che offro a me stesso, da me stesso, da un unico verbo: maturare
Perché il bello genera altro bello.
Perché la verità genera altra verità.
Ogni sfida affrontata con sincerità, visione missione vocazione, genera possibilità che spesso non riusciamo nemmeno a immaginare quando iniziamo a scrivere di un obiettivo.
Forse maturazione significa proprio questo: accorgersi che ciò che sembrava lontano, lentamente, è diventato il proprio modo naturale di vivere. E allora, a tutto ciò che è, a tutto ciò che si compone, a tutto ciò che continua a trasformarsi… grazie.






