Una successione di eventi che, solo dopo, assumono il significato di una direzione. L’incontro con Mitja Bichon è stato uno di questi. Attraverso alcuni link che mi ha condiviso, ho deciso di fare ciò che, da tempo, appartiene al mio format PARLO CON LA MUSICA, metto in pratica il mio orecchio fotografico.
Ascolto un brano musicale per vedere ciò che genera dentro di me. È una traduzione, non una spiegazione. Quello che segue, quindi, non è una recensione e nemmeno un’analisi tecnica. È una restituzione profondamente soggettiva, nella quale la musica si trasforma in visioni, ricordi, gesti e domande. È il mio modo di parlare con la musica.
Offro queste parole a Mitja, con il desiderio di restituirgli ciò che le sue composizioni hanno mosso dentro di me. Perché, in fondo, ogni opera vive due volte: quando nasce dall’autore e quando trova dimora nello sguardo — o, nel mio caso, nell’orecchio fotografico di chi la incontra
Dispari
Scale allineate in una continua corsa verso lo sguardo di un chi, qualcuno, o verso una distrazione. Questo arpeggio o fraseggio che sia, mia piace. La prima, contiene la voglia di vagabondare, di perdersi, di costruire realtà che nel momento sono difficili da raggiungere, o forse vivono in una ripetizione, come il canto di un carillon. Per questo ascolto, apprezzo e auspico una grande evoluzione, perché l’opportunità c’è in quanto primordiale auspicazione. Una sola parola: sfida. Molto interessante la sequenza che chiude il brano: mai pari.
Interlude
Un suono, oserei dire, sincopato e vagheggiante, che avevo già ascoltato nello showreel, qui l’ho riconosciuto. Suoni molto affini a me, ricordano le improvvisazioni dei miei figli. Questa è già una conquista, o forse, ancora meglio, la base di un un dialogo, sempre in punta di piedi.
Quiescendo
È la colonna sonora del dubbio, dell’incertezza, della pausa prima di decidere qualcosa, fare. O, forse ancora meglio, della volontà di evocare qualcosa, restando sospesi nella narrazione. Mi viene in mente un allenamento continuo. Scale mobili che salgono e scendono, con un tempo che sembra non finire mai. Arriva una sensazione di nobiltà francese, come una discendenza nordica, la nebbia: qui si coglie con grande chiarezza e sospensione: un sorriso che nasce in coda al brano, quasi come una liberazione, con un tratto profondamente catartico. Probabilmente è stato deciso qualcosa, trattenuto da quel minuscolo dubbio. Poi una mano cattura l’essenza, dà un senso alle retroazioni. Si muove a zig zag su uno skateboard, mentre quella stessa mano, quasi senza volto, ha tirato l’esprimere fuori dal dubbio e lo ha trasformato in un film con le scorribande impercettibili.
Lullaby
Ogni cosa nasce da un desiderio. Ogni cosa nasce da un’invocazione. Questo succedersi di musiche, che si muovono su un mood e una medesima intima soddisfazione, come una rivoluzione: quella sana, quella potente, quella necessaria. Ed è proprio questo che ti auguro: attraverso il carillon, arrivare in una scena ampia e trovare, accanto ai tuoi passi musicali, altrettanti passi di danza.
Ciò che mi resta è la sensazione di un linguaggio che cerca il proprio orizzonte con una voce riconoscibile, il coraggio di sfidare se stesso, perché è proprio oltre quella soglia che la musica smette di essere soltanto ascoltata e comincia a diventare un luogo da abitare.
Carissimo Mitja aggiungo a questo ascolto il mio sentire con due brani che possano essere non solo due modulazioni dialoganti, anche un elemento di continuità.
