Ferragosto

Buon Ferragosto a tutti.

In questo momento sto parlando a un gruppo teatrale, mistico, che con l’energia dell’Universo abbiamo creato: un meraviglioso campo scuola. Mentre scrivo mi sto immaginando un gruppo molto più vasto. Perché quello che sto vivendo con voi riguarda, in realtà, qualcosa che va oltre il teatro: la responsabilità della relazione.

La relazione è prima di tutto una sfida che si rinnova rifiutando ciò che è da rifiutare e nello stesso tempo abbracciandolo. Questa responsabilità non è soltanto la responsabilità di ciò che facciamo insieme, ma la responsabilità di come ci stiamo dentro, di come ci guardiamo, di come ascoltiamo, di come attraversiamo i momenti delicati e di come ciascuno di noi contribuisce alla qualità dello spazio comune. La sto immaginando, ma soprattutto la sto vivendo. Ieri ho avuto una lunga conversazione con Maria e mi sono fermato a riflettere su una cosa che riguarda tutti noi e questo passaggio delicato tra lo spettacolo appena concluso, Sant’Aituzza mia, e il nuovo lavoro che è già in corso, Civitoti in pretura. Rispetto al primo spettacolo, le persone non si sono ancora sentite completamente accolte, raccolte, “accucciate” nello stesso modo.

È una sensazione che ho ascoltato con grande attenzione e che mi ha fatto immediatamente riposizionare alcune cose.Ci sto lavorando. E proprio per questo mi è venuto da scrivere questo messaggio, anche se è lungo. Perché partendo dal concetto di “resistenza” nel suo assetto di rivoluzione, sento che questo momento ha bisogno di attenzione e non di fretta.

Vi ho parlato spesso di una cosa: mai avere aspettative. Mai. Non possiamo pretendere che un nuovo lavoro ci restituisca automaticamente le stesse emozioni, la stessa complicità, lo stesso ritmo o lo stesso abbraccio del lavoro precedente. Ogni volta bisogna rinnovare continuamente.

Lavoro sempre su nuove costruzioni come le bolle di sapone. Cercare ogni volta un assetto. Cercare il proprio ruolo. Cercare il proprio spazio. Cercare il proprio modo di stare dentro quello che stiamo facendo. E soprattutto andare oltre le bugie della mente. Perché la mente, la mente… costruisce aspettative, paragoni, paure, giudizi, immagini di come le cose dovrebbero essere. E spesso sono proprio queste immagini a impedirci di vedere quello che sta realmente accadendo.

Il primo spettacolo ci ha regalato un gruppo, un ritmo, una complicità che non erano scritti sulla carta. Sono nati lavorando, incontrandoci, ascoltandoci, attraversando difficoltà e costruendo insieme.

Adesso siamo a due giorni dal debutto dello spettacolo che ci ha riuniti nella sua forma autentica e itinerante.

Un sodalizio tra verità, fede, arte, comunione di intenti.

Adesso siamo in un altro momento. E un altro momento richiede un altro ascolto.Io arrivo a questo messaggio amandomi. E forse è importante dirlo.

Ieri ho lavorato a Brucoli come DJ. Una bellissima location, in riva al mare, i fuochi d’artificio che a mezzanotte mi hanno circondato. Dopo ho trascorso del tempo con i titolari, in una serata molto bella e anche molto faticosa.Oggi sento tutta quella fatica.Sento la difficoltà nel camminare, la stanchezza del corpo, la necessità di fermarmi.Eppure proprio questa difficoltà, questa determinazione e questa voglia di fermarmi e parlare — prima di tutto con me stesso e poi con il mondo — mi portano a scrivere questo.

Il mio Maestro mi ricorda sempre: “fermati e rifletti”.

Voi sapete che tengo un diario.

Quello che sto scrivendo nel mio diario oggi, in questo momento, diventa anche pubblico. Diventa un modo per condividere con voi un processo che per me è importante.

La resistenza, per me, non è irrigidirsi. È esserci.È scegliere nuovamente, soprattutto quando qualcosa cambia e non abbiamo più esattamente le stesse condizioni, lo stesso entusiasmo, lo stesso ritmo del lavoro precedente. È la capacità di rideterminarsi.

Per questo voglio rivolgere un abbraccio particolare a Maria, che è stata fondamentale e che, come ben sapete, nel suo ruolo di aiuto regia ha una funzione preziosa: armonizzare il gruppo, salvaguardare ogni piccola sfumatura, accorgersi di ciò che magari non viene immediatamente detto. E voi sapete quanto per me siano importanti le sfumature.

Io curo ogni piccola sfumatura perché credo che il teatro, prima ancora di essere rappresentazione, sia relazione. Ed è la stessa cura che ritrovo nel lavoro con Turi Giordano: un meccanismo generativo, l’unione allargata di due orizzonti, come quelle proiezioni spettacolari che nascono solo quando due sguardi si incontrano davvero.

E allora questo messaggio vuole essere anche un abbraccio a tutte le persone che sono in prima linea, a chi sta lavorando, a chi sta cercando il proprio posto, a chi magari in questo momento si sente meno vicino al gruppo, a chi ha bisogno di ritrovare un ritmo, a chi sta semplicemente attraversando questo nuovo passaggio.

Dobbiamo avere la forza di dircelo.

Possiamo riposizionarci. Possiamo ritrovarci. Possiamo continuare a costruire. E possiamo farlo senza aspettative.”Perché ogni volta che ci liberiamo dell’idea di come dovrebbe essere, diventiamo più disponibili a scoprire come può essere.

E quindi io ci sono.Con tutta la mia attenzione, con la mia determinazione, con la mia cura e anche con la mia capacità di ascoltare ciò che arriva dal gruppo.

E oggi voglio dire anche grazie.

Grazie alla fatica. Grazie alla resistenza. Grazie alle difficoltà. Perché quando ringrazio la fatica e la resistenza, sto ringraziando la mia vita.Sto ringraziando le sfide. Sto ringraziando le pietre miliari che mi hanno portato fino a qui.

E forse è proprio questo che possiamo fare anche noi: non aspettarci di ritrovare ciò che è stato, ma rinnovare continuamente ciò che siamo. Perché se il primo spettacolo ci ha insegnato qualcosa è che le cose più belle accadono quando smettiamo di essere semplicemente persone che partecipano a un lavoro e diventiamo, poco alla volta, una comunità di lavoro.L’abbraccio è qualcosa che possiamo costruire ricostruire, costruire, ricostruire all’infinito. Perché il totale non è mai una somma astratta che sta fuori di noi: è fatto di ognuno di noi. Ogni persona è un puzzle, fatto di tanti piccoli pezzi. E tutti questi pezzi, messi insieme — i pezzi di ognuno di noi — compongono un puzzle molto più grande.

È questo, per me, il senso della comunità: non un tutto che ci contiene, ma un tutto che nasce da ciascuno. Abbraccio

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