La mia devozione verso Sant’Agata è nata lentamente.
È nata nella mia famiglia, da mia nonna Teresa, dai miei genitori, da mio zio che aveva lo studio dentistico in via Etnea e che per tutti noi rappresentava anche un luogo di incontro, di attesa, di condivisione. Aspettavamo che passasse la Santa sotto casa. E, forse senza rendercene conto, proprio in quei momenti abbiamo iniziato a costruire quel dialogo, quel rispetto, quella relazione con la nostra Patrona che negli anni è diventata sempre più profonda.
Poi arriva la fede. E la fede, quella vera, non si spiega.
Da anni partecipo alla Messa dell’Aurora. E ogni volta che Sant’Agata esce e ti commuovi, come lo spieghi? Non serve nemmeno spiegarlo. È un sentimento che accade. È qualcosa che attraversa la ragione e arriva altrove.
Forse la fede è proprio questo: la magia del pensiero quando diventa sentimento, quando diventa qualcosa di talmente profondo e onesto verso noi stessi da riuscire a travalicare i giudizi, le categorie, perfino ciò che riteniamo scientificamente spiegabile.
La fede può rivolgersi a Dio, a un Santo, a un albero, alla luna, ad una barca, a qualsiasi cosa nella quale una persona riconosca un dialogo mistico che va oltre la giurisdizione della mente.
E sappiamo quanto sia importante questo passaggio, perché la mente, qualche volta, mente.
In questi giorni, però, insieme al caldo meteorologico ne abbiamo percepito un altro: un caldo che non riguarda il clima, ma che riguarda i sentimenti. Le intemperanze emotive. La rabbia. Il giudizio. Il bisogno di disprezzare ciò che non si comprende.
Mi ha amareggiato leggere alcuni commenti sprezzanti nei confronti di chi manifesta la propria fede. E mi ha amareggiato ancora di più constatare che, in alcuni casi, dietro quelle parole sembra esserci anche una lettura politica, come se persino la fede dovesse essere ricondotta a uno schieramento, a una parte, a un’appartenenza.
Ma la fede non appartiene a una parte. La fede appartiene a chi la sente.
Mi sono chiesto cosa significhi davvero quella frase quando diventa una forma mentale. Mi è venuta in mente una parola che ho letto ieri “tunnelizzato”: colui che vede soltanto ciò che ha deciso di vedere, che procede dentro un corridoio stretto nel quale non esiste più lo sguardo laterale, non esiste più la curiosità verso ciò che è diverso da sé, non esiste più la possibilità di riconoscere la bellezza nell’altro. Perché la Fede illumina e illumina non soltanto se stessi ma il proprio ambiente. Ecco che ci sono tante metafore che raccontano questo quando accendi la luce vedi non soltanto quello che cercavi vedi anche altro.
E forse, qualche volta, dietro questo restringimento dello sguardo c’è semplicemente un’infelicità che non permette più di vedere oltre se stessi.
Non lo so. E non voglio nemmeno pretendere di saperlo. Perché anche questo sarebbe un giudizio.
So soltanto ciò che è accaduto ieri.
Abbiamo realizzato un sogno: raccontare una parte della storia di Sant’Agata attraverso una rappresentazione contemporanea itinerante, attraversando nove luoghi del centro storico di Catania, nel novecentesimo anniversario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli alla nostra città.
Piazza Università, Piazza Duomo e Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in via Dusmet, via Museo Biscari, piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di via Etnea, via dei Crociferi, piazza Mazzini e infine il sagrato del Duomo. Nove luoghi. Nove momenti. Una storia che cammina dentro la città.
Ma soprattutto una storia che è stata raccontata da persone che hanno scelto di esserci.E stamattina ho letto le loro parole che raccontano ciò che è realmente accaduto.
La Fede, quella autentica, accomuna.
La rabbia, invece, quando diventa giudizio permanente, trasforma una questione personale in una questione sociale e, contemporaneamente, asociale: perché finisce per costruire muri proprio là dove dovrebbe esistere la possibilità di incontrarsi.
Io vorrei che questa mattina, invece di indignarsi perché qualcuno si inginocchia, prega, si commuove o bacia un teschio come segno della propria fede, si provasse almeno per un istante a fare uno sforzo diverso: non giudicare ciò che non si comprende. Provare a capire. E, se possibile, provare a sentire.
Perché come fai a spiegare a una persona che non ha fede che cos’è la fede?
Io non lo so.
Posso soltanto raccontare cosa significa per me.
Posso raccontare la nonna Teresa, la mia famiglia, mio zio in via Etnea, le attese per vedere passare Sant’Agata, la Messa dell’Aurora, le lacrime che arrivano senza essere chiamate.
Posso raccontare ciò che abbiamo fatto ieri.
Posso raccontare le persone che hanno lavorato insieme, con generosità, senza chiedersi continuamente chi fosse più importante, chi dovesse apparire, chi dovesse avere ragione.
E posso dire che, in mezzo a tutte le complessità del mondo, sono felice.
Perché abbiamo nutrito di fede altre persone.
Abbiamo seminato.
E forse è proprio questo che dovremmo imparare a fare più spesso: piantare un seme.
Non pretendere che tutti lo vedano.
Non pretendere che tutti lo comprendano.
Non pretendere nemmeno che tutti lo amino.
Piantare un seme e andare avanti.
Perché la responsabilità è personale.
Ognuno scelga il proprio sguardo, il proprio tunnel, la propria strada. Io scelgo la mia.
E la mia strada, oggi, è quella della fede, della memoria, della bellezza e delle persone che ieri sera hanno camminato insieme per Catania raccontando Sant’Agata.
La fede, per molti, è una parola vuota.
Per altri, quando quella parola si riempie davvero, diventa una forza, un incontro, una comunità, una bellezza, una rivoluzione.


