Intercetto

Ci sono esercizi che non sembrano esercizi. Sono escursioni della mente, delle proprie conoscenze messe a confronto. Non hanno un numero di ripetizioni, non richiedono un cronometro, non prevedono un risultato da misurare. Eppure, se li pratichi con continuità, allenano qualcosa.

L’esercizio di oggi, che ha come oggetto la scrittura consequenziale, parte da una parola. Ogni volta intercetto una parola e la lascio lavorare. Questa volta, però, ho deciso di portare l’azione stessa dell’intercettare al centro dell’esercizio. La parola è: intercetto. Nel senso più immediato del termine: fermare qualcosa che passa, captare una comunicazione, cogliere qualcosa prima che prosegua il suo percorso. Ma anche intercettare un arcobaleno. Intercettare un bisogno. Un’occasione. Un pensiero. Una sensazione. Intercettare qualcosa che sta nascendo prima ancora che abbia un nome.

Intercettare il proprio divenire, il proprio essere, il proprio retrogusto. Perché forse è proprio nel retrogusto che si trova una parte del vero senso di ciò che intercettiamo. La parola l’ho scritta ieri sera su un foglio appoggiato alla mia scrivania. Non ho cercato immediatamente di svilupparla. L’ho lasciata lì. A sedimentare. A fare quello che fanno certe parole quando non le costringiamo subito a diventare un significato: aprirsi. E soprattutto ho lasciato che si congiungesse con altre azioni. Intercettare. Che cosa significa esercitarsi a intercettare? Significa allenare l’attenzione. Non soltanto l’attenzione a ciò che vediamo, ascoltiamo, abbiamo davanti. Ma l’attenzione alle connessioni che possono nascere tra cose apparentemente separate.

Sul comodino ci sono più libri. Ne scelgo due. Anche qui, apparentemente, una scelta semplice. Ma dietro una scelta apparentemente casuale c’è sempre qualcosa: ciò che abbiamo davanti agli occhi, ciò che conosciamo già, ciò che ci incuriosisce, ciò che siamo abituati a prendere in mano. Il primo è Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario di Anthony Robbins. Apro una pagina e trovo un passaggio che parla di come possiamo modificare ciò che proviamo modificando le caratteristiche con cui rappresentiamo mentalmente un’esperienza: avvicinarla, allontanarla, renderla più grande, più luminosa, più presente o più distante. Poi prendo Il codice dell’anima di James Hillman. Apro una pagina a caso. Trovo un discorso completamente diverso, ma stranamente vicino. Hillman parla della nostra lente, calibrata su valori medi, e della difficoltà della società di riconoscere ciò che non emerge, ciò che non rientra nelle categorie abituali. Una lente che, proprio perché abituata a cercare determinate forme, rischia di non vedere ciò che non corrisponde alle sue misure.

Le due pagine non formano un testo. Non c’è una frase che continui nell’altra. Non c’è una storia. E questo è esattamente il punto che mi interessa: intercettare una possibile connessione ancora prima che la connessione esista. E qui succede qualcosa di ancora più strano. La frase scritta sulla scrivania mi connette al mio passato. Perché quella frase l’avevo già scritta una volta. Quando l’ho scritta, e l’ho lasciata a mio padre, avevo non più di otto anni. E allora mi accorgo che l’esercizio che sto facendo oggi non sta lavorando soltanto sui due libri che ho appena aperto. Sta intercettando qualcosa che appartiene alla mia memoria. Un foglio. Una frase. Mio padre. Otto anni. E quella parola che ritorna. I due estratti non hanno necessariamente un senso nell’approccio comune. Ma producono un’elaborazione. Ecco che avviene l’esercizio. Non consiste nel trovare un messaggio nascosto. Non consiste nel convincersi che il caso ci stia parlando. Consiste nel guardare che cosa succede quando prestiamo attenzione. La volontà di agire, di muovere la fantasia dentro la realtà, può anche partire dal caso.

Ciò che conta è quello che facciamo con ciò che il caso ci mette davanti. Una parola viene intercettata. A seguire una frase. Un ricordo. Un’immagine. Uno stato d’animo. Un collegamento. Un’altra parola. La mente comincia a costruire una rete che un attimo prima non era necessariamente visibile. È qui che, per me, intercettare diventa interconnettere. Intercettare significa accorgersi di qualcosa. E forse significa anche intuire. Perché l’intuizione spesso arriva prima della spiegazione: qualcosa ci raggiunge, ci tocca, richiama la nostra attenzione e ancora non sappiamo dire perché. Intercettiamo prima di comprendere. Sentiamo una connessione prima di riuscire a dimostrarla. L’intuizione potrebbe essere proprio questo: una forma rapidissima di intercettazione, un sapere ancora senza parole che ci invita a fermarci e a guardare meglio. Poi la ragione arriva, mette ordine, cerca collegamenti, verifica, rielabora. Il primo movimento può essere semplicemente quello di aver intercettato qualcosa. Interconnettere significa chiedersi con cos’altro quella cosa può entrare in relazione.

E qui entra in gioco la memoria. Allenare la memoria non significa soltanto cercare di ricordare meglio. Significa anche esercitarsi alle infinite possibilità di connessione, comprese quelle apparentemente inutili. Perché non lavoriamo soltanto con ciò che abbiamo appena letto. Entrano in gioco le cose che abbiamo già incontrato. Una frase di un libro. Un’esperienza. Una persona. Un’immagine. Un odore. Una parola ascoltata anni prima. Un pensiero che credevamo dimenticato. La memoria non è soltanto un archivio dal quale recuperare informazioni quando servono. Può diventare un materiale con cui costruire connessioni nuove. Ecco perché questo esercizio è anche un esercizio di memoria. Anche quando la memoria non è immediata. Anche quando non ci accorgiamo subito che stiamo ricordando. Anche quando qualcosa rimane semplicemente scritto. Questo blog, per esempio, diventa memoria. Scrivo qualcosa. La lascio. Poi, un giorno, la riprendo. La rimaneggio. La guardo da un’altra posizione. La intercetto di nuovo. E quindi la memoria non è ferma. La memoria può essere intercettata. E allora arriva la curiosità. Forse il vero motore di tutto. Se non sono curioso, vedo una parola e passo oltre. Se sono curioso, mi fermo. Non devo necessariamente chiedermi subito: perché proprio questa parola? Dove l’ho già incontrata? Che cosa mi ricorda? Posso semplicemente lasciare che la curiosità faccia il suo lavoro. La curiosità è la leva dell’intercettazione. Stuzzica l’attenzione. La mantiene aperta. La porta a cercare. E cercando aumenta la possibilità di stabilire connessioni. C’è però una cosa che considero fondamentale: non cercare subito un significato.

È meraviglioso poter lasciare una cosa senza significato per un po’. Perché dentro questa sospensione c’è la libertà di coltivare la propria cultura nel campo infinito dell’esperienza. Non devo sapere subito dove mi porterà una parola. Non devo sapere perché ho aperto proprio quella pagina. Non devo trasformare ogni coincidenza in un segnale. Posso semplicemente osservare. Lasciare che qualcosa rimanga. E vedere se, con il tempo, produce un’altra connessione. L’aspetto più importante dell’esercizio è proprio questo: non avere fretta di arrivare a una conclusione. La conclusione, se deve arrivare, arriverà dopo. Oppure non arriverà affatto. E va bene così. Forse è questo il punto dell’esercizio: non sapere sempre dove porterà una connessione, essere disposti a intercettarla, creare un innesto. Perché dall’innesto può nascere qualcosa di nuovo. E il nuovo produce nuovo. Una parola intercetta una frase. La frase intercetta un ricordo. Il ricordo intercetta un’immagine. L’immagine intercetta una domanda. La domanda intercetta un libro. Il libro intercetta un’altra parola. E il movimento ricomincia. Intercettare. Intuire. Interconnettere. Ricordare. Osservare. Curiosare. Lasciare elaborare. Forse esercitare l’interconnessione significa proprio questo: non aumentare necessariamente la quantità di cose che vediamo, ma aumentare il numero di connessioni che siamo capaci di vedere tra le cose. Questa mattina ho intercettato una parola. Poi due libri. Poi due pagine. Le pagine non avevano un senso comune. Ma hanno prodotto una domanda. La domanda ha prodotto un ricordo. Il ricordo ha prodotto un collegamento. Il collegamento ha prodotto questo testo. Forse non è importante sapere se tutto questo sia stato casuale. È sufficiente averlo intercettato.

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