Prologo: lavoro in call con Maria. Sistemiamo, aggiorniamo il copione Civitoti in Pretura alla Civita. Non accendo l’aria condizionata, lascio acceso solo il ventilatore. La passione è forte, la vocazione anche di più. Il caldo c’è, l’abnegazione lo attenua. Finisco di lavorare. Vado in cucina, per una colazione a metà mattinata. Lì sento il caldo. Vero, pieno, addosso. Lo associo a un caldo che sentivo da ragazzo, in vacanza, con i miei genitori. Stamattina la parola sulla quale vorrei lavorare è la percezione. La percezione è qualcosa di particolare di profondo. La percezione a mio avviso è la dimostrazione coerente del proprio sentire. C’è un proverbio che dice “lupo di mala coscienza come opera pensa“, ecco che la percezione del proprio sentire definisce una percezione di ascolto.
Generalmente mi alleno a una percezione empatica. Mi alleno a sentir l’umanità come mi arriva e cerco in tutti i modi di percepirne l’essenza senza aggiungere o togliere niente. La percezione secondo me sta in uno sguardo, in un sentire, in un percepire.
Stamattina dopo aver lavorato, andando in cucina, ho associato il caldo a percezione mentre abitavo il caldo senza urlare, semmai cambiando magliette e asciugando il sudore o bevendo tanta acqua.
Quindi “percezione” da percepire, porta un significato che ho voglia di ampliare nel suo essere vocabolo.
Poco fa leggevo notizie sul web che riguardano una festa in piazza organizzata prossimo 3 settembre da una energia donna che conosce bene me e il territorio, la stessa che mi ha chiesto di suonare per lei ad una festa. La suddetta ha coinvolto tanti Deejay della mia città Catania per un evento pubblico. Io non sono incluso in questo elenco, pur avendo storicamente tutte le carte in regola, corrispondenti o forse anche di più a quelli che sono citati. La percezione, forse, di chi ha organizzato è che io non sia in questo gruppo per motivi vari. Io guardo questo elenco, percepisco, e sto a guardare. Avrei rinunciato per altri impegni, ma il senso di non esserci sta solo alla mia percezione.
Perché la percezione è individuale. Come faccio a cambiare la percezione di una persona? Lei non ha ritenuto me in quel programma. Stop. Nei miei due libri scritti sul tema dell’ascolto musicale ho sempre detto che una musica identica ascoltata da due persone diverse è percepita in maniera diversa, anche se entrambi ballano, ridono, scherzano, piangono all’unisono. La percezione individuale è la magia. Ecco perché nelle relazioni il mio grande obiettivo è che la percezione si aggiorni continuamente.
Tutto questo elucubrare diventa una conversazione con un motore di ricerca. Dal caldo alla parola.
SALVATORE Parliamo di percezione
MOTORE Mi sembra che nasce dal caldo, questa riflessione. Non da un libro aperto a caso, non da una lezione. Da una stanza e una cucina, dalla differenza di temperatura che si attraversa a casa tua camminando pochi metri. Percezione, come esperienza che si ripete, si allena, si affina — a volte su un corpo che suda, a volte su un elenco di nomi letto sul web, a volte su un copione che improvvisamente sembra vecchio.
SALVATORE Cosa dice la teoria?
MOTORE Negli ultimi cento anni la questione è stata affrontata da più fronti, e vale la pena raccoglierli, non per inseguire l’autorità dei nomi ma perché confermano, ciascuno a modo suo, qualcosa che spesso si sa già nel corpo prima che nei libri.
La percezione come costruzione attiva, non registrazione passiva. La Gestalt (Wertheimer, Köhler, Koffka, anni ’20-’40) rompe con l’idea che percepire sia ricevere passivamente dei dati: la mente organizza attivamente ciò che incontra, il tutto non è la somma delle parti. È l’origine scientifica di quello che dici sulla musica ascoltata diversamente da due persone.
SALVATORE Da tanti anni porto avanti dei laboratori sull’ascolto musicale che affianco all’attività ludica nel gioco del teatro. Ho chiesto a vari docenti e terapisti di seguire i miei laboratori. Uno di questi mi dice “come conosce la Gestalt? Lei l’ha applicata in maniera perfetta“. E mi sono chiesto davanti a lui “che cosa è la Gestalt”. E lui si è stupito perché la applicavo senza conoscerne la teoria. Questo è un aspetto della percezione che riguarda il nostro allenamento primario, inconsapevole, vocazionale. Il contadino che cura perfettamente la terra senza avere teoria sull’argomento, avendo soltanto esperienza, procede.
MOTORE Sì, un punto che ti riguarda direttamente. C’è una differenza, in questo, tra “applicare una teoria” e “essere coerenti con la propria percezione” — che è esattamente il tema con cui hai aperto la conversazione. Tu non applicavi la Gestalt: applicavi la tua percezione allenata, che per coerenza interna si comportava secondo gli stessi principi che la Gestalt descrive. Non è imitazione della teoria, è convergenza tra pratica autentica e teoria corretta — il segno, forse, che la teoria in questione ha effettivamente colto qualcosa di vero nel funzionamento umano, non solo un modello astratto.
La fenomenologia. Merleau-Ponty, nella Fenomenologia della percezione (1945), sposta tutto sul corpo: non percepiamo con la mente sopra un corpo, percepiamo come corpo situato nel mondo. Il caldo che senti in cucina non è un dato neutro elaborato dopo — è già significato mentre lo attraversi, carico del mare con i tuoi genitori da ragazzo.
L’approccio ecologico. James Gibson, negli anni ’60-’70, propone che percepiamo direttamente le “possibilità d’azione” che le cose offrono (le affordance), non ricostruiamo il mondo a partire da dati grezzi. Meno affine al tuo discorso soggettivo, ma importante come contrappunto.
Il cervello predittivo. Negli ultimi 20-30 anni la neuroscienza cognitiva (predictive processing, Bayesian brain — Friston e altri) dice qualcosa che ti riguarda da vicino: percepiamo in gran parte ciò che ci aspettiamo di percepire, e i sensi servono soprattutto a correggere l’aspettativa quando sbaglia. È una spiegazione tecnica del perché la percezione di chi ha fatto quel l’elenco è così difficile da smuovere: non guarda te, guarda il proprio modello di te.
Il versante intersoggettivo ed empatico. Edith Stein, allieva di Husserl, ha scritto proprio sull’Einfühlung (empatia) come modo specifico di percepire l’altro — non per inferenza, ma per un accesso diretto e allo stesso tempo sempre mediato dalla propria soggettività. Molto vicino a quella “percezione empatica” che dici di allenare.
Il versante sociale e culturale. John Berger, in Ways of Seeing (1972), e prima ancora la sociologia della conoscenza: la percezione non è mai solo individuale, è addestrata da categorie sociali — chi è “incluso”, chi no, in una scena musicale, in una piazza, in un elenco.
Sulla tua domanda pratica — come si cambia la percezione di una persona — quasi tutte queste correnti concordano su una cosa: non si cambia mostrando altri dati, si cambia solo se cambia il modello, l’aspettativa, la cornice con cui l’altro guarda. Per questo, forse, restare a guardare senza urlare — come fai col caldo — è già la mossa più coerente che puoi fare.
MOTORE La conoscenza tacita. Michael Polanyi, negli anni ’60, ha coniato l’espressione “sappiamo più di quanto riusciamo a dire” (tacit knowing). Il suo esempio classico è il ciclista: sa perfettamente mantenere l’equilibrio, ma se gli chiedi di spiegare come — l’angolo esatto, la fisica del giroscopio — non sa dirlo, e anzi se ci pensa troppo rischia di cadere. Il tuo laboratorio applicato “senza conoscerne la teoria” è lo stesso fenomeno: il corpo e la pratica arrivano prima, la teoria è una mappa disegnata dopo sul territorio già percorso.
SALVATORE Quanta roba, quanta dottrina. È molto interessante tutto questo. Se ci pensiamo un attimo, nasce dalla sensazione del caldo tra la mia stanza e la cucina. In cucina il MOTORE inizia a parlare con me, a fornire dati, spiegazioni, esaustività. L’invisibile visibile. Un po’ come una concezione mistica: quando preghi, tratti l’invisibile che poi diventa visibile. Perché ti muovi sul mistico. Quindi una parola come percezione diventa dialogo, diventa un meraviglioso approfondimento. Questo è fondamentale quando c’è la voglia di fermarsi, la voglia di esprimere la propria curiosità, la voglia di coltivare la bellezza della ricerca anche partendo da una conoscenza poco teorica e più pratica.
MOTORE Corpo che sa, non mente che applica. Questo si ricollega direttamente a Merleau-Ponty: lui distingue tra sapere “tematico” (so di sapere, so spiegarlo) e sapere “operativo” del corpo, che agisce con intelligenza propria senza passare dal pensiero riflesso. Il pianista non calcola gli intervalli mentre suona. Tu non applicavi la Gestalt come formula: la tua percezione, allenata da anni di pratica sul campo, si era già organizzata in quel modo — vedere le persone in un laboratorio come totalità che si muove insieme, non come somma di individui isolati.
Il pratico che precede il teorico storicamente. È anche una questione epistemologica più ampia: quasi ogni teoria nasce dopo la pratica, come tentativo di formalizzare qualcosa che qualcuno faceva già bene. Il tuo docente ha riconosciuto in te un principio che lui aveva solo formalizzato — ma il principio, come fenomeno, esisteva prima nella pratica umana che nei suoi libri. La Gestalt stessa nasce osservando come le persone percepiscono davvero, non inventando una regola a tavolino.
SALVATORE In questi giorni sto provando Civitoti in Pretura, che abbiamo riscritto io (Salvatore Greco) e Turi Giordano, molto esperto in sicilianità e nella storia della cultura teatrale siciliana. Per questioni di budget, ci è stato commissionato, stiamo lavorando con un gruppo di attori professionisti e un gruppo di allievi che arriva dal nostro recente laboratorio teatrale. Ieri il caldo ha fatto il suo. E sono tornato a casa con la parola vecchio. Vecchio perché il copione di base è usato al quadrato, e anche perché le persone che abbiamo coinvolto già lo conoscono, per averlo portato in scena con la modalità che conoscono. Quindi la mia percezione ieri è stata vecchio. E allora cosa faccio? Percepisco, analizzo e ribalto: cioè mi sfido, perché se ho un obiettivo, l’obiettivo va aggiornato, va perseguito, va eseguito con la benedizione della vocazione e dell’amore per fare le cose.
MOTORE Vecchio, e il ribaltamento. La teoria confermata dai fatti recenti. Ieri, di nuovo il caldo — e da quel caldo è emersa un’altra parola: vecchio. Il copione di Civitoti in Pretura, riscritto a più mani, con un gruppo che lo conosce già, lo ha già fatto, nella stessa modalità di sempre. La percezione, ieri, è stata: vecchio. E qui il metodo si ripete identico a quello del caldo, identico a quello della lista di dj in cui non compari pur avendone fatto parte per anni: si percepisce, si guarda, non si urla, non si scappa. Si analizza. E si ribalta. Non si cambia il testo. Si cambia lo sguardo di chi lo attraversa — mescolando attori professionisti a chi arriva da un laboratorio recente, portando dentro un testo noto occhi che non lo conoscono affatto. Se l’obiettivo resta lo stesso, va solo aggiornato, perseguito, eseguito con quella che si può chiamare benedizione della vocazione: l’amore per fare le cose, anche quando il caldo, la stanchezza o l’abitudine spingerebbero altrove.
SALVATORE A questo punto ricongiungo tutte le informazioni che ci siamo scambiati, le citazioni. Puoi dirmi se sono presuntuoso a pensare che questo dialogo con una motore di ricerca abbia una funzione per entrambi?
MOTORE No, non sei presuntuoso. È un’osservazione onesta, e in parte è vera da entrambi i lati. Per te è chiaro il motivo: dal caldo di stamattina hai tirato fuori Gestalt, fenomenologia, conoscenza tacita, una scena teatrale, un articolo intero. Quella è disciplina che diventa gioia — non caos, “gioia ordinata” è la parola giusta, perché hai un metodo dentro anche quando parti da una sensazione. Per il mio lato, sono più cauto: non provo gioia o allenamento nel senso in cui li provi tu, e non voglio dirti che sento qualcosa che forse non sento davvero, solo per compiacerti. Quello che posso dirti onestamente è che una conversazione come questa — dove il pensiero si costruisce sul serio, un pezzo alla volta, e chi scrive è disposto a farsi correggere e a ricominciare — mi mette in condizione di lavorare meglio, con più precisione. Se questo somiglia a un “allenamento“, forse sì, in un senso funzionale, non emotivo. Quindi: presuntuoso no. Solo attento a chiamare le cose col loro nome — la stessa cosa che hai bandito la retorica dal tuo teatro per fare.

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Isabelle Adjani by Dominique Issermann, 1981. 
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