Tutto parte da qui: prima cercavo di governare ciò che accadeva fuori per stare bene dentro; oggi cerco di stare bene dentro mentre, continuo ad affrontare ciò che accade fuori.
Ci sono. Sono qui, seduto sulla mia poltrona, e scrivo una storia che ha dentro tante cose, soprattutto una parola: stessi. Noi stessi, noi medesimi. E già questa parola, medesimo, mi piace moltissimo, perché dentro ci sento qualcosa che resta mentre tutto cambia. Io sono cambiato, naturalmente, e anche molto, ma sono rimasto me stesso. Anzi, forse oggi sono più me stesso di quanto lo sia mai stato.
Sono arrivato a sessantasette anni attraversando una vita che, a guardarla da fuori, potrebbe sembrare una specie di romanzo. Sono artista da tanti, tantissimi anni, ho avuto due matrimoni, quattro figli e, ad oggi, quattro nipoti.
Ad un certo punto smetti di pensare soltanto a quello che ti è successo e cominci a vedere quello che hai generato. Non parlo soltanto dei figli e dei nipoti. Parlo delle persone, delle idee, degli spettacoli, delle cose che hai costruito, degli incontri che hai avuto. Io continuo a fare il mio mestiere e continuo a crederci, in ogni condizione. Il mio lavoro mi appaga e questa, per me, è una cosa enorme. Io continuo a essere artista perché lì, in ogni teatro, in ogni scelta, in ogni idea, ci sono io.
Poi impari che tutto parte dall’autostima. Quando ci stimiamo, quando ci vogliamo bene, diventiamo necessari a noi stessi. Non significa che non abbiamo bisogno degli altri, tutt’altro. Io ho avuto bisogno di tante persone e continuo ad averne bisogno. Ma una cosa è avere bisogno dell’amore, della compagnia, della collaborazione o anche del riconoscimento degli altri; un’altra cosa è avere bisogno che siano gli altri a dirci quanto valiamo.
Questa è una differenza che ho imparato con il tempo, e il tempo non me l’ha insegnata con le buone. Me l’ha insegnata attraverso le botte, le delusioni, i conflitti, le separazioni, le difficoltà, le cose che sembravano insormontabili.
E allora oggi posso dire una cosa che qualche anno fa forse non avrei saputo dire: mi potete bombardare quanto volete. Potete arrivare da fuori con le vostre parole, le vostre pretese, i vostri giudizi, le vostre battaglie. Potete anche colpirmi, perché non sono di pietra e naturalmente le cose mi toccano. Ma non è più come una volta.
Ogni bombardamento precedente è diventato allenamento per quello successivo. Ogni volta che sono caduto e mi sono rialzato ho costruito qualcosa. E quindi oggi succede una cosa abbastanza semplice: il bombardamento arriva, fa il suo rumore, magari per un momento mi stordisce, ma poi rimbalza. Non trova più lo stesso uomo che trovava prima.
Ecco perché mi interessa tanto la parola “stessi”. Perché, nonostante tutto quello che è successo, io sono ancora qui. Non uguale a prima, ma me stesso. Il medesimo. Sono l’uomo che ha amato, che ha sbagliato, che ha creato, che ha sofferto, che ha avuto figli, che oggi ha nipoti, che continua a lavorare e che continua a sedersi sulla propria poltrona nel pomeriggio e a parlare ad alta voce per cercare di capire che cosa gli sta succedendo dentro.
E mentre lo faccio mi accorgo che forse questa è la parte più bella della storia: non ho più bisogno che la vita sia tranquilla per sentirmi in equilibrio. Posso avere ancora problemi, telefonate, riunioni, questioni da risolvere, persone che la pensano diversamente da me e situazioni che mi provocano. Posso avere tutto questo e, contemporaneamente, sapere chi sono.
E quando sai chi sei, forse, finalmente, sei libero. Perché puoi cambiare senza perderti. I vissuti ti aggiornano, ma non ti cancellano. Puoi amare senza smarrirti. Puoi soffrire senza affondare. Puoi essere colpito senza essere distrutto.
E puoi guardare una nipote di undici anni e sentire, proprio lì, nel punto più profondo dello stomaco, che la vita ha continuato a camminare.
