Joe Tex

Eleganza, groove e fantasia: una cassetta che attraversa il tempo Con la sua diciottesima compilation, C60 conferma una vocazione precisa: non costruire semplicemente playlist, ma creare percorsi d’ascolto. Percorsi nei quali generi, epoche e sensibilità diverse possono incontrarsi senza perdere la propria identità.

Questa nuova C60 parte con “Happy Music” dei The Blackbyrds, e già il titolo sembra dichiarare l’intenzione dell’intero viaggio: energia, movimento e leggerezza. Da qui il percorso prende progressivamente corpo, attraversando funk, soul, disco e pop con una naturalezza sorprendente. Al Hudson & The Partners, con You Can Do It, prepara il terreno a una dimensione più esplicitamente dance, mentre Earth, Wind & Fire con Sing a Song introduce quella combinazione di classe, ritmo e positività che appartiene ai grandi momenti della black music. Poi arriva Joe Tex con “I Gotcha”: un cambio di temperatura immediato, fisico, ironico, trascinante. E Joe Tex torna più avanti con Ain’t Gonna Bump No More (With No Big Fat Woman), creando quasi un filo narrativo interno alla compilation. Il viaggio continua con Tina Charles, Stevie Wonder, Adriano Celentano, Indeep, KC and the Sunshine Band e Sister Sledge.

Sono artisti e linguaggi differenti, ma nella logica di C60 non esistono barriere rigide: ciò che conta è la capacità di un brano di dialogare con quello precedente e con quello successivo. Particolarmente affascinante è la presenza di “Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano. È una scelta che rompe qualsiasi previsione e proprio per questo rende la sequenza più personale. In una compilation costruita sull’eleganza trasversale, l’imprevedibilità diventa parte dello stile.

E poi Stevie Wonder: Sir Duke e Isn’t She Lovely. Due momenti luminosi, musicalmente raffinatissimi, che portano nella selezione quella dimensione di bellezza melodica che impedisce al groove di diventare soltanto ritmo.

Con Indeep – “Last Night a DJ Saved My Life”, la C60 entra nel cuore della cultura dance: il DJ diventa protagonista e la musica torna a essere esperienza collettiva, notte, pista, memoria.

“Keep It Coming Love” dei KC and the Sunshine Band e “He’s the Greatest Dancer” delle Sister Sledge consolidano la componente disco, mentre Dimples D – “Sucker DJ” aggiunge un’altra prospettiva sul rapporto tra musica, DJ e cultura urbana.

A chiudere il percorso arriva James Brown – “Feel Good [The Reflex Revision]”. Una scelta perfetta per lasciare la porta aperta anziché chiudere definitivamente il viaggio: il funk viene ripreso, trasformato e proiettato in un linguaggio più contemporaneo. Ed è forse proprio questo il tratto distintivo della C60 #18: il passato non viene trattato come un museo. Viene rimesso in circolo.

La compilation attraversa decenni senza cercare di dimostrare nulla. Non segue una moda, non appartiene a un solo genere e non sembra interessata a rispettare confini prestabiliti. La sua identità nasce dalla sequenza, dalla scelta dei brani e soprattutto dalla capacità di creare un’atmosfera.

C60 è una dichiarazione d’amore per l’ascolto. Una cassetta immaginaria per chi ama ancora lasciarsi sorprendere da una canzone, per chi considera la musica una forma di viaggio e per chi trova nel DJ set non soltanto intrattenimento, ma una possibilità di esplorare emozioni, ricordi, immagini e stati d’animo.

La Compilation #18 è quindi una nuova tappa di questo percorso: elegante ma non rigida, nostalgica ma non rivolta esclusivamente al passato, sofisticata ma capace di mantenere una forte componente popolare.

Una C60 da mettere in movimento, senza fretta.
Play. Press rewind. Play again.
Perché il viaggio, quando la selezione è quella giusta, non finisce con l’ultima traccia.

Al

Tanto tempo fa, ai primi anni di carriera, ho imparato una cosa da animatore. Davanti a un gruppo da intrattenere, la tentazione era partire in grande: “Signori, buonasera a tutti, eccoci qua, adesso facciamo una cosa bellissima, mettiamo tutta la nostra energia, siete pronti? Siete d’accordo? Alzi la mano chi…”. Il mio maestro faceva diversamente. Guardava le persone e diceva: “Signori, si gioca.“

Quella lunga preparazione, mi accorgo oggi, era un modo di chiedere permesso. Si spiega, si convince, si scalda il pubblico perché non ci si fida che basti l’azione. Il maestro si fidava. Diceva la cosa e la cosa accadeva, e le persone, che aspettavano solo quello, entravano nel gioco.Oggi ho ritrovato la stessa lezione in un altro posto. Al, dopo aver letto del mio spettacolo, si è svegliato nei miei confronti e mi ha scritto una poesia che parte da un “E ora?” detto fin dalla nascita. Avrei potuto rispondere con un ringraziamento, un commento, una spiegazione. Gli ho dato una riga sola: la successione delle idee è la successione del tempo. No un consiglio e senza che chiude niente. Gli indica che l'”ora” che cerca è il punto in cui le idee si succedono. Puntare all’essenza non significa dire poco. Significa togliere tutto ciò che sta tra me e l’altro, e fidarmi che l’altro sia già lì.

Zitto

Zitto, perché non serve a niente parlare.
Ci ho provato, una volta. Ho detto quello che vedevo, e non ho concluso niente. Sono stato messo da parte, e le cose sono andate avanti come prima.
Zitto, perché c’è un sistema che è più grande di te.
Ha le sue regole non scritte, i suoi favori, i suoi silenzi di comodo. Ti guarda piccolo e ti aspetta fermo.
Zitto, perché ti devi mettere in fila.
Aspettare il tuo turno, sorridere, non fare domande. Chi fa domande rallenta la fila.
Zitto, perché è così che si fa.
Si è sempre fatto così, e quello che si è sempre fatto diventa giusto solo perché dura.
Zitto, perché nessuno vuole cambiare.
Chi sta bene non ha fretta, e chi sta male ha troppa paura di perdere quel poco.
Zitto, perché tutto deve rimanere con me.
L’utile resta a me, il merito resta a me, e a te resta il silenzio.
Zitto, perché il sistema.
Basta questa parola, non serve nemmeno finire la frase.
Ieri ho sentito l’ennesima storia, raccontata con decoro, quasi con orgoglio. Una compagnia vince un bando comunale con un progetto preciso. Il progetto viene realizzato, sì, ma in un’altra forma, una forma che io chiamo finta. I soldi pubblici sono incassati, e sulla carta tutto torna.
Nessuno lo sa, se non chi lavora nel settore. E chi lo sa, copre. Questo mi addolora più del fatto stesso.
Il sacro, nella cultura, era restituire: ricevere un bene dalla comunità e renderlo alla comunità, trasformato in qualcosa di vero. Quando si prende senza restituire, non si perde solo denaro, si perde il senso.
Zitto, dicono. Ma questa pagina è mia, e qui non sto zitto.
Perché ogni bruttezza ha il suo tempo.
Un tempo che logora chi lo mette in moto, anche se non se ne accorge.
E dentro quel tempo, prima o poi, dovrà restituire quel tempo.