Ci sono esperienze che restano leggere, quasi sospese, e proprio per questo eleganti. La serata di ieri 18 aprile 2026 a Palazzo Biscari nel centro storico di Catania, per i vent’anni di I Love Sicilia, è stata esattamente così.
Da oltre due decenni sfoglio questa rivista con curiosità e una certa forma di desiderio: quello di entrare, almeno per un momento, in un mondo che racconta la Sicilia con uno sguardo luminoso, quasi cinematografico. Un po’ come chi arriva a Los Angeles e sogna di varcare la soglia di quei luoghi dove il cinema prende vita. Tra aneddoti, citazioni e una narrazione sempre riconoscibile, ho spesso ritrovato in quelle pagine una bellezza composta, mai gridata.
Ieri sera, in qualche modo, quelle pagine hanno preso corpo.
L’invito di Barbara Mirabella – che ringrazio – mi ha portato in un luogo che per me non è mai stato neutro. Palazzo Biscari non è solo una location straordinaria: è anche uno spazio della memoria. Lì, nel 1965, mio padre diede vita al Teatro Club di Catania, e lì stesso, anni dopo, nel 1982, ho ripreso quel filo con una stagione dedicata ai ragazzi.
Entrando in quel luogo, la prima persona che ho incontrato è stata Michela Giuffrida. Subito dopo, attraverso di lei, Donata Agnello, direttrice responsabile della rivista. Un saluto, uno scambio rapido, sufficiente per creare una prima, immediata sintonia.
Ed è stato proprio dopo quell’incontro che mi sono seduto.
Su quelle sedie.
Quelle stesse sedie che più di quarant’anni fa furono scelte da Gea Moncada, una donna straordinaria che ho conosciuto grazie a mio padre, e alla quale quel luogo deve ad entrambi anche una parte della sua identità. Io c’ero, in quel momento, e da allora quelle sedie sono diventate un segno, quasi un simbolo silenzioso del palazzo.
Sedermi lì, su quelle stesse sedie, dopo quell’ingresso e quegli incontri, ha avuto qualcosa di naturale e insieme profondamente carico di memoria.
E accanto a me era seduta Marilena Bertinatti, componente della redazione del giornale. Un dettaglio semplice, perfettamente coerente con la sensazione di continuità tra la rivista sfogliata negli anni e le persone che la rendono viva.
La serata è proseguita tra interventi e talk che ho seguito con reale interesse, sia nella prima che nella seconda parte. Ho trovato negli interventi spunti, ritmo e quella qualità di racconto che da sempre associo alla rivista.
Poi, quando il clima è cambiato e la serata si è trasformata in festa, mi sono accorto con naturalezza di non sentirmi in sintonia con quel momento. Non per distanza o disinteresse, ma semplicemente per una diversa disposizione d’animo.
Forse perché, in mezzo a quei volti, a quel contesto, a quel fluire della serata, avevo già raccolto qualcosa di più sottile. E ho sentito che, restando ancora, tra buffet e festa, avrei rischiato di perdere proprio quella sfumatura.
Io vivo nella poesia, o almeno ci provo. E cerco, ogni volta che posso, di custodire quel sentire, di mantenerlo alto, intatto. Anche quando questo significa andare via un po’ prima.
Resta il piacere degli incontri: amici ritrovati, volti conosciuti, conversazioni brevi ma autentiche.
Se non ci fosse stato quell’invito, tutto questo non sarebbe accaduto.
E allora grazie. Per una serata che non ha cercato di stupire, ma che, proprio per questo, ha lasciato qualcosa.
Ad maiora






