Distanza

La distanza si crea.
A volte sboccia all’improvviso.
Altre volte si costruisce lentamente, dentro il tempo, dentro le relazioni, dentro i silenzi.

La distanza può essere: salvaguardia, riflessione, indecisione, protezione, desiderio di capire meglio.

Può essere una meta.
Può essere un cammino.
Può essere il modo con cui scegliamo di stare dentro o fuori da qualcosa.

La distanza fa rima con stanza.
Nel mio caso, a volte, anche con panza.
Perché ogni parola porta con sé ironia, corpo, umanità.

Esiste la distanza dagli umori, dalle abitudini, da certi modi di vivere.
Posso sentirmi distante da un’atmosfera, da un’opinione, da un linguaggio.
Oppure profondamente vicino a uno sguardo, a un’idea, a una presenza.

A volte basta un “pronti via” per accorciare le distanze.
Altre volte basta dire “basta”.

La distanza è un movimento continuo.
Un divenire.

Somiglia a un cannocchiale: dipende sempre da come guardiamo.

Nel mondo dei telefoni e dei social le distanze sembrano ridursi, ma spesso si moltiplicano in modo invisibile.
Siamo ovunque e lontanissimi allo stesso tempo.

Io faccio il dj, scrivo teatro, costruisco atmosfere.
E provo continuamente a percepire la distanza: tra un disco e l’altro, tra una battuta e l’altra, tra il silenzio e il suono, tra un’emozione e la sua esplosione.

Esiste anche una distanza più sottile: quella dal profumo o dal cattivo odore.
Quando ci abituiamo troppo a qualcosa, la distanza si ferma.
E ciò che era vivo smette di parlarci.

Forse la distanza è questo: un modo per comprendere la relazione tra presenza e assenza.

Perché in fondo viviamo continuamente scegliendo: se allontanarci, se avvicinarci, se proteggerci, oppure se attraversare.

E ogni scelta modifica la misura del nostro mondo.

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