Caoss

Stamattina penso e ripenso che esista un’umanità umana che, come me, porta con sé un caos molto vivo, trasparente come una laguna marina.

Ed è sottinteso il sole. La simbologia di una carbonara.

Il caos è lo strabordare della curiosità, lo sconvolgimento dell’anima, il movimento continuo delle cose interiori.

Arrivi e partenze.

Rimanere nel caos come spazio reale e allo stesso tempo parlare, ascoltare, attraversare il dopo pranzo è utile e variegato, come aggiungere più gusti di gelato dentro una coppetta.

La vastità.

La retta via è oltre la rigidità, perché custodisce il candore e lascia emergere la naturalezza senza scorciatoie.

Ogni pensiero in coda.

Quello a cui tengo davvero è il retrogusto: ciò che rimane quando ci ripenso, come un approfondimento del creato.

Anima

Sto lavorando al mio spettacolo in maniera continua dedicata necessaria. Non mi sono mai vergognato della mia interiorità, semmai non riuscivo a esprimerla all’esterno. Il mio monologo si basa su questo su questa nuova capacità. O piuttosto sullo sviluppo di questa capacità. Mentre scrivo potrei riferirmi alla tristezza di certi contesti che ho attraversato in cui la mia interiorità doveva essere preservata. Diventare velocemente o lentamente se stessi integrando luce, ombre, desideri, paure e contraddizioni è un processo individuale che ha a che fare con la profondità del proprio essere, quell’area di interazione che chiamiamo anima cercando di integrare il caos, imparando ad attraversarlo. Il nostro movimento interiore è energia dell’essere. E questa mia relazione con la luna, con il teatro, con la musica, con la fotografia sono idee relazionali interiori che oggi visualizzo in gran parte in AVAMPOSTO. L’anima come qualcosa che va ascoltata, custodita, orientata. Quindi mi fermo invece di reagire. Mi ascolto senza giudizio, do ordine al caos senza negarlo, creò bellezza anche dalla fragilità, curo il corpo senza separarlo dalla mente, nutro relazioni vere, distinguo e allontano le relazioni predatrici, prego e medito come valore assoluto, leggo, scrivo, colgo ogni occasione di riflessione, elaboro arte produco arte, attraverso il dolore senza farmi divorare, attraverso la paura senza farmi sviare. Sto passando dalla sopravvivenza alla coltivazione. Traduco andamento dalla mia scrittura dei miei appunti dal mio intimo dialogo. Sopravvivere significa resistere. Coltivare significa “mi prendo cura di ciò che sto diventando”. Ecco che la manutenzione dell’anima è un atto continuo di presenza amorevole verso se stessi. Al bando il narcisismo, al bando l’ autocelebrazione. Attenzione profonda come quando si accorda uno strumento musicale perché possa continuare a vibrare bene. Attraverso ogni frammento delle mie vibrazioni mi sforzo mi impegno a produrre benessere per me e gli altri. Produrre eredità e consenso come un buon artista può fare

Sensibilità

La sensibilità nasce dall’insieme dei sensi, delle percezioni e delle condizioni mentali, emotive e pratiche dell’essere umano.

È ciò che traduce continuamente ogni esperienza vissuta in un’azione, in una reazione, in un pensiero o in una forma di comprensione del mondo.Un termine che sa di qualcosa di profondissimo e infinito.
Qualcosa di fondamentale per l’essere umano, per l’artista, per le relazioni, per la vita stessa.

La sensibilità è presenza, ascolto, percezione.
È ciò che ci permette di entrare in contatto con gli altri, con il mondo, con la nostra interiorità.
È qualcosa di naturale ma anche personale, che cresce e si sviluppa in maniera diversa in ognuno di noi.

La sensibilità ci porta a osservare, interpretare, comprendere.
È una forma di coscienza emotiva e umana che accompagna ogni esperienza.

Ho chiesto all’intelligenza artificiale di esplorare il significato della sensibilità nella filosofia, nella poesia e nella percezione dell’uomo e dell’animale.

Ne è emersa una riflessione interessante: molti filosofi e poeti hanno considerato la sensibilità una delle qualità più profonde dell’esistenza.

Per Aristotele nasce dai sensi ed è il primo contatto con il mondo.
Pascal parlava di una comprensione che appartiene al cuore più che alla ragione.
Rousseau vedeva nella sensibilità una verità naturale dell’essere umano.
Schopenhauer la collegava al dolore ma anche alla compassione.

Anche i poeti hanno raccontato la sensibilità come una forza capace di avvicinare l’uomo all’infinito, alla fragilità e alla bellezza della vita.

Persino nel mondo animale esistono forme di sensibilità: empatia, memoria emotiva, cura, paura, protezione.
Segni di una percezione profonda che attraversa ogni forma vivente.

E poi c’è la musica.

La musica nasce dalla sensibilità e allo stesso tempo la alimenta.
Trasforma emozioni, ricordi e stati interiori in suono, creando connessioni invisibili tra esseri umani.

Forse è proprio questo il senso più profondo della sensibilità: la capacità di sentire il mondo e riconoscersi negli altri.

Questo testo nasce da una collaborazione tra pensiero umano e intelligenza artificiale, in un dialogo libero tra esperienza personale, memoria emotiva e ricerca creativa condivisa.

Ed io aggiungo una cosa personale.

Per me la sensibilità è anche la capacità di leggere e tradurre un pensiero, cercando di porsi nella maniera più neutra possibile nei confronti dell’altro.

Negli anni ho imparato a modulare una mia risposta, un mio ascolto, un mio contributo, in funzione della persona che ho davanti.
Anche nel teatro, quando mi trovo davanti a una platea e interagisco con il pubblico, ho imparato tecnicamente a gestire la sensibilità.

A volte bastano frazioni di secondo per percepire un’energia, un’apertura, una possibilità di dialogo.
Ed è proprio lì che la sensibilità diventa intuizione, esperienza, presenza viva nel momento.

Non è soltanto emotività: è attenzione cosciente verso l’essere umano.

Rotta Vanedda

La rotta non è un’idea. La rotta è dedicare ogni giorno, ogni istante, a qualcosa che senti profondamente tuo.
Quando ho scoperto che la mia consolle da DJ poteva anche registrare ho fatto una prima prova. Poi è arrivata la puntata zero di Radio Vanedda, dedicata al compleanno di mia figlia Maria Paola. Tecnica ancora imperfetta, certo. Vera. E soprattutto viva.
In quel momento ho sentito un riallineamento fortissimo, come se mi fossi riconnesso con me stesso. Con quel ragazzo che nel 1976/77 costruiva il programma radiofonico di maggiore successo del suo tempo.
Oggi tutto questo si intreccia con il nuovo spettacolo teatrale, con progetti culturali autorevoli, con scelte profonde anche difficili, con la gioia dei miei figli, dei miei nipoti che crescono e diventano grandi davanti ai miei occhi.
E poi arriva un commento inatteso sotto Radio Vanedda:
“Siamo affacciati alla finestra dei sogni, dei ricordi, degli amori di ieri. Più che MAI ❤️… la mia famiglia oggi è più vicina che mai, anche grazie a questa Radio Vanedda.”
Allora capisci che la rotta è giusta.
Puntare al meglio: questa è già, di per sé, la più grande soddisfazione di un uomo.

Sensore

Un sensore, nell’accezione comune, è un apparecchio che rileva qualcosa: un passaggio, un movimento, un cambio di luce, una variazione.

Per me invece il sensore è un’altra cosa.
È un approccio, un lavoro di conquista cognitiva.
Un modo di dialogo, di empatia, di stare dentro la società, dentro l’umanità musicale, dentro i contesti.

È qualcosa di molto attento e quasi invisibile, perché non nasce dalle grandi teorie ma dalla sensibilità, dall’allenamento, dall’esperienza accumulata nel tempo. Nasce dalla traduzione dell’ascolto

Il sensore per esempio si attiva prima di un dj set, quando lavori sulle cartelle musicali, sui dischi, sulle possibilità di percorso.
E continua durante il set, scegliendo ogni volta in base ai BPM, al taste del contesto, alla risposta delle persone.

A volte quella risposta sorprende.
Metti un brano che immagini come apripista e non succede nulla. Poi ne scegli uno quasi casualmente, e invece si apre una porta.

Ogni esperienza aggiorna il sensore.

Cinque anni fa, durante un DJ set, domenica all’ ora di pranzo, quelli che mi piacciono molto, tirai fuori la colonna sonora de La signora in rosso scritta da Stevie Wonder.
Ripescai un brano in particolare I Just Called to Say I Love You.
Oggi, quando sento quel pezzo riaffiorare sui social, la mente torna immediatamente a quel ripescaggio, a quel momento preciso, a quella intuizione.

Il sensore, però, non vive solo nei club o nei set pubblici come quando lavoro in contesti pubblici all’aperto.

Esiste anche in una festa in famiglia, dove generalmente mi capita di dialogare con chi festeggia. È successo anche con mia figlia Maria Paola, che mi ha ricordato alcuni brani che le piacciono, mentre io ho aggiunto quelli che sento più legati a lei, alla sua storia, al suo modo di essere.

Due esperienze che si incrociano: da una parte il mio intervento come DJ alla festa, dall’altra il fatto di essere parte della festa e circondato da nipoti e bambini durante il set. Tutto questo diventa un unico flusso.

Il risultato è una continuità di gioia. Perché la musica porta questo: tiene insieme, collega, sostiene. Il sensore lo percepisce chiaramente, avverte che la navigazione a vista sta funzionando, che la musica sta creando allegria ed empatia.

In coda a tutto questo, c’è una cosa semplice: di questa sensibilità che si allena ogni giorno sono fiero e felice di averla. E dovremmo esserlo tutti, perché la sensibilità è il sensore del viaggio e la risposta continua a ciò che accade.

È qualcosa che produce bellezza.
E questa bellezza è forse la forma più sana di vivere.

Sostanza

Mi sveglio spesso pieno di pensieri. E allo stesso tempo con la grinta di chi, pur avendo dormito male, si veste, si lava e va a lavorare.

Negli ultimi giorni ho lavorato al copione di AVAMPOSTO. Ho sistemato cartelle musicali fino a tarda notte. Ho aggiornato playlist. Ho scritto. Ho rielaborato sogni. Ho preparato materiali. Ho attraversato emozioni.

E intanto la vita continuava a muoversi.

Ieri ho finito la sistemazione della cartella “Caramelle”. Così si chiama la cartella che contiene le musiche aggiornate per il lavoro di Piazza Indirizzo che mi è stato riconfermato.

Poi è successa una cosa bellissima.

Mia figlia Maria Paola aveva iscritto mia nipote Vittoria a un concorso canoro. Io, per tanti motivi, non ci sono andato. Forse anche inconsciamente. Per lasciare che tutto scorresse senza la mia solita euforia. Senza quell’entusiasmo che a volte rischia di occupare troppo spazio.

Nel tardo pomeriggio mia figlia mi chiama. Mi dice che Vittoria è arrivata seconda. Sono contentissimo.

Poi, più tardi, mi richiama. “Papà, non hai visto i messaggi?”

“No.”

“Vittoria ha vinto il premio per la migliore interpretazione.”

Sensazione infinita.

Ho chiesto se fossero vicino casa. Sono passati. Mia figlia. I miei nipoti. Vittoria ed Enea.

Siamo andati al bar sotto casa. Abbiamo comprato una vaschetta di gelato da portare a casa. Una brioche per mio genero.

E stamattina mia figlia mi manda il video dell’esibizione. Guardando quel video ho sentito una cosa profondissima.

Avrò fatto mille errori. Avrò attraversato precarietà economiche enormi. Sarò stato spesso difficile. A volte solo. A volte incapace di tenermi in relazione: ho costruito

Quattro figli. Quattro nipoti. Relazioni. Presenze. Atmosfere. Immaginari. Ogni mattina la vita mi sfida a ripartire più forte di prima.

Perché improvvisamente capisco che la mia esistenza non è solo attraversamento. Non solo fatica. Non è solo precarietà. Questa cosa mi commuove. È anche continuità.

Le registrazioni che facevo anni fa con i miei figli piccoli — Gaia e Ferdinando che suonavano il pianoforte a orecchio — oggi diventano memoria viva. Colonna sonora. Cinema. Presenza.

E adesso una nipote canta. Riceve una targa. Sorride.

Il tempo matura. Si allarga. Diventa frutto di un frutto. Aria. Nutrimento. Sostanza.

Forse è questo che sto comprendendo davvero.

Che non conta soltanto ciò che realizziamo pubblicamente. Conta ciò che continuiamo a generare. Nel frattempo continuo a lavorare su AVAMPOSTO.

Un copione che parla di come vivere pienamente sotto pressione senza perdere bellezza. E forse il punto è proprio questo.

Non diventare duri. Non chiudere il petto quando potremmo farlo. Non consegnarci completamente alla paura.

Restare aperti. Anche quando tremiamo.

Perché la vulnerabilità non è debolezza. È permeabilità. È lasciare che la vita ti attraversi.

E quando ti lasci attraversare… succede qualcosa. Ti espandi.

In questi giorni sto comprendendo una cosa importante: non devo smettere di attraversare la vita. Devo costruire una casa interiore ed esteriore da cui poterla attraversare senza perdermi ogni volta.

Ed è qui che sento la parola sostanza. Non come peso. Non come rigidità, come presenza viva.

La sostanza di un gesto. La sostanza di una carezza. La sostanza di una voce registrata anni fa. La sostanza di una vaschetta di gelato comprata dopo una premiazione. La sostanza di un copione che prende forma. La sostanza di una famiglia che continua a chiamarti. La sostanza di un sogno che non si è arreso.

Forse è questo l’avamposto. Vivere in prima linea con sé stessi. Rischioso. Fragile. Autentico. E continuare comunque. Sempre.


Appunti

Ideologia
Senza dubbio
Seguo una vocazione
Ognuno è importante che segua la sua
Il presidente Mattarella assomiglia a mio padre
La vitalità, sono un uomo fortunato
Mi hanno regalato un sogno
Il mondo è pazzesco
Guerra e pace non ti accende la dopamina dopo 10 pagine

Ancora guerreggiamo
La guerra è un strumento superato anacronistico
Sii paziente
Cercare un modus vivendi
Siete capaci di fare discorsi delicatissimi, o incapaci
La semplificazione non è mancanza di rispetto
Vivere di linguaggio del corpo
I figli dell’odio
I giovani iraniani sono la maggioranza, un giorno saranno la totalità

Il corpo vuole libertà
I tempi non tollerano più i dettam della dottrina
O sarà mistica o non sarà
Ci sono spiragli
L’ottimismo è un dovere
Incarnare lo spirito del tempo
Oggi

Vocazione / autenticità

“Ognuno è importante che segua la sua.”Qui c’è l’idea che il senso non venga imposto da una dottrina, ma scoperto personalmente. Non un’identità prefabbricata, ma una voce interiore.

Rifiuto della guerra e dell’odio

“La guerra è uno strumento superato.”“I figli dell’odio.”Sembra il desiderio di uscire dalla logica tribale: meno ideologia rigida, più “modus vivendi”, più convivenza imperfetta ma reale.

Corpo, vitalità, presenza
“Vivere di linguaggio del corpo.”
“Il corpo vuole libertà.”
Come se il corpo sapesse qualcosa che le ideologie dimenticano: la vita vuole movimento, contatto, respiro, ritmo.

Spirito del tempo

“I tempi non tollerano più i dettami della dottrina.”“Incarnare lo spirito del tempo.”Qui c’è quasi una sensibilità storica: il vecchio linguaggio dell’autorità assoluta non funziona più. Le persone chiedono esperienza, autenticità, complessità.

Misticismo senza dogma

“O sarà mistica o non sarà.”Non sembra religione nel senso stretto. Piuttosto: senza profondità interiore, senza stupore, senza trascendenza, tutto diventa solo consumo di dopamina.

Ottimismo come scelta etica

“L’ottimismo è un dovere.”Questa è forse la frase chiave. Non ottimismo ingenuo, ma disciplina morale: continuare a vedere spiragli anche quando il mondo è “pazzesco”.

Il senso sembra essere cercare una forma di umanità più viva, più libera e meno ideologica, capace di unire corpo, coscienza, pace e autenticità personale.

Sembra il tentativo di trovare una postura esistenziale.


Ascolto

Ci sono vuoti che distruggono.

E vuoti che accordano. Come negli strumenti musicali. Se togli tutto non vibra più niente. Senza cavità il suono non esiste. Il vuoto ti costringe a sviluppare un altro senso. Se hai fame, il pane profuma di più. Se non hai spazio… inizi a costruirti stanze interiori. Continuare a creare significa questo: non lasciare che il vuoto diventi soltanto assenza. Trasformarlo in ascolto, lì sta il cambiamento.

Salvo

Caro Salvo, buon giorno.

Ieri, dopo il DJ set a Piazza Indirizzo, ho incontrato, anzi, è stato lui a riconoscere me, il tuo amico che ho visto più volte qui a casa, quello che lavora all’ST. Mi ha fatto i complimenti: con i suoi amici si sono divertiti molto, hanno apprezzato la mia musica e, ovviamente, abbiamo parlato anche di te.

Ci siamo incontrati nel pub dove stavo aspettando di ricevere il mio compenso e siamo rimasti a parlare a lungo, non tanto dei fatti in sé, ma dell’essenza.

Cosa intendo per essenza?
Intendo quel modo di agire in cui una persona trova il proprio spazio, il proprio ruolo, la propria identità in questo mondo, in questa vita.

Ieri quell’identità si manifestava attraverso un emittente, che ero io, che proponeva musica ben assemblata, costruita con intenzione, sensibilità e lavoro, e un ricevente, il tuo amico insieme a tante altre persone, che godeva di quell’assemblaggio, di quell’energia, di quella vibrazione condivisa.

Ed è proprio in quello scambio che, a volte, si manifesta l’essenza: nel momento in cui ciò che uno crea incontra davvero qualcuno.

Per me sono giorni molto laboriosi, perché sto definendo il mio copione, che ha una scrittura viscerale, e quindi ci sto mettendo tutto me stesso. Quando dico “tutto me stesso”, intendo che sto orientando la mia vita verso il valore: il valore del bene comune, il valore della rivoluzione interiore che ogni individuo può realizzare pienamente dentro di sé.

Mi è dispiaciuto molto che tu sia andato via da casa e, allo stesso tempo, per certi versi, è stata anche una liberazione. È duro dirtelo, ma ci sono stati momenti veramente difficili, nei quali non riuscivo — e forse non riuscivamo — a trovare un dialogo che entrasse in una profondità da cui entrambi potessimo sviluppare ciò che era sviluppabile.

Sono però fermamente convinto che i dialoghi di fede che abbiamo avuto, anche se pochi, possano ancora aprire nuovi orizzonti e portare quella trasformazione, attimo dopo attimo, che serve a ognuno di noi.

Ti dico: goditi ciò che sei, se davvero senti che questo sei tu. Se invece ciò che sei adesso è un’alterazione, o una suggestione del pensiero dovuta a chissà cosa, allora fermati, rifletti, resetta tutto. Affidati a una cura interiore, a una percezione più limpida di te stesso, a una padronanza capace di creare armonia, nuove possibilità, amore, dettagli da vivere in ogni istante, nuove proiezioni e soddisfazioni che meriti davvero.

Ho aspettato il momento giusto per scriverti e penso che questo lo sia. Dopo una mattinata intensa passata a rileggere il mio copione, sento questo momento autentico. Quando lavoro, infatti, approfondisco me stesso ascoltando sia la gioia che il dolore. Ed è proprio questo approfondimento, che auguro a me, a te e a chiunque, che porta direzione, che porta restituzione.

Quando recitiamo il mantra Nam-myoho-renge-kyo illuminiamo la nostra vita.

E mentre ti scrivo, fisso questo desiderio.