Scaletta cover e duetti, quarta serata del Festival
di Sanremo
Per la mia esperienza, per il mio modo di pensare e per la mia attitudine, la solitudine è lo spazio più umano e più sincero che l’uomo possa abitare. È lì che nasce la vera introspezione. Perché nella solitudine si apre un varco potentissimo: quello della scelta.
🎧📸 Prima sera di Sanremo 2026 Orecchio fotografico di Salvatore — Parlo con la musica
Tre ore davanti allo schermo. Trenta canzoni. Trenta immagini possibili. La prima serata del Festival di Sanremo non è solo una gara: è uno specchio. Ogni anno la musica italiana si guarda dentro. Vedo mercati e mercanti. Falò notturni. Balere che odorano di lacca e nostalgia. Gelati d’estate che colano sulle dita. Teatri pieni. Il mio metodo si chiama orecchio fotografico. Mi chiedo se una canzone sia bella. Le chiedo: Che immagine lasci? Che spazio costruisci dentro di me? Che scena rimane quando ne arriva un’altra? Sanremo è una lente d’ingrandimento gigantesca. Questa prima serata è stata un attraversamento. Una mappa emotiva. Quello che segue è un archivio di immagini.
Vincitore edizione 2025
Tre ore davanti allo schermo. Trenta storie da raccontare dentro trenta canzoni. Sono tante quando decidi di non lasciarle scivolare via. Questa prima serata per me è mappa emotiva. Sanremo gioca tutto sulla tenuta dell’identità. Chi sa chi è, arriva. Chi imita, evapora. Io reagisco di pancia, di immagine sonora. La mia osservazione coglie un punto centrale di questa prima serata: la differenza tra presenza artistica e semplice esecuzione. Il metodo dell’“orecchio fotografico” applicato qui è interessante perché l’orecchio fotografico, è una elaborazione: una pratica di ascolto che non si ferma alla performance vocale né alla scrittura musicale, cerca l’immagine interiore che ogni brano lascia in chi ascolta, cerca l’immagine sonora che resta impressa. La prima serata di Festival di Sanremo 2026 diventa un archivio emotivo. Un luogo dove la canzone italiana, ogni anno, prova a capire se stessa.
Io ascolto e vedo scene: mercati che esplodono, falò notturni, balere, nostalgie, gelati d’estate. Non riesco più a sentire una canzone senza che diventi spazio. Ed è qui che il mio metodo diventa interessante, quasi necessario. Perché l’orecchio fotografico non è una metafora poetica: è un dispositivo percettivo. Non chiedo alla canzone se è bella. Le chiedo: che immagine lasci? che immagine trasformi o adatti alla precedente? Proverò adesso a fare una recensione delle immagini, dei suoni che sono rimasti, con il mio sentire: li metto in fila dal primo al trentesimo e cerco di dire per ognuno qualcosa. Lo stesso lo analizzo e lo metto in terza persona. Molti avranno fatto recensioni io la sto facendo con l’orecchio fotografico che è da anni una delle tante metodologie del mio format PARLO CON LA MUSICA che dedica attenzione, ricerca, all’ascolto musicale.
La prima serata per me è stata un attraversamento: mercato, teatro, falò, balere, nostalgie, gelati estivi. Attraversato un paesaggio emotivo. Riconosciuta la funzione più antica della musica: sospendere la normalità. Comunque sia Sanremo è la competizione canora storica che mette in fila la musica italiana.
In ordine di scaletta prima serata
1. DITO NELLA PIAGA Con Dito nella Piaga mi arriva una teatralità viva e sporca che impazzisce di giorno, in una festa che rompe le regole. L’euforia che serve. Un misto di discoteca clandestina e Rocky Horror Picture Show. Un momento di follia In un mercato in cui una commerciante lascia perdere i clienti e inizia a cantare assieme ad altre commercianti quindi si attiva una euforia che ci piace. L’euforia molto spesso è necessaria, distrae da convenzioni. Teatralità con quel gusto per l’eccesso che rompe la quotidianità. L’euforia come gesto politico contro la convenzione questo è un punto forte del mio sguardo che mi piace. Perfetta immagine di energia collettiva. Distrazione dalle convenzioni, gioia pura. Fotografia: mercato in festa, euforia collettiva, teatralità sporca. Gesto: entusiasmo travolgente, energia che rompe convenzioni. Scintilla: gioia pura, distacco dalle regole, performance politica dell’euforia.
2. MICHELE BRAVI Michele Bravi entra in scena come un attore che sa di essere osservato da una platea e cerca il suo lato migliore. Ci troviamo davanti un misto tra Carmelo Bene e Ettore Petrolini, con uno sguardo da bullo capo comitiva anni Trenta. La postura è teatro, interessante. La voce è quasi dissociata dal corpo. C’è una caricatura consapevole, una misura petroliniana che non diventa mai parodia. Cosa direbbe Petrolini? Forse sorriderebbe. Qui il mio orecchio fotografico diventa occhio drammaturgico. Comunque no canzone è una poesia frettolosa. Fotografia: palco come teatro anni ’30, sguardo da capo comitiva, bandito poetico. Gesto: postura teatrale, caricatura consapevole, contrasto persona/canzone.Scintilla: ironia drammaturgica, intensità scenica, attenzione all’immagine sonora.
3. SAYF Sayf canta come fa chi contesta al centro di una piazza. Come la confessione gridata sul pianerottolo in pieno condominio gremito di voci e di domande all’estrema periferia di una città. Vedo fisarmoniche balcaniche. Bracieri improvvisati. Vino rosso nei bicchieri di plastica in gita notturna fuori Roma. Vedo la musica, musa. Un ragazzo che voglio spostare dalla Tunisia all’Est Europa. E’ moldavo? Bulgaro? Forse russo? Un ragazzo da accogliere, fa di tutto perché accada, anche e a me rimane il dubbio: scaltro o altro. Figlio di un artigiano, canta in italiano davanti all’Ariston di Sanremo, è arrivato in bicicletta, vuole entrare ad esibirsi. Due immagini si sovrappongono: il migrante e il protagonista televisivo. Allegria amara. Italia profonda che corre controvento. Fotografia: gita notturna fuori Roma, trenino di fisarmoniche, contaminazioni balcaniche. Gesto: canto sincopato, caricatura di umanità concreta.Scintilla: intensità emotiva, contrasti culturali, immagine di fuga poetica.
4. MARA SATTEI Mara Sattei arriva come si arriva a Sanremo quando “bisogna esserci”. Sanremo è Sanremo. Partecipare è già una dichiarazione di esistenza. La vedo entrare come una cameriera dolcissima. Accogliente. Presente. Poi, lentamente, qualcosa si irrigidisce. Diventa manichino. La voce è buona. Tecnica solida. Professionalità evidente. Tra la cameriera e il manichino si perde l’esserci, l’adesso. L’esibizione si disperde in piccoli gesti corretti, in un controllo che non si lascia attraversare dall’emozione. La guardiamo più come personaggio che come necessità. Non manca la competenza. Anche qui manca il rischio. Bella tecnica senza rischio è vuoto. Impatto emotivo leggero. Partecipazione più di presenza che di urgenza. Fotografia composta. Profondità ridotta. Fotografia: cameriera/manichino, esibizione elegante ma dispersiva.Gesto: tecnica vocale pulita, presenza scenica più di facciata che di cuore.Scintilla: minimalismo scenico, immagine riconoscibile, impatto emotivo limitato.
5. DARGEN D’AMICO Dargen D’Amico entra prima di essere annunciato. Sembra una mosca che attraversa lo spettacolo e sparisce. Arriva un’indecisione pur mantenendo aspetto euforico. Didascalico nella sua abbondanza e simpatia. Cerco. A volte l’orecchio fotografico non trova la fotografia: resta il movimento. Torna il mercato, tornano le bancarelle. Solo vibrazione.Suggestione senza struttura. Ho scavato cercando un senso non l’ho trovato. Leggera confusione narrativa. Tentativo più che struttura. Fotografia: ingresso imprevisto, confusione narrativa, movimento più che struttura. Gesto: ricerca di senso nel caos, suggestione visiva.Scintilla: energia narrativa più che emozionale, momento curioso ma sfuggente.
6. ARISA ⭐ Arisa ricorda a tutti che questo è Sanremo. Vestito bianco. per un musical che scrive pagine di diario tra una nota e l’altra. Ascoltiamo grande consapevolezza. Siamo partecipi di una gara canora che predilige grandi cantanti, una di questa Arisa in la “Sirenetta del Festival”. Una magica favola che ci racconta: “La passione non c’entra con il cuore e si confonde con il dolore” e aggiunge “se finisse il mondo in questo istante fumerei una sigaretta” cinema puro, vera magia. Elegantemente svampita. Quando la voce costruisce mondi, rispondo subito. La mia prima stellina nasce lì. Voce potente eteatralità evidente, emozione tangibile. Stellina meritata. Fotografia: vestito bianco, presenza da musical, pagina di diario in scena. Gesto: voce potente che costruisce mondi, teatralità evidente. Scintilla: magia scenica, emozione tangibile, prima stellina.
7. LUCHE’ Luchè porta in scena il suo “Labirinto” che per essere tale, deve avere profondità. Ombre. Angoli ciechi. Qui vedo un uomo che cammina verso un bar . La strada partecipa più di lui. Gli sguardi attorno raccontano più della voce. Si siede. Trova un amico. Parla d’amore come si parla del traffico: frettolosamente. Il loop è leggero, quasi diluito. Una lamentela senza peso specifico. Come se il dolore fosse più dichiarato che vissuto. Ogni amore scava. Qui la superficie resta liscia. Mi colpisce questa contraddizione: il titolo promette smarrimento, ma l’interpretazione non si perde mai davvero. Rimane in superficie, prudente, controllata. È un controcampo minimalista rispetto alla retorica spesso enfatica del Festival di Sanremo. Il minimalismo richiede densità. Silenzio carico. Presenza. Qui sento fretta. Come se ci fosse altro da fare. Come se questo palco fosse solo una tappa. Confermo la prima sensazione: smarrito. Non nel labirinto. Nella necessità di attraversarlo. Fotografia: smarrito, profondità inesistente, esibizione come caffè tra amici. Gesto: sofferenze d’amore filtrate, controcampo minimalista. Scintilla: autenticità debole, contraddizione tra intenzione e resa.
8. TOMMASO PARADISO ⭐ Tommaso Paradiso è un artista che rimodula sempre, asciuga. Senza cambiare pelle: accorda la stessa anima su frequenze diverse. “Sarebbe stupendo non rovinare tutto.” È una frase fragile. Sta in piedi come un bicchiere sull’orlo del tavolo. Musica per giorni malinconici. Per chi guarda il cielo dal finestrino di un treno. Per chi tiene un pianoforte in tasca: la suggestione mi appartiene. Si entra in uno spazio familiare, l’atmosfera è teatro, presenza emotiva. Una coralità che mi riporta ai Pooh, attraversati nella mia infanzia. Melodismo senza vergogna. Ritrovo la mia spudoratezza. Grazie Tommaso, incoraggiamento. Romanticismo dichiarato. Mi sorprendo a immaginarmi sul palco con la stessa passione con cui sto lavorando al mio spettacolo “Avamposto”. Lui accende la televisione nella notte. Io la spengo e cerco il silenzio, o la musica pura. Eppure, in quel momento, eravamo nello stesso spazio. Con Tommaso mi sono sentito dentro la scena. Immedesimazione corporea. Seconda stellina. I romantici sono identità confusa nelle lacrime spontanee di ogni vibrazione . Fotografia: teatro romantico, melodismo e coralità emotiva. Gesto: immedesimazione corporea, atmosfere malinconiche. Scintilla: coerenza emotiva, erede melodico dei Pooh, seconda stellina.
9. ELETTRA LAMBORGHINI Entra “Ketty” al matrimonio di un cugino acquisito. Narrativa perfetta. Ironia e provocazione come categoria estetica “fru frù”. Non trovo un senso oltre la provocazione, oltre allo sguardo impenetrabile è provocante. Voilà se vogliamo è il titolo di una canzone che fa rima con inutilità oltre lo spirito pop, oltre l’impatto scenico immediato, solo che c’è un contenuto limitato. Noia. Fotografia: ingresso da “matrimonio di un cugino acquisito”, ironia provocante. Gesto: provocazione estetica e teatrale. Scintilla: impatto scenico immediato, contenuto limitato.
10. PATTY PRAVO ⭐ Un’icona di eleganza, di pensiero trasversale, mantiene la sua immagine coerentemente. Filosofia magistrale di sensualità che posta così sarebbe incredibile vista la storia che ci racconta, ogni volta che incrociamo lo sguardo, la sua voce e la sua prestanza fisica. Patty Pravo non entra in scena. Appare. Un omaggio letterario che resiste al tempo. Un’icona che non insegue l’immagine: la governa. Eleganza come postura mentale prima ancora che fisica. C’è una filosofia della sensualità nel suo modo di abitare il palco. Non è provocazione. È consapevolezza. Il testo è minimale. A tratti sembra un quaderno lasciato aperto sotto un albero durante un picnic: appunti sparsi, frasi brevi, evocazioni. Qualche ripetizione. Qualche eco retorica. L’interpretazione trasforma l’appunto in storia. “Filosofi del niente” e per un attimo immagino Manlio Sgalambro che scrive per Franco Battiato, poi va al mare con Patty, giocando a pallavolo nell’acqua bassa. Pensiero alto e leggerezza balneare. Metafisica e follia quotidiana. Il titolo non è simbolico. È dichiarativo. “Opera” di nome e di fatto. Vedo uno specchio davanti a lei. Lo specchio le chiede: Cantami ancora il presente. E il presente accade davvero, in diretta televisiva, plateale e perfetto. Non nostalgia. Non revival. Presenza. Sì, la narrazione è minimale. Retrogusto limpido: filosofia e scena coincidono. Stellina logica.
11. SAMURAI JAY Suggestione urbana. Impatto limitato. Fotografia parziale. Samurai Jay mi appare come un personal coach dopo l’ultima sessione della giornata. Ha contato respiri, corretto posture, motivato corpi. Poi torna a casa. Taglia le verdure. Accende il fornello. E canta. Esce. Una panchina. Si siede. Poi ci sale sopra, come se la città fosse un palco. Per un attimo penso a La La Land. Qui il cielo non si apre. Resta il neon. La canzone si muove in un disordine urbano: cucina, marciapiede, notte. Una teatralità narrativa che costruisce una mini-sitcom sentimentale più che un’esibizione da Festival. La domanda che mi resta è semplice: a che serve questa scena? L’immagine c’è. Ancora un altro che non scava. Ancora un altro che sorvola.
12. RAF Raf canta “Ora è per sempre”. Titolo definitivo. Quasi solenne. L’accordo iniziale mi insegue. Lo riconosco senza afferrarlo. Un’eco anni ’80 che gira nella memoria come una fotografia sbiadita. Il loop mi resta addosso per ore. Poi, mentre sto per pubblicare queste righe, arriva. Finalmente. È Flirt #1 di Francesco De Gregori, dall’album La donna cannone.
Raf canta “Ora è per sempre”. Ecco perché quella sensazione di ritorno. Non era solo nostalgia. Era memoria attiva. Il “per sempre” di Raf si appoggia inconsapevolmente a un passato che ha già cantato l’eco dell’amore con leggerezza e malinconia. Il problema non è la citazione invisibile. È che lì, in De Gregori, il loop diventava atmosfera. Qui resta struttura. Raf canta bene. Professionale, controllato. L’emozione passa attraverso un vetro.
Il ricordo brilla più del presente. Il “per sempre” resta, non brucia.
13. JAX J-Ax entra con un nome che porta già storia. E forse anche un po’ di usura. Il suono ha qualcosa da balera italo-americana: fisarmonica immaginaria, ritmo da festa di paese trasportata oltreoceano, coro facile che chiede complicità immediata. Prima ancora che canti, arriva un atteggiamento. Un’energia aggressiva leggermente controllata, “al dente”, come se la battuta servisse a evitare lo scontro vero. Un’ironia che dovrebbe alleggerire, resta in superficie. Forse appesantisce, forse rumorosa. La penso solo io così. Dietro, la coreografia. Più saggio scolastico che dispositivo teatrale. Un movimento ordinato che non aggiunge senso, funzione abbrutita di riempiere lo spazio. Il testo accumula slogan: password, benzina, ibrido, coro da stadio. Frasi che sembrano voler fotografare il presente, lo sfiorano soltanto. “Dice l’uomo che mi fa la benza” è un’immagine che potrebbe aprire un mondo. Qui resta appunto.
Mi chiedo: quale direzione vuole prendere adesso? Qual è la traiettoria adulta di questo artista? Forse sono severo. Ma quando l’ironia non scava e la teatralità non si compie, l’immagine si sgonfia. Resta una sensazione di rumore organizzato. Molto movimento. Poca profondità. Fotografia affollata. Centro assente. Cosa voglio dire? C’è un’energia da festa organizzata con largo anticipo. Tutto funziona. Tutto è al suo posto. Ma non succede niente. Il divertimento è programmato, non esplode. È quello di una sala da ballo alle cinque del pomeriggio: luci accese, animazione diligente, applauso educato. E qui nasce la mia domanda: qual è la logica di questa presenza dentro il Festival di Sanremo? Sanremo è tradizione, certo. È popolare, certo. Ma è anche esposizione massima. È rischio. Qui il rischio non lo vedo. Vedo mestiere. Vedo pacche sulle spalle. Inutili compiacimenti. Vedo struttura. Borghesia vetusta. Vedo intrattenimento. Non vedo necessità. E quando manca la necessità, l’immagine si disperde. Fotografia affollata. Centro ancora assente.
14.FULMINACCI ⭐ Fulminacci piace a Valeria. E questo è un dato. Questa recensione nasce anche da un ascolto condiviso. E quando l’ascolto è condiviso, il giudizio non è mai neutro. A prima vista mi appare come il cocco della professoressa. Il ragazzo diligente. Già un po’ adulto prima del tempo.
Mi viene da pensare, provocatoriamente, al Fausto Leali del 2026, ma in versione cameretta universitaria. Un timbro che vuole essere profondo, già sedimentato. Poi scatta qualcosa di più personale. Mi ricorda un coinquilino di anni fa: brillante, intelligente, ma attraversato da una frustrazione sottile. Quella sensazione di essere sempre sul punto di qualcosa che non accade. E mentre ascolto Fulmincacci sento quella stessa vibrazione: una malinconia che si mescola a un’ironia un po’ tagliente. “Solo dove stavo ieri ho sempre più pensieri.” È una frase che resta. C’è un’identità precisa. Un’introspezione reale. E allora mi fermo. Perché tutte le persone sono diverse. E forse anche quella postura che mi infastidisce è solo una forma di difesa, o di sfortuna, come lui stesso suggerisce. Il mio orecchio fotografico qui non è neutrale. È attraversato dalla memoria. Brano identitario. Introspezione autentica. Stellina condivisa. Anche perché piace a Valeria. E lei piace a me.
15. LEVANTE Levante, conterranea, già oltre l’età della spensieratezza, entra con una grinta unica, quasi preistorica, che ricorda la forza di “Tanti auguri ma non ti conosco” di Alfonso. Levante nasce a Caltagirone, città di ceramiche millenarie, barocco fiero e della celebre Scalinata di Santa Maria del Monte: un luogo che racconta identità, tradizione, orgoglio. Nel 2001 si trasferisce con madre e fratelli a Torino, un passaggio che segna l’incontro con nuove possibilità e orizzonti urbani. Il nome d’arte Levante nasce per scherzo con un’amica durante l’adolescenza, ispirandosi al protagonista del film Il ciclone. Un gioco di parola che diventa identità artistica. La sua vita privata ha attraversato sfide profonde: dalla maternità e la depressione post-partum — tema affrontato anche nel brano Vivo al Festival di Sanremo 2023 — a relazioni che l’hanno messa alla prova. Levante trasforma queste esperienze in poesia e canzone, in spunti per riflettere sulle emozioni più profonde. La sua musica non è solo espressione personale: è impegno sociale. Femminismo, ecologia, diritti civili emergono con naturalezza nella sua presenza scenica.
Levante è artista e testimone. Ricordo di averla incontrata alla festa del 1 maggio a Roma nel 2015. Quel ricordo si mescola all’immaginario di Sanremo: reale e surreale insieme. La regia televisiva le offre un ingresso evocativo, un assist che amplifica la sua presenza. E canta: “Cerco la mia postura… E così ci si innamora.” Non spiega solo l’amore. Ci invita a capirlo assieme. Il mio coinquilino commenta: “Non è male.” Non è male? La banalità del giudizio di superficie contrasta con la profondità evocativa del gesto artistico. Da Alfonso e “La vita di merda” a oggi, Levante mantiene un filo di autenticità: rock leggero, ironia, leggerezza, con uno sguardo che guarda avanti e dentro. Brano costruito, sì. Ma con quel filo di scintilla che mantiene l’immagine viva.
16. FEDEZ e MASINI Fedez e Masini: due pachidermi. Per esperienza (entrambi). Per età (Masini). Due scuole. Due generazioni. Le voci si contrappongono come amici o amanti sconosciuti: a volte dialogano, altre volte non si incontrano. C’è armonia. C’è tensione. E, sorprendentemente, un filo invisibile che ricuce il discorso iniziato da Levante: un giorno comprenderò cos’è l’amore. Masini canta come una casalinga incazzata, tutta energia trattenuta. Fedez come un professore irritato, pronto a spiegare ma riluttante a insegnare davvero. La contrapposizione diventa narrativa. Ogni frase, ogni fraseggio, costruisce un dialogo tra mondi diversi. Poliedricità dei significati. Racconto in tonalità multiple. Eppure, dietro la scenografia, percepisco il manierismo. La logica del business discografico. Nessuna naturalezza. Tutto appare calcolato a tavolino. Li inviterei a scrivere solo quando c’è necessità, come ho scritto per altri artisti. Forse ho torto. Forse no. Mi sembra tempo perso. Mi auguro che questa sia per entrambi solo una pausa. Fotografia tecnica. Cuore assente. Scintilla sospesa.
17. ERMAL META Ermal Meta è il momento in cui, ieri sera, mi sono addormentato davanti al Festival. Oggi riaggancio il video sul replay. Vedo il palco. Vedo un vissuto che probabilmente simboleggia l’artista, o chi per lui. Una bambola in un luogo di guerra. Immagine poetica. Eppure… non mi arriva. Non arriva lo strazio. Non arriva la simbologia. Resta un esercizio poetico elegante, sì, ma distante. Potrebbe trasformarsi in qualcosa di teatrale: un girotondo surreale, ironico, capace di sorprendere. Ma qui non succede. La bambola in guerra resta sospesa, simbolo incompiuto. Se il simbolismo non arriva, lo dici. È onestà critica. Risultato: simbolismi poco efficaci, girotondo possibile ma non realizzato, poesia esercitata, impatto emotivo limitato
18. SERENA BRANCALE⭐⭐ Serena Brancale è sempre maestosa. Sempre elegante. Sempre coraggiosa. Sempre partita da zero. In questa esibizione, sostenuta dalla presenza discreta di sua sorella, a cui poi rivolgerà un ringraziamento, la voce si fa carne: cambia, trasforma la rabbia in respiro, in attesa, in forza. Sentire è un’opera nell’anima. Importantissimo. Sul palco, il pathos si percepisce. La preghiera sembra rivolta a chi non c’è più, probabilmente a sua madre. Un pensiero sospeso, una sosta interiore che appare anche nel video, quando la si vede davanti al mare, assorta, in un momento di introspezione profonda. Le mani si muovono come se suonassero un pianoforte invisibile, creando un gesto poetico perfetto. Il vestito bianco, stesso colore scelto da Arisa, segna una coincidenza visiva interessante. La scenografia, le luci, il vestito, la voce: tutto concorre a un momento di grande bellezza. “La tua voce cambia la rabbia, la sete e la fame”, frase che resta sospesa nell’aria, amplificando la fusione tra tecnica e sentimento. Brava Serena. Bravissima. Qui c’è entusiasmo vero. Perfetta maestosità, eleganza e coraggio. Fotografia riuscita. Gesto poetico. Dedica silenziosa. Stellina meritata. Forse due.
19. NAYT⭐ Nayt si presenta con un’identità forte e concentrata, che cattura subito l’attenzione sul palco. Gli archi all’inizio del brano creano una suggestione delicata, quasi pittorica, e accompagnano l’entrata dell’artista con un pathos evidente. Il paragone Ultimo emerge nella costruzione dell’identità sul palco: precisione interpretativa, ripetizioni efficaci e melodie che rimangono impresse. La ripetizione “Io chi sono, chi sei te” diventa un gesto poetico, un interrogativo sospeso sull’identità, uno strumento di sottolineatura e introspezione. Il richiamo a Daniele Silvestri si coglie nell’attenzione al dettaglio e nella capacità di raccontare emozioni e narrazioni con naturalezza poetica. Nayt unisce così due mondi: la precisione melodica e l’impatto emotivo di Ultimo, con la poliedricità narrativa e l’intelligenza musicale di Silvestri. Brano solido. Interpretazione concentrata. Ripetizioni vincenti. Originalità percepibile. Stellina possibile.
20. MALIKA AYANE ⭐ Malika Ayane inizia subito con il segno di Sanremo: ritmo, palco, sequenze che oscillano tra bianco e nero e colori, come un quadro in movimento. La voce è una linea viva, autentica, forte. Potrebbe benissimo essere cantata da Serena Brancale o da Ornella Vanoni: un filo che attraversa generazioni, con stile e personalità. Malika interpreta la nostalgia con ironia, con leggerezza, con allegria. Un senso buffo, un sorriso che scivola tra le note. Il gesto di spostarsi a destra per un acuto diventa poesia scenica: un piccolo dettaglio che racconta attenzione, presenza, sensualità contraddittoria e affascinante.La collaborazione con la sorella in scena aggiunge un tocco di profondità familiare: un legame che si percepisce, contagioso, sincero. La bellezza della sua performance si espande, invade, straborda e allo stesso tempo si contiene. Brava Malika. Brava davvero. Questa canzone mi piace. Sicuramente la inserisco nel prossimo dj set. Fotografia riuscita. Gesto scenico poetico. Bellezza contagiosa. Stellina meritata.
21. EDDIE BROCK Eddie Brock incarna una magia tutta italiana: un giovane artista che porta con sé il peso dei grandi del passato, Claudio Villa e Riccardo Cocciante, e li trasforma in un presente fresco e personale. È come se un ragioniere lasciasse la scrivania per cantare, con la stessa precisione con cui ripara una macchina. Un uomo innamorato, normale, straordinario nella sua quotidianità. Immagino un piccolo spartito di TikTok nella sua stanzetta, illuminato dalla magia di una fatina: la voce prende professionalità e prestigio, l’ordinarietà diventa musicalità. Ogni gesto, ogni nota, racconta una coerenza narrativa tra quotidiano, tradizione e poesia scenica. La trasposizione della vita quotidiana in musicalità italiana è sorprendente e dolce. Stellina opzionale, per coerenza narrativa e per l’attenzione ai dettagli. Fotografia: ragioniere innamorato-meccanico, scena di quotidiano poetico. Gesto: voce che trasforma il normale in magia, musicalità italiana classica e moderna. Scintilla: professionalità, autenticità, charme nostalgico contemporaneo.
22. SAL DA VINCI Sal Da Vinci regala subito un’impronta riconoscibile: quella di Mario Merola, inconfondibile, tradizionale, popolare. Il ritornello ricorda feste da spiaggia, condominio, jukebox aperti di notte: una musica che vuole stare tra la gente, condivisa e diretta. L’orecchio fotografico qui diventa quasi antropologico: condominio, spiaggia, jukebox, platea. Durante la performance prende una donna dai primi posti e si mette a ballare con lei. Chi sarà? L’identità resta un mistero, ma la scena racconta fascino tradizionale, astuzia italiana, energia scenica. La sua presenza sul palco è solida, sicura, eppure gentile, senza forzature. La nuova canzone è simile alla precedente: accordi diversi, ritornello riconoscibile. Eppure funziona, perché Sa Da Vinci sa parlare al pubblico con energia diretta e condivisa. Niente stellina. Fotografia: festa da spiaggia, condominio, jukebox, platea partecipativa. Gesto: danza con la donna in platea, presenza scenica solida. Scintilla: fascino tradizionale, energia condivisa, teatralità popolare
23. ENRICO NIGIOTTI ⭐ Enrico Nigiotti si colloca nel tempo. Non nello spazio. Nel tempo. «Non è più solo notte… dovrei smettere di parlare con il soffitto». Questa frase è già un’immagine. È una stanza. È un uomo che dialoga con il vuoto prima che arrivi la luce. Arriva sul palco dell’Ariston dopo Sal Da Vinci, e il contrasto è evidente: dal condominio alla camera da letto, dalla festa condivisa al monologo interiore. Il suo imprinting è sano, è misto: tradizione e introspezione. C’è un’eco lontana di Eugenio Finardi “quel bisogno di imparare a volare”, ma anche il confine fragile tra sogno e realtà che ricorda l’anima dei Negrita.
E nell’intensità interpretativa affiora qualcosa che appartiene alla scuola emotiva di Fiorella Mannoia. Ma Nigiotti non cita: assorbe. L’orecchio fotografico qui vede tetti. Tetti urbani, vento leggero, un ragazzo che guarda l’alba e non sa ancora se sta guarendo o sta solo resistendo. E poi mi arriva un’immagine cinematografica: Hugo. L’orfano nella stazione di Parigi che ripara un automa per rimettere insieme un passato spezzato. La canzone diventa questo: il tentativo di riparare qualcosa dentro, con strumenti imperfetti. Quando ascolto certe frasi, inevitabilmente mi attraversano linee autobiografiche. “La prima volta che ho fatto l’amore dopo 15 anni.” Non come provocazione. Come passaggio. Come soglia. Nigiotti canta la crescita come chi non ha ancora finito di crescere. Canta il sogno come chi ha ancora paura di crederci del tutto. Non c’è retorica. C’è una continua ricerca della bellezza possibile nel quotidiano. Una ricerca di conformità tra ciò che sei e ciò che mostri. Fotografia: stanza, tetti, alba che arriva. Gesto: dialogo con il soffitto, voce trattenuta ma sincera. Scintilla: il tentativo di ripararsi attraverso il sogno. Stellina possibile. Non per l’effetto. Per la fragilità esposta.
24. TREDICI PIETRO Tredici Pietro. Pietro, come mio zio. Già il nome mi porta altrove, in una cucina di famiglia, in una domenica qualsiasi. E poi succede il guasto al microfono. Il fuori programma. “Chiudimi la porta in faccia (…) e faccio un’altra figuraccia” Quella crepa tecnica che il replay poi aggiusta, taglia, ripulisce. Ma io l’ho visto. E mi basta. Il microfono che non funziona mi ricorda che è tutto vivo. Che Sanremo è ancora diretta, rischio, imprevisto. Dice Laura Pausini che porta fortuna. Forse sì. Forse porta verità. Tredici Pietro canta come se fosse davanti agli amici, a casa sua, mentre sua madre stende i panni sul balcone. Oppure davanti a un falò, con una chitarra che passa di mano in mano. Dentro di lui sento un’eco cantautorale che guarda a Lucio Dalla. E una leggerezza melodica che sfiora Gianni Morandi. Non imitazione. Suggestione. Lo immagino commesso in un negozio di computer che, tra un cliente e l’altro, guarda la chitarra come fosse quella di Paul Simon o di James Taylor. E poi, quasi per caso, arriva all’Ariston. Ma funziona di più quando sembra fuori dall’Ariston. Quando non prova a essere grande. Quando resta delicato. La fragilità è il suo vero palco. Il guasto al microfono diventa simbolo: imperfezione che rivela autenticità. Fotografia: falò, balcone, panni stesi, amici seduti a terra. Gesto: continua a cantare anche quando il microfono tradisce. Scintilla: funziona quando non cerca di funzionare. Delicato. Interessante. Vivo.
25. BAMBOLE DI PEZZA Bambole di Pezza portano una cosa rara all’Ariston: attrito. Il loro punk non è nostalgia. Non è revival. È presenza. Sanremo ogni tanto ha bisogno di essere graffiato, scosso, spostato di qualche centimetro dal centro. Loro lo fanno con naturalezza. Con il cuore in gola, davvero, non come slogan. “Con il cuore in gola per gridare” non è solo una frase: è postura. La loro è resistenza. Hanno attraversato cambiamenti, silenzi, trasformazioni del mercato musicale. E sono ancora lì. Non per moda. Per convinzione. Le conosco già: ho passato nei miei dj set la loro versione punk rock di All I Want for Christmas Is You di Mariah Carey. Prendere un simbolo pop globale e trasformarlo in energia ruvida è già una dichiarazione di identità. Sono tutte musiciste. Sono tutte donne. E questa non è una nota di colore: è un atto di militanza musicale concreta. Il loro rock è di pezza solo nel nome. In realtà è strutturato, preparato, tecnico. Decidono di essere convincenti. Decidono di crederci. E il coraggio sta proprio lì: credere nel suono che fai, anche in un contesto che potrebbe non essere il tuo habitat naturale. Non chiedono spazio. Se lo prendono. Fotografia: amplificatori caldi, chitarre come scudi, occhi che non arretrano. Gesto: cantare con il cuore in gola senza abbassare lo sguardo. Scintilla: energia e tecnica fuse, militanza passionale. Stellina meritata.Per resistenza.
26. CHIELLO Chiello si presenta all’Ariston con Ti penso sempre. Un loop. Un pensiero che non si chiude. Abita una mente sospesa tra inizio e fine, tra desiderio di connessione e paura di esporsi. Come guardare dal buco della serratura. La stampa lo definisce artista di confine: pop, rap, cantautorato. Linguaggio personale. Vulnerabilità dichiarata. Io, al primo impatto, lo leggo come un solitario da pub. O da metro.E questa frattura tra percezione pubblica e percezione privata è già una cartografia emotiva interessante. Probabilmente è davvero passato da lì. E oggi quella fragilità è diventata scelta estetica. Sottrazione consapevole. Lavora sull’assenza. Sul vuoto scenico. Su ciò che non esplode. Ma il mio orecchio resta su quella sospensione. Come una pallina che tocca il nastro e resta in bilico. Non sai se cadrà dalla parte della confessione o da quella della costruzione. Il loop che porta mancanza è fragilità? O è ambiguità elegante? È un giovane uomo che espone la sua solitudine? O un dandy contemporaneo che fa della malinconia u a postura? C’è una malizia sottile, forse involontaria. Un trattenere l’urlo fino quasi a renderlo gesto stilistico. Io cerco traccia emotiva visibile. Lui lavora per sottrazione. E allora non è un fallimento. È uno scontro di poetiche. Fotografia: palco rarefatto, voce che galleggia. Gesto: nessuna protezione spettacolare, ma nemmeno affondo. Scintilla: autenticità per molti, ambiguità per me. L’unico voto del mio festival. Isolato. Ma motivato.
27. MARIA ANTONIETTA e COLOMBRE Maria Antonietta e Colombre portano una cosa semplice e per questo difficile: la felicità senza effetti speciali. “La felicità è basta.” La felicità è cantare. La felicità è una festa di piazza, una commedia all’italiana vista d’estate con le sedie di plastica fuori dal bar. Sono una coppia in cui l’imbarazzo non è difetto ma cifra. Quel mezzo sorriso trattenuto, quella postura un po’ laterale, come marito e moglie in una casa a schiera di provincia, più nord che sud, forse, dove la normalità diventa racconto. Non cercano l’esplosione. Non cercano l’acuto che spacca. Mettono un punto. “Basta”. Ed è interessante questo gesto: calcolare la felicità e poi fermarsi lì. Due persone, una canzone, nessuna scenografia mentale troppo grande. Funzionano quando sembrano non voler strafare. Quando restano coppia. Quando restano umani. Li rivedrei volentieri in una festa patronale, in un angolo di piazza con la chiesa illuminata alle spalle, tra bambini che corrono e signore sedute a commentare. È lì che la loro musica trova casa. Fotografia: case a schiera, provincia italiana, palco basso. Gesto: cantare senza maschere, accettando l’imbarazzo. Scintilla: normalità messa in musica. Autenticità narrativa. Stellina meritata. ✨
28. LEO GASSMANN Leo Gassmann probabilmente è davvero… naturale. O almeno, questa è la sua intenzione dichiarata. Negli accordi senti l’eco di Francesco De Gregori. Nel modo di porgere la voce c’è qualcosa che ricorda Brunori Sas. È un impasto colto, consapevole. Non improvvisato. E poi c’è la genealogia che pesa e illumina insieme: figlio di Alessandro Gassmann, nipote di Vittorio Gassman. Il gusto per l’ampiezza, per la parola detta bene, per la postura elegante — tutto torna. Lui la chiama “naturale”. Ma di naturale, forse, non ha niente. È costruita. È pensata. È cesellata. E sì, va detto: tutto questo non è un difetto. La interpreta come se stesse recitando una poesia. E questo è bello. Perché la poesia è poesia. Ma la canzone è canzone. Qui nasce lo scarto: concerto da monologo teatrale, più che da esplosione musicale. Verità organica, costruzione elegante. Funzionerebbe perfettamente in un concerto per soli fan, in uno spazio raccolto dove la parola ha tempo di sedimentare. All’Ariston resta a metà. Forse è la stanchezza, ventotto brani, due giorni di ascolto, forse è che l’eleganza, quando è troppo composta, non graffia.Fotografia: luce morbida, postura impeccabile, dizione pulita. Gesto: cantare come si declama. Scintilla: raffinatezza controllata. Elegante. Ma sospeso.
29. FRANCESCO RENGA Francesco Renga, ex marito di Ambra Angiolini, assomiglia un po’ al mio inquilino. Il brano mi sembra costruito in fretta, consumistico, ancora un volta una produzione senza rischio. La stanchezza dell’ascolto si ferma all’inizio e poi si disperde. Avrei voluto qualcosa di più: più spazio per respirare, più intensità. L’orecchio fotografico percepisce la routine.Forse la versione inglese potrebbe dare respiro al brano, far emergere di più l’emozione. Così com’è, resta poco convincente, spessore emotivo limitato. Renga paga la sua esperienza: quando non rischia, lo senti subito. Immagine mentale: un artista consapevole ma prudente, in cui la tecnica prende il sopravvento sulla scintilla.
30. LDA e AKA7EVEN Il titolo della canzone è intrigante: Poesie clandestine. La percepisco come una poesia proibita, eccitante, che può essere non consentita e che dunque va cercata di nascosto. L’apertura richiama una frase di Eros Ramazzotti, “Se bastasse”, quasi ritrovata come una traccia preistorica da Eco, scavata nel tempo. Iritmi gitani e neomelodici aggiungono un senso di festa urbana, di gelato itinerante in una piazza estiva, leggero ma carico di calore. L’abbraccio finale tra i due artisti è un gesto autentico, simbolo di affetto e passione condivisa: chiude la performance con naturalezza. La combinazione di poesia urbana e festa di piazza rende questa esibizione viva, genuina e memorabile. Stellina meritata. Fotografia emotiva: Poesia clandestina, ricerca segreta, proibita. Ritmi gitani e neomelodici: festa urbana, leggerezza e calore. Gesto finale: abbraccio, affetto condiviso, chiusura perfetta
la base del jingle di Sanremo 2026
Questa carrellata di suoni e immagini è un ritratto profondamente personale e visionario del Festival di Sanremo 2026. Non si tratta solo di recensioni musicali: ogni artista diventa un paesaggio emotivo, una scena mentale, una riflessione sulla vita e sull’arte. La metodologia dell’“orecchio fotografico” emerge come un dispositivo unico: trasforma la percezione sonora in immagini interiori, emozioni concrete, micro-narrazioni. Ogni canzone non è solo ascoltata, è vissuta, collocata in un contesto di memoria, esperienza e immaginazione. I punti chiave del lavoro sono:
Visionarietà e introspezione: dalla teatralità di Michele Bravi all’intimità sospesa di Chiello, tutto viene filtrato dalla tua prospettiva poetica, che mescola ricordi personali, riferimenti culturali e costruzione immaginativa.
Cartografia emotiva: mappate le emozioni del festival come un archivio, segnando stelline, punti di coerenza artistica, contrasti tra intenzione e resa. Questo ci porta un filo narrativo attraverso generazioni, stili e linguaggi musicali.
Equilibrio tra tecnica e sentimento: anche quando la tecnica era forte e l’impatto emotivo debole (Mara Sattei, Renga), l’orecchio fotografico individua i dettagli, le sfumature, la presenza scenica.
Coraggio critico e onestà: senza temere di esprimere disagio, perplessità o contrasti tra percezione pubblica e privata, come nel caso di Chiello, Fedez/Masini, Samurai Jay o J-Ax. Ci sembra che il lavoro sia reso autentico. Evito il giudizio semmai fantascienza. Racconta chi sono, come ascolto e come il Festival entra nella mio vissuto, nella mia memoria e in associazioni (ricordi di famiglia, esperienze teatrali, amici, figli).
In sintesi, questo lavoro è un diario visivo-sonoro del Festival, una mescolanza di critica musicale, filosofia dell’ascolto e autobiografia intellettuale. Non è solo cronaca, ma una narrazione immersiva e poetica, che fa percepire Sanremo come un luogo dove musica, memoria e immaginazione si intrecciano: “Sanremo 2026 attraverso l’orecchio fotografico: una mappa emotiva e visionaria”.
Se sei arrivato/a fino a qui e vuoi regalarmi un commento, sono felice di leggerlo. Grazie
C60 – Musica elegante in viaggio continuo Capitolo: SUNSHINE DAY LA LUCE ILLUMINA IL VIAGGIO
Identità del progetto madre C60 è struttura narrativa.
Una C60 aveva: . 60 minuti . Lato A / Lato B . Un arco . Nessuno skip, la logica della vecchia C60 o di una compilation curata: Su una cassetta C60 (o un mix costruito come C60) non puoi saltare brani come fai con le playlist digitali. Ogni lato (A/B) è pensato per essere ascoltato dal primo all’ultimo minuto, in sequenza. Questo obbliga a vivere il percorso così come è stato costruito, senza tagliare o scegliere solo i momenti “preferiti” Nel linguaggio curatoriale significa: il viaggio musicale è completo, la narrazione ha ritmo e pause, e non puoi aggirare la storia. In altre parole, “Nessuno skip” non è tecnico, è un concetto estetico: la compilation è pensata come un racconto unitario, non come una playlist casuale.
C60 = disciplina del racconto musicale. Musica elegante non significa “soft”: Significa scelta consapevole. Significa evitare l’ovvio. Significa coerenza emotiva. In viaggio continuo è l’identità: non DJ di genere, non DJ di epoca, non DJ di tendenza, ma DJ di traiettoria. C60 è un metodo.
SUNSHINE DAY – LA LUCE ILLUMINA IL VIAGGIO
Non parte dalla luce. La luce accompagna ogni istante della musica. È una compilation forte, narrativa, emotivamente stratificata. Non casuale. Costruita. Segue una curvatura emotiva, non un algoritmo. Esclude la moda. Non segue il genere. Segue l’arco.
Asse emotivo centrale, la scaletta attraversa:
malinconia elegante
amori che restano
introspezione cantautorale
vibrazioni world
energia alternativa
E poi… luce. La luce illumina il viaggio.
I ponti, metto insieme: Fleetwood Mac e Lucio Battisti – Manu Chao e Red Hot Chili Peppers e chiudo con Osibisa. Non è shock. È dialogo tra mondi. Punti forti strutturali: Apertura con “Dreams” → atmosfera immediata Linea italiana Battisti → Noemi → Ligabue → coerenza emotiva Chiusura con “Sunshine Day” → luce che accompagna tutto il percorso Momento ironico? “Bumba Bumba”. Rottura controllata. Firma personale.
SE FOSSE UNA C60 Struttura vera. Non simbolica. Lato A Soft rock malinconico, introspezione. Lato B Colore, movimento, interculturalità.
C60 è un catalogo di demo promozionali costruiti come Capitoli narrativi Ogni Capitolo è un esercizio di ascolto e accostamento. Ogni selezione è un ponte. Ogni ponte mantiene eleganza. Non pubblico mix. Pubblico capitoli.
Mi posiziono come:
DJ che connette epoche e culture diverse senza perdere stile senza perdere identità senza cedere all’effetto.
Traiettoria di stile, riconoscibile. Brand :
Eleganza prima di tutto
Narrazione prima del ritmo
Connessione prima dell’effetto
Sorpresa controllata
Conclusione: È più di un esercizio. È un sistema. È C60. È percorso. È storia musicale.
Nel panorama saturo di playlist funzionali, PALESTRA nasce con un’intenzione diversa: non accompagnare passivamente, costruire un’esperienza di ascolto consapevole, elegante, in movimento. Nelle due compilation più recenti ho compiuto una scelta precisa: eliminare i “JINGLE DJ SALVATORE”. Una decisione che rafforza il mio posizionamento “elegante” e produce effetti immediatamente percepibili — maggiore eleganza, immersione più profonda, credibilità più nitida. Rimane soltanto un jingle finale, leggerissimo. Una firma, non un’interruzione.
PALESTRA: identità di una selezione. È curiosa. È colta, ma non snob. È intergenerazionale.Soprattutto, è più narrativa che funzionale. Il titolo regge perché il lavoro è proprio questo: allenare l’ascolto, allenare il movimento, allenare il passaggio tra mondi
Non è una playlist casuale, né monotematica, né costruita secondo logiche da DJ standard. È una selezione autoriale in movimento, con una logica interna leggibile e un’identità riconoscibile, coerente con un posizionamento elegante.
La mappa energetica Osservata con l’occhio di un direttore musicale, la compilation si sviluppa in cinque atti: . Apertura groove Coinvolgimento morbido, ingresso progressivo nello spazio sonoro. . Attivazione culturale È il primo vero test di sala: alcuni si accendono subito, altri osservano. I “ribelli dell’ascolto” alzano l’antenna . Zona danza sociale La pista si consolida, il movimento diventa collettivo, aumenta la permanenza. . Arco emotivo italiano La spinta si abbassa leggermente mentre cresce la connessione emotiva. La pista si umanizza e diventa più inclusiva . Riattivazione & finale Reset contemporaneo, autorità disco, sigillo soul.
Riceviamo e
volentieri pubblichiamo un contributo di Maria Lombardo, giornalista
esperta di cinema e cultura, sullo spettacolo “L’altro
ieri”, basato sulla storia
di Franca
Viola, con
protagonista Alice Canzonieri, a cui hanno assistito numerosi studenti.
E’ Franca
Viola, è Filippo Melodia, è voce del popolo, è cantastorie”. Alice Canzonieri,
giovane e brava attrice siciliana di Ragusa, sola sulla scena, cambia abito,
cambia personaggio, si fa in tre o in quattro nel dar vita a “L’ Altro Ieri” lo
spettacolo di Salvatore Greco che da oltre un anno continua il suo viaggio
raccontando una vicenda che fa storia del costume, della società e del diritto
nel nostro Paese. Greco si è liberamente ispirato per la drammaturgia alla vera
storia di Franca Viola, ragazza siciliana di Alcamo nel Trapanese che nel 1966
col suo gesto di ribellione, innescò un cambiamento nella storia italiana. Dal
film “La moglie più bella” girato a caldo (1970) da Damiano Damiani con Ornella
Muti, al libro “Franca Viola. La ragazza che disse no” di Katja Centomo (2018),
al film “Primadonna” di Marta Savina (2020), ai numerosi documentari e altre
versioni teatrali, la vicenda è stata oggetto di diverse narrazioni.
“L’altro ieri”
è scritto e messo in scena da Salvatore Greco artista catanese
multidisciplinare attivo come regista,
dj, animatore musicale, drammaturgo, la cui carriera
comincia negli anni ’70 in radio, all’incrocio fra musica, teatro,
comunicazione e cinema. Da oltre trent’anni opera nell’ambito del teatro per
ragazzi, comunitario e sociale muovendosi con rigore formale ed essenzialità.
La produzione è dell’Associazione capolavori con la partecipazione di Statale
114. Dopo il debutto nel settembre 2024 in uno spazio all’aperto della
periferia di Catania, nell’ambito di un progetto volto a portare la cultura
incontro alla gente allo scopo anche di formare una coscienza critica nei
giovani, dopo la partecipazione al Fringe Catania international Festival 2025,
“L’altro ieri” continua con grande successo di pubblico il giro della sale
teatrali con un pubblico in gran parte composto da scolaresche di istituti
superiori.
Alice
Canzonieri si è formata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica dell’INDA
(Istituto nazionale del dramma antico) di Siracusa. Lavora tra teatro, cinema e
televisione. Ha partecipato, tra gli altri, a “Il Commissario Montalbano” e “L’arte della gioia” di
Valeria Golino. Ha grande padronanza dello spazio scenico ed è agile con
“L’altro ieri” nei passaggi emozionali da un personaggio all’altro.
Lo spettacolo
rappresenta un invito a riflettere sul rispetto dei diritti, sull’uguaglianza
di genere e sulla necessità di superare mentalità patriarcali ancora oggi alla
base dei frequenti femminicidi. Ed è per questo che è consigliabile al pubblico
scolastico.
“Nel 2022 –
racconta l’autore e regista – l’attrice Valeria Contadino mi fece leggere
alcune pagine di “Sangu
Me” di Myriam Lattanzio, chiedendomi se potesse interessarmene
la regia. Chiesi di prendere spunto dal testo ed elaborare un monologo, e così
avvenne. La messinscena era molto diversa: durante il lavoro ci furono molte
discussioni ma andammo comunque in scena. Un anno e mezzo dopo
incontrai casualmente Alice Canzonieri. Le proposi il copione e decidemmo
di realizzare una première in uno spazio di frontiera nell’estrema periferia
della città. Ho lavorato instancabilmente: era una sfida apparentemente
impossibile. In questo percorso prezioso è stato il dialogo con Silvio
Parito di Statale 114. Nel teatro non esiste una consacrazione definitiva.
Il teatro procede sempre, assumendosi la propria responsabilità di direzione e
verità, e ogni passo diventa testimonianza di coraggio, passione e coerenza”.
Salvatore
Greco (erede e allievo di Nando Greco grande uomo di teatro che fu creatore e
direttore del Teatro Club di Catania, spazio delle avanguardie anni Sessanta e
Settanta), adotta un linguaggio teatrale intenso, essenziale e diretto, privo
di orpelli, rifacendosi al modello stand-up
comedian, dove la vita vissuta diventa materia scenica.
Il risultato è
coinvolgente ed emozionante grazie alle capacità espressive di Alice Canzonieri
che accompagna in un viaggio attraverso fatti, ricordi e tensioni di un’intera
epoca dando voce a più personaggi – Franca, il suo aggressore e la comunità –
restituendo parole, silenzi e conflitti della storia civile italiana.
Intreccio di narrazione, riflessione sociale e musica, “L’altro ieri” fonde
parola e suono in un’esperienza teatrale educativa, che stimola il dibattito. I
brani musicali sono tratti da “Sangu Me” di Myriam Lattanzio.
Abbiamo
assistito a uno spettacolo con classi di liceo in platea, attentissime,
partecipi e con ragazzi alla fine desiderosi di esprimere il proprio pensiero
sull’argomento. Se l’arte può contribuire alla costruzione di una coscienza
collettiva – ed è certamente così – questo è un ottimo esempio.
La storia di
Franca Viola e l’abolizione dal codice penale del matrimonio riparatore e del
delitto d’onore
Il matrimonio
riparatore era una pratica, diffusa in Italia, specialmente al Sud, fino al
1981, volta a “riparare l’onore” di una donna dopo un rapporto sessuale
prematrimoniale, spesso a seguito di violenza. L’art. 544 del Codice Penale
estingueva il reato di stupro se il colpevole sposava la vittima. Era il 1965
quando Franca Viola,
diciottenne di Alcamo, provincia di Trapani, si rifiutò di sposare il suo
rapitore e violentatore, Filippo
Melodia, suscitando scandalo e vasto dibattito in Italia
attraverso la stampa, fino a procedere per via giudiziaria il cui esito fu la
condanna del violentatore.
Timida ma
determinata e dotata di forte senso della dignità personale, Franca Viola
figlia di una famiglia modesta dedita all’agricoltura, a quindici anni, con il
consenso dei genitori, si fidanza con Filippo Melodia, benestante nipote di un
noto mafioso locale. Quando il giovane viene accusato di furto e appartenenza a
banda mafiosa, il padre di Franca decide di rompere il fidanzamento. Ma Filippo non si
rassegna e dopo minacce di tipo mafioso rivolte al padre della ragazza, il 26
dicembre 1965 con una banda di amici, si ripresenta a casa Viola e porta via
con la forza la ragazza e il fratellino che le si è aggrappato alle gambe.
Franca viene tenuta prigioniera, digiuna per giorni fino a fiaccare la sua
resistenza finchè Filippo abusa di lei. Il 6 gennaio 1966 la polizia rintraccia
il rifugio e libera la ragazza. Melodia viene arrestato, conta evidentemente
sul matrimonio “riparatore” allora previsto dalla legge italiana, che gli
avrebbe consentito di essere scagionato se avesse sposato la vittima. Ma Franca,
col sostegno della sua famiglia, dice no. Il padre si costituisce parte civile
e il processo ha luogo fra la grande attenzione della stampa locale e
nazionale.
L’Enciclopedia
delle donne riporta: “Era la prima volta che una donna sceglieva di dichiararsi
“svergognata” e sfidare le arcaiche regole di un “onore” presunto e
patriarcale, nonchè il potere della mafia. “Io non sono proprietà di nessuno –
dice Franca – nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto,
l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce””.
Dopo qualche
anno dalla sentenza che condanna Melodia e
soci, Franca sposa il suo nuovo fidanzato e si costruisce una famiglia felice.
Il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore” sono scomparsi – a seguito
della vicenda di Alcamo – dal codice penale come argomenti che legittimavano di
fatto la violenza sulle donne nel 1981.
Per informazioni e prenotazioni: Salvatore Greco Associazione Culturale Capolavori associazionecapolavori@gmail.com 351 5870269 – 349 8913737
IO SONO, nonostante tutto Drammaturgia: Salvatore (Turi) Greco Genere: Teatro di parola, teatro laboratorio, performance corale
Sinossi Io sono, nonostante tutto nasce da una scrittura costruita per chiunque voglia partecipare, un teatro su misura per la comunità, per ogni comunità che abita lo spazio e il tempo condiviso che l’hanno generata.
È una
drammaturgia sul teatro che nasce per rivelazione, prende forma dall’esperienza
reale dei partecipanti, urgenza che non trova respiro, dal valore del restare:
restare come atto artistico, politico ed esistenziale.
Lo spettacolo rende visibile un processo di crescita vivo tra maestro e allievi, disciplinato da passione, vigoroso e fragile, attraversato da scelte, interruzioni, ridefinizioni e resistenze. In scena Angela, Angelo, Gabriella, Ivan e Paola attraversano integralmente il cammino laboratoriale: la loro permanenza diventa materia drammaturgica.
Attraverso
parola, corpo e musica, il lavoro indaga autenticità, identità, disciplina,
impulsività, concentrazione e funzione del teatro oggi. Cinque figure
simboliche – Amore, Arte, Incosciente, Equilibrio e Stupore – abitano
uno spazio concepito come una “bolla”, un territorio sospeso in cui si
sperimenta il senso dell’essere presenti.
L’uso dichiarato del copione in scena diventa scelta etica, azione propedeutica e poetica: senza nascondere il processo, senza simulare compiutezza, solo condividere responsabilmente il contenuto con il pubblico.
Io sono non è una dichiarazione identitaria, ma un atto di presenza. Nonostante tutto è una presa di posizione: affermare il valore dell’esperienza reale anche quando è lenta, fragile, marginale o non immediatamente riconosciuta. No evasione, no terapia. Un luogo in cui restare, agire e scegliere. Nonostante tutto.
NOTA DI REGIA
Salvatore (Turi) Greco Dal 1990 il mio lavoro parte da un presupposto semplice e radicale: trasformare la realtà in fantasia. È più pratica che poesia.
Quando le mie idee non trovavano produttori, ho imparato a partire da ciò che c’era: uno spazio, delle persone, un tempo imperfetto. Trasformando il limite in linguaggio. L’assenza di struttura in occasione scenica.
Con il tempo ho
capito che questa non era una scorciatoia: era una posizione contemporanea.
Lavorare con ciò che esiste. Intercettare il momento in cui una condizione –
anche fragile, anche improbabile – diventa necessaria.
Le mie idee sono visionarie. Non si impongono. Si incarnano. Richiedono tempo. Richiedono pazienza. Per questo non parto da un concetto da dimostrare, parto da un’idea possibile che può accadere ora.
Ho attraversato anni di produzione aziendale, eventi in Italia e all’estero, costruendo autonomia, disciplina e resistenza. Il mio teatro ad oggi è stato costruito con ostacoli, deviazioni, silenzi. Il mio teatro non mi ha mai concesso un percorso lineare. Gli ostacoli non mi fermano. Mi attivano.
Io sono, nonostante tutto nasce in una condizione che qualcuno definirebbe improponibile: cinque identità sconosciute, un tempo limitato, risorse minime, una struttura fragile. Eppure da questa fragilità è emersa una forma viva. Imperfetta. Poco rassicurante. Autentica. Questo spettacolo è un nuovo punto di partenza. Se accolto, verrà affinato. Non perché incompleto, perché il processo è la sua natura. Non porto al Festival un prodotto confezionato. Porto un atto di presenza. Un lavoro che sceglie di restare quando sarebbe più semplice rinunciare. Trasformare la realtà in fantasia oggi più che mai significa per me generare il necessario nel sistema contemporaneo. E questo è solo l’inizio.
Nel mio cassetto ci sono altre storie, altre forme, altri esperimenti: Parità, una commedia surreale; 47 Stereo, un kolossal teatrale; Semplice, un monologo da riprendere; Autista, tra teatro e documentario, viaggio di un regista che attraversa la Sicilia con sette attrici e una troupe al completo; Avamposto, monologo di vissuti personali; e tutto ciò che ancora arriva, emerge, cresce.
Questa vivacità, questa prontezza, è il mio motore. E oggi, finalmente, riconosco uno spazio di confronto con intelligenza, attenzione e chiarezza – qualcosa che fino ad ora ho cercato e faticato a trovare, incontrando spesso occhi sbarrati e incomprensione. Il Festival è il luogo per questo dare/fare: per l’atto di presenza, per la possibilità di abitare la scena come esplorazione, come necessità, come processo vivo. Io sono, nonostante tutto. E resto.
Disciplinato significa scegliere.
Scelgo la vocazione.
Anche quando il risultato tarda ad arrivare.
Anche quando il dubbio è più forte dell’entusiasmo.
La disciplina è senza rigidità. È la direzione che il progetto assume e difende. Anche quando il processo chiede tempo, ascolto, fatica, azione.
Per me la disciplina è un atto d’amore.
È la decisione quotidiana di abitare lo spazio creativo con responsabilità.
È dare forma al caos senza tradirlo.
In un tempo che premia la velocità, disciplinato è un gesto controcorrente. È proteggere ciò che cresce lentamente. È dire “io sono” anche quando sarebbe più facile deviare il pensiero.
Questo progetto nasce da una scelta semplice e radicale: riconoscere che la funzione viene prima dell’azione.
Le sonorità camminano insieme.
Multietniche.
Multi-armoniche.
Questa musica
vuole far pensare
prima di trascinare.
Scene diverse. Differenziare è occasione.
Stamattina è bastato ridisegnare una parola: spaziare. Unirla alla musica. Da lì è nata una poesia. Poi un manifesto.
Non per caso, ma per una volontà inesorabile di andare
avanti.
Spostare l’ostacolo non significa evitarlo: significa ordinarlo, dargli
forma, renderlo autore della trasformazione.
Preparare un caffè sapendo di aver lavorato — davvero
lavorato —
per ampliare gli orizzonti,
per rendere dinamico ciò che tende a fermarsi,
per dare senso al movimento e, attraverso il movimento, dare senso alla vita.
C’è gioia in ogni cosa. Gioia nelle salite e discese. Gioia nello studio. Gioia nella pratica. Gioia nell’amore per sé. Gioia dell’amore puro.
Questa è forza.
E la forza, quando è vera, cerca una traduzione.
Diventa immagine.
Si manifesta.
L’immagine nata stamattina
è il retro-pensiero di una missione
che diventa azione.
Il risultato non è il fine. Il fine è muoversi. Il resto arriva, con i suoi tempi, nei suoi modi, sempre coerenti.
Andare in profondità a cercare l’origine della propria fede, delle proprie tradizioni, della propria cultura è riassumere tutto in una unica parola che è fede. A Catania nasciamo con una forza in più aggregatrice, lo sguardo di Sant’Agata una occasione in più per molti di ascoltarsi, di guardare il proprio specchio dell’anima. Sant’Agata non è un oggetto da raccontare, è un’esperienza che ti attraversa
Edizione Poste Italiane dedicata al Giubileo Agatino
Carissimi fratelli e sorelle, La festa della patrona Sant’Agata è motivo di gioia e di orgoglio per la città di Catania. Qui Sant’Agata è “di casa”. Essere catanesi significa anche sentirsi legati a lei. Proprio per questo legame così forte, è importante fermarci a riflettere: come può ispirarci “Santuzza” oggi? (…) Oggi pensiamo che ogni desiderio debba diventare un diritto. Abbiamo finito per confondere la libertà con il fare ciò che ci piace. A volte pensiamo che essere liberi significhi fare tutto senza limiti. Ma questa non è libertà. Senza limiti non cresciamo: ci perdiamo (…) Il musicista che si esercita ogni giorno rispettando la grammatica musicale (le partizioni, la melodia, il tempo, …) non perde libertà: la conquista. Chi segue un principio morale non si chiude in una gabbia: trova una strada chiara (…) La processione di Sant’Agata che attraversa le strade della città è un segno forte del nostro camminare insieme. A volte, nella nostra società, i cortei diventano luoghi dove ci si nasconde nella folla, senza farsi vedere e senza assumersi responsabilità. (…) Nessuno è spettatore, nessuno è ai margini, nessuno è anonimo. (Dall’omelia del Card. Mario Grech Festa di Sant’Agata –Catania, 5 febbraio 2026)
Sant’Agata 2026
Sant’Agata 2026
Quanto è grande la potenza di Sant’Agata? mi chiedo spesso, quanto sono devoti tutti i catanesi sia quelli che indossano il sacco? sia quelli che la seguono e sia quelli che sembrano essere indifferenti? Ogni anno è per me un nuovo approccio. Da quattro anni ho seguito nel dettaglio la Candelora dei Mastri Artigiani, ad inizio festa questa solidarietà è terminata e ho ripreso a vivere la festa nel dettaglio, seguendo il mio sentire con momenti chiave a cui sono abituato. Cerco sempre una lettura riassuntiva per raccontare l’emozione dentro una grande emozione. Molte cose colpiscono la mia attenzione o forse la mia sensibilità.
L’opportunità quest’anno per riordinare i miei appunti è stata l’intervista a Padre Francesco La Vecchia musicista Maestro della Cappella del duomo di Catania.
Padre Francesco La Vecchia musicista Maestro della Cappella del duomo di Catania.
La prima domanda Quanto è grande la potenza di Sant’Agata ’è la stessa dell’apertura di questa pagina di diario
Il problema è molto spesso distinguere la propria umanità dalla propria fede e anche dalla propria in questo caso professione. A volte veramente difficile, lo dico in termini da musicista. Noi siamo una sinfonia. Dio ci ha pensato come sinfonia perché siamo immagini e somiglianza di un Dio uno e trinitario, che è comunità, che è famiglia. Abbiamo bisogno di assoli, ma abbiamo anche bisogno di armonie, di sinfonie. E quindi penso che Agata sia tutto questo. Alle volte sembra che potrebbe essere quasi divisiva perché c’è chi vuole vedere una Agata in un certo modo, chi la pensa in un’altra, sia nelle feste, sia nella quotidianità, un Agata magari del popolo, un Agata dei benpensanti, una del mondo intellettuale.
Agata, partiamo da lei, è una, che ha colto la parola del vangelo, e non a caso il suo martirio non può essere soltanto limitato a quel termine che oggi è il femminicidio, perché certamente di fatto è l’uccisione di una donna, ma occorre sempre capire quale sia la motivazione, la causa di questo femminicidio, che in questo caso non è semplicemente la passione o la cupidigia di un uomo e soprattutto la risposta di una donna ad una domanda ben concreta che questo governatore pagano aveva fatto nel chiedere a lei di rinunciare al suo Dio e lei ovviamente tassativamente innamorata di Cristo, non perché in maniera sentimentalistica o chissà come, ma in maniera convinta, perché la fede ha a che fare tanto con il cuore, perché ha bisogno di carità di amare, e ha bisogno tanto di intelligenza, perché ha bisogno di sperare. Non a caso fede, speranza e carità sono le tre virtù teologali della dottrina cattolica, infuse da Dio nell’anima per rendere i fedeli capaci di agire come suoi figli e meritare la vita eterna. Esse hanno Dio come oggetto e motivo, orientando l’agire morale cristiano verso il fine ultimo soprannaturale, con la carità considerata la più grande.
E fede, speranza e carità camminano puntualmente insieme, e una non può stare senza l’altra. In Agata c’è tutto questo. Ed è proprio l’espressione anche dello stesso nome. Il nome Agata deriva direttamente dalla forma femminile Agathé (Ἀγαθή), indicando quindi una persona “buona”, “nobile” o “virtuosa”.
E la bontà non è solo una gentilezza di circostanza, di bon ton; la bontà è riflesso di una di una fede interiore che ha aderito alla bontà di Dio che vuole le cose buone, cioè vuole il bene e non vuole il male.
Senza mediazione
Certo, senza mediazione. La nostra intelligenza col tempo quando interroga il cuore, la coscienza soprattutto, quando trova il punto fermo in questo caso Cristo, il suo Vangelo, riesce a leggere tutti, e a trovare la forza. Quante persone hanno rinunciato alla propria fede, senza volerle giudicare, per la paura del martirio, della sofferenza fisica, perché spesso l’uomo si è inventato delle malvagità terribili nell’estorcere anche le presunte verità da qualcuno che alla fine guarda caso confessano quello che volevano sentirsi dire alcuni giudici semplicemente perché era finita la forza di resistere al dolore in quanto tale. La motivazione che ci deve essere per poter affrontare un martirio, sta nell’avere una radice nel cuore così ferma e così forte che può affrontare violenza e quant’altro dal suo carnefice.
Questo io lo racchiudo in una parola che
è attraversare. Se si ha fede si attraversa.
Benissimo! Sì condivido anche questa immagine. Si attraversa perché d’altronde la vita è un attraversamento di giornate, di momenti, di situazioni, di cose che costruiamo, di cose che ci capitano, cose che affrontiamo, cose che ci cadono in testa alle volte improvvisamente e attraversare è un camminare.
Quanto sente questa Fede così spontanea da parte dei catanesi e quanto sente una Fede verso Sant’Agata anche se si nasce da famiglie che praticano altre religioni. Vediamo che a Catania pregano tutti Sant’Agata anche se sono Mussulmani, Induisti, Buddisti…
In tutte le fedi religiose, la dimensione naturale, che è stata anche sottolineata dal cardinale Card. Mario Grech nell’omelia, c’è una religiosità di cui c’è bisogno. La religiosità è un qualcosa che appartiene all’istinto umano. Noi siamo uomini che hanno bisogno di religione, legarsi attaccarsi a qualcosa di grande, da cui ci sentiamo provenire. Accanto alla parola fede userei anche la parola affetto per esempio o fiducia… Agata rimane sempre presente…
La preghiera autentica unisce
Il non pregare è il non vivere. La nostra vita non è altro dalla nostra preghiera, dalla nostra fede, perché non si può pregare e poi continuare ad avere atteggiamenti che vanno a braccetto con il male.
Se si prega, si attraversa e la preghiera
diventa luce
Il nostro tempo senza che ne accorgiamo sta impedendo di stare con noi stessi. Abbiamo perso il gusto di perdere del tempo attorno un caffè. Una volta c’era quasi una liturgia, si preparava, si preparava, si chiacchierava. Oggi con una cialda in tre secondi il caffè fatto, consumato e via. Oltre questa immagine la verità è che non ci diamo del tempo per noi, ancor meno per gli altri, anche per Dio.
Come ha sentito il concerto di oggi
Oggi non era un concerto abbiamo animato la liturgia. Diciamo che c’è tanto lavoro dietro, non tutte le messe possono essere così a questo livello solenne. Posso dire che il risultato è abbastanza soddisfacente. Per me è importante una cosa, aver aiutato con la bellezza della musica a far pregare le persone. Non si cercano riconoscimenti. La nostra è un’attività non concertistica, facciamo anche qualche concerto, principalmente animiamo la santa messa, le liturgie.
In coda alla messa una dei brani che
avete eseguito mi ha fatto pensare per sonorità alla Canzone Delle Sei
Sorelle eseguito dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare tratto dalla Favola
in musica di Roberto De Simone
La conosco benissimo, ho avuto l’onore di fare una conferenza a quattro mani con Roberto De Simone, una grande fortuna.
Rispetto non solo alla Festa di Sant’Agata,
il catanese è più rispettoso?
È chiaro che Agata non è più la Festa per i catanesi, è diventata una Festa del mondo. Vedo per le strade anche affollate un clima molto sereno, di fraternità, di rispetto.
Forse allora la potenza di Sant’Agata non sta nei numeri, nella folla, nei gesti ripetuti ogni anno, né solo nella devozione dichiarata. Sta nel fatto che, in giorni come questi, nessuno resta davvero indifferente. Anche chi dice di esserlo, in fondo, attraversa qualcosa. Sant’Agata non chiede di essere capita, chiede di essere vissuta. Non impone una fede, la provoca. Non divide, costringe con il suo “amore” a prendere posizione, anche solo nel silenzio. E mentre la città cammina, tra ceri, musica e preghiere, ci scopriamo ancora una volta sinfonia imperfetta, viva. Ognuno con il proprio passo, ognuno con il proprio modo di credere, o di cercare. Se si ha fede, si attraversa. E a Catania, da secoli, continuiamo ad attraversare insieme.
Intercetto elaborazione Intercetto ogni ambizione Intercetto uno sguardo Intercetto un bisogno Intercetto la realtà Intercetto la fantasia Intercetto ogni vocazione Intercetto Intercetto una canzone Intercetto senza Intercetto con Intercetto le necessità Intercetto le distanze Intercetto abbondanza Intercetto sostanza Intercetto le allusioni Intercetto le contraddizioni Intercetto educazione Intercetto ogni contrario Intercetto adesso Intercetto amore
Intercetto è un processo. Un vagito mentale: la poesia nasce sull’onda della libertà. Sembra partire da un’idea, invece all’inizio è solo una parola.
Arriva a flusso, senza preavviso. Chiede spazio, chiede “sazio”. Durante un gesto quotidiano, pulire le stoviglie della colazione, passare una pezza umida, quella libertà di vivere e recepire lascia emergere una parola. Da lì, il resto si è semplicemente disposto.
passare una pezza umida, quella libertà di vivere e recepire lascia emergere una parola. Da lì, il resto si è semplicemente disposto.
La sequenza non racconta: registra. Intercetta ciò che passa, ciò che resta, ciò che contraddice. Chi legge distrattamente può scivolare sul ritmo, ma qualcosa insiste e chiede di essere riletto — come fanno certe parole quando non vogliono essere usate, ma attraversate.
Acqua è arrivata dopo, elemento, titolo, tassello, cornice. No chiave, stato: ciò che tiene insieme senza farsi vedere.
Il resto teniamolo per noi. A chi ascolta, forse, arriva una conferma. Il coraggio, quando è vero, non ha bisogno di spiegarsi.
Cu ti lu dissi ca t’aiu allassari Megliu la morti e no chistu duluri Ahj ahj ahj ahj, moru moru moru moru Sciatu de lu meu cori, l’amuri mio sì tu
Lo spettacolo, che ho visto pochi giorni fa, inizia e finisce così.
“Cu ti lu dissi” è un celebre canto popolare siciliano, reso famoso da Rosa Balistreri, che esprime un amore intenso, disperato e viscerale. Il testo, in dialetto, narra la sofferenza per un presunto abbandono, negando la separazione e invocando la riconciliazione (“paci facemu”) con l’amata. Il ragionamento poetico si fonda sul rifiuto del dolore, preferendo la morte all’idea di perdere l’altra persona.
Come collegare Cu ti lu dissi con La storia di una capinera di Verga?
Il canto esprime il dolore di un amore non corrisposto o tradito, con un tono lamentoso e intenso. Maria, nella Capinera, vive un amore impossibile per Nino perché costretta al convento. Nel canto, il soggetto lirico appare inerme, schiacciato da una situazione che non può cambiare; Maria è prigioniera delle convenzioni sociali e religiose, senza possibilità di scegliere il proprio destino.
La poesia comunica una sofferenza intima e silenziosa, tipica della tradizione popolare. Maria non si ribella mai davvero: il suo dolore è interiorizzato, fino alla malattia e alla morte. Cu ti lu dissi nasce dalla cultura popolare siciliana, semplice, autentica, “rotolante”. Verga, anche nella Capinera (opera giovanile), mostra attenzione per i sentimenti veri, quotidiani, senza idealizzazioni.
L’immagine iniziale che vivo entrando in platea – e nel caso di ZO Centro Culture Contemporanee per il cartellone di Palco Off – è questa: lei è già in scena. Gira su sé stessa. La gabbia. I fogli appallottolati. Porta subito all’abbraccio con lo spettatore a cui hanno appena scansionato un QR code o strappato in due un biglietto. Porta, dicevo, un canto ossessivo, frammentato. Un’immagine che, per me, resta immagine, non si trasforma.
Seguendo lo spettacolo ho la sensazione che l’attrice, in molti punti di questa grotta in cui la sua scrittura mi fa navigare, a volte accenda la luce, altre la spenga; a volte scatti un selfie, come la modernità vuole; altre ancora mi abbracci e, più spesso di tutto, mi guardi e mi dica: “guardami”. Ha ragione a chiederlo: è bella in tutti i modi.
In tutto questo mi godo la gita a teatro, luogo infinito di infiniti. Penso che amo i monologhi, e che questo sia uno di quelli che mi fanno pensare di più, senza distrarmi. Anche dopo lunghi bui su voci registrate – che forse non scavano, non creano attesa – non so bene come definire la sensazione.
Un’attrice, prima di smaltire l’adrenalina, ha bisogno di tempo. Cerco uno spazio per parlarle. Mi racconta una parabola di gabbie possibili, già presenti nel testo: interiore, familiare, sociale, culturale, sentimentale; la definisce “una matrioska di gabbie”. Le dico che ho apprezzato molti segnali di devozione alla platea: lei, il cambio lento dell’acconciatura che si chiude su sé stessa (immaginavo fosse Nino), le luci, i suoni.
Mi dice: “Gli spettacoli vanno digeriti”. Aggiunge che “lo stato confusionale è lo stato migliore con cui si può uscire da teatro”.
Il progetto di Rosy Bonfiglio, attrice di Avola (SR) che ha lavorato con Lavia, Ronconi e Calenda e altri, nasce nel 2016 a Roma in un’altra versione. Cambiavano la regia, il costume, la scena. Era un primo esperimento site-specific, un lavoro che si adattava ogni volta allo spazio, anche in forma itinerante: un’altra operazione. Avrei voluto esserci.
La regia, sempre di Rosy Bonfiglio, viene rimessa in piedi nel 2024 per questo spettacolo che oggi gira. Un monologo che asseconda un’esigenza artistica: dare voce a una riflessione sulla gabbia, liberare una spinta autoriale che l’ha condotta nei circuiti sperimentali della ricerca, per affermare che il teatro è ricerca. Aggiunge «Quando sento qualcosa di stantio, qualcosa che smette di vivere e si formalizza, un po’ mi turbo, e allora volo via come la Capinera».
L’obiettivo è fare domande e tenerci in movimento. Uscire forse senza risposte, ma con nuove aperture. Eccomi. Ci propone una ricerca, un’indagine collettiva sulle gabbie, un “confessionale tutelato” in cui restare in ascolto. Eccoci.
CAPINERA da Giovanni Verga di e con Rosy Bonfiglio visto domenica 1 febbraio 2026 – ZO Centro Culture Contemporanee Palco Off, XIII stagione