Margine

Il margine che rispettiamo nel momento in cui lo abbattiamo
Note da un regista, tra un campo da pallavolo, un foglio di quaderno e un largo della Civita

È cominciata come parola, non come immagine. Margine, parola nuda, arrivata una mattina come sempre accade all’improvviso. Scrivo un appunto e poi ci lavoro. Accolgo la parola, il quid, fiducioso perché vuole dirmi qualcosa. Piano piano ci ho lavorato e sono arrivate le righe bianche di un campo da pallavolo, il margine di un foglio, il margine di un utile economico, il margine di sopportazione di una persona che non decide, non si muove, resta immobile davanti a una soglia che potrebbe attraversare — o no.

Margine viene dal latino margo, il bordo. La stessa radice della margherita, il fiore con l’orlo bianco attorno al centro giallo. Fin dall’inizio è una parola che non descrive un centro, ma la linea che lo contiene — e che, per definizione, può sempre essere superata.

Ci sono almeno due modi di stare su un margine, ed è da lì che è partita la riflessione che mi ha portato dritto dentro Civitoti in Pretura alla Civita, lo spettacolo che sto mettendo in scena insieme a Turi Giordano.

Il primo margine è quello del foglio. È uno spazio privato: tu scrivi, e se non basta lo spazio vai avanti, sconfini nella pagina accanto, magari con un sorriso, perché nessuno ti guarda decidere. È un limite che si attraversa per occasione, non per trasgressione.

Il secondo è il margine del palcoscenico, il boccascena. Qui il bordo esiste solo perché dall’altra parte c’è qualcuno che guarda. Non è un limite neutro: diventa reale nel momento stesso in cui viene osservato.
C’è un margine che precede tutti gli altri, ed è quello da cui in realtà sono partito, anche se non lo sapevo ancora: il margine mattutino, quello delle elucubrazioni. Non le idee già fatte che arrivano pronte, ma il lavorio incerto del dormiveglia, quando un pensiero non è ancora chiaro ma comincia a prendere forma. Per un artista quelle elucubrazioni sono la cantina: non il salotto dove si mostra il lavoro finito, ma il deposito dove le cose maturano al buio, senza pubblico, senza fretta. È il bagaglio, la scorta a cui si attinge quando la scena, la battuta, l’intuizione su un personaggio ha bisogno di sostanza. Un margine, in questo caso, non separa due cose: le contiene. È lo spazio dove qualcosa esiste già, ma non è ancora pronto per uscire.

Poi c’è un terzo margine, quello che mi interessa di più adesso, ed è quello che ho trovato scrivendo di essere andato a cercare tra gli abitanti della Civita, il quartiere catanese dove produciamo la scena — e dove è già ambientato, scritto — lo spettacolo.

Un margine che non è né il foglio né il palco: è un modo di abitare. Chi vive alla Civita da sempre ha codici, ritmi, una lingua che non ha bisogno di spiegarsi. Essendo il quartiere chiuso al mondo, sono chiusi loro nel rispetto di questo. Non escono dai margini. E per un attimo ho pensato che questo fosse un limite, qualcosa da superare per “evolversi”.

Mi sbagliavo, o almeno mi sbagliavo a metà.

Se l’elucubrazione è la cantina personale di chi fa questo mestiere, la Civita è una cantina collettiva: non un luogo fermo che ha bisogno di essere smosso da fuori, è un deposito di lingua e di memoria che una comunità intera ha tenuto al buio, senza doverlo mostrare a nessuno, per generazioni.

Non è un limite da superare per crescere.
È materiale che matura da anni, senza fretta perché nessuno gliene ha mai chiesto conto.

Nel copione di Martoglio, quando Cicca Stònchiti viene interrogata sulla truscia — l’involto di panni che le lavandaie portano in testa — non riesce a definirla. Non perché non sappia cosa sia: perché per lei è troppo ovvia per aver bisogno di una definizione.

È la lingua di chi le cose le vive, dice il Traduttore nel nostro adattamento, non di chi le nomina da fuori. Chi vive dentro una parola non ha bisogno di spiegarla. Chi la osserva da fuori, sì.

Ecco il punto che mi ha costretto a rivedere l’intera intuizione di partenza: il margine di chi vive alla Civita non è un limite da superare per crescere. È la condizione stessa che rende quella lingua, quel corpo, quel modo di stare al mondo vero — nel senso più letterale, non tradotto, non mediato. Il momento in cui arriviamo noi, con la nostra verve, la nostra dimestichezza col testo, e chiediamo agli abitanti di attraversare quel margine per salire su un palco, dobbiamo essere onestissimi su cosa stiamo chiedendo: non un miglioramento. Una provocazione, un rischio, una evoluzione.

Per questo nello spettacolo abbiamo scelto di rallentare tutto. Niente urlo, niente coralità esplosiva — la scelta di un’autorità simbolica, elegante, quasi trattenuta, sul modello di un certo modo napoletano di una maestria che conosco con il nome di Carlo Cecchi. Non perché il margine vada addolcito.

Perché va rispettato anche mentre lo si attraversa. Sono tre le figure che ho inserito apposta per questo, estranee al testo originale di Martoglio: una giornalista, una regista, un traduttore.

Non recitano il dramma. Lo mediano. Stanno esattamente sul bordo — tra la Civita e chi guarda da fuori, tra l’evento e il racconto che ne verrà fatto — e la loro funzione, dichiarata in scena, è ricordare continuamente che ogni traduzione è già una presa di posizione. Non esiste una lingua di mezzo, imparziale. C’è sempre qualcuno che traduce per qualcun altro.

E poi i sussulti musicali sono il ritmo al processo messo in scena da Martoglio, in fondo, è già tutto questo: un’aula dove nessuno parla la lingua di nessun altro, dove il Pretore non capisce Cicca, l’avvocato traduce Masillara, il Cancelliere trasforma un livido in “ferita lacero-contusa alla bozza parietale”. Il vero imputato, si dice a un certo punto nel nostro adattamento, non è l’uomo accusato di aver ferito un altro con un coltello. È l’idea che esista una lingua corretta che tutti gli altri, poveretti, non sanno parlare.

Nel finale, quando i personaggi escono dalla finzione per interrogarsi su chi sono oggi — eredi di quella lingua, cambiati e insieme fedeli a ciò che restano — a cantare è Cicca insieme al coro, con un brano di Carmen Consoli ‘‘A Finestra che parla di una donna sempre affacciata alla finestra, che guarda la gente passare e viene guardata a sua volta, che rivendica il diritto di stare dove le pare, nella propria casa, mentre il mondo commenta da fuori.

È l’immagine più esatta che ho trovato per quello che stiamo cercando di fare: non entrare nella Civita come si entra in un campo da gioco, per attraversarne i margini e segnare un punto. Entrarci sapendo che il margine, lì, è casa di qualcuno. E che si può abbattere solo restando, per tutto il tempo, dentro il rispetto di ciò che quel margine custodisce.

Forse è questo, alla fine, il margine di sopportazione di cui parlavo all’inizio: non la soglia che una persona non riesce a superare per paura. Lo spazio che va superato con la consapevolezza che dall’altra parte c’è qualcuno — una lingua, una storia, un quartiere — che ha il diritto di restare quello che è, anche mentre cambia.

Parallelo

Nel parallelo,
teatro della fantasia,
creato da uno sguardo avido,
esistono mondi diversi,
vite che vivono.

Noi ci specchiamo
per curiosità
o per altro,
e costruiamo immagini,
frammenti di esistenze,
pensando di essere padroni
di conoscenze parallele.

Ma ciò che guardiamo
non è mai tutto.

È una superficie,
un passaggio,
una finestra aperta
su una vita che non ci appartiene.

E allora il parallelo
diventa cinema:

noi guardiamo,
immaginiamo,
interpretiamo,
completiamo ciò che manca.

E forse, senza accorgercene,
non stiamo conoscendo gli altri.

Stiamo conoscendo
il modo in cui
noi li guardiamo.

La strada

Appunti sparsi stamattina. Penso alla strada come sinonimo di percorrenza. E c’è un film di Federico Fellini che si intitola così, semplicemente: La Strada. Del 1954, vinse l’Oscar come primo film straniero premiato in quella categoria appena nata. Non potevo non vederlo, dopo averne scritto. E la prima cosa che mi ha attraversato è una frase di Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano, gli sceneggiatori insieme a Fellini: tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. È il Matto che la dice a Gelsomina, mostrandole un sassolino qualunque raccolto per terra “anche questo serve a qualcosa, anche se non sappiamo a cosa, deve esistere per qualcosa, perché se questo è inutile allora è inutile tutto, anche le stelle“. E poi le dice, con la sua dolcezza sghemba, che serve a qualcosa anche lei, con la sua testa di carciofo. È una frase autoritaria nel senso più bello del termine: dà ordine al caos, dà dignità a ogni cosa piccola.

Non è un caso che pochi giorni fa io abbia dato a tutti i componenti della compagnia che sta provando in questi giorni Civitoti in pretura alla Civita un sassolino — lo stesso che avevo raccolto lunedì mattina al mare con mia figlia e i miei nipoti. Non sapevo ancora, prendendolo, che sarebbe tornato a significare qualcosa di preciso.

Il film racconta gli artisti di strada, quelli che portano la loro arte di paese in paese e vengono ricompensati “a cappello” — ognuno dà quello che vuole, quello che può. È lo stesso gesto che facciamo noi teatranti oggi, in un’altra forma: portiamo qualcosa in scena e aspettiamo che qualcuno lo raccolga.

Giulietta Masina, nello sguardo e nell’espressione, mi ha ricordato Macario — la stessa comicità fisica venata di malinconia. E poi la colonna sonora di Nino Rota che non si ferma mai, che si mescola ai rumori ambientali, al vento, ai contesti — un sottofondo che non lascia mai respirare lo spettatore fuori dalla storia. Il doppiaggio rende tutto più denso: mi è parso di riconoscere la voce di Anna Magnani nella vedova. E poi i tre musicanti — una figura che tornerà, vestita diversamente, anni dopo, nella chiusura di Otto e mezzo.

C’è un’Italia da ricostruire in ogni inquadratura: palazzi in costruzione, spazi grandi, ma senza la cementificazione che verrà dopo. Le riprese della processione sono magnifiche. La luce si sposta su ogni sguardo cangiante di Giulietta Masina, come se la illuminasse da dentro. C’è un riferimento sottile alla provocazione che genera invidia.

E poi un’altra frase che mi ha colpito: anche una pianta è un’associazione.

La scelta delle comparse e dei comprimari è perfetta, ha lasciato un segno nella scenografia stessa. È un mix di bravura che non si vede quasi più. E poi il personaggio della suora, che arriva all’improvviso e cambia il ritmo della scena senza preavviso.

La strada è identità di movimento. È identità di motivazione. È identità di direzione. È il punto da cui parti e il punto — mai davvero definitivo — a cui arrivi.

La mia comincia, o forse ricomincia sul serio, dodici anni fa a Roma. Ero un artista disperso tra il talento che sentivo di avere e le condizioni oggettive di un mercato che non ti aspetta. La sera lavoravo in un ristorante, mi occupavo dei clienti fino agli ultimi ingressi. Un visionario, mi hanno definito. La mattina mettevo in campo la mia parte artistica. Qualsiasi cosa facessi o pensassi in una ottica da visionario, un artista che si sa, ci vuole tempo per essere compreso. E poi, quando qualcuno finalmente vede un tuo lavoro in scena, tutto si ricompatta.

In una pausa di quel lavoro serale ho fatto una telefonata a mia figlia più grande. Sentivo che c’era qualcosa che non mi aveva detto. Ho insistito. Mi ha detto: sì papà, sono incinta. Abbiamo chiuso la chiamata. Dopo pochi minuti mi ha chiamato anche l’altra mia figlia: sapeva che avevo parlato con sua sorella, e aveva la stessa notizia per me. In meno di cinque minuti sono diventato nonno di due nipoti in arrivo. Da lì è cambiato tutto. Da lì è sceso in campo una nuova motivazione che non si è più fermata.

Perché la vocazione di un artista non è solo la passione che la genera — è il progetto che quella passione porta con sé, qualcosa che va oltre te stesso.

C’è chi sa vendere bene il proprio ruolo di artista. Io forse un po’ meno. Ma so che questa scelta fa parte di un disegno più grande, qualcosa che chiamo — senza riuscire a spiegarlo fino in fondo — il progetto dell’anima.

Serve che esista, anche se è difficile a vendere ed è molto importante che io ci metta ogni energia e ogni pazienza possibile.

Ecco perché oggi, mentre scrivo questo, sto scendendo in metropolitana verso il centro di Catania. La mattina prima di avere visto il film di Federico Fellini. Inizio a scrivere.

Di pomeriggio sono qua a scrivere. Tra un po’ ci sono le prove. Ho appena pubblicato nella chat degli interpreti tutto il programma, tutti i collegamenti.

È la strada anche questo: un incrocio continuo di scambi, capacità, a volte incapacità relazionali, energie che dai e che ricevi.

In scena porto Civitoti in pretura. All’orizzonte ci sono altri quattro lavori: Sant’Aituzza mia, spettacolo itinerante già realizzato, che ci stiamo organizzando per riportare in scena; L’altro ieri, un monologo che cammina ormai dal 2022; Avamposto, la vera novità — scritto da me, Salvatore Greco, partorito visceralmente; e Semplice, un monologo che avevo già rappresentato nel 2021 e che oggi torna in prova con un’interprete diversa, Gabriella Rodia.

Ogni titolo è una tappa. Ogni tappa è la strada che continua — con le sue modifiche, le sue pause, le sue soste. E io, oggi, sono qui. Sono vivo. Sono in cammino. La qualità di una vocazione non si misura da quanto rumore fa nel mondo, ma da quanto a lungo tiene il passo lungo la strada che ha scelto.

Cominciato a scrivere questo pensiero stamattina, in bagno, un insieme di pensieri che è un fluire — e credo che ogni artista debba avere la stessa pratica: lasciar scorrere il pensiero senza fermarlo per forza dentro gli argini della standardizzazione.