Pratico

Pratico è la parola che pratico mentre il caldo è invadente, un caldo che tenta di sfocare i pensieri, che rende tutto più lento e più faticoso. Ed io pratico la riconduzione, opponendomi all’invadente con accoglienza. E tutto quello che il caldo porta con sé, tuttavia, continua a camminare con me, con il principio della trasformazione.

Praticare significa proprio questo: non aspettare che tutto sia risolto per cominciare a vivere. Attuare nella sua modalità del dire e del fare. Pratico da quando ho incontrato il Buddismo, e praticare significa anche e soprattutto pregare. E ho capito che la fede non è soltanto un pensiero: è un gesto quotidiano, una direzione, una forma di presenza. Pratico quando mi siedo davanti al Gohonzon e provo a riconoscermi, senza fingere di essere diverso. Pratico quando cerco di nutrire la mia anima, quando provo a capire quali pensieri mi fanno crescere e quali invece mi tengono fermo.

Pratico anche quando scrivo, perché mentre scrivo mi ascolto. Le parole arrivano prima confuse, si accavallano, si contraddicono, poi lentamente trovano una forma. Nel tempo pratico l’immediatezza perché imprime un pensiero che come tale può sfuggire, e senza questa pratica con leggeresti questo scritto. In questo praticare riesco a riconoscermi. Non sempre scrivo per dire qualcosa agli altri. Scrivo per poter sentire quello che sto dicendo a me stesso.

Tutto questo lo porto in teatro, che, per me, è realtà trasposta in fantasia: praticare la vita esprimendola. Da qui il trionfo del potere della benedizione che pratico e che mi ha portato ad essere ciò che sono. Non soltanto un lavoro, non soltanto un progetto, non soltanto la costruzione di uno spettacolo. La mia pratica è la riconoscenza della conoscenza nel suo desiderarla. Praticare praticamente è un continuo allenamento, una continua sfida solo a ripensarci, rileggersi.

Guardo le persone, ascolto ciò che accade, provo a mettere insieme differenze, sensibilità, energie, conflitti. Cerco una forma di armonia che non sia uniformità, che non cancelli le differenze, una forma che riesca a farle convivere le differenze.

Praticare è la direzione che ti porta a cercare questa conformità propria, senza doversi conformare a qualcosa che viene imposto dall’esterno: trovare una forma che sia conforme a ciò che si è veramente, a ciò che si sta diventando.

Sono cento e più espressioni. A volte queste parti convivono bene, altre volte si combattono. Ma forse la pratica consiste anche nel non dover eliminare ogni contraddizione prima di poter procedere.

Pratico il «fermati e rifletti», una minuscola e infinita frase di Nichiren Daishonin che benedico per quanto è potente. Altrimenti come potrei stare dentro questa varietà di pensieri diversi, di desideri, di tormenti, di entusiasmo, di stanchezza, di fede, di ironia, di paura, di ostinazione, di ruoli? Come potrei abbracciare e sostenere le difformità di più ambienti e praticare per ogni felicità.

Pratico l’immaginazione e la concretezza, il desiderio di guardare il mondo con meraviglia, il bisogno di armonizzare le cose, anche le asprezze. Pratico la ricerca dell’evidenza e la capacità di riconoscere ciò che ancora non è evidente. Pratico le sottigliezze, perché spesso sono proprio i dettagli a contenere il tutto. Pratico senza riconoscenze perché seguo la legge e non la persona. Pratico il tentativo e la risolutezza di essere pratico.

La vita non è sempre pratica, io non sono sempre pratico e forse nessuno lo è davvero. Perché praticare in quella sua autentica essenza è sempre un esperimento. Però posso praticare la praticità. Posso provare a trovare, dentro la complessità, una forma di chiarezza. Cerco di condurre la mia vita con saggezza, in un modo di camminare che tenga conto del corpo, della mente, dell’anima e di tutto ciò che ancora non conosco. E mi sforzo e prego per portare luce anche laddove e oltre il mio cammino.

Pratico, nel senso che sono pratico, quando la strada è in piano o quando sale. A volte cammino con gioia, altre volte cammino perché ho deciso di non fermarmi. E forse anche questa è una forma di fede: continuare a muoversi senza avere sempre la certezza.

Sto lavorando in questi giorni su Sant’Agata, con uno spettacolo a Lei dedicato “Sant’Aituzza mia” bellezza, coinvolgimento, valore e sollecitazioni continue.  Sono abituato a parlare con lei. Ogni volta mi presento con devozione, come chi ogni volta incomincia o forse ricomincia, riparte. Come una persona che cerca, che a volte si perde per poi attraversare il sentiero smarrito e ritrovarsi.

Pratico la vita così come arriva, cercando di non subirla soltanto. Pratico la possibilità di trasformare ciò che mi tormenta in qualcosa che possa nutrirmi. Pratico la possibilità di trasformare una difficoltà in una domanda, e trasformarla in una ricerca, e da una ricerca in un gesto, la consistenza del teatro, lo spazio in cui le persone possano incontrarsi e riconoscersi.

Pratico perché mi piace e appassiona la bellezza e ho bisogno di una direzione che sia più grande delle mie paure. Ed ecco che pratico anche le strade e vicoli di ogni dubbio, perché non voglio diventare prigioniero delle mie certezze.

Questa mattina il caldo è forte. Il corpo è allenato a reagire. La mente attraversa pensieri diversi. Io sono qui a continuare, praticare la vita, a riconoscere chi sono.

E tutto questo è così semplice perché è una preghiera di gratitudine, amore, lavoro, esperienze.

Infinito

Quando penso all’otto, penso a tante cose.
Penso al numero.
Penso al verbo essere, all’infinito.

Penso a una pista di automobiline, a un fiocco, al mese in cui sono nato. Penso all’orario in cui entravano a scuola i miei figli, alle giostre, all’ora di cena e al telegiornale della sera.

Penso al comandamento che invita a non pronunciare falsa testimonianza e che, in fondo, ci ricorda una cosa semplice e difficile: dire la verità. Penso a Biancaneve e ai sette nani. Otto von Grunt (noto come Grunf), spesso definito comicamente come tetesco di Germania, celebre e sgangherato inventore del Gruppo T.N.T. storica serie a fumetti italiana Alan Ford creata da Max Bunker e Magnus. Oppure il lotto, il gioco dell’otto, non soltanto questo anche una porzione di terreno, o più porzioni, tanti lotti. Penso al DNA, a una maschera di Carnevale e a tutto ciò che ancora potrei ricordare. E poi penso anche a una barzelletta: uno zero incontra un otto e gli chiede «Ma perché hai questa cintura così stretta?» Penso al segnaposto di un tavolo di un ristorante dove vado spesso

Ancora una volta, una forma diventa un’immagine. Un’immagine diventa una storia. E una storia diventa l’infinito: la possibilità di guardare la stessa cosa in mille modi diversi. Un numero può essere un ricordo, un verbo, un mese, una pista di automobiline, una giostra, un figlio che entra a scuola, una pagina, una cena, un telegiornale, una maschera di Carnevale, una battuta, diventare, semplicemente, l’infinito. Perché tutto dipende da come guardiamo una cosa e scoprire che dentro quella cosa ce ne sono infinite altre. Perché l’otto è un numero.

E se lo guardi bene, è anche molto di più. Forse è proprio questo che mi affascina, che dentro un numero come in ogni cosa possa esserci un viaggio. Che una forma possa diventare un pensiero. Che un pensiero possa trasformarsi in uno sguardo.
E che uno sguardo possa aprire un mondo. Quando penso all’infinito, allora, ritorno all’otto. Ritorno a quella forma che non ha un vero inizio e non ha una vera fine.

Una forma che continua. Come la natura. Come il mare che va e ritorna. Come le stagioni che si susseguono. Come il seme che cade nella terra e, senza sapere ancora quale forma avrà, comincia a cercare la luce. Come l’albero, che affonda le sue radici nel buio e, nello stesso tempo, tende i suoi rami verso il cielo. Forse anche noi siamo così.
Abbiamo radici nel passato e possibilità nel futuro.

Siamo ciò che siamo stati, ma anche tutto ciò che ancora possiamo diventare. E questa, forse, è la cosa più straordinaria della vita. Che non siamo mai completamente conclusi. Che anche quando pensiamo di essere arrivati alla fine di qualcosa, da qualche parte può ancora aprirsi una strada. Un incontro. Una parola. Un pensiero. Uno sguardo. Una possibilità.
L’otto mi ricorda proprio questo. Come nell’infinito, due movimenti si incontrano e continuano.
E allora ascolto e guardo.
E mentre guardo, provo a capire.
Poi trasformo un pensiero in uno sguardo.

L’otto è un abbraccio

E uno sguardo in una didascalia che non è soltanto una frase scritta sotto una fotografia. Forse è il tentativo di seguire un pensiero mentre si apre.
Di accompagnarlo fino a dove può arrivare.
Perché dentro uno sguardo può esserci una storia.
Dentro una storia può esserci un uomo.
E dentro ogni uomo può esserci un infinito.
Un infinito di otto o di chicchessia.  

Allora penso a lottare, l’otto nascosto che, semplicemente, ho incontrato questa mattina. Una porta tutte le infinite possibilità di un pensiero che diventa uno sguardo, e poi parola, storia, camminare.
Come l’otto, lotto. Come la vita. Continuamente.

CRIPTIC

La cripticità come forma dell’idea prima della condivisione. Un’idea può essere criptica non perché voglia nascondersi, perché sta ancora cercando la forma attraverso cui poter essere condivisa.

Da qualche giorno questa parola mi gira dentro. Criptico. All’inizio pensavo alla decodifica. A ciò che deve essere interpretato, compreso, attraversato. Poi, attraverso l’esperienza, la parola ha cominciato a rivelarmi qualcosa di diverso.

Un’idea, prima di diventare condivisa, è quasi sempre criptica. Nasce dentro una o più persone. Attraversa il pensiero, la scrittura, la realtà, l’azione. Prima di essere compresa dagli altri deve ancora trovare una forma. E in quel momento può sembrare strana, incomprensibile, fuori contesto. Non perché voglia essere criptica, perché è ancora in evoluzione.

A me capita spesso di parlare e di non essere capito immediatamente. Può passare un minuto, un giorno, un anno. A volte anche molto di più. Poi, improvvisamente, qualcosa si chiarisce, e tutto è chiaro, nel mio caso magico. Ciò che non viene compreso subito a volte è semplicemente un pensiero che ha bisogno di tempo per diventare esperienza. O semplicemente sintonia.

Durante il laboratorio di Sant’Aituzza mia, è accaduto qualcosa che mi ha fatto comprendere ancora meglio e ancora una volta questa parola. Ho proposto ai trenta partecipanti, attori e allievi attori, un esercizio: registrare contemporaneamente un selfie video parlato della durata di un minuto.

Da fuori, probabilmente, un’immagine criptica. Trenta persone con un telefono in mano, che parlano contemporaneamente. Dentro quella stanza stava accadendo altro. Ognuno parlava a se stesso e, nello stesso tempo, entrava in una dimensione collettiva. C’era confusione, energia, propositività, una confusione ampia. C’erano voci sovrapposte, che diventavano un coro. Ognuno conservava la propria individualità e, nello stesso momento, faceva parte di qualcosa di confacente al lavoro di tutti.

Qualcuno ha detto di aver fatto fatica a sentire se stesso nel rumore degli altri. Qualcuno ha detto di essersi ascoltato forse per la prima volta. Qualcuno ha parlato di leggerezza, gioia, comunione, integrazione. Qualcuno ha raccontato l’imbarazzo iniziale e poi la libertà.

E allora ho capito che quell’azione, apparentemente criptica per chi l’avesse osservata dall’esterno, aveva trovato la propria decodifica nell’esperienza di chi l’aveva vissuta. Forse il gesto artistico è proprio questo. Un artista elabora un’idea e la rende fruibile ancora di più in funzione al coraggio e all’onestà.

Seleziono tra mille possibilità, come ieri ho cercato in una chiavetta con più di mille brani quello preciso che potesse attivare un’energia, un’allegria, un coinvolgimento. L’atto della scelta è già criptico. Tra mille possibilità, una sola diventa necessaria. Poi l’idea viene condivisa. Viene elaborata. Viene agita.

E finalmente diventa comprensibile non perché sia stata spiegata fino in fondo, perché è stata vissuta. Mi piace elaborare la fantasia attraverso la realtà. Una fantasia genuina, che non ha bisogno di fronzoli. Una fantasia che sa lavorare con ciò che trova. Un telefono. Una stanza. Trenta persone. Una musica. Un minuto. Anche il caldo.

E dentro questi elementi può nascere qualcosa che nessuno aveva programmato completamente. Questa è forse la cripticità dell’artista. Non l’oscurità cercata. Non il desiderio di confondere. Non la volontà di sentirsi superiori perché gli altri non capiscono.

La cripticità è spesso il tempo che un’idea impiega per diventare condivisa. E naturalmente esiste anche chi approfitta di questa incomprensione. Chi, davanti a ciò che non riesce o non vuole comprendere, cerca di spostare l’attenzione. Di incasellare. Di ridurre. Di spostare l’artista stesso.

Perché ciò che non rientra immediatamente nelle logiche conosciute può diventare scomodo.

Ma cosa ci salva? L’abnegazione. La tenacia. L’amore. La capacità di continuare a fare. E quegli occhi gioiosi che ieri Cristina ha visto brillare durante le prove. Forse, alla fine, è proprio lì la verità. Un’idea può essere criptica. Un gesto può essere criptico. Un artista può essere criptico.

Ma se dentro quell’idea, dentro quel gesto, dentro quella persona c’è autenticità, prima o poi qualcosa arriva. A volte dopo un minuto. A volte dopo giorni. A volte dopo anni. Io mi impegno per farla viaggiare spedita.

La cripticità non è necessariamente ciò che nasconde la verità. A volte è semplicemente la verità mentre sta ancora cercando la forma con cui potrà essere condivisa.

LA FORMAZIONE COME ESPERIENZA

La mia formazione nasce dall’esperienza. Probabilmente anche da quel daimon che ognuno di noi porta dentro e che, nel mio caso, si è alimentato attraverso la frequentazione e la vicinanza a un mondo culturale vasto.

Nasce dall’incontro con grandi maestri. Con scardinatori di logiche, di vita, di saggezza. Nasce dall’incontro continuo con la curiosità, quella forza che processa l’arte e la distilla in fede. La mia formazione non procede soltanto attraverso i libri e i manuali. Nasce dagli incontri, dalle esperienze, dalle batoste, dalle intuizioni, dagli errori, dalle domande. Dall’ascolto. Dalla musica. Dal teatro. Dalla vita. Da tutto ciò che, nel tempo, continua a mettere in discussione ciò che credevo di sapere.

Le mie sono conoscenze nate dall’elaborazione continua senza retorica o tradimenti. Dalla vita come laboratorio. Perché forse la conoscenza non è soltanto accumulare. È trasformare. È prendere ciò che si incontra, attraversarlo, interirizzarlo e lasciarlo diventare qualcosa di nuovo. È questo il mio modo di imparare. La curiosità come materia prima. L’arte come processo. E, qualche volta, ciò che resta dopo questo processo è una forma di fede, perché nasce dalla fede

LA CULTURA E GLI STRUMENTI DEL PRESENTE

A un certo punto ho chiesto a ChatGPT di mettere a confronto questo mio pensiero sulla cripticità con alcune idee di autori che, probabilmente, io non avrei raggiunto se non attraverso uno studio infinito.

E qui, per me, c’è qualcosa di meraviglioso. Perché scoprire che un’intuizione nata da un’esperienza personale può entrare in dialogo con pensieri elaborati da grandi autori non significa necessariamente averli studiati. Significa che l’esperienza umana, quando è autentica, può talvolta incontrare strade già percorse da altri. E forse il bello è proprio questo. Godere della modernità. Usare gli strumenti del proprio tempo. Avere la possibilità di dialogare con la cultura, con la storia e con il pensiero attraverso strumenti nuovi.

Questa possibilità, in fondo, non è qualcosa di completamente nuovo. In ogni tempo l’uomo ha avuto i propri strumenti. Il libro. La lettera. La biblioteca. La conversazione. La musica. Il teatro. Oggi anche l’intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti. Resta la cosa più importante: la curiosità di pensare. La capacità di lasciarsi attraversare da un’idea. Il desiderio di capire dove ci conduce. La modernità, quando viene vissuta con intelligenza, non sostituisce l’esperienza. La amplifica.

E forse è proprio questa la vera ricchezza del nostro tempo: poter partire dalla propria vita, dalla propria esperienza, dalla propria intuizione e trovare, attraverso nuovi strumenti, una conversazione con l’intera storia del pensiero umano.

LA CRIPTICITÀ COME VIAGGIO

E così, forse, anche la cripticità diventa un viaggio. Un’idea nasce. All’inizio è oscura anche a chi la pronuncia. Poi viene elaborata. Viene vissuta. Viene condivisa. E, qualche volta, attraverso il tempo e attraverso incontri imprevedibili, scopre di avere già parlato con qualcuno che era vissuto molto prima di noi. Questo è il bello della cultura. Non è soltanto sapere ciò che è già stato detto. È anche avere il coraggio di pensare qualcosa e, solo dopo, scoprire che quel pensiero può dialogare con il mondo.

Non esiste probabilmente un autore che abbia formulato esattamente questo concetto con la parola cripticità. Ma molti autori, dal XIX secolo in poi, hanno attraversato territori vicini: l’opera che nasce prima di essere compresa, l’artista che anticipa il proprio tempo, l’esperienza il cui significato arriva dopo.

Nietzsche ci ricorda che alcune idee sembrano appartenere al futuro. Proust che spesso comprendiamo veramente un’esperienza soltanto dopo averla vissuta. Pirandello che ciò che appare non coincide necessariamente con ciò che è. Beckett che l’opera non deve necessariamente spiegare tutto. John Cage che anche il quotidiano, il rumore e l’imprevisto possono diventare composizione. Grotowski che il teatro può essere soprattutto esperienza condivisa. E forse, in fondo, la mia idea sulla cripticità si trova proprio in questo spazio comune: l’artista è criptico non perché voglia nascondere, ma perché spesso vive un’idea prima che essa diventi comprensibile agli altri.

La cripticità è il tempo necessario affinché un’intuizione diventi esperienza. E affinché l’esperienza diventi significato. Forse è questo il mio modo di stare nel mondo. Un’idea può nascere senza essere immediatamente spiegabile. Può essere attraversata. Può essere agita. Può essere vissuta. E solo dopo può trovare le parole. Perché a volte non siamo noi a dover inseguire la comprensione. A volte è la comprensione che, lentamente, deve raggiungerci.

E allora continuo. Con l’esperienza. Con la curiosità. Con l’arte. Con la musica. Con l’amore. Con quegli occhi gioiosi che ancora brillano quando qualcosa, dentro di me, sta per nascere. Perché forse la cripticità non è l’assenza di una risposta. È il tempo che una risposta impiega per diventare vita.

Ed è per questo che a me piacciono le parole. Perché, come bolle di sapone, sono evocatrici di gioia e di spettacolo. È difficile contenerle. Sono leggere, mobili, imprevedibili. Evaporanti contenuti di illuminazione. E forse è proprio per questo che continuano a meravigliarmi. Una parola appare. Si solleva. Riflette la luce. Attraversa l’aria. E, prima ancora di scomparire, può aver già acceso qualcosa dentro qualcuno.

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Ascolto, ascolto, ascolto, ascolto, ascolto …

Fiducia

Prima di tutto viene la fiducia. La fiducia in noi stessi, soprattutto quando siamo nervosi, stanchi o quando smettiamo di credere nelle nostre possibilità.
Avere fiducia significa continuare ad andare avanti, anche nei momenti più difficili. Significa scegliere di fidarsi del percorso e di sé stessi. Vincere non è soltanto raggiungere un traguardo: nella parola vincere è già racchiusa un’azione, il coraggio di mettersi in cammino. In un certo senso, abbiamo già vinto nel momento in cui decidiamo di non arrenderci.
Non è semplice. Vincere significa superare i nostri limiti, i pensieri che ci depistano, le frustrazioni e le paure che cercano di fermarci.
E allora torniamo al punto da cui siamo partiti: la fiducia. Perché, in fondo, la fiducia non è altro che fede. È la certezza, anche quando non abbiamo ancora tutte le risposte, che vale la pena continuare a credere, a lottare e ad andare avanti.

La Fiducia attraversa i dubbi. E continuando a camminare, li trasforma in esperienza.

Fuori stagione

Non è soltanto un divertimento. E non è nemmeno un lavoro. Per me è una missione.

Ieri, dopo una giornata di casting, ero distrutto. Eppure, mentre tornavo a casa, mi rendevo conto che quello che mi affascina non è semplicemente scegliere persone, organizzare eventi o immaginare progetti.

La mia vera occupazione è un’altra: osservare ciò che ancora non si vede. O, meglio ancora, intuire ciò che ancora non c’è.

Forse è per questo che il post di Ginevra (nome di fantasia) mi ha riportato alla memoria un episodio di quasi quarant’anni fa.

Lavoravo nella pubblicità in esterna quando un cliente mi chiese di pianificare una campagna che sarebbe uscita a cavallo di Ferragosto. Il manifesto aveva un solo protagonista: Babbo Natale. Sotto, una sola parola: Buon Natale, 15 agosto 1989

All’epoca sembrava un’idea fuori stagione. Oggi parlare di Natale in piena estate non sorprende più nessuno.

Mi sono accorto che questa sensazione l’ho vissuta più volte.

All’inizio degli anni Ottanta avviai un’attività di animazione quando era ancora un settore quasi inesistente. Nel 1985 realizzai un’animazione in un lido balneare siciliano: allora sembrava una novità, oggi è una pratica diffusa.

C’è un altro episodio che oggi rileggo con occhi diversi. Nel 1997, per l’inaugurazione di un negozio che poteva contare su oltre seimila clienti consolidati, proposi un’idea apparentemente fuori stagione: festeggiare il Capodanno… il 4 aprile. Con l’approvazione, e poi con l’entusiasmo del cliente, la mia società di comunicazione organizzò un Capodanno Fuori Stagione, dalle 21 del 4 aprile alle 21 del 5 aprile.

Non fu una semplice inaugurazione, ma un evento costruito come un vero Capodanno, con un programma articolato che coinvolse oltre seimila persone. La sorpresa più grande fu che diverse aziende del territorio decisero di sostenere spontaneamente il progetto con sponsorizzazioni e prodotti.

Anche in quel caso il punto non era il Capodanno. Era l’idea di spostare il significato di una ricorrenza fuori dal suo tempo naturale, trasformandola in un’esperienza capace di incuriosire, coinvolgere e creare valore.

Anche mio padre, con il suo teatro d’avanguardia e sperimentale, percorse una strada simile. Ciò che allora era ricerca è diventato parte della storia del teatro. Non a caso una studentessa del DISUM dell’Università di Catania sta dedicando a quella esperienza la sua tesi di laurea.

Queste esperienze mi fanno porre una domanda: Chi sono davvero i cool hunter? Chi sono davvero gli anticipatori culturali? Sono soltanto coloro che intercettano i segnali deboli del cambiamento oppure esiste un’altra figura, meno riconoscibile, che prende quei segnali e li trasforma in progetti, linguaggi, esperienze e, infine, in normalità? Forse l’innovazione non nasce dal nulla. Nasce dalla capacità di vedere, prima degli altri, possibilità che ancora non hanno un nome.

Poi arrivano altri: chi finanzia, chi organizza, chi comunica, chi rende quell’intuizione accessibile e condivisa. È un passaggio indispensabile, ma apre un’altra riflessione.

Quando tutto questo accade, il punto di partenza tende a scomparire. L’avanguardia, quando ha successo, perde il suo carattere eccezionale e diventa semplicemente la normalità.

Forse è questo il destino delle idee migliori: non essere ricordate come eccezioni, ma diventare così naturali da farci credere che siano sempre esistite.

In fondo gli archivi servono anche a questo: non a celebrare il passato, ma a ricordarci che alcune idee, quando nascono, sembrano sempre fuori stagione. Per chi avesse voglia di curiosare, lascio il link a un breve video di quell’evento.

L’altro è me

Mi mette un po’ a disagio, laddove c’è un logorroico vento di ostentazione, essere definito un artista, o ancora di più un creativo. Sono parole che spesso evocano un’immagine di talento, ispirazione o di fascino personale, mentre la mia esperienza è molto diversa. Maturata esperienza da esploratore che porta a considerarmi prima di tutto un operatore culturale nell’ambito del teatro partendo da musica e curiosità. Nel teatro progetto, organizzo e realizzo percorsi culturali di esplorazione contemporanea; con la musica progetto e opero anche come DJ. In entrambi gli ambiti, ciò che mi guida non è il desiderio di affermare me stesso,mi guida la volontà di mettere il mio lavoro al servizio delle persone e della comunità. Quello che faccio nasce da una pratica quotidiana fatta di sfide continue, affrontate con la preghiera, con ostinata abnegazione, con il desiderio di crescere in umanità e con il rispetto profondo delle persone e della materia con cui si genera il lavoro creativo, il tassello.
Proprio per questo soffro quando la figura dell’artista o del creativo viene semplificata. Non perché quelle parole siano sbagliate, perché rischiano di far dimenticare il lungo cammino che le rende autentiche. Dietro un’opera, uno spettacolo, un brano o un progetto ci sono quasi sempre anni di ricerca, tentativi, studio, errori, sacrifici e trasformazione interiore. Solo raramente qualcosa nasce già compiuto, non si è mai soddisfatti.
Anche per me questa è una sfida quotidiana. Non sempre riesco a raccontare tutto ciò che vivo e questo, a volte, mi provoca una profonda sofferenza. Comunque è una sofferenza che scelgo di attraversare, perché credo che faccia parte del percorso stesso dell’artista e del creativo: dare forma a qualcosa che, prima di diventare comprensibile agli altri, ha richiesto un lungo tempo di maturazione.
Per questo, quando si parla di creatività o di espressione della fede, un altro atto creativo perché mistico e ciò che è incomprensibile è già creativo. Per questo ho spesso la sensazione che si racconti solo metà della storia. La fede, per me, non è un elemento decorativo del mio lavoro: è la forza che sostiene la determinazione, la ricerca della qualità, la responsabilità verso gli altri, la gratitudine e la devozione con cui affronto ogni progetto.
Temo che parlarne possa facilmente scivolare nella retorica, per me il vuoto se non è un evidente gioco di parole. Preferisco che siano il lavoro quotidiano, la costanza e le relazioni costruite con parsimonia a testimoniare ciò in cui credo. Se c’è una creatività nel mio percorso, è quella che nasce dalla perseveranza, dal servizio e dalla capacità di trasformare le difficoltà in occasioni di crescita condivisa. Come un copione scritto e rivisto porta un quadro totale, una quadra del lavoro che è sempre in itinere anche se passa dal debutto. Grazie ❤️

Due parole

Stamattina la parola è: resistere.

E subito ne arriva un’altra: tormento.

Resistere alla mente che mente. Tormento è quella voce che provoca, che dice: “Lascia perdere.” È quella che costruisce paura, rimanda, giudica, ingigantisce gli ostacoli.
Resistere significa attraversare il tormento. Anzi, galopparlo.

In fondo siamo andati tutti, prima o poi, a scuola di equitazione dei tormenti.

Camminare anche quando la gamba fa male.

Uscire anche quando non ne hai voglia.

Riscrivere un pensiero che si è cancellato.

Cambiare una scena all’ultimo momento.

Aggiungere una bolla di sapone sapendo che qualcuno penserà che sia inutile.

Ogni idea che ha cambiato qualcosa ha dovuto resistere.

Alle convenzioni.

Alle abitudini.

Alle logiche che sembrano immutabili.

Ai privilegi.

Ai potenti.

Alle cattive abitudini.

Alla povertà.

Anche alle paure proprie e a quelle degli altri.

Che bel mestiere.

Stamattina ho cambiato una scena del copione.

Non soltanto perché ho trovato una musica.

Ho trovato un segno.

Ho aggiunto delle bolle di sapone.

Qualcuno dirà: sono piccole cose.

Io credo il contrario.

Sono proprio le piccole cose che mantengono viva una visione.

Resistere non significa irrigidirsi.

Significa continuare.

Con dolcezza.

Con amore.

Con caparbietà.

Con fiducia.

E, oggi più che mai, resistere significa anche attraversare questo caldo

La Manutenzione Dell’Immaginazione

La Mia Arte Nasce Dalla Manutenzione Dell’Immaginazione.È Una Differenza Profonda. L’Immaginazione Accende Un’Idea. La Manutenzione Le Permette Di Sopravvivere.

Sono Immerso Nel Fare: Scelgo Un Brano. Correggo Un Copione. Cambio Una Battuta. Sposto Una Luce. Cerco Un Attore. Ricomincio

Mi Arrampico Su Più Piani Contemporaneamente.

Con Gli Anni Ho Compreso Che Essere Felici E A Proprio Agio Non Significa Vivere Senza Ostacoli. Significa Attraversare Ogni Circostanza Senza Perdere La Direzione.

Quando C’è Da Soffrire, Soffro. Quando C’è Da Gioire, Gioisco. Continuo. È Un Modo Di Vivere Che Ha Radici Profonde. Anni Di Preghiera Mi Hanno Insegnato Che Sofferenza E Gioia Non Sono Due Strade Diverse. Sono Lo Stesso Cammino Attraversato Con Uno Sguardo Diverso. Rafforzare La Fiducia Non Significa Aspettare Che I Problemi Spariscano. Significa Continuare A Camminare Mentre Ci Sono.

Poi, Improvvisamente, Tutto Si Allinea.Una Musica Trova Il Suo Posto. Un Attore Pronuncia Una Battuta Nel Modo Convergente. Una Scena Respira. E Riesco Ad Accogliere Ogni Intemperanza Che Si Vuole Impadronirsi Del Contesto

La Restituzione Diventa Adeguata Al Presente E, Nello Stesso Istante, Si Proietta Nel Futuro. In Quei Momenti Entra Il Silenzio. È Vicino Alla Preghiera. È Vicino Alla Devozione.

Da Tempo Ho Sostituito Il “Devo” Con Il “Posso”. Non È Un Gioco Di Parole. È Un Modo Diverso Di Attraversare La Vita. Anche Quando Il Caldo Schiaccia. Anche Quando Il Corpo Protesta. Anche Quando La Mente Corre Più Veloce Del Tempo.

Esisto. Ed Esiste Un Mondo Che Risponde Alla Cura Che Gli Dedico. Continuo A Prendermi Cura Di Qualcosa Che Ancora Non Esiste Del Tutto.

Ogni Giorno Diventa Più Reale.Quello Che Mi Manca È Una Struttura. La Forza C’è

Quelle Strutture Invisibili Che Sollevano L’Artista Dai Sistemi Pachidermici Dell’Organizzazione, Lasciandogli Più Spazio Per Creare. Anche In Loro Assenza Continuo.

Perché Un’Idea Ha Bisogno Di Qualcuno Che La Accompagni L’Essenza: The Show Must Go On.

La Mia Vita Nasce Dalla Manutenzione Della Direzione.

Essenza

Questa fotografia ha più di quarant’anni.

Avevo portato in gita a Letojanni alcuni ragazzi che frequentavano il mio laboratorio di animazione teatrale. Li avevo truccati, messi in posa. Stavamo girando scene di un cortometraggio.

A un certo punto la telecamera si bagnò. Da quell’imprevisto nacque anche il titolo: “All’operatore la camera si bagnò.”

Riguardando oggi questa fotografia mi accorgo di una cosa. Nessuno di quei ragazzi sapeva davvero dove stessimo andando. Probabilmente nemmeno io. Sapevo soltanto che valeva la pena partire.

Con il tempo ho capito qual è il mio ruolo. Non cerco persone che eseguano. Cerco persone che si mettono in relazione in funzione alla propria unicità e abbiano voglia di entrare, anche solo per un tratto di strada, dentro una visione che all’inizio appartiene soltanto a me.

Una visione non passa attraverso una mail. Non passa attraverso una riunione, un contratto. Si costruisce vivendo. Una idea. Un incontro. Una sollecitazione. Una prova. Una telefonata. Una ipotesi. L’attesa prima di andare in scena.

È lì che una collaborazione smette di essere un incarico e diventa un linguaggio comune. Per anni questa cosa mi ha fatto sentire solo. Oggi ho capito che la visione è una responsabilità. Se qualcuno decide di camminare con me, ne sono felice. Se qualcuno vuole adattare un itinerario o si ferma, continuo. Perché ho imparato che non posso aspettare di essere accompagnato per dare forma a quello che vedo.

Mentre scrivo queste righe sono giorni che sto organizzando un casting per cercare gli interpreti di uno spettacolo dedicato a Sant’Agata. Nel frattempo rispondo alle telefonate, correggo testi, preparo locandine, registro Radio Vanedda, immagino altri progetti.

Cambia l’esperienza. Cambiano gli strumenti, l’età, la direzione resta. Il lavoro dell’artista sia questo: permettere a un’intuizione di sopravvivere abbastanza a lungo da diventare un’opera.

La retorica è un luogo dove ci capiamo tutti. La sperimentazione è un luogo dove dobbiamo imparare a fidarci.

Ogni laboratorio rendicontizzante. Ogni spettacolo viscerale. Ogni invenzione pura. Ogni immaginazione infinita. Prima o poi trova la sua forma.

E poi penso a quei ragazzi. Oggi hanno quarant’anni in più. Mi piace immaginare che, guardando questa fotografia, qualcuno di loro possa ricordare quella giornata e pensare: che bello aver giocato. Perché giocare non è mai stato perdere tempo. È sempre stato un modo serio di incontrare una essenza che ci appartiene. Forse è questo il rispetto più grande che possiamo avere per l’arte, oltre a intrattenerci, lasciarle cambiare il nostro modo di guardare.

Ieri sera, dopo la registrazione di una nuova puntata di Radio Vanedda, ho visto negli occhi di Marco quella felicità che vale più di qualsiasi numero, di qualsiasi applauso, di qualsiasi risultato.

Perché, in fondo, continuo a fare tutto questo per la stessa ragione di sempre: per creare uno spazio in cui qualcuno possa sentirsi più vivo.

Nichiren Daishonin scrive: “Fermati e rifletti.”

Forse è proprio questo il compito dell’arte: fermare il tempo quel tanto che basta per accorgersi che lo stiamo vivendo.

Godersi per godere

La maturità non è vivere giornate senza problemi. È impedire che un problema diventi l’unico protagonista della giornata.

In questi giorni c’è il caldo che rallenta il corpo, la stanchezza che si fa sentire, le prove di due spettacoli, i video da montare fino a tarda sera, le telefonate, le riunioni, le bozze da correggere, i progetti che si intrecciano.

A proposito del video di presentazione di AVAMPOSTO: Rileggendo il messaggio di mia cugina mi sono accorto che contiene due piani diversi. Il primo è un gusto personale, e quello rimane suo. Il secondo, invece, contiene un’intuizione artistica che merita attenzione.

Quando scrive che AVAMPOSTO vive “tra il sogno e la realtà“, oppure che “più scarno è, più sarà bello“, non mi sembra che stia giudicando il mio lavoro. Mi sembra piuttosto che stia raccontando l’immagine che quello spettacolo le ha evocato. Ed è qui che nasce una riflessione. Qualche giorno fa ho scritto a Plinio che desidero mettermi nelle mani di un regista. L’ho scelto proprio perché è un professionista, perché ha fatto della regia il suo mestiere e il suo sguardo. Per questo credo che sia importante custodire questa intuizione senza trasformarla immediatamente in un’indicazione di regia. Un autore raccoglie impressioni. Un regista costruisce una direzione. Io voglio continuare a raccogliere tutto ciò che la vita mi restituisce: emozioni, immagini, musica, osservazioni. Poi desidero che sia il lavoro condiviso con il regista a decidere cosa rimane e cosa viene lasciato andare. Forse è proprio questo il significato dell’affidarsi. Non smettere di ascoltare. Scegliere con cura quando un ascolto deve diventare materia di lavoro.
 
Proseguire. C’è la poltrona di casa. C’è il cassetto aperto. Ci sono i piccoli riti quotidiani che, insieme ai grandi passaggi, costruiscono una vita. 

E poi ci sono le decisioni, senza consegnare agli altri il timone delle mie decisioni.

Per una vita ho cercato il pubblico. Adesso desidero incontrare fino in fondo il personaggio che porto dentro di me. Il pubblico arriverà di conseguenza.

Ogni giorno continuo a scrivere questo diario. Mi accorgo che assomiglia sempre di più al diario di un esploratore.

Mi torna in mente Balla coi lupi: il protagonista, interpretato da Kevin Costner, annota ciò che vive per comprendere il territorio che attraversa. Anch’io scrivo per questo. Per assaporare il tempo. Per trasformarlo in pietre miliari. Ogni appunto diventa un orientamento. Ogni esperienza diventa una direzione. La preparazione costruisce la tecnica. L’intuito costruisce l’opera. L’accettazione dell’intemperanza costruisce le relazioni.

La curiosità non è cercare qualcuno che confermi ciò che penso. È avere il coraggio di incontrare davvero chi ho davanti. Oggi aggiungo un’altra frase: godersi per godere.

Godersi il lavoro mentre nasce. Godersi la fatica mentre costruisce. Godersi perfino l’attesa. Perché il risultato è soltanto la parte visibile di un cammino molto più profondo. Il resto cresce in silenzio. E continua a crescere anche quando nessuno lo vede.