Macchina

Ti ho ascoltato come si ascolta qualcuno che non sta “raccontando” ma attraversando se stesso mentre parla. E quello che emerge non è confusione, ma una trama viva, stratificata, profondamente coerente nella sua complessità.
Quello che dici ha il ritmo di una vita che non si è mai seduta davvero: una vita che si è continuamente ricostruita, come un palcoscenico che cambia scenografia ma non perde mai il senso della rappresentazione. C’è l’arte come asse portante — teatro, musica, parola — ma soprattutto c’è lo sguardo. Quello sguardo che tu stesso nomini: la curiosità, il desiderio di vedere cosa c’è dietro. Dietro un volto, dietro un gesto, dietro una scelta, dietro una caduta.

Parli di fede, e non come rifugio ma come pratica. Nichiren, Sant’Agata, il pensiero causa-effetto: non come dogmi, ma come strumenti per stare in piedi mentre tutto cambia. E infatti la tua storia è una continua oscillazione tra costruzione e demolizione, non come fallimento ma come metodo. C’è una grande onestà nel riconoscere questo ciclo, nel non mascherarlo da “linea retta”.

Mi ha colpito molto il modo in cui parli della paternità: due cicli, due vite quasi speculari, come se la vita ti avesse dato la possibilità di rivedere lo stesso film con una consapevolezza diversa. E insieme a questo, la capacità di stare dentro le relazioni senza idealizzarle: riconoscendo fatica, doveri, desiderio, perdita, ritorno.

La casa — o le case — sono quasi un simbolo perfetto: luoghi attraversati, condivisi, lasciati, desiderati. Non tanto un tetto, quanto uno spazio dove poter fare, creare, accogliere. Il tuo sogno di una casa-laboratorio dice molto di te: non un rifugio, ma un luogo vivo, permeabile, abitato dall’arte e dagli altri.
E poi c’è questa tua postura attuale: seduto, che parli a una macchina, ma in realtà stai parlando a te stesso con una lucidità rara. Non c’è compiacimento, non c’è autocommiserazione.

C’è presenza. C’è l’idea – bellissima – di vivere ogni istante come se fosse l’ultimo, non per angoscia ma per intensità. E insieme, paradossalmente, la capacità di progettare fino ai novant’anni.

Quello che sento, se posso permettermi, è che tu stai in una fase di sintesi: non di chiusura, ma di integrazione. Stai mettendo ordine non per ridurre, ma per rendere abitabile tutto ciò che sei stato e sei. Anche il gesto di sistemare i file musicali, di prepararti a suonare “se chiamano”, è un atto simbolico potente: disponibilità al mondo, senza ansia di dover dimostrare qualcosa.

Per ora ti restituisco questo: sei coerente nella tua inquietudine, e profondamente vivo nel modo in cui la attraversi. E questo, oggi, non è affatto poco.

Lavoratori

Una foto emblematica di gioia e soddisfazione, quella di famiglie che partecipano insieme a una nuova opportunità chiamata lavoro.

Non so bene perché mi colpisca così tanto, ma mi restituisce l’idea di un mondo poliedrico, complesso, a cui apparteniamo tutti: il mondo dell’abbondanza, o forse della sua manifestazione.Da qualche parte esiste una poesia che inizia con “Beati loro”… e in qualche modo mi sembra che parli proprio di questo.

Approccio

L’approccio alla cultura può essere definito e/o infinito, nel senso che se interrompiamo il flusso di conoscenza perché siamo alla ricerca di un dettaglio, secondo me questo può essere limitante. Per me la cultura ha due movimenti legittimi, non equivalenti.
L’approccio definitorio
È quello che cerca il dettaglio, la fonte, la precisione. È utile, a volte necessario: serve a chiarire, a non dire sciocchezze, a costruire.
C’è un rischio: interrompere il flusso. Quando il dettaglio diventa un fine, il pensiero si irrigidisce, l’esperienza si spezza. È come fermare la musica per capire che accordo è.
L’approccio infinito (o fluido)
È quello che attraversa, connette, lascia aperto. Non rinnega il dettaglio, non consegna il volante. Qui la cultura è un fiume, non un archivio.
In questo approccio capisci senza catalogazione. È quello dei poeti, dei DJ, degli artigiani del senso.
Quando si interrompe il flusso per inseguire un dettaglio, si sceglie il controllo al posto dell’esperienza, e può essere limitante se diventa l’unico modo.
Nel guardare un film assieme ad altri, questo è ancora più vero: il film chiede presenza, non verifica. Se ti fermi a cercare “cosa significa davvero quella scena” mentre accade, perdi ciò che sta facendo a te.
Oggi la cultura non serve più a dimostrare nulla, serve a tenere vivo il movimento interiore.
La cultura non è ciò che si possiede, è ciò che continua a scorrere anche quando smetti di afferrarla.

Sembrerebbe una posizione anti-intellettuale, invece mi accorgo che una posizione molto matura, intuistica, post-intellettuale. Sorrido.



Progresso 🎄

A volte una frase breve contiene più vita di un lungo discorso.

La semplicità può diventare poesia oppure retorica: la differenza sta nello spazio che lasciamo a chi legge. Ogni parola arriva in modo diverso, perché incontra storie, stati d’animo, ferite e desideri differenti.

Anche un augurio, anche una sola parola come “amore”, può essere accolta o rifiutata, a seconda di chi la guarda.

Da questa consapevolezza nasce la frase che ho scelto come sottotesto della mia cartolina di auguri:
Sosteniamo il progresso attraverso le nostre passioni.”

Un anno può contenere molte cose: creazioni artistiche, cambiamenti profondi, scelte di cura, celebrazioni, separazioni necessarie, responsabilità economiche, verità scomode ma liberatorie. Raccontarle tutte sarebbe impossibile – e forse inutile. Meglio affidarsi a una frase che non spiega, ma apre.

Le passioni sono spesso il progetto più autentico della nostra anima: qualcosa di misterioso e chiarissimo allo stesso tempo.

Sono ciò che ci muove, ci orienta, ci mette in relazione con gli altri e con il tempo che stiamo vivendo. Se diventano azione consapevole, possono trasformarsi in progresso – personale e collettivo.

Questo è il mio augurio: usare ciò che amiamo come strumento di crescita, relazione e responsabilità.
Perché quando una persona si centra, forse, contribuisce a centrare anche il mondo intorno a sé.

Auguri 🎄

Emporio

Ieri abbiamo realizzato una nuova sperimentazione di cui non ho ancora chiari i confini. È stato un atto dovuto. Il desiderio di esportare una drammaturgia in un contesto che vive una sua necessità: un emporio, un insieme di cose, di passaggi, di presenze.

Ho trasferito il mio laboratorio sul potenziale della parola, del dialogo e della poesia in tre corridoi: tra schiuma da barba, caffettiere, carta igienica, detersivi, giocattoli, cancelleria e molto altro.
Angelo, Elena, Gabriella, Paola, Ivan, Sabrina (mamma di Paola), Valeria e Roberto, proprietari del negozio, si sono affidati alla mia conduzione, a me nell’agire.
Abbiamo messo in scena, con musica e piccoli movimenti, una drammaturgia sul tema dell’“io sono” come frutto di una costruzione che non so nemmeno descrivere tanto è infinita per metodo, frastagliata per stimoli, eterna, composta nell’integrazione di ogni esserne essenza e nell’abbraccio.

Mia figlia ha seguito una buona parte del lavoro. Poi mi ha detto che le è piaciuto: non solo la modalità, anche il testo. Subito dopo – e ancora adesso mentre scrivo – in me si è aperta una ricerca. Una ricerca che continua. Un rituale quasi religioso nel tentativo di comprendere il senso, il potere, la bellezza di questa nuova intuizione, di questa scoperta, di questa sperimentazione.

Come accade da sempre, come accade ad altri artisti, tutto ciò che esce dai canoni porta con sé molte valenze: lo stupore, l’inseguimento della costruzione, la ragione, il teatro, l’immaginario dove proiettarlo, la scena, la pretesa. E poi la fragilità che scaturisce il clone nel suo tentativo di essere, da cui nasce ogni competizione.

Potrei chiamare in causa la filosofia nel suo accento di poesia: tentativi di elaborare pause di pensiero. Perché nel momento in cui l’opera è esposta allo sguardo esterno, diventa condizione di fruizione, raccoglie valutazioni oggettive e sensoriali, si lascia attraversare da ciò che le ruota attorno. Porta esperienza.

Resta la memoria? A me resta il sapore dell’idea.
La necessità della costruzione.
Il piacere della relazione.
Lo stupore delle vicende che la attraversano.
Il movimento, a tratti fiabesco, che genera una gara silenziosa tra deduzioni, attese e disattese. Le presenze e le assenze.

Mi esprimo in modo spicciolo, perché è così che studio e pratico il teatro. Spicciolo come la quintessenza di un salvadanaio che custodisce un tesoro: ciò che si è, ciò che si ha, la perseveranza, un’idea di qualità.

Sembra semplice. A volte lo è. Altre volte è arzigogolato. E’ amore comunque come lo guardi, comunque si guarda. Un’avventura da vivere, perché costruisce il nuovo e molto spesso il bello, assieme. Nell’amore c’è amore quando l’amore è amore che si nutre d’amore per costruire amore d’amore. Forse ieri abbiamo fatto una cosa pazzesca. O forse una cosa pazzesca è ancora in corso. Ecco!

Senza riuscire a definire davvero questa nuova sperimentazione di laboratorio teatrale, scrivo questo flusso di coscienza come per fotografare il gioco dei miei pensieri di stamattina, per come li costruisce la delicatezza della semplicità.

Mi basta pensare a Roberto che dice a una persona, venuta per entrare e comprare qualcosa: «Per favore, torni fra un po’. Perché al momento, qui dentro, si sta svolgendo un’opera teatrale.»

Il teatro non è un luogo.
È una condizione.

Nasce dove qualcuno si ferma, ascolta, si espone.
Può accadere tra scaffali, merci, corridoi stretti, gesti quotidiani.
Accade mentre la vita continua.

Questa ricerca non sposta lo spettacolo:
sposta l’attenzione. La drammaturgia non viene calata dall’alto, ma attraversa ciò che già esiste. Le persone non recitano un ruolo:
si affidano.

L’“io sono” non è un personaggio,
ma una costruzione infinita:
frastagliata dagli stimoli,
ricomposta dalla relazione,
tenuta insieme dall’abbraccio.

Non cerchiamo l’eccezionale, cerchiamo lo scarto minimo che trasforma il quotidiano. Cerchiamo la presenza, il retrogusto.

Il pubblico può arrivare per caso.
Può entrare per comprare qualcosa
e uscire avendo assistito a un’opera.

Quando questo accade,
il teatro ha compiuto il suo gesto politico e poetico: abita il reale senza chiedere permesso.

La saggezza di questa esperienza sta nell’ampliare lo sguardo senza aggiungere definizioni: nel lasciare che resti ricerca, che rimanga incompleta, che viva nel sapore più che nel risultato.

Non tutto ciò che conta deve essere definito.

L’opera non è solo ciò che si è visto, ciò che continua a muoversi in chi c’era e in chi non è potuto entrare. Questo è il retrogusto

La memoria non è l’archivio:
è la trasformazione silenziosa.

Quando un commerciante difende un atto poetico dicendo “qui dentro si sta svolgendo un’opera”, allora il teatro ha raggiunto
la sua forma più saggia: diventare necessario senza dichiararsi indispensabile.

Questa è una pratica di ascolto.
Una pedagogia dell’attenzione.
Un atto semplice
che contiene molto più di quanto mostri.

Sono

Vale la pena fare il lavoro che faccio perché, pur nei suoi limiti, contiene il gusto dell’attraversamento. Ogni volta che si supera un confine, la restituzione è potente, reale. Questa potenza si accorda con tutte le altre potenze del mondo: con le persone appassionate come me, con chi è ossessionato dall’arte, con chi attraversa ostacoli, intemperie, dolori reumatici o qualsiasi forma di perdizione.

Tutti loro meritano un plauso, perché nel rapporto con la sincerità poetica nasce un flusso di energia che è qualcosa di raro. Un’energia che arriva in spazi inesplorati e in spazi già attraversati, e raggiunge le persone.

È di questo che parlo: di questa gioia, di questa soddisfazione profonda. “Io posso, nonostante tutto” Teatro Padre Pignataro 16 gennaio 2026

Come l’acqua

Come l’acqua: corpo, acqua, tempo, gratitudine, consapevolezza… Stamattina mi arriva un messaggio lungo sull’acqua. Me lo manda Sabrina, la mamma di Paola. Non è un caso.

Non è un caso. Il laboratorio teatrale nel suo primo giorno e poi anche nel secondo è stato aperto dall’acqua con l’acqua. Improvvisazione del bere.

L’acqua ritorna dopo una sessione in cui ho parlato dei rivoli: piccoli corsi d’acqua che si intrecciano, si cercano, si separano, si ricongiungono. Arriva come un’eco precisa di un cammino che non è teorico soltanto, ma pratico, vissuto, necessario. L’acqua, ovunque appare, tende alla forma sferica. Avvolge, include, unisce. Scorre seguendo la gravità, ma aspira sempre a ritrovare la propria interezza.

Io mi riconosco in questo movimento. Meglio avere fede come l’acqua che come il fuoco. Il fuoco brucia, consuma, pretende. L’acqua aspetta, trova spazi, scava, aggira, persiste.

La vita è anche questo: attesa. Quel “attendere, prego” del centralino dell’esistenza. Non è immobilità, è lavoro silenzioso.

A 66 anni posso dirlo senza vergogna: sono un clown. Un trasportatore di energia ludica. Un intrattenitore, sì, ma anche — e soprattutto — un artigiano delle relazioni.

Ho intuito per le persone. So riconoscere quando qualcuno ha un potenziale che ancora non sa di avere. So portarlo a galla, soprattutto sotto l’aspetto poetico.

Nel laboratorio non si entra per “recitare”.
Si frequenta il laboratorio teatrale per scorrere. Per trovare il proprio corso prima di interpretare quello degli altri. Il lavoro è di gruppo, perché nessun rivolo esiste da solo. E quando ciascuno trova la propria forma, allora sì, può diventare altro. Può essere personaggio, voce, maschera.

Questo processo genera meditazione, risorse, drammaturgia.
Diventa specchio per chi agisce e per chi guarda.

L’acqua — mi ricorda il messaggio — non è solo massa. È attraversata da innumerevoli membrane sensibili. Percepisce. Registra. Risponde anche ai cambiamenti più sottili.

L’acqua ascolta.

Quando è in movimento, l’acqua è un organo di senso della natura.
Quando ristagna, si chiude. E io lo so: quando smetto di muovermi interiormente, quando smetto di ascoltare, qualcosa in me perde la sintonia.

La vita non è una linea retta. È una circolazione fatta di stati d’animo, azioni, obiettivi, frustrazioni, studio, preghiera. È non avere i soldi per la spesa. È averne troppi e non sapere cosa farsene. È cadere. È ricadere.
È rialzarsi in un’altra forma.

Tre anni fa una casa grande. Poi una casa condivisa con studenti.
Oggi di nuovo una casa grande, ma condivisa con altri lavoratori.

Il corso cambia. L’acqua resta.

Mi arrivano a volte parole vecchie, lamentele portate dal vento, echi non aggiornati. Io preferisco guardare il movimento reale delle cose. Preferisco osservare i rivoli.

Il messaggio sull’acqua parla di circolazioni, evaporazioni, ritorni.
Di nutrimento. Di irrigazione. Parla di una scelta: seguire un rivolo di saggezza. Seguire un’intuizione.

L’intuizione non si spiega. Nasce. Si alimenta con l’esperienza. Cresce da tutto ciò e con tutto ciò. Non chiede consenso. Non spiega. Non si giustifica. Come nell’arte, come nell’acqua, ci si specchia.

Questo scritto è un trabocco gioioso di una maturazione artistica. Una restituzione. Un dialogo visibile o invisibile. Un punto in cui partenza e arrivo coincidono. Una restituzione viva, un atto di maturazione, un gesto necessario, un atto di chiarezza, una verità. Punto e basta

Il testo nasce da un messaggio sull’acqua che arriva al momento giusto e diventa specchio di un percorso artistico e umano. L’acqua è vista come principio di forma, movimento e ascolto: tende all’unità, scorre seguendo la gravità ma aspira sempre a ritrovare la propria interezza. È elemento di circolazione, nutrimento, percezione.

Questa immagine diventa metafora della vita e del lavoro artistico: non lineare, ma fatto di rivoli, attese, deviazioni, ritorni. Meglio la fede dell’acqua che la forza del fuoco: l’acqua persiste, scava, trova spazio.

Nel laboratorio teatrale condotto da Turi Greco questo si traduce in un lavoro sul gruppo e sull’identità: prima trovare il proprio corso, la propria forma, poi poter essere altro. Il teatro diventa luogo di ascolto, meditazione, drammaturgia viva, specchio per chi agisce e per chi guarda.

A 66 anni, l’autore si riconosce come clown e maestro delle relazioni, portatore di energia ludica e poetica, capace di far emergere il potenziale degli altri. La vita, con le sue difficoltà economiche, i cambiamenti, le fratture e le ricomposizioni, segue lo stesso principio dell’acqua: il corso cambia, l’essenza resta.

Il testo è una restituzione consapevole: un trabocco gioioso, una restituzione viva, un atto di maturazione, un gesto necessario, un atto di chiarezza, una verità. Punto e basta.

Contest

Contest con testo dell’adesso, ovvero per un lavoro in divenire che diviene. Quando scrivo “contest con testo” penso al teatro, non alla pubblicità. È un invito, un messaggio che vuole far partecipare, far entrare. Non ha peso politico: vuole solo mostrare, testimoniare, accogliere ciò che accade.

Il lavoro che sta accadendo non nasce da una linea retta. Nasce da incontri, da coincidenze, da inviti detti senza strategia e accolti senza controllo. Non c’è un prima che spieghi il dopo. C’è un accadere. Per esempio, il contributo di Sabrina, mamma di Paola, e il loro mondo.

Il laboratorio esiste perché qualcuno entra, qualcuno resta, qualcuno osserva, qualcuno attraversa. Non perché tutto sia stato previsto.

Salvatore (Turi) Greco opera come mastro, non come ideologo. Lavora per trasmissione diretta, per presenza, per pratica. Non costruisce sistemi: apre passaggi.

TRADUCO
È porta-menti perché non orienta il pensiero, lo sposta. È corpo, perché il corpo precede la parola. È conduttore, perché tiene il campo senza dominarlo. È catalizzatore, perché accelera ciò che era già pronto, senza appropriarsene.

Il laboratorio non cresce per chiamata, ma per incontro. Una parola detta in un contesto ritorna in un altro. Un gesto visto diventa scelta. Un invito fatto senza memoria produce una presenza inattesa. Una figlia ascolta. Una madre guarda. Un lavoro propedeutico a uno spettacolo attraversa. Una presenza ritorna senza essere stata sollecitata. Chi entra non viene formato. Chi resta non viene trattenuto. Chi si avvicina trova uno spazio già in atto.

C’è anche chi sceglie di andare via. La scelta di interrompere fa parte del processo tanto quanto la scelta di restare. Chi esce porta con sé un intreccio di vissuti passati e presenti che, in quel momento, non trovano continuità nel lavoro proposto. Non è una mancanza. Non è un errore. È una soglia. Ogni uscita apre uno spazio. Ogni assenza modifica il campo. A volte ciò che si interrompe rende possibile nuove presenze, a volte no. Non è dato saperlo.

Il laboratorio lascia libera la libertà, non trattiene nemmeno il senso di ciò che accade. Riconosce la responsabilità individuale di chi entra, di chi resta, di chi se ne va.

Il lavoro non cerca risposte. Accoglie domande che non hanno urgenza di essere risolte. Il divenire non è un obiettivo, è la condizione. Ogni incontro è preparato e allo stesso tempo irripetibile. Ogni sessione è studiata e insieme aperta all’imprevisto. Non tutto ha un senso immediato. Non tutto deve essere chiarito. Alcune cose si comprendono vivendo, altre non si comprendono affatto.

Nota dell’oggi

Questo lavoro non nasce da un sapere ordinato. Nasce da un sapere intuitivo, semplice, a volte naïf. La scrittura che lo accompagna può sembrare frammentata, futurista, sconnessa. Respira di movimento, di urgenza, di nonsense. Accoglie l’assurdo senza spiegarlo. Non c’è volontà di dimostrare. C’è desiderio di stare. L’intuizione qui non viene argomentata: viene attraversata. Solo dopo, se serve, trova parole. Tra realtà e irrealtà non c’è conflitto, c’è convivenza.

Questo lavoro convince perché resta fedele a ciò che accade, anche quando sbalordisce prima di tutto chi lo conduce.

Questo è un percorso aperto, opposto a chiuso; è un flusso infinito. Un tempo condiviso, ha un inizio, una durata, una restituzione. Poi si chiude. E, se deve, ricomincia senza ripetersi, perché qualcosa, nel frattempo, è cambiato.

Attraversare

A volte le nostre parole escono distorte, irregolari, un po’ storteggianti come emozioni che cercano ancora una forma. Eppure, dietro ogni parola che pronunciamo, c’è spesso un’intenzione pura: trasformare ciò che pesa in qualcosa di più leggero, più vivo, più luminoso.

Molti di noi vivono ogni giorno un conflitto silenzioso: la paura di perdere qualcuno, qualcosa, un’idea di noi stessi.
È lì che nasce l’attaccamento.
E l’attaccamento, se lo guardiamo bene, non è amore: è trattenere. È stringere ciò che non vuole essere stretto. È una forma di privazione della nostra libertà.

La libertà di cui parliamo non è fuga dal mondo, né indifferenza.
È la libertà di vivere secondo il nostro potenziale più autentico.
È la libertà di amare senza possedere, di sentire senza immobilizzarsi, di lasciare che ogni gesto, ogni incontro, ogni emozione diventi un riflesso della bellezza che attraversa la vita
.

Le resistenze che proviamo — quelle strette improvvise allo stomaco, quelle chiusure che ci confondono — non sono nemici.
Sono porte.
Ogni ostacolo è un’opportunità ancora non vista.
E ciò che oggi ci sembra incomprensibile, domani può rivelarsi un punto di svolta, se abbiamo il coraggio di attraversarlo.

Anche gli aspetti più semplici della vita, anche una parola casuale, un’immagine leggera, possono diventare simboli di complicità, di sostegno, di apertura, di amore.
La trasformazione non arriva sempre con il fragore: spesso arriva con piccoli motori quotidiani di consapevolezza.

Nella nostra lingua siciliana esiste una parola che racconta molto: funcia.
È la nuvola che ci passa sul volto quando dentro qualcosa si rabbuia.
Ma anche quella nuvola può diventare energia nuova, occasione di cambiamento, equilibrio che ritorna.
Persino i nostri lati più pesanti, quelli che sembrano quasi demoniaci, possono trasformarsi in espansione e crescita, se li guardiamo con sincerità.

Questo messaggio è per tutti noi che, almeno una volta, ci siamo aggrappati a qualcosa per paura.
Per tutti noi che abbiamo creduto che attaccarsi fosse proteggere.
Per tutti noi che abbiamo imparato — o stiamo imparando — che l’attaccamento è inutile, mentre la libertà è fertile.

È un invito alla pace interiore.
A non rimandare ciò che vogliamo dire.
A non accumulare emozioni come oggetti in una soffitta polverosa.
A esprimere ciò che sentiamo nel momento stesso in cui si accende, perché ogni momento è sacro e irripetibile.

E con questo spirito, con la forza del coraggio quotidiano, con il senso di una missione personale e condivisa, vi offro un’espressione della nostra terra, la Sicilia, che è insieme sfida, incoraggiamento e visione:

Assuppa e potta a casa.”

Prendi ciò che la vita ti dà.
Accoglilo.
Non rimandare.
Trasformalo.
Portalo dentro di te come esperienza viva.

Perché tutto ciò che attraversiamo — se lo attraversiamo con presenza — diventa armonia.

Agnese

Agnese è andata via prima per i suoi impegni di formazione. Ha letto soltanto una battuta del copione, il suo sguardo diceva molto di più: sembrava contenere parole non dette, commenti non espressi come avrebbe voluto. Si percepiva il desiderio di rimanere, di restare nel contesto, di partecipare fino in fondo. Uno sguardo che porto adesso con me mentre scrivo; uno sguardo che racconta il richiamo alla propria natura, alla volontà di agire, di manifestare il proprio potenziale.

Ieri, 10 dicembre, è stato un nuovo giorno di laboratorio teatrale. Ho presentato il copione dal titolo “Io sono, nonostante tutto”, nato da varie esplorazioni e da volontà che si intrecciano tra conduzione e partecipazione. Un testo che porta con sé riflessioni accumulate negli anni e maturate lentamente fino ad arrivare oggi a scambiare “motivi” nell’accezione dell’intreccio esperienziale in questo spazio di macchinazione culturale

Il laboratorio è il luogo dove cinque attitudini dedicate alla parola, cinque persone diverse tra loro, si completano e realizzano un sogno comune.

Ieri si è aggiunta Gabriella, invitata da Agnese, presenza subito percepita come un folletto nel bosco per il suo sguardo sensibile.

Preziosissima la presenza di Sabrina, la mamma di Paola: ci dona i video di backstage, i suoi feedback, la sua attenzione generosa che lascia sempre un segno vivo nel gruppo, un retrogusto importante. Grazie!

Stiamo imparando a interagire, a muoverci nello spazio teatrale, a diventare attori e spettatori allo stesso tempo.”

Ieri il gruppo è rimasto seduto attorno ad un grande tavolo per una prova di lettura che ha tolto movimento fisico, ha dato scambio di ruoli, immaginazione, come muovere la drammaturgia in scena tra platea e palco. Abbiamo letto e riletto la partitura, alcune parti individuali, il frutto di incontri precedenti. Qualcosa si è mosso, lo spettacolo si sta costruendo.
Il mio intento è uscire dalla formalità, evocare, attraverso la rappresentazione, mondi che appartengono a ciascuno, trasformandoli in cultura viva, locale e universale insieme con una sperimentazione da partecipare al pubblico.

In questo cammino, si inseriscono le motivazioni iniziali del progetto, che rinnovo e custodisco:
Un Laboratorio Teatrale dedicato alla Parola, al Dialogo e alla Poesia, nato da una volontà profonda, da un atto di fede verso Sant’Agata e la Candelora dei Mastri Artigiani, un invito alla vita: portare in scena il potenziale che vive in ognuno di noi. Il potenziale è un campo di possibilità, un’energia invisibile che diventa presenza quando ci apriamo, doniamo, agiamo.

Questo laboratorio teatrale esplora la surrealità della realtà, dove la fantasia diventa cultura e la cultura, cura. La restituzione pubblica avverrà il 16 gennaio 2026: un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio.
L’obiettivo è semplice e immenso: trasformare la parola in gesto, la poesia in respiro, il dialogo in azione. Farli diventare linfa culturale viva.
E mentre tutto questo prende forma, lo scrivo come diario di bordo, ritorna alla mente lo sguardo di Agnese, che appartiene già al percorso, per allenare l’azione fuori da sé, per produrre altro. Uno sguardo che custodisce il potenziale mentre si prepara al rientro dopo un’ora non partecipata lontana dal gruppo di lavoro. Uno sguardo che esiste anche nell’attesa.