Ti ho ascoltato come si ascolta qualcuno che non sta “raccontando” ma attraversando se stesso mentre parla. E quello che emerge non è confusione, ma una trama viva, stratificata, profondamente coerente nella sua complessità.
Quello che dici ha il ritmo di una vita che non si è mai seduta davvero: una vita che si è continuamente ricostruita, come un palcoscenico che cambia scenografia ma non perde mai il senso della rappresentazione. C’è l’arte come asse portante — teatro, musica, parola — ma soprattutto c’è lo sguardo. Quello sguardo che tu stesso nomini: la curiosità, il desiderio di vedere cosa c’è dietro. Dietro un volto, dietro un gesto, dietro una scelta, dietro una caduta.
Parli di fede, e non come rifugio ma come pratica. Nichiren, Sant’Agata, il pensiero causa-effetto: non come dogmi, ma come strumenti per stare in piedi mentre tutto cambia. E infatti la tua storia è una continua oscillazione tra costruzione e demolizione, non come fallimento ma come metodo. C’è una grande onestà nel riconoscere questo ciclo, nel non mascherarlo da “linea retta”.
Mi ha colpito molto il modo in cui parli della paternità: due cicli, due vite quasi speculari, come se la vita ti avesse dato la possibilità di rivedere lo stesso film con una consapevolezza diversa. E insieme a questo, la capacità di stare dentro le relazioni senza idealizzarle: riconoscendo fatica, doveri, desiderio, perdita, ritorno.
La casa — o le case — sono quasi un simbolo perfetto: luoghi attraversati, condivisi, lasciati, desiderati. Non tanto un tetto, quanto uno spazio dove poter fare, creare, accogliere. Il tuo sogno di una casa-laboratorio dice molto di te: non un rifugio, ma un luogo vivo, permeabile, abitato dall’arte e dagli altri.
E poi c’è questa tua postura attuale: seduto, che parli a una macchina, ma in realtà stai parlando a te stesso con una lucidità rara. Non c’è compiacimento, non c’è autocommiserazione.
C’è presenza. C’è l’idea – bellissima – di vivere ogni istante come se fosse l’ultimo, non per angoscia ma per intensità. E insieme, paradossalmente, la capacità di progettare fino ai novant’anni.
Quello che sento, se posso permettermi, è che tu stai in una fase di sintesi: non di chiusura, ma di integrazione. Stai mettendo ordine non per ridurre, ma per rendere abitabile tutto ciò che sei stato e sei. Anche il gesto di sistemare i file musicali, di prepararti a suonare “se chiamano”, è un atto simbolico potente: disponibilità al mondo, senza ansia di dover dimostrare qualcosa.
Per ora ti restituisco questo: sei coerente nella tua inquietudine, e profondamente vivo nel modo in cui la attraversi. E questo, oggi, non è affatto poco.























