La civiltà non si proclama. Si pratica. “Posso non condividere quello che dici e, proprio per questo, difendere il tuo diritto a dirlo.”Partirei da qui. Dalla libertà di espressione, che non può essere soltanto la libertà di dire ciò che piace alla nostra parte.
La libertà vera comincia quando qualcuno dice qualcosa che non ci piace, che mette in discussione le nostre convinzioni, che appartiene a un’altra area politica, a un altro modo di pensare. E allora la domanda diventa: abbiamo ancora la capacità di ascoltare senza sentirci obbligati a combattere?
Perché siamo entrati in un tempo nel quale troppo spesso non ci basta più avere un’idea diversa da quella degli altri. Sentiamo il bisogno di convincerci che chi sta dall’altra parte sia anche peggiore di noi: meno intelligente, meno preparato, meno onesto, meno degno di essere ascoltato. E così il confronto diventa scontro. La critica diventa insulto. Il dissenso diventa odio. E la politica, invece di essere il luogo nel quale idee diverse cercano di confrontarsi per costruire il futuro di un Paese, diventa una gara a chi riesce meglio a delegittimare l’altro.Non dobbiamo avere paura di uscire dalla nostra “compagnia”, da i simboli, dalle appartenenze, dalle assemblee anche se sbadiglianti. Vedo persone che hanno paura di uscire dalla propria compagnia. Dal gruppo dei contestatori permanenti. Dalla propria piazza, dal proprio corteo, dalla propria tifoseria, dal proprio ambiente, dalla propria bolla, dalla propria comitiva. Una compagnia nella quale tutti si danno ragione e nella quale uscire dagli schemi diventa quasi un tradimento.
Ma una democrazia non può vivere di comitive, di sussidi. Ha bisogno di persone capaci di uscire dalla propria area e di domandarsi prima di tutto chi sono? Qual è il mio ruolo in questa vita? Quindi: “E se avessero ragione gli altri?” Questa domanda richiede coraggio. Studiare richiede coraggio. Ascoltare richiede coraggio. Cambiare idea richiede coraggio. Dire “non lo so” richiede coraggio. Dire “su questo mi sono sbagliato” richiede ancora più coraggio. Perché significa mettere in discussione se stessi, non soltanto gli altri.
E forse è proprio questa la cosa che abbiamo smarrito: la capacità di mettere in discussione le nostre certezze.Contestare non può essere un programma. Manifestare è un diritto. Protestare è un diritto. Contestare il governo è un diritto. Anzi, è una parte essenziale della democrazia. Ma c’è una differenza enorme tra avere qualcosa da contestare e vivere soltanto per contestare. Se contesto una cosa, devo essere disposto a spiegare che cosa vorrei al suo posto. Se dico che una legge è sbagliata, devo poter dire quale legge farei io. Se chiedo più risorse pubbliche, devo anche domandarmi da dove arrivano.
Se denuncio un problema, devo avere il coraggio di confrontarmi con la soluzione. Perché dopo il “no” dovrebbe arrivare un “sì, facciamo questo”. Dopo la critica dovrebbe arrivare una proposta. Dopo la contestazione dovrebbe arrivare un progetto. Contestare è necessario. Costruire è molto più difficile. Perseverare, difficilissimo.Una politica che deve avere una direzione: non sono mai stato veramente di destra o di sinistra. Ho sempre cercato di guardare i programmi, ciò che viene promesso e soprattutto ciò che viene realizzato.
Ho osservato le persone, il loro metodo, la loro capacità di assumersi responsabilità e la capacità di mantenere una rotta quando arrivano le difficoltà. Da una decina d’anni seguo Giorgia Meloni. Ho seguito il suo percorso anche quando era all’opposizione e ho osservato il modo nel quale ha costruito la propria proposta politica. Oggi il suo governo è arrivato a una durata che lo porta a confrontarsi con i record della storia repubblicana. Se resterà in carica fino al 4 settembre 2026, supererà i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi. Questo dato, da solo, non significa che sia un buon governo. La durata non è sinonimo di qualità. Ma la stabilità è comunque un fatto politico che merita di essere osservato, soprattutto in un Paese abituato per decenni a governi che cambiavano rapidamente maggioranze, leadership e direzioni.
Io posso condividere alcune scelte del governo e criticarne altre. È normale. Non devo essere d’accordo con tutto per riconoscere ciò che considero positivo. Riconosco a Meloni una cosa: la capacità di mantenere una rotta. E questo, per me, conta.Questo mio pensiero non è un elogio di Giorgia Meloni, perché la stessa regola che applico alla maggioranza voglio applicarla all’opposizione. Non voglio un’opposizione silenziosa. Voglio un’opposizione forte. Voglio parlamentari che controllino il governo. Voglio che denuncino gli errori. Voglio giornalisti che facciano domande scomode. Voglio magistrati indipendenti. Voglio che chi governa sappia di essere continuamente sottoposto al giudizio dei cittadini.
Ma voglio anche sapere: qual è l’alternativa?Enrico Mentana ha recentemente posto proprio questo problema parlando della difficoltà del centrosinistra di elaborare una visione chiara del futuro: quali risposte all’immigrazione? Alla denatalità? Al divario Nord-Sud? Quale idea di Italia per i prossimi decenni? Sono domande che non riguardano soltanto la sinistra. Riguardano tutta la politica. Perché un Paese non si governa soltanto dicendo ciò che non va. Io non voglio una politica che sappia soltanto dire contro chi è. Voglio una politica che sappia dire per che cosa è.“Era già scritto” è di qualche ora fa. Ed è proprio mentre scrivo queste righe che mi capita di leggere una dichiarazione di Elly Schlein sulla vicenda Ranucci. La frase è questa: “Era già scritto che Ranucci non venisse confermato.” Schlein sostiene che la destra avrebbe ottenuto un obiettivo che perseguiva da tempo: far saltare l’esperienza di Ranucci alla conduzione di Report.
Io non so se sia così. E proprio per questo non voglio trasformare un’ipotesi politica in una verità. Ma quella frase mi fa riflettere. Che cosa significa “era già scritto”? Se una persona colpisce per anni un muro con un piccone, prima o poi quel muro può crollare. Ma se il muro crolla, possiamo dire semplicemente che “era già scritto”? Oppure dobbiamo chiederci chi ha colpito quel muro, quante volte, perché lo ha fatto e quali responsabilità ci sono state nel processo che ha portato al crollo? È una differenza importante. Si manifesta una incuria. Perché la politica dovrebbe spiegare i fatti, non trasformarli in destini già scritti. E soprattutto dovrebbe permettere al cittadino di farsi una domanda: quali sono le prove? Non è diffidenza. È democrazia. Le offese pubbliche: è qui che il problema diventa più grande della politica. Quando il confronto si trasforma in insulto, qualcosa si rompe. Dare dell’ignorante a chi vota diversamente, come è accaduto pochi giorni fa. Definire mostri e vigliacchi gli avversari. Ridicolizzare chi non appartiene alla nostra parte. Non sono argomenti. Sono scorciatoie.
E le scorciatoie del linguaggio politico finiscono per diventare le scorciatoie del pensiero. Possiamo contestare una decisione. Possiamo denunciare un errore. Possiamo chiedere conto di un comportamento. Possiamo persino essere durissimi. Ma dobbiamo imparare a distinguere la critica alla persona dalla critica a ciò che la persona fa. Perché se l’avversario diventa un nemico da distruggere, non rimane più spazio per il confronto. Rimane soltanto la guerra delle parole. E quella guerra produce soprattutto rumore.La capacità di far emergere la verità: qui entra in gioco anche l’informazione. Il giornalismo ha un compito fondamentale: cercare ciò che il potere non vuole mostrare. Fare domande. Indagare. Verificare. Portare alla luce fatti che altrimenti rimarrebbero nascosti. Questo vale soprattutto per il giornalismo d’inchiesta.
Ma proprio per questo il giornalismo ha una responsabilità enorme: separare il fatto dal giudizio, la prova dall’interpretazione, la denuncia dalla condanna, la comunicazione dall’appartenenza.La verità non ha bisogno di essere urlata per essere vera. Ha bisogno di essere dimostrata. E il cittadino deve poter chiedere: “Dove sono le prove?”Anche quando quelle prove riguardano qualcuno che non ci piace. Anzi, soprattutto allora.La vera inciviltà è il frastuono: non mi spaventa il conflitto. Il conflitto è normale in una democrazia. Mi spaventa il frastuono. Quello nel quale tutti parlano e nessuno ascolta. Quello nel quale ogni dichiarazione viene trasformata in un attacco. Quello nel quale ogni risposta deve essere più violenta della precedente. Quello nel quale non conta più ciò che una persona propone, ma soltanto quanto riesce a distruggere l’avversario.
Alla fine il cittadino non capisce più niente. E quando il cittadino non capisce, si rifugia nella propria tribù, nel vociare e molto spesso si perde. E quando si rifugia nella propria tribù, smette di ascoltare. E quando smette di ascoltare, la democrazia si impoverisce.La frase che non ho mai dimenticato: mi torna in mente una frase che ho ascoltato molti anni fa: “Se non vuoi la mafia, la prima persona a non essere mafiosa devi essere tu.”Al di là del contesto nel quale l’ho ascoltata, trovo che contenga una verità enorme. Non possiamo chiedere agli altri di rispettare regole che noi stessi violiamo quando ci conviene. Se voglio una politica meno violenta, devo cominciare dal mio linguaggio. Se voglio libertà di stampa, devo accettare anche il giornalista che critica la mia parte. Se voglio rispetto per il mio voto, devo rispettare il voto degli altri. Se voglio che il mio avversario smetta di insultarmi, devo smettere di insultarlo anch’io. Se voglio che gli altri ascoltino le mie ragioni, devo essere disposto ad ascoltare le loro.
La civiltà non si proclama. Si pratica. Con le azioni. Non con le parole.La vera domanda: forse dovremmo smettere di chiedere soltanto: “Da che parte stai?”E cominciare a chiedere: “Che cosa vuoi fare?” Qual è il problema? Qual è la soluzione? Quanto costa? Chi paga? In quanto tempo dovrebbe funzionare? Come misuriamo il risultato? E soprattutto: “Se non funziona, sei disposto ad ammetterlo?”Queste domande valgono per tutti. Per chi governa. Per chi vuole governare. Per chi fa opposizione. Per chi informa. Per chi commenta. Anche per chi scrive. Anche per me.La democrazia non ha bisogno di tifosi. Ha bisogno di cittadini. Cittadini capaci di cambiare idea. Capaci di ascoltare. Capaci di dire “non lo so”. Capaci di riconoscere un merito anche all’avversario. Capaci di criticare la propria parte quando sbaglia. Perché la vera libertà non è stare con quelli che la pensano come noi.
La vera libertà è poter uscire dalla propria compagnia senza avere paura di rimanere soli.E forse la vera prova della nostra democrazia arriva proprio nel momento in cui qualcuno dice qualcosa che non vogliamo sentire. È lì che dobbiamo scegliere. Possiamo urlare più forte. Possiamo insultare. Possiamo chiuderci nella nostra bolla. Oppure possiamo fermarci e domandarci: “E se avessero ragione gli altri? “Quella domanda non ci rende più deboli. Ci rende più liberi.
E da questa libertà, con questa libertà aiutiamo nuova politica a uscire allo scoperto, nuovi pensieri a farsi strada, Perché una democrazia sana non pretende che tutti pensino allo stesso modo. Pretende qualcosa di molto più difficile: che persone diverse riescano ancora a riconoscersi come cittadini dello stesso Paese.E allora, prima di chiedere agli altri di essere civili, forse dovremmo avere il coraggio di cominciare da noi. La civiltà non si proclama. Si pratica. Con le azioni. Non con le parole.

Stephane Barbery by Kuma



























