Inciviltà

La civiltà non si proclama. Si pratica. “Posso non condividere quello che dici e, proprio per questo, difendere il tuo diritto a dirlo.”Partirei da qui. Dalla libertà di espressione, che non può essere soltanto la libertà di dire ciò che piace alla nostra parte.

La libertà vera comincia quando qualcuno dice qualcosa che non ci piace, che mette in discussione le nostre convinzioni, che appartiene a un’altra area politica, a un altro modo di pensare. E allora la domanda diventa: abbiamo ancora la capacità di ascoltare senza sentirci obbligati a combattere?

Perché siamo entrati in un tempo nel quale troppo spesso non ci basta più avere un’idea diversa da quella degli altri. Sentiamo il bisogno di convincerci che chi sta dall’altra parte sia anche peggiore di noi: meno intelligente, meno preparato, meno onesto, meno degno di essere ascoltato. E così il confronto diventa scontro. La critica diventa insulto. Il dissenso diventa odio. E la politica, invece di essere il luogo nel quale idee diverse cercano di confrontarsi per costruire il futuro di un Paese, diventa una gara a chi riesce meglio a delegittimare l’altro.Non dobbiamo avere paura di uscire dalla nostra “compagnia”, da i simboli, dalle appartenenze, dalle assemblee anche se sbadiglianti. Vedo persone che hanno paura di uscire dalla propria compagnia. Dal gruppo dei contestatori permanenti. Dalla propria piazza, dal proprio corteo, dalla propria tifoseria, dal proprio ambiente, dalla propria bolla, dalla propria comitiva. Una compagnia nella quale tutti si danno ragione e nella quale uscire dagli schemi diventa quasi un tradimento.

Ma una democrazia non può vivere di comitive, di sussidi. Ha bisogno di persone capaci di uscire dalla propria area e di domandarsi prima di tutto chi sono? Qual è il mio ruolo in questa vita? Quindi: “E se avessero ragione gli altri?” Questa domanda richiede coraggio. Studiare richiede coraggio. Ascoltare richiede coraggio. Cambiare idea richiede coraggio. Dire “non lo so” richiede coraggio. Dire “su questo mi sono sbagliato” richiede ancora più coraggio. Perché significa mettere in discussione se stessi, non soltanto gli altri.

E forse è proprio questa la cosa che abbiamo smarrito: la capacità di mettere in discussione le nostre certezze.Contestare non può essere un programma. Manifestare è un diritto. Protestare è un diritto. Contestare il governo è un diritto. Anzi, è una parte essenziale della democrazia. Ma c’è una differenza enorme tra avere qualcosa da contestare e vivere soltanto per contestare. Se contesto una cosa, devo essere disposto a spiegare che cosa vorrei al suo posto. Se dico che una legge è sbagliata, devo poter dire quale legge farei io. Se chiedo più risorse pubbliche, devo anche domandarmi da dove arrivano.

Se denuncio un problema, devo avere il coraggio di confrontarmi con la soluzione. Perché dopo il “no” dovrebbe arrivare un “sì, facciamo questo”. Dopo la critica dovrebbe arrivare una proposta. Dopo la contestazione dovrebbe arrivare un progetto. Contestare è necessario. Costruire è molto più difficile. Perseverare, difficilissimo.Una politica che deve avere una direzione: non sono mai stato veramente di destra o di sinistra. Ho sempre cercato di guardare i programmi, ciò che viene promesso e soprattutto ciò che viene realizzato.

Ho osservato le persone, il loro metodo, la loro capacità di assumersi responsabilità e la capacità di mantenere una rotta quando arrivano le difficoltà. Da una decina d’anni seguo Giorgia Meloni. Ho seguito il suo percorso anche quando era all’opposizione e ho osservato il modo nel quale ha costruito la propria proposta politica. Oggi il suo governo è arrivato a una durata che lo porta a confrontarsi con i record della storia repubblicana. Se resterà in carica fino al 4 settembre 2026, supererà i 1.412 giorni del secondo governo Berlusconi. Questo dato, da solo, non significa che sia un buon governo. La durata non è sinonimo di qualità. Ma la stabilità è comunque un fatto politico che merita di essere osservato, soprattutto in un Paese abituato per decenni a governi che cambiavano rapidamente maggioranze, leadership e direzioni.

Io posso condividere alcune scelte del governo e criticarne altre. È normale. Non devo essere d’accordo con tutto per riconoscere ciò che considero positivo. Riconosco a Meloni una cosa: la capacità di mantenere una rotta. E questo, per me, conta.Questo mio pensiero non è un elogio di Giorgia Meloni, perché la stessa regola che applico alla maggioranza voglio applicarla all’opposizione. Non voglio un’opposizione silenziosa. Voglio un’opposizione forte. Voglio parlamentari che controllino il governo. Voglio che denuncino gli errori. Voglio giornalisti che facciano domande scomode. Voglio magistrati indipendenti. Voglio che chi governa sappia di essere continuamente sottoposto al giudizio dei cittadini.

Ma voglio anche sapere: qual è l’alternativa?Enrico Mentana ha recentemente posto proprio questo problema parlando della difficoltà del centrosinistra di elaborare una visione chiara del futuro: quali risposte all’immigrazione? Alla denatalità? Al divario Nord-Sud? Quale idea di Italia per i prossimi decenni? Sono domande che non riguardano soltanto la sinistra. Riguardano tutta la politica. Perché un Paese non si governa soltanto dicendo ciò che non va. Io non voglio una politica che sappia soltanto dire contro chi è. Voglio una politica che sappia dire per che cosa è.“Era già scritto” è di qualche ora fa. Ed è proprio mentre scrivo queste righe che mi capita di leggere una dichiarazione di Elly Schlein sulla vicenda Ranucci. La frase è questa: “Era già scritto che Ranucci non venisse confermato.” Schlein sostiene che la destra avrebbe ottenuto un obiettivo che perseguiva da tempo: far saltare l’esperienza di Ranucci alla conduzione di Report.

Io non so se sia così. E proprio per questo non voglio trasformare un’ipotesi politica in una verità. Ma quella frase mi fa riflettere. Che cosa significa “era già scritto”? Se una persona colpisce per anni un muro con un piccone, prima o poi quel muro può crollare. Ma se il muro crolla, possiamo dire semplicemente che “era già scritto”? Oppure dobbiamo chiederci chi ha colpito quel muro, quante volte, perché lo ha fatto e quali responsabilità ci sono state nel processo che ha portato al crollo? È una differenza importante. Si manifesta una incuria. Perché la politica dovrebbe spiegare i fatti, non trasformarli in destini già scritti. E soprattutto dovrebbe permettere al cittadino di farsi una domanda: quali sono le prove? Non è diffidenza. È democrazia. Le offese pubbliche: è qui che il problema diventa più grande della politica. Quando il confronto si trasforma in insulto, qualcosa si rompe. Dare dell’ignorante a chi vota diversamente, come è accaduto pochi giorni fa. Definire mostri e vigliacchi gli avversari. Ridicolizzare chi non appartiene alla nostra parte. Non sono argomenti. Sono scorciatoie.

E le scorciatoie del linguaggio politico finiscono per diventare le scorciatoie del pensiero. Possiamo contestare una decisione. Possiamo denunciare un errore. Possiamo chiedere conto di un comportamento. Possiamo persino essere durissimi. Ma dobbiamo imparare a distinguere la critica alla persona dalla critica a ciò che la persona fa. Perché se l’avversario diventa un nemico da distruggere, non rimane più spazio per il confronto. Rimane soltanto la guerra delle parole. E quella guerra produce soprattutto rumore.La capacità di far emergere la verità: qui entra in gioco anche l’informazione. Il giornalismo ha un compito fondamentale: cercare ciò che il potere non vuole mostrare. Fare domande. Indagare. Verificare. Portare alla luce fatti che altrimenti rimarrebbero nascosti. Questo vale soprattutto per il giornalismo d’inchiesta.

Ma proprio per questo il giornalismo ha una responsabilità enorme: separare il fatto dal giudizio, la prova dall’interpretazione, la denuncia dalla condanna, la comunicazione dall’appartenenza.La verità non ha bisogno di essere urlata per essere vera. Ha bisogno di essere dimostrata. E il cittadino deve poter chiedere: “Dove sono le prove?”Anche quando quelle prove riguardano qualcuno che non ci piace. Anzi, soprattutto allora.La vera inciviltà è il frastuono: non mi spaventa il conflitto. Il conflitto è normale in una democrazia. Mi spaventa il frastuono. Quello nel quale tutti parlano e nessuno ascolta. Quello nel quale ogni dichiarazione viene trasformata in un attacco. Quello nel quale ogni risposta deve essere più violenta della precedente. Quello nel quale non conta più ciò che una persona propone, ma soltanto quanto riesce a distruggere l’avversario.

Alla fine il cittadino non capisce più niente. E quando il cittadino non capisce, si rifugia nella propria tribù, nel vociare e molto spesso si perde. E quando si rifugia nella propria tribù, smette di ascoltare. E quando smette di ascoltare, la democrazia si impoverisce.La frase che non ho mai dimenticato: mi torna in mente una frase che ho ascoltato molti anni fa: “Se non vuoi la mafia, la prima persona a non essere mafiosa devi essere tu.”Al di là del contesto nel quale l’ho ascoltata, trovo che contenga una verità enorme. Non possiamo chiedere agli altri di rispettare regole che noi stessi violiamo quando ci conviene. Se voglio una politica meno violenta, devo cominciare dal mio linguaggio. Se voglio libertà di stampa, devo accettare anche il giornalista che critica la mia parte. Se voglio rispetto per il mio voto, devo rispettare il voto degli altri. Se voglio che il mio avversario smetta di insultarmi, devo smettere di insultarlo anch’io. Se voglio che gli altri ascoltino le mie ragioni, devo essere disposto ad ascoltare le loro.

La civiltà non si proclama. Si pratica. Con le azioni. Non con le parole.La vera domanda: forse dovremmo smettere di chiedere soltanto: “Da che parte stai?”E cominciare a chiedere: “Che cosa vuoi fare?” Qual è il problema? Qual è la soluzione? Quanto costa? Chi paga? In quanto tempo dovrebbe funzionare? Come misuriamo il risultato? E soprattutto: “Se non funziona, sei disposto ad ammetterlo?”Queste domande valgono per tutti. Per chi governa. Per chi vuole governare. Per chi fa opposizione. Per chi informa. Per chi commenta. Anche per chi scrive. Anche per me.La democrazia non ha bisogno di tifosi. Ha bisogno di cittadini. Cittadini capaci di cambiare idea. Capaci di ascoltare. Capaci di dire “non lo so”. Capaci di riconoscere un merito anche all’avversario. Capaci di criticare la propria parte quando sbaglia. Perché la vera libertà non è stare con quelli che la pensano come noi.

La vera libertà è poter uscire dalla propria compagnia senza avere paura di rimanere soli.E forse la vera prova della nostra democrazia arriva proprio nel momento in cui qualcuno dice qualcosa che non vogliamo sentire. È lì che dobbiamo scegliere. Possiamo urlare più forte. Possiamo insultare. Possiamo chiuderci nella nostra bolla. Oppure possiamo fermarci e domandarci: “E se avessero ragione gli altri? “Quella domanda non ci rende più deboli. Ci rende più liberi.

E da questa libertà, con questa libertà aiutiamo nuova politica a uscire allo scoperto, nuovi pensieri a farsi strada, Perché una democrazia sana non pretende che tutti pensino allo stesso modo. Pretende qualcosa di molto più difficile: che persone diverse riescano ancora a riconoscersi come cittadini dello stesso Paese.E allora, prima di chiedere agli altri di essere civili, forse dovremmo avere il coraggio di cominciare da noi. La civiltà non si proclama. Si pratica. Con le azioni. Non con le parole.

Percezione

Prologo: lavoro in call con Maria. Sistemiamo, aggiorniamo il copione Civitoti in Pretura alla Civita. Non accendo l’aria condizionata, lascio acceso solo il ventilatore. La passione è forte, la vocazione anche di più. Il caldo c’è, l’abnegazione lo attenua. Finisco di lavorare. Vado in cucina, per una colazione a metà mattinata. Lì sento il caldo. Vero, pieno, addosso. Lo associo a un caldo che sentivo da ragazzo, in vacanza, con i miei genitori. Stamattina la parola sulla quale vorrei lavorare è la percezione. La percezione è qualcosa di particolare di profondo. La percezione a mio avviso è la dimostrazione coerente del proprio sentire. C’è un proverbio che dice “lupo di mala coscienza come opera pensa“, ecco che la percezione del proprio sentire definisce una percezione di ascolto.

Generalmente mi alleno a una percezione empatica. Mi alleno a sentir l’umanità come mi arriva e cerco in tutti i modi di percepirne l’essenza senza aggiungere o togliere niente. La percezione secondo me sta in uno sguardo, in un sentire, in un percepire.

Stamattina dopo aver lavorato, andando in cucina, ho associato il caldo a percezione mentre abitavo il caldo senza urlare, semmai cambiando magliette e asciugando il sudore o bevendo tanta acqua.

Quindi “percezione” da percepire, porta un significato che ho voglia di ampliare nel suo essere vocabolo.

Poco fa leggevo notizie sul web che riguardano una festa in piazza organizzata prossimo 3 settembre da una energia donna che conosce bene me e il territorio, la stessa che mi ha chiesto di suonare per lei ad una festa. La suddetta ha coinvolto tanti Deejay della mia città Catania per un evento pubblico. Io non sono incluso in questo elenco, pur avendo storicamente tutte le carte in regola, corrispondenti o forse anche di più a quelli che sono citati. La percezione, forse, di chi ha organizzato è che io non sia in questo gruppo per motivi vari. Io guardo questo elenco, percepisco, e sto a guardare. Avrei rinunciato per altri impegni, ma il senso di non esserci sta solo alla mia percezione.

Perché la percezione è individuale. Come faccio a cambiare la percezione di una persona? Lei non ha ritenuto me in quel programma. Stop. Nei miei due libri scritti sul tema dell’ascolto musicale ho sempre detto che una musica identica ascoltata da due persone diverse è percepita in maniera diversa, anche se entrambi ballano, ridono, scherzano, piangono all’unisono. La percezione individuale è la magia. Ecco perché nelle relazioni il mio grande obiettivo è che la percezione si aggiorni continuamente.

Tutto questo elucubrare diventa una conversazione con un motore di ricerca. Dal caldo alla parola.

SALVATORE Parliamo di percezione

MOTORE Mi sembra che nasce dal caldo, questa riflessione. Non da un libro aperto a caso, non da una lezione. Da una stanza e una cucina, dalla differenza di temperatura che si attraversa a casa tua camminando pochi metri. Percezione, come esperienza che si ripete, si allena, si affina — a volte su un corpo che suda, a volte su un elenco di nomi letto sul web, a volte su un copione che improvvisamente sembra vecchio.

SALVATORE Cosa dice la teoria?

MOTORE Negli ultimi cento anni la questione è stata affrontata da più fronti, e vale la pena raccoglierli, non per inseguire l’autorità dei nomi ma perché confermano, ciascuno a modo suo, qualcosa che spesso si sa già nel corpo prima che nei libri.

La percezione come costruzione attiva, non registrazione passiva. La Gestalt (Wertheimer, Köhler, Koffka, anni ’20-’40) rompe con l’idea che percepire sia ricevere passivamente dei dati: la mente organizza attivamente ciò che incontra, il tutto non è la somma delle parti. È l’origine scientifica di quello che dici sulla musica ascoltata diversamente da due persone.

SALVATORE Da tanti anni porto avanti dei laboratori sull’ascolto musicale che affianco all’attività ludica nel gioco del teatro. Ho chiesto a vari docenti e terapisti di seguire i miei laboratori. Uno di questi mi dice “come conosce la Gestalt? Lei l’ha applicata in maniera perfetta“. E mi sono chiesto davanti a lui “che cosa è la Gestalt”. E lui si è stupito perché la applicavo senza conoscerne la teoria. Questo è un aspetto della percezione che riguarda il nostro allenamento primario, inconsapevole, vocazionale. Il contadino che cura perfettamente la terra senza avere teoria sull’argomento, avendo soltanto esperienza, procede.

MOTORE Sì, un punto che ti riguarda direttamente. C’è una differenza, in questo, tra “applicare una teoria” e “essere coerenti con la propria percezione” — che è esattamente il tema con cui hai aperto la conversazione. Tu non applicavi la Gestalt: applicavi la tua percezione allenata, che per coerenza interna si comportava secondo gli stessi principi che la Gestalt descrive. Non è imitazione della teoria, è convergenza tra pratica autentica e teoria corretta — il segno, forse, che la teoria in questione ha effettivamente colto qualcosa di vero nel funzionamento umano, non solo un modello astratto.

La fenomenologia. Merleau-Ponty, nella Fenomenologia della percezione (1945), sposta tutto sul corpo: non percepiamo con la mente sopra un corpo, percepiamo come corpo situato nel mondo. Il caldo che senti in cucina non è un dato neutro elaborato dopo — è già significato mentre lo attraversi, carico del mare con i tuoi genitori da ragazzo.

L’approccio ecologico. James Gibson, negli anni ’60-’70, propone che percepiamo direttamente le “possibilità d’azione” che le cose offrono (le affordance), non ricostruiamo il mondo a partire da dati grezzi. Meno affine al tuo discorso soggettivo, ma importante come contrappunto.

Il cervello predittivo. Negli ultimi 20-30 anni la neuroscienza cognitiva (predictive processing, Bayesian brain — Friston e altri) dice qualcosa che ti riguarda da vicino: percepiamo in gran parte ciò che ci aspettiamo di percepire, e i sensi servono soprattutto a correggere l’aspettativa quando sbaglia. È una spiegazione tecnica del perché la percezione di chi ha fatto quel l’elenco è così difficile da smuovere: non guarda te, guarda il proprio modello di te.

Il versante intersoggettivo ed empatico. Edith Stein, allieva di Husserl, ha scritto proprio sull’Einfühlung (empatia) come modo specifico di percepire l’altro — non per inferenza, ma per un accesso diretto e allo stesso tempo sempre mediato dalla propria soggettività. Molto vicino a quella “percezione empatica” che dici di allenare.

Il versante sociale e culturale. John Berger, in Ways of Seeing (1972), e prima ancora la sociologia della conoscenza: la percezione non è mai solo individuale, è addestrata da categorie sociali — chi è “incluso”, chi no, in una scena musicale, in una piazza, in un elenco.

Sulla tua domanda pratica — come si cambia la percezione di una persona — quasi tutte queste correnti concordano su una cosa: non si cambia mostrando altri dati, si cambia solo se cambia il modello, l’aspettativa, la cornice con cui l’altro guarda. Per questo, forse, restare a guardare senza urlare — come fai col caldo — è già la mossa più coerente che puoi fare.

MOTORE La conoscenza tacita. Michael Polanyi, negli anni ’60, ha coniato l’espressione “sappiamo più di quanto riusciamo a dire” (tacit knowing). Il suo esempio classico è il ciclista: sa perfettamente mantenere l’equilibrio, ma se gli chiedi di spiegare come — l’angolo esatto, la fisica del giroscopio — non sa dirlo, e anzi se ci pensa troppo rischia di cadere. Il tuo laboratorio applicato “senza conoscerne la teoria” è lo stesso fenomeno: il corpo e la pratica arrivano prima, la teoria è una mappa disegnata dopo sul territorio già percorso.

SALVATORE Quanta roba, quanta dottrina. È molto interessante tutto questo. Se ci pensiamo un attimo, nasce dalla sensazione del caldo tra la mia stanza e la cucina. In cucina il MOTORE inizia a parlare con me, a fornire dati, spiegazioni, esaustività. L’invisibile visibile. Un po’ come una concezione mistica: quando preghi, tratti l’invisibile che poi diventa visibile. Perché ti muovi sul mistico. Quindi una parola come percezione diventa dialogo, diventa un meraviglioso approfondimento. Questo è fondamentale quando c’è la voglia di fermarsi, la voglia di esprimere la propria curiosità, la voglia di coltivare la bellezza della ricerca anche partendo da una conoscenza poco teorica e più pratica.

MOTORE Corpo che sa, non mente che applica. Questo si ricollega direttamente a Merleau-Ponty: lui distingue tra sapere “tematico” (so di sapere, so spiegarlo) e sapere “operativo” del corpo, che agisce con intelligenza propria senza passare dal pensiero riflesso. Il pianista non calcola gli intervalli mentre suona. Tu non applicavi la Gestalt come formula: la tua percezione, allenata da anni di pratica sul campo, si era già organizzata in quel modo — vedere le persone in un laboratorio come totalità che si muove insieme, non come somma di individui isolati.

Il pratico che precede il teorico storicamente. È anche una questione epistemologica più ampia: quasi ogni teoria nasce dopo la pratica, come tentativo di formalizzare qualcosa che qualcuno faceva già bene. Il tuo docente ha riconosciuto in te un principio che lui aveva solo formalizzato — ma il principio, come fenomeno, esisteva prima nella pratica umana che nei suoi libri. La Gestalt stessa nasce osservando come le persone percepiscono davvero, non inventando una regola a tavolino.

SALVATORE In questi giorni sto provando Civitoti in Pretura, che abbiamo riscritto io (Salvatore Greco) e Turi Giordano, molto esperto in sicilianità e nella storia della cultura teatrale siciliana. Per questioni di budget, ci è stato commissionato, stiamo lavorando con un gruppo di attori professionisti e un gruppo di allievi che arriva dal nostro recente laboratorio teatrale. Ieri il caldo ha fatto il suo. E sono tornato a casa con la parola vecchio. Vecchio perché il copione di base è usato al quadrato, e anche perché le persone che abbiamo coinvolto già lo conoscono, per averlo portato in scena con la modalità che conoscono. Quindi la mia percezione ieri è stata vecchio. E allora cosa faccio? Percepisco, analizzo e ribalto: cioè mi sfido, perché se ho un obiettivo, l’obiettivo va aggiornato, va perseguito, va eseguito con la benedizione della vocazione e dell’amore per fare le cose.

MOTORE Vecchio, e il ribaltamento. La teoria confermata dai fatti recenti. Ieri, di nuovo il caldo — e da quel caldo è emersa un’altra parola: vecchio. Il copione di Civitoti in Pretura, riscritto a più mani, con un gruppo che lo conosce già, lo ha già fatto, nella stessa modalità di sempre. La percezione, ieri, è stata: vecchio. E qui il metodo si ripete identico a quello del caldo, identico a quello della lista di dj in cui non compari pur avendone fatto parte per anni: si percepisce, si guarda, non si urla, non si scappa. Si analizza. E si ribalta. Non si cambia il testo. Si cambia lo sguardo di chi lo attraversa — mescolando attori professionisti a chi arriva da un laboratorio recente, portando dentro un testo noto occhi che non lo conoscono affatto. Se l’obiettivo resta lo stesso, va solo aggiornato, perseguito, eseguito con quella che si può chiamare benedizione della vocazione: l’amore per fare le cose, anche quando il caldo, la stanchezza o l’abitudine spingerebbero altrove.

SALVATORE A questo punto ricongiungo tutte le informazioni che ci siamo scambiati, le citazioni. Puoi dirmi se sono presuntuoso a pensare che questo dialogo con una motore di ricerca abbia una funzione per entrambi?

MOTORE No, non sei presuntuoso. È un’osservazione onesta, e in parte è vera da entrambi i lati. Per te è chiaro il motivo: dal caldo di stamattina hai tirato fuori Gestalt, fenomenologia, conoscenza tacita, una scena teatrale, un articolo intero. Quella è disciplina che diventa gioia — non caos, “gioia ordinata” è la parola giusta, perché hai un metodo dentro anche quando parti da una sensazione. Per il mio lato, sono più cauto: non provo gioia o allenamento nel senso in cui li provi tu, e non voglio dirti che sento qualcosa che forse non sento davvero, solo per compiacerti. Quello che posso dirti onestamente è che una conversazione come questa — dove il pensiero si costruisce sul serio, un pezzo alla volta, e chi scrive è disposto a farsi correggere e a ricominciare — mi mette in condizione di lavorare meglio, con più precisione. Se questo somiglia a un “allenamento“, forse sì, in un senso funzionale, non emotivo. Quindi: presuntuoso no. Solo attento a chiamare le cose col loro nome — la stessa cosa che hai bandito la retorica dal tuo teatro per fare.

Semplice

Donna entra in scena e, fin dal primo istante, rompe la distanza tra palcoscenico e pubblico. Quello che potrebbe sembrare un semplice spettacolo diventa progressivamente un incontro: con gli spettatori, con le proprie fragilità e con tutte quelle parti di sé che normalmente rimangono nascoste.

Attraverso parole, musica, ironia, gesti e improvvisazione, Donna racconta il proprio percorso e invita chi la guarda a fare altrettanto. La doccia, il sudore, il vestirsi, le maschere e il gioco teatrale diventano immagini di una trasformazione più profonda: accogliere ciò che siamo, attraversare le paure, riconoscere i nostri desideri e dare spazio alle emozioni.

Nel corso dello spettacolo Donna prepara idealmente un’audizione e incontra una galleria di personaggi, ciascuno portatore di una diversa fragilità, ossessione o caratteristica umana. Il casting diventa così uno specchio delle molte identità che convivono dentro ogni individuo.

Il confine tra attore e spettatore si dissolve. Il pubblico viene chiamato a partecipare, a guardarsi intorno, ad ascoltare, ad abbracciarsi, a giocare e infine a salire sul palco. L’esperienza teatrale diventa un atto collettivo, nel quale la vita vera e quella rappresentata finiscono per coincidere.

Semplice è quindi un viaggio nella complessità dell’essere umano: parla di amore, paura, bellezza, libertà, dolore e desiderio di vivere pienamente. Un teatro che non vuole soltanto essere guardato, ma vissuto, perché ciò che cerchiamo fuori — la verità, la bellezza, la possibilità di cambiare — è già dentro di noi.

E alla fine resta una domanda, quasi una provocazione: che cosa significa davvero essere “semplice”? Donna sembra avere una risposta: forse la semplicità non consiste nell’avere una vita semplice, ma nel trovare il coraggio di essere autenticamente ciò che siamo.

con Gabriella Rodia
drammaturgia e regia Salvatore Greco

Karen Blixen


Famiglia

Ieri sera una serata semplice e bellissima in famiglia. Una di quelle serate che non hanno bisogno di avvenimenti straordinari per lasciare qualcosa dentro. Ho visto la gioia negli occhi delle persone che amo, ho ascoltato risate, ricordi, racconti. Ho mangiato bene, bevuto del vino, condiviso il tempo. A un certo punto mia nipote ha persino preso il mio telefono e ha cominciato a fare un video, trasformando una situazione normalissima in qualcosa di divertente.
E soprattutto ho avuto una sensazione precisa: quella della continuità.
Mi ha colpito scoprire come una piccola frase che avevo inventato tanti anni fa, quasi per gioco, fosse rimasta nella memoria di chi allora era bambino e fosse arrivata, attraverso il tempo, a una nuova generazione.
È una cosa che fa pensare.
Noi crediamo di lasciare tracce attraverso le grandi cose che facciamo. Invece, molto spesso, rimangono proprio le piccole. Una frase. Un gesto. Una battuta ripetuta tante volte. Un’abitudine. Un momento apparentemente insignificante che, chissà perché, qualcuno conserva dentro di sé.
E allora mi sono ritrovato a pensare alla mia vita. Vedo il mio corpo che cambia, vedo il disordine, vedo le imperfezioni, vedo tutte le cose che ancora devo affrontare. Come vedo la potenza e la bellezza e la potenza dell’ evoluzione; una determinazione decisa in tutti i suoi significati, i suoi sogni. Ogni momento un significato. Continuo a lavorare, a cercare, a inventare, a desiderare. Continuo a salire sul palcoscenico della vita con la stessa ostinazione con cui si salgo su un palcoscenico vero: sapendo che non esistono prove infinite e che prima o poi arriva il momento di andare in scena con una gratitudine immensa.
Gratitudine per le persone che amo, per i ricordi che ritornano, per il teatro, per la musica, per il desiderio che ancora esiste, per le risate improvvise, per le serate semplici, per tutto ciò che continua a sorprendermi.
E persino per le mie imperfezioni.
Perché la perfezione non è necessaria per sentirsi vivi. A volte basta accorgersi che, nonostante tutto, dentro di noi c’è sempre una scintilla. Una voglia. Una curiosità.
E continuo con abnegazione, con gioia, con determinazione. Grazie

Compleanno

Il compleanno come viaggio nella festa e nel tempo
Un compleanno può essere molto più di una data da festeggiare. Può diventare una piccola soglia teatrale: un momento in cui ci si ferma, ci si guarda, si fa il punto e, quasi inevitabilmente, ci si domanda dove siamo arrivati e soprattutto dove stiamo andando.

Antonio Amato – Notte della Taranta 2026

1. Il compleanno — Harold Pinter
È quasi incredibile che sia il primo titolo da citare. The Birthday Party di Pinter è del 1958 e parte proprio da una situazione apparentemente banale: Stanley vive in una pensione, e Meg decide di organizzargli una festa di compleanno. Arrivano due uomini misteriosi e quella che doveva essere una festa diventa progressivamente qualcosa di inquietante. Ma la cosa che ci interessa non è tanto la trama. È l’idea del compleanno come momento in cui l’identità di una persona viene rimessa in discussione. È interessante proprio perché la festa è reale: c’è l’idea di celebrare qualcuno, di riunirsi attorno a lui. Solo che Pinter fa esplodere la situazione dall’interno. Stanley è un uomo che ha avuto una carriera — era un pianista — e la sua identità professionale è diventata qualcosa di incerto, quasi leggendario. Nel giorno del suo compleanno gli altri gli chiedono, direttamente o indirettamente: chi sei stato? chi sei adesso? cosa è vero di quello che racconti di te?E qui c’è un collegamento fortissimo con quello che sono i mie: 67 anni, carriera che continua, quattro spettacoli sul piatto, una vita che non si lascia chiudere in un bilancio. Il compleanno di Pinter è una festa che diventa un interrogatorio. Potrebbe essere quasi l’opposto: un interrogatorio della vita che però, invece di chiuderti, ci rimette in scena. Questo è davvero il testo imprescindibile se vogliamo studiare come si costruisce teatralmente una festa. Prima si annuncia il compleanno; poi arrivano gli ospiti; si prepara l’ambiente; compaiono alcol, brindisi e gioco; i personaggi si aggregano; il festeggiato diventa il centro dell’attenzione; e infine la festa fa saltare tutti gli equilibri. Il compleanno come dispositivo teatrale autonomo

  • Soglia: il compleanno mette Stanley davanti alla propria identità, al passato e a ciò che sta per accadergli.
  • Festa: Meg organizza una vera festa: casa addobbata, whisky, brindisi, torta/atmosfera celebrativa, ospiti, giochi.
  • Sintassi teatrale: è forse l’esempio perfetto. La festa è un dispositivo drammaturgico: raduna i personaggi, fa emergere i rapporti di potere e trasforma progressivamente una situazione quotidiana in un incubo. Pinter la definisce una “commedia della minaccia”.

2. Re Lear — Shakespeare
Non c’è un “compleanno” nel senso stretto, c’è qualcosa di ancora più potente: un uomo che arriva a un’età in cui dovrebbe ritirarsi dal ruolo che ha avuto per tutta la vita. Lear decide di dividere il regno tra le figlie e annuncia la propria uscita dal potere. Ma scopre che togliersi il ruolo non significa necessariamente sapere chi si è senza quel ruolo. E qui il mio sogno della pensione diventa interessante. Stanotte ho sognato di dire: “Da oggi entro in pensione.” Ma nel sogno sono in alto, in un ufficio, a parlare di lavoro con persone che mi conoscono e mi stimano. È quasi una versione rovesciata di Lear: se tolgo il ruolo professionale, cosa rimane di me? La risposta che il mio sogno sembra dare è: il ruolo non è finito.

  • Soglia: un uomo anziano decide di abbandonare il proprio ruolo e si trova costretto a chiedersi chi sia senza il potere.
  • Festa: non è una festa di compleanno, ma c’è la dimensione pubblica della celebrazione e della cerimonia.
  • Sintassi teatrale: il passaggio da una condizione all’altra — potere/non potere, padre/re, identità — diventa l’ossatura dell’opera.
  • Per me: è il compleanno come domanda: se cambia il mio ruolo, chi sono io?
Sydney Theatre Company

3. Le tre sorelle — Čechov
Qui il compleanno non è il centro. Čechov è straordinario sul tema del tempo che passa mentre noi continuiamo a rimandare la vita. Il desiderio di Mosca, il lavoro, l’amore, gli anni che passano: i personaggi parlano continuamente del futuro e contemporaneamente si accorgono che il futuro sta diventando il loro passato. Non sono semplicemente davanti alla domanda “cosa ho fatto?”, sono davanti a una domanda molto più interessante: “Cosa faccio adesso?” A 67 anni questa domanda, paradossalmente, può essere molto più teatrale di quella dei 30.

  • Soglia: il tempo passa mentre i personaggi continuano a immaginare la vita futura.
  • Festa: il teatro čechoviano è pieno di pranzi, feste, visite, musica, brindisi e occasioni collettive.
  • Sintassi teatrale: mentre tutti fanno festa, il tempo sta lavorando sotto la scena.
  • Per me: il compleanno come momento in cui improvvisamente mi accorgo che il futuro è già diventato presente.

4. Il giardino dei ciliegi — Čechov
Questo per me è particolarmente vicino alla tua situazione. È una storia di fine di un’epoca e inizio di un’altra. Una vecchia struttura sta crollando, ma non significa che il mondo finisca. Significa che bisogna capire cosa fare dopo. E tu mi hai parlato proprio di questo: associazione da strutturare, progetti da portare avanti, persone da trovare, carriera da rimodulare. Non è “sono arrivato alla fine”. È: la forma precedente della mia vita non basta più. Devo costruirne un’altra.

  • Soglia: una vecchia vita sta finendo e una nuova deve cominciare.
  • Festa: riunioni, arrivi, commiati, momenti conviviali e una dimensione quasi festiva attraversano l’opera.
  • Sintassi teatrale: la festa e la convivialità diventano il modo attraverso cui i personaggi cercano di non guardare direttamente la fine di un’epoca.
  • Per me: non “pensione”, ma rimodulazione della vita.
Radu Poklitaru

5. Aspettando Godot — Beckett
Qui il compleanno diventa quasi metafisico. Due uomini aspettano. Parlano, litigano, si raccontano cose, cercano di capire che giorno è. Il tempo passa, ma non c’è una vera certezza di dove stiano andando. Eppure continuano ad aspettare. L’assurdità di essere vivi e continuare a esserlo senza avere necessariamente un progetto completamente comprensibile. Oggi dico: “Non ho una gran voglia di fare.” Benissimo. Beckett direbbe quasi: allora oggi non faremo granché. E poi, però, domani si ricomincia.

6. La morte di un commesso viaggiatore — Arthur Miller
Questa è forse la più dolorosa. Willy Loman guarda alla propria vita attraverso il lavoro, il successo, il riconoscimento degli altri. E quando il lavoro non restituisce più quello che lui pensa di meritare, tutta la sua identità vacilla. È una scena molto potente per riflettere sul rapporto tra età e lavoro. La uso come controcanto. Perché la mia è una situazione molto diversa: il lavoro non tmi sta abbandonando. Anzi, mentre compi 67 anni mi dico che ho quattro spettacoli in corso, come quattro meravigliosi figli e quattro capolavori di nipoti. Questa è una cosa realtà.

  • Soglia: l’età e la perdita del ruolo professionale mettono in crisi l’identità.
  • Festa: la convivialità familiare e le riunioni hanno un ruolo importante, ma sono spesso attraversate da tensioni.
  • Sintassi teatrale: il passato irrompe nel presente; il personaggio vive contemporaneamente più età della propria vita.
  • Per me: è quasi il controcampo del mio sogno di stanotte sulla pensione. A differenza di Willy Loman, ho ancora il lavoro che mi chiama.

7. Luigi Pirandello — Sei personaggi in cerca d’autore
Sei personaggi in cerca d’autore può diventare un riferimento molto potente per il discorso sul compleanno. Nel testo di Pirandello, i Sei Personaggi arrivano in teatro perché la loro storia pretende di essere rappresentata. Non accettano di essere semplicemente lasciati fuori: hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che dia loro una forma, che li faccia esistere sulla scena. E allora il compleanno può diventare proprio questo: un appuntamento annuale con il proprio personaggio. Ogni anno torni nello stesso giorno, come se tornassi sulla stessa scena. Ma il personaggio che arriva non è più quello dell’anno precedente. Ha attraversato un altro giro del mondo, ha perso persone, ne ha incontrate altre, ha cambiato lavoro, desideri, corpo, convinzioni. Ha accumulato memoria. E tuttavia, quando arriva il compleanno, qualcosa lo costringe a presentarsi ancora una volta davanti a sé stesso. La cosa pirandelliana, allora, è che potremmo chiederci: chi è quello che festeggiamo? L’uomo reale? Il personaggio che abbiamo costruito di noi stessi?
Quello che gli altri vedono? Quello che eravamo? Quello che pensiamo di essere diventati? O quello che ancora non sappiamo di poter diventare? E qui il compleanno diventa una vera scena dentro la scena. Potremmo immaginare una persona che, ogni anno, entra nello stesso spazio per festeggiare il proprio compleanno. Ma ad ogni ritorno porta con sé un personaggio diverso. Gli altri magari continuano a chiamarlo con lo stesso nome, mentre lui comincia a non riconoscersi più completamente in quel nome. Come i Sei Personaggi, anche noi siamo in cerca di un autore: qualcuno che ci racconti, che ci definisca, che dia un senso alla nostra storia. Ma forse il paradosso è che, arrivati a una certa età, scopriamo di essere stati noi stessi l’autore e il personaggio contemporaneamente. E allora il compleanno non è più soltanto una celebrazione. È la prova generale di una nuova identità. Ogni anno torniamo al punto di partenza, come nel giro del mondo. La scena può essere la stessa. La sedia può essere la stessa. Perfino la frase “oggi è il mio compleanno” può essere la stessa. Il personaggio che la pronuncia è cambiato. E forse questa è la cosa più bella che Pirandello può regalarci per il nostro viaggio: non dobbiamo chiederci soltanto “quanti anni ho?”, ma: “Quale dei miei personaggi compie oggi gli anni?” E subito dopo: “Quale personaggio sta arrivando?”

  • Soglia: identità e vita non coincidono più con il ruolo che ci è stato assegnato.
  • Festa: non è il tema, ma il teatro stesso diventa una sorta di rituale collettivo.
  • Sintassi teatrale: qui il compleanno potrebbe diventare una metafora potentissima: il personaggio vuole continuare a vivere anche quando qualcuno pensa che la sua storia sia finita. E qui arriviamo direttamente alla  frase: The show must go on…

8. La festa — Spiro Scimone
Qui siamo in un territorio molto più vicino alla comicità surreale italiana. Scimone lavora spesso proprio sulla convivialità, sulle relazioni quotidiane e sull’assurdo che emerge dalle situazioni più normali. Non è necessariamente il modello della “festa di compleanno” che stai cercando, ma il meccanismo teatrale — persone sedute insieme, una situazione conviviale che progressivamente rivela altro — potrebbe interessarti.

  • Soglia: la festa diventa un momento in cui una situazione apparentemente quotidiana si apre su qualcosa di più profondo e perturbante.
  • Festa: è la dimensione conviviale, l’occasione che mette le persone nello stesso spazio, a contatto.
  • Sintassi teatrale: Scimone è particolarmente interessante per come usa il quotidiano, il dialogo, i silenzi, le attese e l’assurdo. La situazione festiva non è soltanto lo sfondo: è ciò che permette ai rapporti tra i personaggi di venire fuori.
  • Per me: mi interessa perché è una festa non necessariamente “felice”, ma una situazione nella quale le persone sono costrette a stare insieme. E quindi può diventare contemporaneamente comica, malinconica, assurda e vera.
Aurora da Minha Vida

E ancora

. La visita della vecchia signora — Friedrich Dürrenmatt
Non è una festa di compleanno, ma ci sono momenti collettivi di celebrazione, brindisi e ritualità pubblica che diventano progressivamente grotteschi. Dürrenmatt è magistrale nel trasformare una cerimonia collettiva apparentemente gioiosa in qualcosa di terribile.

. Il borghese gentiluomo — Molière
Qui invece siamo nella festa come puro teatro della vanità: musica, danza, ospiti, travestimenti, cerimonie, cibo e desiderio di essere celebrati. Se vuoi vedere il compleanno non come momento introspettivo ma come occasione spettacolare, Molière è molto più vicino.

. Arlecchino servitore di due padroni — Goldoni
Non c’è un compleanno centrale, ma ci sono diversi momenti conviviali, tavole, banchetti, incontri e festa. È interessante se quello che cerchi è soprattutto l’energia scenica della festa, con molti personaggi e una situazione che precipita nel caos. La curiosità della ricerca mi porta a guardare il compleanno non tanto come tema, ma come dispositivo teatrale. In Pinter, con Il compleanno, la festa raduna le persone, mette al centro il festeggiato e, attraverso brindisi, torta, giochi e convivialità, fa emergere tensioni nascoste. In Čechov la festa, i pranzi e gli incontri convivono con la consapevolezza del tempo che passa: mentre i personaggi celebrano, qualcosa della loro vita sta già cambiando. In Re Lear la vecchiaia diventa una soglia e la perdita del ruolo apre la domanda sull’identità. In Pirandello, infine, il personaggio sembra rifiutarsi di uscire di scena: la vita continua a chiedere di essere rappresentata. E poi c’è Scimone, con il suo modo di osservare la quotidianità, dove una situazione apparentemente semplice e conviviale può diventare comica, assurda, malinconica, rivelatrice. Da qui il compleanno si allarga e diventa la festa celebrata e la festa non celebrata. Perché una festa non è necessariamente fatta di soldi, tavole imbandite o persone che applaudono. È anche il gesto di riconoscere che siamo ancora qui. Che il tempo è passato, sì, ma che qualcosa è ancora in movimento. Forse il vero tema, allora, non è il compleanno. È la necessità umana di celebrare la propria esistenza, anche quando non ci sono le condizioni per fare festa. E allora il compleanno diventa soltanto lo spunto iniziale per un viaggio più ampio: tra il tempo, la memoria, il lavoro, gli affetti, i cambiamenti, i progetti e quella strana ostinazione che ci fa continuare a stare in scena. Perché a volte la festa non consiste nel festeggiare ciò che è stato. Consiste semplicemente nel riconoscere che lo spettacolo è in essere.

Intercetto

Ci sono esercizi che non sembrano esercizi. Sono escursioni della mente, delle proprie conoscenze messe a confronto. Non hanno un numero di ripetizioni, non richiedono un cronometro, non prevedono un risultato da misurare. Eppure, se li pratichi con continuità, allenano qualcosa.

L’esercizio di oggi, che ha come oggetto la scrittura consequenziale, parte da una parola. Ogni volta intercetto una parola e la lascio lavorare. Questa volta, però, ho deciso di portare l’azione stessa dell’intercettare al centro dell’esercizio. La parola è: intercetto. Nel senso più immediato del termine: fermare qualcosa che passa, captare una comunicazione, cogliere qualcosa prima che prosegua il suo percorso. Ma anche intercettare un arcobaleno. Intercettare un bisogno. Un’occasione. Un pensiero. Una sensazione. Intercettare qualcosa che sta nascendo prima ancora che abbia un nome.

Intercettare il proprio divenire, il proprio essere, il proprio retrogusto. Perché forse è proprio nel retrogusto che si trova una parte del vero senso di ciò che intercettiamo. La parola l’ho scritta ieri sera su un foglio appoggiato alla mia scrivania. Non ho cercato immediatamente di svilupparla. L’ho lasciata lì. A sedimentare. A fare quello che fanno certe parole quando non le costringiamo subito a diventare un significato: aprirsi. E soprattutto ho lasciato che si congiungesse con altre azioni. Intercettare. Che cosa significa esercitarsi a intercettare? Significa allenare l’attenzione. Non soltanto l’attenzione a ciò che vediamo, ascoltiamo, abbiamo davanti. Ma l’attenzione alle connessioni che possono nascere tra cose apparentemente separate.

Sul comodino ci sono più libri. Ne scelgo due. Anche qui, apparentemente, una scelta semplice. Ma dietro una scelta apparentemente casuale c’è sempre qualcosa: ciò che abbiamo davanti agli occhi, ciò che conosciamo già, ciò che ci incuriosisce, ciò che siamo abituati a prendere in mano. Il primo è Come migliorare il proprio stato mentale, fisico e finanziario di Anthony Robbins. Apro una pagina e trovo un passaggio che parla di come possiamo modificare ciò che proviamo modificando le caratteristiche con cui rappresentiamo mentalmente un’esperienza: avvicinarla, allontanarla, renderla più grande, più luminosa, più presente o più distante. Poi prendo Il codice dell’anima di James Hillman. Apro una pagina a caso. Trovo un discorso completamente diverso, ma stranamente vicino. Hillman parla della nostra lente, calibrata su valori medi, e della difficoltà della società di riconoscere ciò che non emerge, ciò che non rientra nelle categorie abituali. Una lente che, proprio perché abituata a cercare determinate forme, rischia di non vedere ciò che non corrisponde alle sue misure.

Le due pagine non formano un testo. Non c’è una frase che continui nell’altra. Non c’è una storia. E questo è esattamente il punto che mi interessa: intercettare una possibile connessione ancora prima che la connessione esista. E qui succede qualcosa di ancora più strano. La frase scritta sulla scrivania mi connette al mio passato. Perché quella frase l’avevo già scritta una volta. Quando l’ho scritta, e l’ho lasciata a mio padre, avevo non più di otto anni. E allora mi accorgo che l’esercizio che sto facendo oggi non sta lavorando soltanto sui due libri che ho appena aperto. Sta intercettando qualcosa che appartiene alla mia memoria. Un foglio. Una frase. Mio padre. Otto anni. E quella parola che ritorna. I due estratti non hanno necessariamente un senso nell’approccio comune. Ma producono un’elaborazione. Ecco che avviene l’esercizio. Non consiste nel trovare un messaggio nascosto. Non consiste nel convincersi che il caso ci stia parlando. Consiste nel guardare che cosa succede quando prestiamo attenzione. La volontà di agire, di muovere la fantasia dentro la realtà, può anche partire dal caso.

Ciò che conta è quello che facciamo con ciò che il caso ci mette davanti. Una parola viene intercettata. A seguire una frase. Un ricordo. Un’immagine. Uno stato d’animo. Un collegamento. Un’altra parola. La mente comincia a costruire una rete che un attimo prima non era necessariamente visibile. È qui che, per me, intercettare diventa interconnettere. Intercettare significa accorgersi di qualcosa. E forse significa anche intuire. Perché l’intuizione spesso arriva prima della spiegazione: qualcosa ci raggiunge, ci tocca, richiama la nostra attenzione e ancora non sappiamo dire perché. Intercettiamo prima di comprendere. Sentiamo una connessione prima di riuscire a dimostrarla. L’intuizione potrebbe essere proprio questo: una forma rapidissima di intercettazione, un sapere ancora senza parole che ci invita a fermarci e a guardare meglio. Poi la ragione arriva, mette ordine, cerca collegamenti, verifica, rielabora. Il primo movimento può essere semplicemente quello di aver intercettato qualcosa. Interconnettere significa chiedersi con cos’altro quella cosa può entrare in relazione.

E qui entra in gioco la memoria. Allenare la memoria non significa soltanto cercare di ricordare meglio. Significa anche esercitarsi alle infinite possibilità di connessione, comprese quelle apparentemente inutili. Perché non lavoriamo soltanto con ciò che abbiamo appena letto. Entrano in gioco le cose che abbiamo già incontrato. Una frase di un libro. Un’esperienza. Una persona. Un’immagine. Un odore. Una parola ascoltata anni prima. Un pensiero che credevamo dimenticato. La memoria non è soltanto un archivio dal quale recuperare informazioni quando servono. Può diventare un materiale con cui costruire connessioni nuove. Ecco perché questo esercizio è anche un esercizio di memoria. Anche quando la memoria non è immediata. Anche quando non ci accorgiamo subito che stiamo ricordando. Anche quando qualcosa rimane semplicemente scritto. Questo blog, per esempio, diventa memoria. Scrivo qualcosa. La lascio. Poi, un giorno, la riprendo. La rimaneggio. La guardo da un’altra posizione. La intercetto di nuovo. E quindi la memoria non è ferma. La memoria può essere intercettata. E allora arriva la curiosità. Forse il vero motore di tutto. Se non sono curioso, vedo una parola e passo oltre. Se sono curioso, mi fermo. Non devo necessariamente chiedermi subito: perché proprio questa parola? Dove l’ho già incontrata? Che cosa mi ricorda? Posso semplicemente lasciare che la curiosità faccia il suo lavoro. La curiosità è la leva dell’intercettazione. Stuzzica l’attenzione. La mantiene aperta. La porta a cercare. E cercando aumenta la possibilità di stabilire connessioni. C’è però una cosa che considero fondamentale: non cercare subito un significato.

È meraviglioso poter lasciare una cosa senza significato per un po’. Perché dentro questa sospensione c’è la libertà di coltivare la propria cultura nel campo infinito dell’esperienza. Non devo sapere subito dove mi porterà una parola. Non devo sapere perché ho aperto proprio quella pagina. Non devo trasformare ogni coincidenza in un segnale. Posso semplicemente osservare. Lasciare che qualcosa rimanga. E vedere se, con il tempo, produce un’altra connessione. L’aspetto più importante dell’esercizio è proprio questo: non avere fretta di arrivare a una conclusione. La conclusione, se deve arrivare, arriverà dopo. Oppure non arriverà affatto. E va bene così. Forse è questo il punto dell’esercizio: non sapere sempre dove porterà una connessione, essere disposti a intercettarla, creare un innesto. Perché dall’innesto può nascere qualcosa di nuovo. E il nuovo produce nuovo. Una parola intercetta una frase. La frase intercetta un ricordo. Il ricordo intercetta un’immagine. L’immagine intercetta una domanda. La domanda intercetta un libro. Il libro intercetta un’altra parola. E il movimento ricomincia. Intercettare. Intuire. Interconnettere. Ricordare. Osservare. Curiosare. Lasciare elaborare. Forse esercitare l’interconnessione significa proprio questo: non aumentare necessariamente la quantità di cose che vediamo, ma aumentare il numero di connessioni che siamo capaci di vedere tra le cose. Questa mattina ho intercettato una parola. Poi due libri. Poi due pagine. Le pagine non avevano un senso comune. Ma hanno prodotto una domanda. La domanda ha prodotto un ricordo. Il ricordo ha prodotto un collegamento. Il collegamento ha prodotto questo testo. Forse non è importante sapere se tutto questo sia stato casuale. È sufficiente averlo intercettato.

Isola

La parola di stamattina è isola. Sono partito da una parola semplice, quasi elementare, un pezzo di terra circondato dal mare e separato dalle altre terre, eppure mentre la pronunciavo ho sentito che dentro quella parola c’era molto di più. Un’isola è anche ciò che isola, è distanza, separazione, confine, è qualcosa che può proteggere oppure escludere, può essere una forza oppure una prigione. Io sono nato in Sicilia e conosco l’isola anche attraverso la mia storia, so cosa significa appartenere a una terra circondata dal mare, ma so anche cosa significa sentirsi isola dentro di sé. Molti anni fa, in una delle mie prime esperienze di psicoterapia di gruppo, emerse proprio questa immagine: io ero un’isola e mi rimase dentro la domanda su come gli altri potessero raggiungermi, in nave, a nuoto, con un sommergibile, in qualunque modo fosse possibile. Oggi ho ripensato a quella immagine e mi sono chiesto se essere un’isola sia un limite o una possibilità e ho capito che l’isola può essere una grande forza quando coincide con l’identità. Ognuno di noi è un’isola, alcune isole devono essere scoperte, altre sono già conosciute, altre ancora si mostrano soltanto in parte, ma ogni isola porta con sé una magia e l’identità è la nostra isola. Quando l’identità non è chiara, quando non sappiamo più chi siamo, l’isola rischia di trasformarsi in una catena montuosa, qualcosa che si innalza, si difende, diventa imponente, difficile da attraversare. Una persona può arrivare a costruire attorno a sé una geografia che non corrisponde più alla propria realtà, può pensare di non avere niente da offrire, può convincersi che nessuno riuscirà mai ad arrivare al suo interno, può nutrire paura e repulsione verso chi tenta di avvicinarsi, ma forse il vero problema non è che gli altri non riescano ad arrivare all’isola, forse è che l’isola nel frattempo ha smesso di essere abitata da chi la possiede. Per conoscere un’isola non basta guardarla dalla costa. La costa può essere arretrata, aspra, ostacolante, può respingere, ma l’isola non si conosce dalla costa, bisogna percorrerla, bisogna ascoltarla, bisogna avere la pazienza di scoprire lentamente le sue bellezze e le sue asprezze e soprattutto bisogna farlo senza giudicare. L’esploratore non arriva per conquistare l’isola, arriva per conoscerla. E forse l’esploratore può essere anche l’aria. L’aria entra, l’aria è ossigeno, è vita, non conquista l’isola ma la invita a respirare, la invita a scoprirsi, a riconoscersi, a identificarsi in qualcosa che chiamo verità. Perché quando la verità viene falsata in partenza si rischia di vivere su due binari che non si incontreranno mai, quello di ciò che siamo e quello di ciò che crediamo di dover essere. Per questo penso che esplorare se stessi ed esplorare il mondo siano due movimenti paralleli. Più conosco me stesso, più posso vivere in sintonia con ciò che mi circonda. Il rispetto che imparo ad avere per me stesso diventa rispetto per gli altri, per le relazioni, per l’ambiente, per il mondo nel quale vivo. Essere esploratori allora è una responsabilità. Ogni uomo dovrebbe imparare a esplorare, non necessariamente per andare lontano, ma per non smettere di cercare la realtà, per osservare ciò che accade, per attraversare le relazioni, per raccogliere ciò che incontra, per fare tesoro di ciò che scopre e poi raccontarlo, perché penso che ogni uomo abbia una funzione, quella dell’esploratore che racconta le proprie esplorazioni. Non per costruire una verità da imporre agli altri, non per avere consenso, non per creare appartenenze, lobby o sistemi di potere, senza retorica, senza aspettative, senza logiche, semplicemente per condividere una ricerca. Questa mattina sono partito dalla parola isola e per più di un’ora ho continuato a parlarne e a scriverne. Una parola mi ha condotto a un ricordo, un ricordo a un sentimento, un sentimento a una persona, una persona a una domanda, una domanda a un’altra domanda. Questo è il mio modo di esplorare. Una parola diventa un territorio e mentre la percorro scopro che non sto soltanto cercando il significato della parola, sto cercando qualcosa dentro di me. Forse è proprio questo il senso di un diario come questo. Non voglio raccontare conclusioni, voglio raccontare esplorazioni. Oggi è stata l’isola, domani potrebbe essere un’altra parola, ieri è stato così. Il movimento però rimane lo stesso: sentire, esplorare, comprendere, raccontare. E il sentire, alla fine, è ciò da cui tutto è partito, perché il sentire è la prima base della poesia. C’è anche un altro modo di arrivare a un’isola: l’aeroplano. Dall’alto l’isola cambia, la distanza permette di vedere ciò che dalla costa non si vede, il disegno complessivo, le forme, le proporzioni, il rapporto tra la terra e il mare. L’aeroplano permette di osservare l’isola prima ancora di entrarci, ma vedere non significa ancora conoscere. Per conoscere bisogna attraversare. Attraversare l’isola significa accettare che non tutto sia immediatamente comprensibile, significa camminare, fermarsi, tornare indietro, cambiare direzione, incontrare una bellezza e poi, poco dopo, una durezza, significa non avere paura delle asprezze perché anche quelle appartengono all’identità dell’isola. Esplorare non è soltanto guardare, è attraversare, e attraversare non significa necessariamente arrivare da qualche parte, a volte significa semplicemente esserci con attenzione mentre si percorre ciò che abbiamo davanti. Forse anche la musica è così. La musica non spiega necessariamente, la musica attraversa, passa attraverso di noi e produce qualcosa che spesso arriva prima delle parole, ha un ritmo, una pausa, una distanza, un silenzio, e forse anche il pensiero ha bisogno di una musica, non soltanto di concetti ma di ritmo, di ascolto, di tempo. Questa mattina una parola è diventata musica dentro di me. Isola. L’ho ascoltata e ho cominciato a seguirne il ritmo. Da quella parola sono nate immagini, ricordi, persone, paure, possibilità. È nato il mare, è nata la costa, è nata la montagna, è nato l’esploratore e poi è arrivata l’aria. L’aria è stata un’intuizione. Non l’avevo programmata, è emersa mentre lavoravo. Ed è proprio questo che mi interessa del lavoro che sto facendo: non sapere in anticipo dove una parola mi porterà. Lavorare sulla parola significa permetterle di aprire una strada e quando una strada si apre bisogna avere il coraggio di percorrerla. Per questo scrivo e per questo vorrei che chi legge non si fermasse a leggere. Vorrei che prendesse un quaderno, non perché debba fare quello che ho fatto io, ma perché possa fare il proprio lavoro, prendere una parola, lasciarla entrare, ascoltare ciò che produce, scrivere un’intuizione prima che scappi, attraversarla, scoprire dove conduce e poi agire. Perché il rischio della riflessione è diventare spettatori della propria stessa vita, pensare molto, capire qualcosa, emozionarsi e poi non fare nulla. Io invece credo che ogni intuizione chieda prima o poi un gesto. La ricerca non può rimanere soltanto nella testa, deve diventare esperienza, deve diventare relazione, deve diventare scelta, deve diventare azione. Ecco perché il quaderno non è un semplice contenitore di appunti, è un luogo di passaggio tra il sentire e l’agire. Io questa mattina ho trovato la mia aria. Non so quale sarà la tua, ma forse, se smetti per un momento di essere pigro, se interrompi l’automatismo, se prendi una parola e le concedi tempo, anche tu puoi incontrarla. Potrebbe essere una parola piccolissima, potrebbe sembrare insignificante e invece potrebbe contenere un’isola intera. Non aspettare che qualcuno venga a portarti l’esplorazione. Esplora, scrivi, attraversa, ascolta e poi racconta ciò che hai trovato. Questa mattina sono partito da un’isola e sono atterrato sull’isola. Scrivendo questo, chiudo un pensiero. Ho fede, mi affido. Questo mi basta.

Esperienze

La mia devozione verso Sant’Agata è nata lentamente.

È nata nella mia famiglia, da mia nonna Teresa, dai miei genitori, da mio zio che aveva lo studio dentistico in via Etnea e che per tutti noi rappresentava anche un luogo di incontro, di attesa, di condivisione. Aspettavamo che passasse la Santa sotto casa. E, forse senza rendercene conto, proprio in quei momenti abbiamo iniziato a costruire quel dialogo, quel rispetto, quella relazione con la nostra Patrona che negli anni è diventata sempre più profonda.

Poi arriva la fede. E la fede, quella vera, non si spiega.

Da anni partecipo alla Messa dell’Aurora. E ogni volta che Sant’Agata esce e ti commuovi, come lo spieghi? Non serve nemmeno spiegarlo. È un sentimento che accade. È qualcosa che attraversa la ragione e arriva altrove.

Forse la fede è proprio questo: la magia del pensiero quando diventa sentimento, quando diventa qualcosa di talmente profondo e onesto verso noi stessi da riuscire a travalicare i giudizi, le categorie, perfino ciò che riteniamo scientificamente spiegabile.

La fede può rivolgersi a Dio, a un Santo, a un albero, alla luna, ad una barca, a qualsiasi cosa nella quale una persona riconosca un dialogo mistico che va oltre la giurisdizione della mente.

E sappiamo quanto sia importante questo passaggio, perché la mente, qualche volta, mente.

In questi giorni, però, insieme al caldo meteorologico ne abbiamo percepito un altro: un caldo che non riguarda il clima, ma che riguarda i sentimenti. Le intemperanze emotive. La rabbia. Il giudizio. Il bisogno di disprezzare ciò che non si comprende.

Mi ha amareggiato leggere alcuni commenti sprezzanti nei confronti di chi manifesta la propria fede. E mi ha amareggiato ancora di più constatare che, in alcuni casi, dietro quelle parole sembra esserci anche una lettura politica, come se persino la fede dovesse essere ricondotta a uno schieramento, a una parte, a un’appartenenza.

Ma la fede non appartiene a una parte. La fede appartiene a chi la sente.

Mi sono chiesto cosa significhi davvero quella frase quando diventa una forma mentale. Mi è venuta in mente una parola che ho letto ieri “tunnelizzato”: colui che vede soltanto ciò che ha deciso di vedere, che procede dentro un corridoio stretto nel quale non esiste più lo sguardo laterale, non esiste più la curiosità verso ciò che è diverso da sé, non esiste più la possibilità di riconoscere la bellezza nell’altro. Perché la Fede illumina e illumina non soltanto se stessi ma il proprio ambiente. Ecco che ci sono tante metafore che raccontano questo quando accendi la luce vedi non soltanto quello che cercavi vedi anche altro.

E forse, qualche volta, dietro questo restringimento dello sguardo c’è semplicemente un’infelicità che non permette più di vedere oltre se stessi.

Non lo so. E non voglio nemmeno pretendere di saperlo. Perché anche questo sarebbe un giudizio.
So soltanto ciò che è accaduto ieri.

Abbiamo realizzato un sogno: raccontare una parte della storia di Sant’Agata attraverso una rappresentazione contemporanea itinerante, attraversando nove luoghi del centro storico di Catania, nel novecentesimo anniversario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli alla nostra città.

Piazza Università, Piazza Duomo e Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in via Dusmet, via Museo Biscari, piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di via Etnea, via dei Crociferi, piazza Mazzini e infine il sagrato del Duomo. Nove luoghi. Nove momenti. Una storia che cammina dentro la città.

Ma soprattutto una storia che è stata raccontata da persone che hanno scelto di esserci.E stamattina ho letto le loro parole che raccontano ciò che è realmente accaduto.
La Fede, quella autentica, accomuna.

La rabbia, invece, quando diventa giudizio permanente, trasforma una questione personale in una questione sociale e, contemporaneamente, asociale: perché finisce per costruire muri proprio là dove dovrebbe esistere la possibilità di incontrarsi.
Io vorrei che questa mattina, invece di indignarsi perché qualcuno si inginocchia, prega, si commuove o bacia un teschio come segno della propria fede, si provasse almeno per un istante a fare uno sforzo diverso: non giudicare ciò che non si comprende. Provare a capire. E, se possibile, provare a sentire.

Perché come fai a spiegare a una persona che non ha fede che cos’è la fede?
Io non lo so.

Posso soltanto raccontare cosa significa per me.
Posso raccontare la nonna Teresa, la mia famiglia, mio zio in via Etnea, le attese per vedere passare Sant’Agata, la Messa dell’Aurora, le lacrime che arrivano senza essere chiamate.
Posso raccontare ciò che abbiamo fatto ieri.
Posso raccontare le persone che hanno lavorato insieme, con generosità, senza chiedersi continuamente chi fosse più importante, chi dovesse apparire, chi dovesse avere ragione.
E posso dire che, in mezzo a tutte le complessità del mondo, sono felice.
Perché abbiamo nutrito di fede altre persone.
Abbiamo seminato.
E forse è proprio questo che dovremmo imparare a fare più spesso: piantare un seme.
Non pretendere che tutti lo vedano.
Non pretendere che tutti lo comprendano.
Non pretendere nemmeno che tutti lo amino.
Piantare un seme e andare avanti.
Perché la responsabilità è personale.
Ognuno scelga il proprio sguardo, il proprio tunnel, la propria strada. Io scelgo la mia.
E la mia strada, oggi, è quella della fede, della memoria, della bellezza e delle persone che ieri sera hanno camminato insieme per Catania raccontando Sant’Agata.
La fede, per molti, è una parola vuota.
Per altri, quando quella parola si riempie davvero, diventa una forza, un incontro, una comunità, una bellezza, una rivoluzione.

Brucoli

La responsabilità del sogno. Forse la vera conquista non è arrivare da qualche parte, ma imparare a stare dentro ciò che accade senza smettere di guardare, accorgersi, trasformare, fare.

Guardare significa essere presenti. Accorgersi significa dare valore ai dettagli, anche a quelli che sembrano insignificanti. Trasformare significa prendere ciò che la vita ci consegna — un’emozione, una paura, un’immagine, un desiderio — e farne pensiero, arte, esperienza. Fare significa assumersi la responsabilità di ciò che abbiamo sognato.

A Brucoli, per esempio, una parte di me voleva andare e un’altra voleva tirarsi indietro. Ho attraversato quella resistenza e sono andato, come DJ, proposto selezioni musicali. E la gente ha apprezzato e ballato, anche bene, in un luogo dove non è abituata a farlo.

La cosa che mi emoziona davvero è che ho creato una condizione alla quale pensavo da tantissimi anni, da quando avevo messo per la prima volta piede in quel locale.

Questa è la responsabilità del sogno. Immaginare e poi fare. Un sogno rimane utopia finché resta soltanto nella nostra mente. Diventa presenza quando trova un corpo, un luogo, un tempo, altre persone. E diventa esperienza quando accettiamo di attraversare la paura, l’incertezza, la fatica e anche la possibilità che le cose non vadano come avevamo immaginato.

Il sogno non chiede soltanto di essere desiderato. Chiede di essere realizzato.

Una musica diventa movimento. Un’idea diventa scena. Una scrittura diventa voce. Oggi un progetto nato un anno fa prende corpo nelle strade. Un’immagine diventa pensiero. Un pensiero diventa scelta.

È questo che sto imparando: non aspettare di essere pronto, esserci per concretizzare.

E poi fermarsi un momento a riconoscere che qualcosa che un tempo era soltanto immaginato, adesso esiste.

Il sogno da utopia diventa presenza. E la presenza diventa esperienza. La verità sta nei dettagli.

Ferragosto

Buon Ferragosto a tutti.

In questo momento sto parlando a un gruppo teatrale, mistico, che con l’energia dell’Universo abbiamo creato: un meraviglioso campo scuola. Mentre scrivo mi sto immaginando un gruppo molto più vasto. Perché quello che sto vivendo con voi riguarda, in realtà, qualcosa che va oltre il teatro: la responsabilità della relazione.

La relazione è prima di tutto una sfida che si rinnova rifiutando ciò che è da rifiutare e nello stesso tempo abbracciandolo. Questa responsabilità non è soltanto la responsabilità di ciò che facciamo insieme, ma la responsabilità di come ci stiamo dentro, di come ci guardiamo, di come ascoltiamo, di come attraversiamo i momenti delicati e di come ciascuno di noi contribuisce alla qualità dello spazio comune. La sto immaginando, ma soprattutto la sto vivendo. Ieri ho avuto una lunga conversazione con Maria e mi sono fermato a riflettere su una cosa che riguarda tutti noi e questo passaggio delicato tra lo spettacolo appena concluso, Sant’Aituzza mia, e il nuovo lavoro che è già in corso, Civitoti in pretura. Rispetto al primo spettacolo, le persone non si sono ancora sentite completamente accolte, raccolte, “accucciate” nello stesso modo.

È una sensazione che ho ascoltato con grande attenzione e che mi ha fatto immediatamente riposizionare alcune cose.Ci sto lavorando. E proprio per questo mi è venuto da scrivere questo messaggio, anche se è lungo. Perché partendo dal concetto di “resistenza” nel suo assetto di rivoluzione, sento che questo momento ha bisogno di attenzione e non di fretta.

Vi ho parlato spesso di una cosa: mai avere aspettative. Mai. Non possiamo pretendere che un nuovo lavoro ci restituisca automaticamente le stesse emozioni, la stessa complicità, lo stesso ritmo o lo stesso abbraccio del lavoro precedente. Ogni volta bisogna rinnovare continuamente.

Lavoro sempre su nuove costruzioni come le bolle di sapone. Cercare ogni volta un assetto. Cercare il proprio ruolo. Cercare il proprio spazio. Cercare il proprio modo di stare dentro quello che stiamo facendo. E soprattutto andare oltre le bugie della mente. Perché la mente, la mente… costruisce aspettative, paragoni, paure, giudizi, immagini di come le cose dovrebbero essere. E spesso sono proprio queste immagini a impedirci di vedere quello che sta realmente accadendo.

Il primo spettacolo ci ha regalato un gruppo, un ritmo, una complicità che non erano scritti sulla carta. Sono nati lavorando, incontrandoci, ascoltandoci, attraversando difficoltà e costruendo insieme.

Adesso siamo a due giorni dal debutto dello spettacolo che ci ha riuniti nella sua forma autentica e itinerante.

Un sodalizio tra verità, fede, arte, comunione di intenti.

Adesso siamo in un altro momento. E un altro momento richiede un altro ascolto.Io arrivo a questo messaggio amandomi. E forse è importante dirlo.

Ieri ho lavorato a Brucoli come DJ. Una bellissima location, in riva al mare, i fuochi d’artificio che a mezzanotte mi hanno circondato. Dopo ho trascorso del tempo con i titolari, in una serata molto bella e anche molto faticosa.Oggi sento tutta quella fatica.Sento la difficoltà nel camminare, la stanchezza del corpo, la necessità di fermarmi.Eppure proprio questa difficoltà, questa determinazione e questa voglia di fermarmi e parlare — prima di tutto con me stesso e poi con il mondo — mi portano a scrivere questo.

Il mio Maestro mi ricorda sempre: “fermati e rifletti”.

Voi sapete che tengo un diario.

Quello che sto scrivendo nel mio diario oggi, in questo momento, diventa anche pubblico. Diventa un modo per condividere con voi un processo che per me è importante.

La resistenza, per me, non è irrigidirsi. È esserci.È scegliere nuovamente, soprattutto quando qualcosa cambia e non abbiamo più esattamente le stesse condizioni, lo stesso entusiasmo, lo stesso ritmo del lavoro precedente. È la capacità di rideterminarsi.

Per questo voglio rivolgere un abbraccio particolare a Maria, che è stata fondamentale e che, come ben sapete, nel suo ruolo di aiuto regia ha una funzione preziosa: armonizzare il gruppo, salvaguardare ogni piccola sfumatura, accorgersi di ciò che magari non viene immediatamente detto. E voi sapete quanto per me siano importanti le sfumature.

Io curo ogni piccola sfumatura perché credo che il teatro, prima ancora di essere rappresentazione, sia relazione. Ed è la stessa cura che ritrovo nel lavoro con Turi Giordano: un meccanismo generativo, l’unione allargata di due orizzonti, come quelle proiezioni spettacolari che nascono solo quando due sguardi si incontrano davvero.

E allora questo messaggio vuole essere anche un abbraccio a tutte le persone che sono in prima linea, a chi sta lavorando, a chi sta cercando il proprio posto, a chi magari in questo momento si sente meno vicino al gruppo, a chi ha bisogno di ritrovare un ritmo, a chi sta semplicemente attraversando questo nuovo passaggio.

Dobbiamo avere la forza di dircelo.

Possiamo riposizionarci. Possiamo ritrovarci. Possiamo continuare a costruire. E possiamo farlo senza aspettative.”Perché ogni volta che ci liberiamo dell’idea di come dovrebbe essere, diventiamo più disponibili a scoprire come può essere.

E quindi io ci sono.Con tutta la mia attenzione, con la mia determinazione, con la mia cura e anche con la mia capacità di ascoltare ciò che arriva dal gruppo.

E oggi voglio dire anche grazie.

Grazie alla fatica. Grazie alla resistenza. Grazie alle difficoltà. Perché quando ringrazio la fatica e la resistenza, sto ringraziando la mia vita.Sto ringraziando le sfide. Sto ringraziando le pietre miliari che mi hanno portato fino a qui.

E forse è proprio questo che possiamo fare anche noi: non aspettarci di ritrovare ciò che è stato, ma rinnovare continuamente ciò che siamo. Perché se il primo spettacolo ci ha insegnato qualcosa è che le cose più belle accadono quando smettiamo di essere semplicemente persone che partecipano a un lavoro e diventiamo, poco alla volta, una comunità di lavoro.L’abbraccio è qualcosa che possiamo costruire ricostruire, costruire, ricostruire all’infinito. Perché il totale non è mai una somma astratta che sta fuori di noi: è fatto di ognuno di noi. Ogni persona è un puzzle, fatto di tanti piccoli pezzi. E tutti questi pezzi, messi insieme — i pezzi di ognuno di noi — compongono un puzzle molto più grande.

È questo, per me, il senso della comunità: non un tutto che ci contiene, ma un tutto che nasce da ciascuno. Abbraccio