Sono entrato al Teatro Metropolitan di Catania con una curiosità precisa. Non tanto per capire cosa avrebbe detto Daniela Lucangeli, quanto per osservare cosa accade quando una professoressa universitaria attraversa il confine tra aula e palcoscenico per raccontare la scienza mettendo in scena sé stessa. Da drammaturgo è una domanda che mi accompagna spesso: cosa succede quando un sapere abbandona il luogo in cui è nato e conquista uno spazio diverso? Quale ritmo sceglie? Quale struttura? Quali strumenti utilizza per mantenere viva l’attenzione di centinaia di persone?
Ancora prima che iniziasse la serata, la mia vicina di posto, un’insegnante, mi ha confidato di essere curiosa. Voleva vedere cosa sarebbe accaduto. Era la stessa domanda che avevo io.
Lo spettacolo si apre con Emozioni di Lucio Battisti e quasi subito Lucangeli pronuncia una frase che sembra una dichiarazione d’intenti: «Partiamo dalle cose brutte così poi arriviamo alle cose belle. La prima cosa che voglio fare è mettervi ansia». Da quel momento inizia qualcosa che non assomiglia né a una lezione universitaria né a uno spettacolo teatrale tradizionale.
Si parla di respiro, di battito cardiaco, di attenzione rivolta a sé stessi. Si entra in una sorta di meditazione collettiva. Le persone vengono invitate ad ascoltarsi, a guardarsi, a riconoscersi. A un certo punto arriva quello che, per me, è la vera sigla della serata: tutti sono invitati a pronunciare contemporaneamente il proprio nome. Non una canzone. Non uno slogan. Ma un’affermazione di presenza:
Io sono qui. Tu sei qui. Noi siamo qui.
Più passava il tempo e più mi rendevo conto che stavo osservando qualcosa di diverso dal teatro che conosco. Nel teatro, salvo casi particolari, l’emozione nasce da una storia. Seguiamo un personaggio, un conflitto, un viaggio. Alla fine riconosciamo il lavoro dell’attore con l’applauso.
Qui il meccanismo era differente. Non c’era una trama. Non c’era un protagonista da seguire. Non c’era una costruzione scenica particolarmente elaborata. Lucangeli rimaneva quasi sempre al centro del palco. Non sfruttava il teatro come farebbe un attore o un regista. Non costruiva immagini sceniche, non utilizzava movimenti significativi, non cercava effetti spettacolari.
Da uomo di teatro, confesso che avrei immaginato una maggiore drammatizzazione, una cura diversa di alcuni dettagli. Eppure questo sembrava non avere alcuna importanza per il pubblico. Era lì per incontrare una persona.
Per tutta la sera ho osservato gli sguardi. Osservavo loro, il pubblico. Ed è forse questa l’immagine che mi porto a casa. Gli sguardi. Non vedevo semplicemente attenzione. Vedevo affidamento. Curiosità. Aspettativa. Fiducia.
Una ragazza seduta poco lontano da me non ha praticamente mai staccato gli occhi da Daniela Lucangeli. Ma non era l’unica. Molti sembravano pendere dalle sue parole. E questo mi ha fatto riflettere. Non stavano seguendo una storia. Stavano seguendo sé stessi.
Lucangeli riportava continuamente l’attenzione sul respiro, sulle emozioni, sulle relazioni, sui figli, sulla memoria, sulle ferite, sull’apprendimento. Un attore normalmente ci porta fuori da noi per accompagnarci dentro una storia. Qui accadeva quasi il contrario. Il pubblico veniva continuamente riportato dentro la propria esperienza.
Da anni ci ripetono che l’attenzione si è accorciata. I social, i video brevi, le notifiche continue avrebbero reso impossibile seguire un discorso lungo. I TED stessi sono diventati il simbolo di questa idea: condensare un pensiero complesso in diciotto o venti minuti.
Eppure il Metropolitan mi ha raccontato un’altra storia. Centinaia di persone sono rimaste sedute per quasi due ore ad ascoltare una donna parlare di emozioni, neuroscienze, apprendimento, relazioni umane e memoria. Nessuno sembrava avere fretta. Molti, all’uscita, mi hanno detto che sarebbero rimasti ancora.
Questo mi costringe a una domanda: siamo davvero incapaci di mantenere l’attenzione a lungo oppure siamo incapaci di mantenerla su ciò che non ci coinvolge? Forse il problema non è la durata ma la qualità della relazione che si crea tra chi parla e chi ascolta.
Una parola ritornava continuamente durante la serata: «riassunto». Lucangeli affrontava concetti complessi come filogenesi, ontogenesi, epigenesi, neuroplasticità e poi si fermava: «Riassunto».
Mi ha divertito molto perché anch’io, nel mio modo di stare in scena, faccio qualcosa di simile. Non uso quella parola, ma riprendo spesso l’ultima espressione pronunciata per verificare se il pubblico è ancora con me. È un gesto semplice, quasi invisibile. Ma racconta qualcosa di importante.
Chi comunica non vuole soltanto parlare. Vuole essere seguito.
Osservando il pubblico mi sono reso conto che stavo assistendo a un fenomeno che conosco bene ma che normalmente appartiene ad altri mondi. Lo vedo ai concerti. Lo vedo quando entra in scena un attore molto amato. Lo vedo quando un artista pronuncia le prime parole e il pubblico è già disposto ad accompagnarlo ovunque.
Molte delle persone che ho incontrato all’uscita non erano lì per scoprire Daniela Lucangeli. Erano lì per ritrovarla. Avevano letto i suoi libri, visto i suoi video, ascoltato le sue conferenze. Alcuni avevano percorso molti chilometri per esserci.
Una donna mi ha detto che era venuta semplicemente «per lei». Un’altra che sarebbe rimasta ad ascoltarla fino al mattino. Una terza mi ha confidato che la serata aveva aperto «stanze chiuse».
Nessuno mi ha parlato di epigenesi. Quasi tutti mi hanno parlato di amore, di comprensione, di umanità.
Ed è forse proprio qui che risiede il tratto più interessante del lavoro di Daniela Lucangeli. Per molto tempo la nostra cultura ha separato il pensiero dal sentire, la ragione dall’emozione, come se comprendere significasse necessariamente prendere le distanze da ciò che si prova. Il contributo di Lucangeli sembra muoversi in una direzione diversa. Le emozioni non vengono considerate un ostacolo alla conoscenza, ma il terreno stesso nel quale l’apprendimento prende forma. Impariamo attraverso le relazioni, attraverso la fiducia, attraverso il senso di sicurezza che ci permette di esplorare il mondo senza esserne sopraffatti.
È una prospettiva pedagogica, certo. Ma è anche una prospettiva antropologica. Perché ci ricorda che non esiste crescita autentica che non attraversi la vulnerabilità, la cura e l’incontro con l’altro. Forse è anche per questo che molte delle persone presenti quella sera non ricordavano tanto le definizioni scientifiche quanto il modo in cui si erano sentite. Non portavano via soltanto delle informazioni. Portavano via una diversa idea di ciò che significa essere umani.
Per questo motivo continuo a pensare che ciò a cui ho assistito non fosse propriamente teatro e non fosse nemmeno una lezione universitaria. Forse era qualcosa di più vicino a un rito contemporaneo. Perché quando una comunità temporanea si riunisce attorno a una domanda condivisa — come crescere, come educare, come comprendere meglio sé stessi e gli altri — accade qualcosa che va oltre il semplice trasferimento di informazioni.
Accade un’esperienza. Ed è proprio qui che si è affacciato in me un altro pensiero. Ho visto del materiale scenico ancora inesplorato.
Non perché Daniela Lucangeli abbia bisogno di diventare attrice, né perché debba trasformare il proprio lavoro in uno spettacolo. Una donna che ha dedicato la vita allo studio delle neuroscienze, dell’apprendimento e delle emozioni sale su un palco e parla. Quasi senza artifici. Quasi senza scena. Eppure riesce a tenere insieme centinaia di persone per oltre un’ora e mezza.
Da drammaturgo non potevo fare a meno di immaginare ciò che ancora potrebbe emergere. Vedo anni di ricerca, di studio, di incontri, di domande. Vedo concetti che diventano immagini. Vedo relazioni che diventano racconto. Vedo il potenziale di un teatro dell’incontro, che non è quello della finzione ma quello della presenza. Non la rappresentazione di una vita. La sua condivisione.
Nel mio lavoro di teatro contemporaneo sto esplorando sempre di più il racconto dell’esperienza, della trasformazione, dell’attraversamento. Mi interessa il sentire. Mi interessa capire come un essere umano cambia quando incontra un altro essere umano. E quella sera ho avuto la sensazione di osservare proprio questo processo. Per questo, uscendo dal teatro, mi è venuto da pensare una cosa semplice: Daniela, vorrei scrivere per te.
Forse non accadrà mai. Ma è una delle sensazioni più belle che mi porto a casa da questa serata. Alla fine dell’incontro le ho chiesto se il teatro la appassionasse o se fosse semplicemente un’aula universitaria più grande.
Mi ha risposto: «Il teatro è un modo perché mi vediate vera.»
È una frase che continuo a ripensare. Forse perché contiene il cuore di tutto quello che ho osservato. Il pubblico non era lì soltanto per imparare qualcosa. Era lì per incontrare qualcuno. E forse la domanda più interessante non riguarda Daniela Lucangeli ma il pubblico di oggi. Che cosa cerca?
Forse cerca qualcosa che le informazioni da sole non riescono più a dare. Le informazioni sono ovunque. Le spiegazioni pure. Quello che diventa raro è qualcuno capace di organizzarle, renderle umane e restituirle in una forma che permetta a ciascuno di ritrovare una parte di sé.
E allora la lezione più interessante della serata non è arrivata dal palco. È arrivata dalla platea. Perché non stavo osservando semplicemente il consenso. Stavo osservando il desiderio di essere accompagnati. Di essere riconosciuti. Di sentirsi parte di qualcosa che, anche solo per una sera, restituisce profondità all’esperienza umana.
Oggi l’attenzione, forse, è il bene più raro che esista. al Teatro Metropolitan, ho avuto la sensazione che l’attenzione non fosse soltanto presente. Fosse un atto d’amore.













































