Carissimo Turi, conosci ogni dettaglio, ogni retroscena di questa avventura in corso d’opera “100° anniversario nascita Nando Greco fondatore del Teatro Club di Catania”, che prende il via quasi tre anni fa. Sei ideatore, costruttore e arrangiatore di vari progetti in funzione ad ogni tempo, ad ogni incontro, ad ogni interlocutore, ad ogni budget. Sei stato in prima linea partecipe di incontri, accordi, interviste, definizioni, insomma un mare di belle sensazioni, di sfide, di tenacia. La verità ti ha mosso sempre in avanti, accettando anche qualche pausa.
Oggi il tuo progetto definitivo è su carta, in lavorazione, pronto ad andare in scena. Tra domani e dopodomani porgerai la tua comunicazione ad un elenco di persone diverse, eterogenee, a giornalisti, ad operatori culturali, universitari, opinion leader che ti auguri la diffonderanno nel migliore dei modi, in questo ti aiuta Alessio Accardo.
Domani consegna dei pieghevoli cartacei che illustrano il programma e di seguito promozione itinerante, con l’aiuto di Salvo Patanè. Nella stessa giornata alle 20.30 prova di lettura, la seconda, dello spettacolo di giorno 10 giugno “Attori, commedianti e spettatori” con Elisa Franco, Turi Giordano, Angela Sicali, Diana D’Amico, Emanuele Puglia, Enrico Pappalardo, Franco Colaiemma, Giuseppe Parisi, Loredana Marino, Sabrina Tellico e tua figlia Gaia. A seguire dal 4 al 6 ripresa dello spettacolo “L’Altro ieri” con Alice Canzonieri che chiude il programma di iniziative.
C’è
in questo programma una forte intesa, in tutto quello che stai producendo tra il
passato e il presente. Tra qualcosa che è già stato che potrebbe sembrare superato,
e l’adesso, che scopriamo in itinere. L’istante che abbraccia il prima diventa
futuro.
Come scrive Natalia Ginzburg “Le memorie ci portano, della felicità, solo alcuni connotati sparsi. Troviamo difficile ricostruirla nella sua immagine intiera. Il teatro ci porta sentimenti che ci sembrano, a confronto della felicità, più alti e appassionati”.
È
quel ricordo che si sta muovendo, che è in atto per festeggiare il 100°
anniversario della nascita di Nando Greco e scrivendo nome e cognome sei
fiero della tua famiglia, di tutto quello che ha portato ad essere qui a
scrivere ad ogni persona coinvolta e a stabilire un ruolo del passato che oggi
è presente, e sarà il futuro perché a volte per la dinamica dei fatti, tutto
oggi corre, i fatti vengono inghiottiti senza un ordine.
Per noi e le nuove generazioni abbiamo bisogno di fermarci e riflettere sui momenti importanti e salienti della formazione culturale che ci riguarda come persone come società. Una grandissima emozione pochi giorni fa è stata ricevere le foto di una classe di studio al DISUM Università CT presieduta dalla prof.ssa Simona Scattina. So cosa si prova a sapere che l’oggetto della lezione/esercitazione è tuo padre, coerenza indescrivibile.
Come ogni cosa fatta bene, bisogna sempre attenzionare ogni dettaglio. Porgere attenzione e rispetto in ogni cosa, e soprattutto indipendenza emotiva e pratica. In campo culturale se non ci sono fondi economici chiari bisogna andare alla ricerca del budget, delle disponibilità, delle sinergie, del lavoro, delle collaborazioni. La sfida vincente è proprio questa. Riuscire a superare ogni ostacolo. Questa è la tua esperienza Salvatore. È importante mantenere il ritmo.
Nando Greco ci ha insegnato la visceralità verso il teatro quella passione che non ha frontiere quel sentimento in cui nel teatro c’è ogni libertà, lui stesso lo racconta nel documentario/podcast REMINISCENTIAE. Prima di incontrare Lea viveva a Roma. Dopo la “Silvio D’Amico” è stato scritturato nelle più importanti compagnie del territorio italiano, amico e collega fraterno di grandi attori registi e operatori culturali. Ricordi che spesso a casa nostra erano ospiti Alberto Lupo, Arnaldo Ninchi, Franca Valeri, Luigi Vannucchi, Turi Ferro, Ida Carrara, Franz De Biase, Carmelo Rocca, Mario Giusti, Lina Wertmuller, Giuseppe Di Martino, Nunzio Sciavarello, Carmelo Bene, Alfredo Mazzone, Salvatore Enrico Failla, Paolo Poli e tanti altri.
Nando Greco dalla forte indole da curioso è sempre andato alla ricerca di nuove strade di sperimentazione teatrale, di un teatro moderno fuori dai soliti schemi.
Tra qualche giorno si va in scena. Vi aspettiamo numerosi
Elettra di Sofocle, traduzione di Giorgio Ieranò, regia di Roberto Andò Edipo a Colono di Sofocle, traduzione di Francesco Morosi, regia di Robert Carsen. Per la 60ª stagione dell’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) al Teatro Greco di Siracusa
Uscendo dal Teatro Greco di Siracusa mi sono fermato a mangiare un buonissimo panino concepito in un camion ben attrezzato. Davanti tavoli sparsi, mentre gustavo le mie patatine e la birra, alcune persone discutevano della loro esperienza appena trascorsa e facevano un confronto fra lo spettacolo Elettra per la regia di Roberto Andò in scena il giorno prima il 9 maggio e Edipo a Colono per la regia di Robert Carsen, che si era appena concluso. Tra tanto dire, mi ha colpito il commento su Elettra “è stato più pesante da seguire”
Portata a casa la dichiarazione di una giovane donna rappresentante del pubblico, la condivido e la utilizzo come incipit di questo post frutto di una esperienza siracusana di due giorni.
Perché? Perché desidero porre l’attenzione su un principio di fondo che ritengo interessante “l’essere spettacolo”, ovvero la capacità della messinscena, di accontentare, servire, pubblici diversi. Per me questo è importantissimo. Soddisfare sia chi conosce la storia (chi ha letto il libro o ha seguito altre edizioni), sia chi è lì, davanti alla scena, per la prima volta. Lo spettatore che si è fatto un regalo, ha comprato un biglietto e desidera portarsi a casa un racconto, una storia, la bravura degli attori, il contesto, le scene, la piacevolezza della regia.
Così decido di mettere in fila i due vissuti in ordine di tempo e li porto all’attenzione di chi mi legge in un unico contenitore partendo proprio dalla capacità di un drammaturgo di offrire allo spettatore non soltanto la battuta, il significato, la storia e la narrazione. La capacità di soddisfare il pubblico
Giorno 9 maggio in scena Elettra, personaggio della mitologia greca, oggetto di numerose rielaborazioni e reinterpretazioni nel corso dei secoli, sia in ambito letterario che teatrale. Il suo mito, legato alla vendetta per l’uccisione del padre Agamennone, continua a influenzare l’arte e la cultura occidentale, ispirando opere di autori come Euripide, Sofocle, Hofmannsthal, Prosper Jolyot de Crébillon e molti altri.
Quella a cui assistiamo è Elettra di Sofocle. Il figlio di Agamennone, Oreste, interpretato da Roberto Latini, torna dopo molti anni a Micene in compagnia di Pilade interpretato da Rosario Tedesco e del Pedagogo interpretato da Danilo Negrelli. Su ordine di Apollo, Oreste deve vendicare la morte del padre, ucciso dalla moglie Clitennestra interpretata da Anna Bonaiuto e dal suo amante Egisto interpretato da Roberto Trifirò per usurparne il trono. L’antefatto vuole che da bambino Oreste correva il rischio di essere anch’egli ucciso in quanto erede al trono. Era stato salvato dalla sorella Elettra interpretata da Sonia Bergamasco che affidato ad un uomo focese, suo zio Strofio, lo aveva tenuto lontano dagli intrighi di palazzo. Da quel giorno Elettra, che provava un odio profondo (e ricambiato) verso i due assassini, aveva vissuto nella speranza che Oreste un giorno potesse tornare a vendicare il padre.
Lo spettacolo inizia dal momento che Oreste
torna a Micene all’insaputa di tutti. Diffonde la falsa notizia della propria
morte. Elettra è disperata, si fa coraggio e decide che sarà lei a vendicare il
padre. Ottenuta la prova della fedeltà della sorella, Oreste le rivela la
propria identità, ed insieme i due organizzano un piano per attuare la loro
vendetta. Oreste penetra nel palazzo e uccide senza pietà la madre supplicante,
poi incontra Egisto e lo trascina fuori scena per ucciderlo; proprio su questa
immagine si chiude la tragedia.
Arrivo a Siracusa mosso dalla curiosità. Felice di vedere un nuovo spettacolo di Roberto Andò un regista di cui apprezzo la maestria. A marzo di quest’anno mi è piaciuto molto il suo spettacolo Sarabanda con Renato Carpentieri, Alvia Reale, Elia Schilton, Caterina Tieghi, candidato al premio Le Maschere del teatro italiano. Inoltre Andò conosce bene l’INDA, è stato artefice di interessanti novità.
Eccomi in compagnia di amici e
colleghi. Un contesto all’aria aperta, antico, mastodontico, importante, con le
sue regole.
Dopo il saluto del Sindaco Francesco
Italia e la presentazione del programma della prossima stagione che si basa
su Eschilo Euripide e Sofocle da parte del Consigliere Delegato INDA Marina
Valensise, inizio subito a raccogliere in sottofondo il rituale di Giovanni
Sollima, il suo violoncello è inconfondibile. Segue una comitiva di attori che sembrano gli amici
davanti a un muretto alla ricerca di posizioni in una scena (di Gianni
Carluccio) che mi fa pensare al Cretto di Gibellina l’opera di
arte ambientale di Alberto Burri realizzata nel luogo in cui sorgeva la città vecchia
completamente distrutta dal terremoto del 1968.
Mi colpisce la battuta “un cavallo di razza, anche se è vecchio, non si smarrisce per la paura e drizza sempre le orecchie di fronte al pericolo“ la recita Oreste, dà vigore ad inizio spettacolo. Bene! Sono istanti in cui sono fiducioso, mi sembra che questo sia prologo e offerta di un poeta. È inoltre pregusto una simmetria mentre sono distratto dalla luna e mi chiedo se è piena.
La protagonista Elettra si presenta al pubblico dopo circa 15 minuti, alle sue spalle entra una moltitudine di donne/ragazze, è il coro di donne di Micene, prorompenti come tante Malena (Monica Bellucci di Tornatore) il loro movimento appare poco chiaro, assomiglia ad una prova, mi imbarazza.
Manca l’eco della tragedia greca. Fermo l’attenzione su un’altra battuta “il tuo dolore è senza scopo, inutile” che sul copione del programma di sala è riferita al coro. Non ricordo chi l’abbia recitata se Simonetta Cartia, Paola De Crescenzo, Giada Lo Russa o Bruna Rossi, mi arriva piatta, come se l’avesse recitata un “madonnaro” mentre la dipingeva in terra. Da questo momento in poi quella mia eccitazione iniziale, quel coinvolgere i miei amici da qualche giorno, quell’interesse per questo allestimento incomincia a calare fino ad arrivare a “fatti coraggio figlia mia“. Non capisco cosa stia succedendo.
A cosa servono i classici? Cosa sono i classici? Qual è la loro musicalità? Che funzione ha il teatro antico? Lo spettacolo che mi trovo davanti mi sembra ristretto, come se il regista stia lì a ricalibrare tutto. Pur bravi gli attori, questa “prima” davanti ad un pubblico di 4500 persone, per me non parte.
Attorno a me tanti giornalisti che
prendono appunti con la mia stessa voracità. Forse perché dopo circa 40 minuti secondo
me il pubblico non è stato ancora afferrato. In questa dimensione si sente
soltanto la scomodità della seduta. Finché qualcosa cambia…anche se poca cosa.
Una nuova battuta che ricopio nel mio quadernino “ora sorella assolvi al tuo compito“. È arrivata forte, chiara, delineata in un contesto che finora sembra dispersivo. Accadono due cose. Un grande applauso e a seguire ingresso di Clitennestra. Si passa al mito! Arriva l’eco della voce, non so se è un cambio di modulazione registica, so che accolgo la maestria di Anna Bonaiuto differente da tutte le scene precedenti. Sonia Bergamasco con tenacia e bravura si affianca a lei “per quale ragione ti comporti nel modo più vergognoso anche adesso cosa può giustificare il fatto che tu vada a letto con l’assassino con l’uomo insieme al quale ha ucciso mio padre” e da un nuovo slancio alla messinscena. Due donne importanti, due brave attrici, un momento decisivo. Fin adesso lo spettacolo è stato un ottovolante.
Si aggiunge il fatto che il pubblico, in alto alle gradinate, si muove e, passando davanti alla luce, disturba la scena creando ombre. Ogni persona che percorre il corridoio in alto porta la sua presenza laddove c’è lo spettacolo e questo non so se distrae, so che si nota. Poteva essere un effetto. Così ripetitivo, no.
Sul mio libretto di appunti scrivo altre cose. Mi piace seguire il monologo del Pedagogo “sono stato mandato qui per dirtelo e ti racconterò tutto” riferendosi a Clitennestra. Mi sembrano entrambi proporzionati, ma continua a non bastarmi. Mi ritrovo a guardare una scena in cui il coro è disseminato come se fosse ad un picnic.
Immagino che Roberto Andò, regista
quotato, maestro, questa volta ha fatto le cose di fretta. Mi dispiace, non mi
arriva la regia, quelle scelte che appassionano lo spettatore.
Il pubblico vuole conoscere una storia ed entra in teatro spesso privo di info e dettagli, a volte non conosce neppure il titolo. Dovrebbe essere così. Una fruizione teatrale didascalica, professionale, contribuisce alla pace. È compito degli attori, dei tecnici capitanati dal regista, drammaturgo, mettere in scena “lo spettacolo”. In questa occasione non l’ho visto
Dall’esperienza Elettra esco perplesso
anche se nel dettaglio mi piacerebbe esaminare le varie esperienze degli attori
e delle attrici, faccio un veloce giro sul web.
Roberto Latini dice in una intervista pubblicata sull’account INDA su FB “stiamo lavorando nel privilegio di essere ammessi all’occasione del Teatro Greco, all’occasione di questi testi, di questi personaggi. Siamo tutti quanti nell’ascolto di questo spazio”. Trovo un sunto su AI Overview di Google “La recensione dello spettacolo “Elettra” di Roberto Andò, con Sonia Bergamasco nel ruolo di Elettra, è generalmente positiva. Le recensioni evidenziano l’intensità dell’interpretazione di Bergamasco, l’austera Clitennestra di Anna Bonaiuto e l’efficacia di Roberto Latini in Oreste (…) Alcuni potrebbero trovare l’opera troppo concentrata sull’emotività di Elettra, trascurando altri aspetti del testo”. Il titolo di Repubblica “l’ira di Sonia Bergamasco: Elettra è un match tra attrici di rango”
A questo punto possiamo a Edipo a Colono. I miei amici sono rimasti a Catania. La soluzione è il bus, ed è possibile perché lo spettacolo termina alle 21 circa e ho il tempo di mangiare un panino (l’ho già scritto all’inizio) e prendere il bus delle 22.
All’ingresso in teatro mi accoglie la scena monumentale di Radu Boruzescu, di un verde pazzesco, immagino quante prove colore hanno fatto i fantastici costruttori del laboratorio di scenotecnica dell’INDA. Le scatto una foto.
Forse c’è un po’ meno gente di ieri, alcuni arrivano proprio mentre il suono di un energico tamburo significa il “chi è di scena”.
Non è un tamburo! E’ il bastone di Edipo, interpretato da Giuseppe Sartori, che scende le scale al centro del primo settore dei posti in cavea dove già gli spettatori, me compreso, stanno ammirando tutto il contesto.
Accanto a Edipo c’è Antigone, interpretata da Fotinì Peluso classe 1999. Il suo nome in greco significa luminosa. Nata nel quartiere Monteverde di Roma da madre greca e padre italiano, ne ha preso tutta l’accezione migliore: «il mio nome è sempre stato un po’ ingombrante, ero la bambina col nome strano, esuberante, creativa, vivevo nel mio universo”. Sul web leggo anche che è uno dei volti più promettenti del cinema italiano. Forse è una delle sue prime esperienze in teatro. L’INDA la presenta così “L’attrice è il volto nuovo della stagione dell’Inda” lei risponde “il personaggio di Antigone è il più bello di tutti (…) è il ruolo di colei che vede e non semplicemente guarda (…) è un’emozione unica trovarmi qui in questo teatro. Reputo una fortuna incredibile poter partecipare ad una esperienza del genere con un maestro come Carsen (…) lo spazio naturalmente influenza l’energia con cui recitiamo”
Questa motivazione si vede, l’ingresso padre e figlia ci da questa sensazione, un grande avvio della scena.
Pochi istanti dopo quel bastone che percuoteva le scale d’accesso i due protagonisti vanno prima all’orchestra e poi allo skenè lo spazio sacro. Risuonano le battute “chiedo poco (…) me lo hanno insegnato le sofferenze” di Edipo come sigla delle meraviglie. Penso che i miei amici potevo coinvolgerli per oggi.
Si sente la lirica delle parole, il teatro antico. L’avevo già indicato, mi affascina la bellezza della scena. Il Coro degli abitanti di Colono è perfetto, i movimenti sono reali, sinceri, il loro recitato all’unisono. Wow! Mamma mia! Antigone mi commuove!
Se penso che la direzione era Andò, e che mi trovo a Carsen! Lo considero un regalo della mia passione! Dell’Universo, dell’Ufficio Stampa dell’INDA.
Edipo, ormai cieco, nel suo peregrinare insieme alla figlia Antigone, arriva a Colono, “il quartierino” di Atene. La profezia diceva che lì sarebbero terminati i suoi giorni. Gli abitanti del luogo, riconosciuto Edipo, vorrebbero allontanarlo, ma Teseo il re di Atene, gli offre ospitalità e protezione. A questo punto Edipo rivela a Teseo che quando i Tebani diverranno nemici degli Ateniesi la sua tomba preserverà i confini dell’Attica.
“Padre, sorella: due nomi per me carissimi. Quanto mi è costato trovarvi; e ora, quanto mi costa guardarvi, in mezzo al dolore”. È Ismene interpretata da Clara Bortolotti, l’altra figlia di Edipo, li raggiunge. La più giovane attrice nel cast, anche lei al suo esordio in teatro. Anche lei entra dalle gradinate. Mi colpisce il suo recitato, sembra straniera. Il connubio con la musica mi riporta a Demetrio Stratos questo è un altro momento di bella fruizione.
A seguire dopo il dialogo tra Edipo e il coro entra in scena Massimo Nicolini che nel 2009 aveva già interpretato Teseo in una edizione di Edipo a Colono con la regia di Daniele Salvo con protagonista Giorgio Albertazzi “una fortuna enorme, entravo in scena a cavallo, a 27 anni è stata una cosa che io mi ricorderò per tutta la vita” (seguo una intervista di Gianni Catania su FM ItaliaTV). Massimo Nicolini racconta quello che nel testo avrebbe dovuto fare Clara Bortolotti, Carson ha preferito diversamente.
Il pubblico è agganciato, l’atmosfera è
magica. Le parole sanno dare gioia.
Smetto di prendere appunti, seguo lo spettacolo felice. Una “miscellanea” di movimenti, il coro, le luci, gli attori tutto sapientemente orchestrato dalla regia di Robert Carsen.
Francesca Romana Vitale su Facebook scrive perfettamente, il suo commento è appropriato l’essenza sta in questa chiusa “E se tutto questo passa così, in maniera semplice, perché le parole e la storia, vivaddio, sono tornate a essere essenziali, vuol dire che lo spettacolo è un grande spettacolo.”
Così arriva il retrogusto di una ricarica culturale “Qualcosa è successo”. Fa bene andare a TEATRO. Grazie!
Caparezza, ti fa star bene Una meticolosa prova o un meticoloso preparare, che sia un viaggio un risotto uno scritto. La velocità dei pensieri dei pensieri sembra un gioco di parole, il pensiero veloce è un altro pensiero. L’ambizione di poter cantare e pensare a questa velocità. Gli amici del bar che ti/ci incoraggiano. Un teatro dove ci si può esprimere come in una stand up comedy. Potresti raccontare/dire “voglio essere un ballerino“. Potresti dire la danza è una maestria che mi manca. La capacità di conoscere i passi e metterli in riga, capirli, ripeterli è figo. Grande studio in gruppo come portarsi un PC o un quaderno di appunti al mercato mentre in pieno giorno tutto attorno si muove e interagisce con i nostri pensieri. La radio che strumento importante !
Rino Gaetano, ma il cielo è sempre più blu Una canzone nel cui titolo c’è un “ma”. Anche qui in proiezione c’è l’ordine. Mi sembra come guardare la scrivania sistemarla prima di mettersi all’opera. In questa scelta c’è continuamente il blocchetto di appunti e la contemplazione, un mood. Si sente il prologo come il precedente brano, qui come intenzione. Mettere in fila i sogni. Una descrizione delle relazioni un po’ sapiente, un gioco giudizio. Nel contesto arriva il sax che oggi rappresenta uno strumento molto contemporaneo per il suo smarrimento. Il sax è il segnale della retorica e della semplicità, quella senza sforzo. La ripetitività, l’uguaglianza di stile. La semplicità interessante è con lo sforzo perché è creazione. La canzone sfuma come se fosse noia
Maneskin, i wanna be your slave Un grande incoraggiamento. Un inno alla riscossa, al nuovo, all’eccentrico dorato. C’è sempre la selezione delle utilità, c’è il desiderio dell’ordine qui, in questa canzone, con un interessante voce di continuità. Disordine ordine disordine ordine. C’è un incitamento da prato sportivo. Oppure è come se il portiere di uno stabile decidesse di far ballare tutti e alza il volume della sua radio, lo sa fare perché è così. Ci riporta un passo del cinema anni 80. Il film Saranno famosi in una scena il tassista genitore di un musicista pone la radio a tutto volume e tutti ballano. Mi chiedo se volessi essere spettatore o interprete. Suoni uno strumento o ti piace farlo? Qui c’è un aspetto duplice è interessante della tua personalità. Sai tu di cosa parlo io non lo so.
Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio.
Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore raggiungesse le vostre famiglie a tutte le persone ovunque siano a tutti i popoli a tutta la terra. La pace sia con voi
Questa è la pace di Cristo risorto, una pace disarmata in una pace disarmante umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente
Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma.
Il Papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione. Dio ci vuole bene. Dio vi ama tutti. E il male non prevarrà.
Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto senza paura uniti mano nella mano, con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo, Cristo ci precede.
Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore.
Aiutateci anche voi poi li uni gli altri a costruire ponti con il dialogo, con l’incontro. Unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco
Voglio ringraziare anche tutti confratelli cardinali che hanno scelto me per essere successore di Pietro e camminare insieme a voi come chiesa unita cercando sempre la pace la giustizia. Cercando sempre lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo senza paura per proclamare il vangelo per essere missionari
Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano che ha detto con voi sono Cristiano e per voi vescovo. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria, la quale Dio ci ha preparato. Alla chiesa di Roma un saluto speciale.
Dobbiamo cercare insieme come essere una chiesa missionaria. Una chiesa che costruisce i ponti e il dialogo sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte a tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità la nostra presenza e dialogo l’amore.
A tutti voi fratelli e sorelle di Roma, di Italia, di tutto il mondo vogliamo essere una chiesa sinodale, una chiesa che cammina, una chiesa che cerca sempre la pace, cerca sempre la carità, cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.
Oggi è il giorno della supplica alla Madonna di Pompei. Nostra madre Maria vuole sempre camminare con noi stare vicino aiutarci con la sua intercessione il suo amore. Allora vorrei pregare insieme a voi.
Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la chiesa, per la pace nel mondo. E chiediamo questa grazia speciale di Maria nostra madre.
Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù. Santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Amen
Discorso di Papà Leone XIV nel pomeriggio dell’8 maggio 2025
Alla ricerca di connessione per anime gemelle. Per allargare il sapere, per avere risposte, per creare valore. Cambio di prospettiva, desiderio di contemplare in due ciò che accade. Inquadrare un quadro alla parete accanto ad un’altra persona. Questa idea arriva dopo ampio ragionamento. Nel frattempo tra cucina e soggiorno stamattina scrivo il fluire del mio sentire come sempre, metafisica e metamorfosi. Oggi il mio diario cartaceo è pieno, serve comprare uno nuovo. Da anni e anni conservo a zapping nel migliore dei modi tutte le sensazioni che mi porto dietro da ogni vissuto, preferisco la mattina, qualsiasi momento è possibile. Eccomi in questi giorni (lavori, risposta a mia sorella Paola, progetto attività varie, ricerca di collaborazioni, studio), eppoi ieri sera in particolare. Mi piace decodificare i suoni che stanno attorno a me, quel sentiere percettibile e impercettibile che vivo, il ciò che mi nutre di gioia e/o di domande. Vivo un momento interiore complesso (la pancia gonfia è l’evidenza) e allo stesso tempo benessere, traguardi, nutrimenti dell’anima, esperienze che fanno il loro corso, che sopperiscono ad alcune mancanze, posso dire sorprendendomi. Sono effetti di consapevoli azioni (decisioni) poste con fede e determinazione nel momento che mi è stato chiaro che amarsi è il primo fabbisogno. Tutto mi porta a pensare di avere soddisfazioni. Intendo il piacere per esempio di essere stato ieri sera alla consolle come dj per la festa di compleanno di mio genero, il marito di mia figlia Chiaralea. In questo contesto determinate separazioni tra il personale e il chimico di conoscenze alternanti si sono annientate. Attraverso gli occhi di altri avviene una continua e magnifica scoperta di me, la dichiarazione del talento. Scopro e abbraccio la mia anima senza avere bisogno di niente altro. Quando in passato ho sentito l’espressione “essere un guerriero” non pensavo che avrei provato lo stesso in questi momenti. Si! La percepisco questa misura, adesso come ieri sera. Attraverso ogni sfida e mi godo il silenzio (l’apparente solitudine), frutto di una scelta, di una coraggiosa rinuncia a quei vuoti generati da relazioni fittizie. Vado avanti scrivendo la traduzione di ogni dettaglio, di ogni scelta continua. So che la lettura migliore di un vissuto è dopo qualche tempo affinché questo diario del susseguirsi di attimi sia una traccia del mio potere, domani è già come un racconto in divenire