Alzo gli occhi dal balcone e ti incontro.


elementi per costruire capolavori
la nostra missione è il teatro
Alzo gli occhi dal balcone e ti incontro.

Come ogni mattina, io e Marco di Roma ci scambiamo delle guide e degli incoraggiamenti. Questa mattina, leggendo la guida che mi ha inviato, ho sentito il desiderio di intrecciarla con un mio sentire.
Con un leggero toc toc alla porta di ognuno, desidero condividerla con voi, nella speranza che possa incoraggiare la vostra giornata così come ha incoraggiato la mia.
La sfida accompagna la preghiera e la preghiera accompagna la sfida.
Ogni volta che prego con sincerità per affrontare una sfida, non sto solo cercando di cambiare le circostanze: sto trasformando me stesso. E quando trasformo profondamente la mia vita, il coraggio che nasce da quella trasformazione diventa un incoraggiamento concreto anche per chi mi è vicino. La nostra vita è sempre il messaggio più forte.
Per questo, mentre nella vita di tutti i giorni può essere importante “desiderare poco e accontentarsi di ciò che si ha”, nella pratica della Legge è diverso: è importante non smettere mai di aspirare alla propria rivoluzione umana.
I desideri terreni sono illuminazione. Il desiderio della suprema illuminazione, la ricerca stessa dell’illuminazione, è già illuminazione.
Accontentarsi di ciò che si è già conquistato può sembrare umiltà, ma rischia di farci dimenticare l’immenso potenziale della nostra vita.
La “fede come l’acqua che scorre” non è qualcosa di statico: è una fede viva, costante e dinamica, capace di affrontare gli ostacoli con coraggio e di mantenere nel tempo un’azione vigorosa.
C’è un altro pensiero che oggi sento profondamente. Per me, la lucidità nella fede significa presentarsi davanti al Gohonzon senza incenso, né mirra, né oro: semplicemente così come siamo. Senza maschere, senza dover apparire migliori, senza nascondere le nostre fragilità. È questa autenticità che considero sacra.
E forse la mia sfida più grande è proprio questa: portare quella stessa autenticità anche nella vita di ogni giorno. Perché la vita non si ferma davanti al Gohonzon: lo comprende, lo abbraccia, ma va oltre, in ogni gesto, in ogni relazione, in ogni prova che affrontiamo.
Mi torna in mente un proverbio keniota:
«Sebbene un fiume senza ostacoli scorra placido e tranquillo, un torrente pieno di rocce leva fino al cielo il ruggito di un tuono.»
Che oggi possiamo vivere proprio così: non cercando una falsa tranquillità, ma affrontando ogni sfida con una preghiera sincera, una fede dinamica e la lucidità di essere pienamente noi stessi. Perché ogni ostacolo superato rende la nostra vita una speranza concreta per qualcuno.
Buona giornata a tutti. 🌿
Per niente facili
Uomini così poco allineati
Li puoi chiamare ai numeri di ieri
Se nella notte non li avranno cambiati
Per niente facili
Uomini sempre poco allineati
Li puoi pensare nelle strade di ieri
Se non saranno rientrati
Sarà possibile, sì
Incontrarli in aereo
Avranno mani, avranno faccia di chi
Non fa per niente sul serio
Perché l’America così come Roma
Gli fa paura
E il Medio Oriente che qui da noi
Non riscuote nessuna fortuna
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro
Ma uno che tiene i suoi anni al guinzaglio
E che si ferma ancora ad ogni lampione
O fa una musica senza futuro
O non ha capito mai nessuna lezione
Sarà che l’anima della gente
Funziona dappertutto come qui
Sarà che l’anima della gente
Non ha imparato a dire ancora un solo sì
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro
Per niente facili
Uomini sempre poco allineati
Li puoi cercare ai numeri di ieri
Se nella notte non li avranno cambiati
Per niente facili
Uomini sempre poco affezionati
Li puoi tenere fra i pensieri di ieri
Se non ci avranno scordati
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro

Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto
La musica che gira intorno Fonte: Musixmatch – Compositori: Ivano Fossati
Insistere. Questa parola, per me, è la visualizzazione della continuità.

Continuità perché «ho insistito» quando non arrivavano i complimenti. Ho insistito quando quei complimenti, anche quando arrivavano, non si trasformavano in un aiuto concreto, in una collaborazione, in un compagno di strada, in un vero sostegno.
Forse alcuni riconoscimenti avrebbero dovuto arrivare trent’anni fa. Forse avrebbero dovuto trasformarsi allora in qualcosa di proficuo: una possibilità concreta, una collaborazione, una costruzione condivisa.Non è accaduto come avrei voluto. E tuttavia sono andato avanti. Oggi si vede che ho insistito.
Si vede perché il progetto esiste, si moltiplica mentre la mia posizione è diventata più chiara, esistenziale nella sua esistenza. Si vede perché, attraverso il tempo, si comprende meglio l’essenza, le scelte, e la qualità di ogni passaggio, di ogni seme di passione, di ciò che sono e faccio con l’amore che nutro per il mio lavoro, nonostante gli ostacoli.

Insistere significa avere sempre più chiara, decisa, la propria posizione, sempre più chiaro il proprio progetto, sempre più chiara la propria essenza, sempre più chiara la propria scelta.
Significa riconoscere sempre meglio la qualità di ciò che si sta facendo e, soprattutto, il proprio amore. Perché quando una persona insiste senza sapere più perché lo fa, può esserci soltanto ostinazione. Aggettivo denutriente. Applicazione rigida.
Quando invece una persona insiste e, nel tempo, comprende sempre meglio ciò che sta facendo, allora l’insistenza diventa fedeltà. Che semplicemente semplice diventa fede

Si va avanti perché, andando avanti, si vede meglio. E più si vede, più si comprende. Più si comprende, più si sceglie. Più si sceglie, più si diventa responsabili della propria direzione. Per questo insistere può anche significare gioire. Non perché tutto sia stato facile. Non perché siano arrivati tutti i riconoscimenti attesi. Non perché qualcuno abbia finalmente confermato dall’esterno il valore del proprio lavoro.
Si gioisce perché il cammino stesso ha prodotto un’esperienza. Un’esperienza che oggi mi permette di dire: so meglio chi sono, so meglio ciò che sto facendo e so meglio perché continuo.
Quando ho incontrato per la prima volta il mio maestro, uno dei miei grandi maestri, non ho capito subito ciò che voleva dirmi.

Ci sono parole che non possono essere comprese immediatamente. A volte una frase, un’immagine, un’esperienza rimangono dentro di noi per anni, senza essere comprese fino in fondo. Poi, un giorno, il cammino ci conduce nel punto in cui quelle parole cominciano finalmente a parlare.
Allora comprendiamo che non le avevamo dimenticate. Stavamo semplicemente vivendo il tempo necessario per comprenderle. Anche questo fa parte dell’insistere: significa continuare a stare in rapporto con una domanda che non ha ancora trovato risposta.
Poi, lentamente, ci si accorge che la risposta non era davanti a noi. Era nel cammino.

C’è un’altra cosa che considero importante. Molte persone hanno paura di essere sviate. Hanno paura di perdere la direzione, di essere ingannate, di investire in qualcosa che non conoscono. Per questo cercano il sicuro. Cercano condizioni già sperimentate. Cercano aggregazioni facili. Cercano appartenenze politiche, esistenziali, sociali. Cercano le masse.
Chi cerca la massa cerca ciò che è già riconosciuto da molti, perché ciò che è riconosciuto da molti sembra offrire maggiore protezione.
Per me è vero il contrario. L’appartenenza può rassicurare, ma non sempre aiuta a vedere.

La mia amica Amalia parlava delle “truppe cammellate”. È un’immagine potente.
Perché quando una struttura di persone abituate a muoversi insieme incontra un lavoro come il mio, può trovarsi spiazzata.
Un lavoro che non si lascia immediatamente classificare. Un lavoro che non chiede soltanto di essere approvato o rifiutato. Un lavoro che obbliga a guardare. E quando una persona è abituata a stare dentro un’aggregazione, a riconoscersi attraverso un gruppo, può avere difficoltà davanti a qualcosa che le chiede un incontro diretto. Allora può cercare scuse. Può distrarsi. Può spostare l’attenzione. Può dire che il problema è il linguaggio, il metodo, la forma, il contesto. Ma forse, qualche volta, il problema è un altro. Forse ciò che la spiazza è il fatto che il lavoro che incontra le pone una domanda:
Tu dove sei nel tuo cammino? Ed è qui che avviene la differenza. Chi non è ancora in cammino può cercare di difendersi. Chi è già in cammino, invece, può riconoscersi. Non necessariamente perché comprende tutto. Non necessariamente perché è d’accordo con tutto.
Perché sente che ciò che incontra parla a qualcosa che è già in movimento dentro di lui.
Chi è già in cammino riconosce il cammino. E forse questo è uno dei significati più profondi del mio lavoro, la libertà senza ottenere necessariamente il consenso di tutti, senza convicerli, senza trasformare ogni incontro in un’approvazione. Incontrare quelle persone che, attraverso il lavoro, si accorgono di essere già in movimento.

E allora ritorniamo alla parola iniziale: insistere.
Insistere è continuare riconoscendo la propria direzione. Continuare a camminare è una forma di vita.
“Disturbo?”, quando il teatro diventa teatro dell’essere

Mi diverte scoprire che lo spettacolo visto ieri sera, frutto di un meticoloso laboratorio teatrale curato dalla regista Simona Scuderi, che stimo e conosco da tempo, deriva da un testo teatrale francese: Toc Toc di Laurent Baffie, autore, regista e umorista.
Il titolo originale richiama i TOC, i troubles obsessionnels compulsifs, cioè i disturbi ossessivo-compulsivi, e contemporaneamente il “toc toc” del bussare alla porta.
Mi sono accorto fin dalle prime battute di essere dentro una storia che conoscevo già attraverso il film che mi aveva molto divertito. L’ho riconosciuta immediatamente. Pubblico una foto del film

Per questo il titolo rielaborato “Disturbo?”, mi è sembrato particolarmente funzionale. “Disturbo?” è quel “toc toc” che sembra attivare qualcosa: una porta che si apre, una domanda, un incontro, forse anche una piccola invasione di campo.
Torniamo a ieri, Anfiteatro in via San Rocco Vecchio, 33 a Misterbianco.

Tre delle attrici che compongono lo spettacolo sono attualmente impegnate in un mio progetto teatrale, Sant’Aituzza mia, e sono andato con grande piacere ad assistere al loro lavoro.
La vicenda si svolge nella sala d’attesa dello studio del dottor Stern, un celebre neuropsichiatra. Sei pazienti arrivano per essere visitati, ma scoprono di avere tutti appuntamento alla stessa ora. Il medico è in ritardo e, a causa di un contrattempo, non riesce ad arrivare. I sei sconosciuti sono quindi costretti a rimanere insieme nella sala d’attesa che diventa scena e vero motore dell’azione.
Cominciano a parlare, a confrontarsi, a scontrarsi. Progressivamente si forma una sorta di terapia di gruppo improvvisata. Ognuno porta con sé il proprio disturbo, la propria ossessione, la propria fragilità.
Apre la messinscena la Segretaria (Simona Di Giovanni) con il ruolo di spartiacque. Franco (Marco Testa) è affetto dalla sindrome di Tourette e dalla coprolalia: pronuncia involontariamente insulti, parolacce ed espressioni oscene. Emilia (Claudia La Valle) è ossessionata dai numeri e dal conteggio. Bianca (Emanuela Gagliano) vive il rapporto con la pulizia, i germi e la contaminazione in una condizione di continua allerta. Maria (Sara Condorelli) ha bisogno di controllare continuamente ciò che la circonda. Lili (Alessandra Grassi) ripete le parole e i suoni, in una continua eco del linguaggio. Otto (Rosario D’Urso), infine, non riesce a camminare sulle linee e ricerca continuamente ordine, equilibrio e simmetria. Uguale: sei personaggi apparentemente lontanissimi; sei mondi che entrano in collisione; sei modi diversi di abitare e interpretare la propria fragilità.

Ma Disturbo? non si esaurisce nella storia che racconta. Il lavoro del laboratorio porta con sé qualcosa che va oltre la semplice messa in scena. È qui che il teatro diventa teatro dell’essere. Non si tratta soltanto di imparare delle battute, rispettare i tempi di una scena o costruire un personaggio. Si tratta di mettere in gioco se stessi attraverso il personaggio.
Il laboratorio ha un obiettivo concreto: realizzare lo spettacolo, mettere in piedi una storia, dare corpo ai personaggi, costruire le relazioni sceniche e arrivare alla rappresentazione. Proprio questo percorso, apparentemente finalizzato alla scena, produce qualcosa che va oltre il risultato finale. E che poi arriva anche a me in un continuo di rimandi e occasioni, l’occasione è la generazione di un sentire. Perché diventare un personaggio significa anche confrontarsi con qualcosa che non siamo abituati a essere. Significa assumere un comportamento, una postura, una sensibilità, un modo di stare in scena. Significa uscire, almeno per un momento, dalla propria consuetudine. Il personaggio diventa così uno strumento per mettersi alla prova. Non necessariamente attraverso un percorso specifico di formazione fonica o di dizione, attraverso la conquista di una presenza scenica, la capacità di stare davanti a un pubblico. La capacità di sostenere una situazione, una battuta, una relazione con gli altri interpreti.
Ecco perché il laboratorio teatrale può diventare teatro dell’essere. Non perché insegni necessariamente tutte le tecniche del mestiere dell’attore, ma perché mette la persona nella condizione di esporsi, di assumere un ruolo, di superare la propria naturale riservatezza e di confrontarsi con una dimensione diversa da quella quotidiana.
Si entra in scena con ciò che si è. Attraverso il lavoro, si prova a diventare qualcun altro. Il personaggio non cancella la persona che lo interpreta. Al contrario, la mette alla prova.
In questo senso, mi ha particolarmente colpito l’inizio dello spettacolo. Dalla platea arriva un giovane ingegnere (Gaspare Saccà) “ma insomma quando comincia questo spettacolo”. La sua apertura gioca con una frase apparentemente semplice che sembra quasi un gioco perverso di parole, una piccola torsione linguistica. Proprio in quella frase, e soprattutto nel modo in cui viene pronunciata, si avverte qualcosa di molto importante, genuino, animatoriale: la grinta.
A mio avviso, un coach teatrale come Simona Scuderi, dovrebbe puntare prima di ogni altra cosa proprio su questo. Sulla grinta dei propri allievi. Prima ancora della perfezione tecnica. Prima ancora della dizione impeccabile. Prima ancora della capacità di muoversi correttamente sulla scena. La grinta è ciò che permette di affrontare il pubblico. È ciò che consente di superare la paura. È ciò che arriva. È ciò che partecipa. È ciò che trasforma una battuta imparata a memoria in una parola viva. E’ ciò che mi porta qui, anzi ci porta qui. Un giovane interprete se possiede la grinta, allora possiede già qualcosa di fondamentale. Possiede la voglia di esserci. E il teatro, prima di tutto, è presenza, un lavoro da ammirare. Costruire un personaggio non è semplice. Entrare in relazione con gli altri attori, rispettare i tempi, sostenere il ritmo di una scena, mantenere la concentrazione: nulla di tutto questo è scontato.


Il pubblico vede il risultato. Dietro quel risultato ci sono ore di lavoro. Per questo, prima ancora di classificare uno spettacolo dentro una categoria teatrale, prima ancora di parlare di teatro classico, contemporaneo, di ricerca, musicale o di parola, occorre guardare al lavoro che c’è dietro. E ammirarlo. Perché sul palcoscenico ci sono persone che hanno scelto di mettersi in gioco. Persone che hanno deciso di uscire dalla sonnolenza. Di sfidarsi. Di esporsi. Di provare a trasformare la propria esperienza in qualcosa di creativo. In questo senso, il laboratorio teatrale è già teatro. È un luogo nel quale una persona entra con le proprie fragilità e prova, attraverso il lavoro, a trasformarle in energia.
La platea, ieri sera, ha risposto con applausi a scena aperta, risate e partecipazione. Il vero risultato non è soltanto quello che accade durante lo spettacolo. È ciò che gli interpreti portano con sé dopo. Una maggiore consapevolezza. Una maggiore capacità di stare davanti agli altri. La sensazione di aver superato una difficoltà. La consapevolezza di poter fare qualcosa che prima sembrava impossibile. E allora sì: il teatro può diventare un modo per fare della propria vita un’opera d’arte. Non perché ogni vita debba trasformarsi in uno spettacolo. Ma perché ogni persona, quando trova il coraggio di uscire dalla propria sonnolenza e di mettersi in gioco, comincia a scrivere una parte nuova di sé.
Qui penso all vitalità della coralità.

Alla trasformazione.

Alla domanda posta ieri sera

C’è poi un ultimo aspetto che mi piace particolarmente. Questa storia ha avuto un lungo percorso. Il testo teatrale di Laurent Baffie, Toc Toc, è stato rappresentato per la prima volta a Parigi il 13 dicembre 2005. Dodici anni dopo, nel 2017, quella stessa idea è diventata un film spagnolo diretto da Vicente Villanueva, arrivando così a un pubblico ancora più ampio. E oggi, dopo quasi vent’anni dalla nascita del testo teatrale e quasi nove anni dall’uscita del film, quella stessa materia arriva in un laboratorio teatrale e diventa nuovamente qualcos’altro. Questo è uno degli aspetti più affascinanti delle opere. Non rimangono necessariamente ferme nel momento in cui vengono create. Maturano. Viaggiano. Cambiano forma. Passano da una lingua all’altra, da un palcoscenico a uno schermo, da un regista a un altro, da un gruppo di interpreti a un altro. E ogni volta qualcosa si conserva e qualcosa si trasforma. Il testo di Baffie è diventato un film. Il film è diventato, per me, anche un punto di riconoscimento: ascoltando le prime battute, ho riconosciuto immediatamente una storia che avevo già visto e che mi aveva divertito, che ricordavo!!
Ciò che ho visto ieri sera non era semplicemente una riproposizione, è stata una nuova tappa. Un’altra forma di vita della stessa idea. Perché ogni frammento appartiene alla stessa lunga vita di un’opera.
Calmati, questa parola è arrivata nel mezzo di una prova, all’interno di un laboratorio teatrale. Una parola forse troppo semplice. E, per il processo di cui adesso voglio raccontare i passaggi di una esperienza, mi sono fermato a pensarci e scrivere.

Uso la parola “processo” come l’overture del mio ragionamento perché i significanti sono vari e complementari ne evidenzio alcuni: successione di fatti o fenomeni aventi tra loro un nesso più o meno profondo; processo storico; processo di sviluppo, di maturazione; modo di procedere in rapporto a un determinato fine; procedimento, procedura, metodo; processo logico, sperimentale; processo tendente a confutare il valore di un’argomentazione attraverso la dimostrazione che ogni prova addotta ha bisogno di altra prova, e così all’infinito; causa, giudizio, procedimento; analisi di un fatto o di un comportamento pieno di critiche e recriminazioni; giudicare una persona non sulla base di fatti oggettivi, dalle intenzioni che a torto o a ragione le si attribuiscono; in psicoanalisi, modalità di funzionamento dell’apparato psichico; modalità di funzionamento dell’inconscio, che tende al soddisfacimento immediato delle pulsioni; modalità di funzionamento del pensiero cosciente, che regola il soddisfacimento delle pulsioni a seconda delle esigenze della situazione; comportamento, trascorso, tendente a confutare il valore di un’argomentazione attraverso la dimostrazione che ogni prova addotta ha bisogno di altra prova; analisi di un fatto o di un comportamento pieno di critiche e recriminazioni…

Il processo è una sequenza, la sequenza è il laboratorio a seguire e allo stesso tempo il mio lavoro. Una o più porzioni del mio lavoro, quello che faccio da tanti anni, sono spesso invisibili. E l’invisibilità può essere una cosa bellissima, e sfaccettata.
Bellissima perché, quando il lavoro è fatto bene, il pubblico vede soltanto ciò che deve vedere. Vede la scena, gli attori, la musica, il movimento, l’emozione. Non vede il processo, necessariamente tutto ciò che è accaduto prima. Non vede le telefonate. Non ascolta il sentire. Non vede i messaggi. Non immagina cosa si proverà e come accadrà. Non vede le correzioni. Non parla con le persone che devono farne parte o non.
Sfaccettata perché non vede le porte alle quali si è bussato più volte per spiegare, insistere, raccontare, cercare di far comprendere una cosa potente che non sempre viene riconosciuta al primo incontro.

Questa è la realtà.
Il mio psicoterapeuta, tanti anni fa, mi invitava a non dire mai che il mio lavoro era semplice. Avevo la tendenza a dirlo perché per me certe cose sono sempre state o lo sono diventate naturali. Cioè sapevo come costruirle, farle. Sapevo dove andare, come organizzare, come comporre. Sapevo come mettere insieme le persone.
Il fatto che una cosa sia diventata semplice per chi la fa non significa che sia semplice nella sua struttura. Anzi a volte ciò che appare più semplice è il risultato di una complessità enorme. È come vedere una persona camminare e non sapere nulla dell’equilibrio necessario per compiere ogni passo.
È come ascoltare una frase e non conoscere tutte le parole che sono state scartate prima di arrivare a quella definitiva. È come vedere uno spettacolo e non sapere quante volte sia stato necessario ricominciare.
Questa è l’invisibilità del mio lavoro.

E oggi penso che sia parte del lavoro stesso, del processo di costruzione, le condizioni perché uno spettacolo possa esistere. E dentro queste condizioni ci sono i dettagli più piccoli. Quelli che spesso nessuno vedrà mai.
La posizione di una persona. L’ordine di un ingresso. Una pausa. Una musica. Una parola. Un movimento. Una relazione tra due persone. Un equilibrio. Una tensione. Una scelta fatta in un istante. Una pausa lunga come questa: sto scrivendo una esperienza che come tale porta diversi significati, un albero con tanti frutti, per tutti
Pubblico la foto scattata stamattina. In questa foto c’è Salvo Giordano. E c’è il suo lavoro straordinario di ricerca storica, di sapiente dicitore della nostra lingua siciliana, c’è il suo approccio ad un teatro che seguo e che non mi appartiene finché non mi appartenuto lo studio e l’approfondimento produttivo delle esperienze che da un po’ viviamo assieme.

Salvo Giordano ha studiato, verificato, cercato i tasselli autentici. Assieme abbiamo lavorato sul copione, sulla memoria, sulla storia, sulla costruzione di una drammaturgia che non fosse semplicemente un racconto, ma una struttura capace di contenere una materia reale. La nostra diversità di approccio, di esperienza e di sguardo culturale poteva viaggiare in due percorsi separati, invece ha unito il reale e il surreale producendo un unico magnifico linguaggio teatrale. Salvo possiede una straordinaria capacità di ricerca storica, iconografica della nostra terra la Sicilia. Io porto uno sguardo che cerca l’avanguardia, la contaminazione, il mistico, il movimento, la possibilità di spostare il reale verso qualcosa che ancora non esiste. E proprio qui, forse, sta la potenza di questo lavoro. Lo ribadisco perché è una benedizione: stiamo lavorando tra il reale e il surreale.
E voi, che fate parte del gruppo, state vivendo l’esperienza di queste due potenze che si incontrano.
Il reale. Il surreale. Quando si combinano, accade qualcosa che mi piace chiamare irreale. Non l’irreale come qualcosa che non esiste. Ma il reale senza una delle sue due “r”. Un reale che perde la rigidità della sua definizione. Un reale che può diventare altro. Un reale che, attraversando la fantasia, la musica, il corpo, la storia, la memoria e il teatro, si trasforma. Questo è il lavoro. Ed è qui che ritorno a quella parola: calmati.
Durante la prova, 30’ prima di questa foto, in un momento di tensione logistica, ho alzato la voce. Stavo cercando di ricomporre un passaggio. Avevo davanti il gruppo con la responsabilità di generare soluzioni. C’era un finale da costruire.
Ieri ho chiesto a Salvo di scegliere, sulla base della musica e dell’emozione, l’ordine con cui le persone sarebbero entrate nel finale. Non gli avevo chiesto semplicemente di scrivere una lista. Gli avevo chiesto di ascoltare la sua pancia e colloquiando con la musica, comporre uno scacchiere di emozioni con ogni partecipante a questo laboratorio, con queste persone che assieme a noi hanno attraversato il deserto e forse esaustivamente felici sono arrivati alla meta in un tempo che ne ha del miracoloso
Ma ciò che è arrivato sul foglio non corrispondeva a ciò che avevo immaginato. E allora ho cercato di spiegare. Salvo si è arrabbiato. È uscito. Io ho continuato. Poi sono andato a cercarlo. Gli ho detto: «Ho chiuso la preparazione dei saluti. Manchi tu.» Perché questa è una cosa che ho imparato. La tensione non deve necessariamente diventare una rottura, bisogna attraversarla. Bisogna uscire. Bisogna tornare cresciuti nel fatto e per questo bisogna insistere.
E Salvo è rientrato.
Poi il lavoro è continuato.
E a un certo punto ho alzato la voce.

A quel punto è arrivato Calmati da una persona del gruppo, usando anche la mano destra per sostenere. Utilizzando la mano per fare forza su verbale. Prima l’ho accolta, poi ho reagito. Non perché quella persona non avesse il diritto di parlare. Perché quella parola, in quel momento, mi è sembrata la semplificazione di qualcosa che semplice non era. Non ero semplicemente arrabbiato. Stavo cercando di tenere insieme una struttura. E quella struttura non era soltanto la prova di quel giorno. E’ come allertare qualcuno che è distratto
Quell’incitazione a voce alta stava in un momento che era il risultato di mesi, incontri, relazioni, ricerca, caldo, telefonate, persone convinte, persone che sono entrate, persone che si sono allontanate, persone che sono tornate. Di più di cento persone che, tra casting in presenza e messaggi, hanno risposto a una chiamata. Di quaranta persone che poi hanno deciso di fare parte di un lavoro comune. Di un gruppo nel quale ciascuno è arrivato con la propria storia, la propria sensibilità, il proprio livello di esperienza, la propria responsabilità e oggi aggiunge una esperienza a tutto questo.
Posso chiedere a una squadra di guardare verso una direzione comune. Questa è la funzione di un coach.
Non rendere tutti uguali, costruire una squadra, nella quale ognuno entra con una posizione, una responsabilità, un compito. Una squadra nella quale le differenze non vengono cancellate, ma vengono messe in relazione con un obiettivo.
Grazie alla mia esperienza riconosco più rapidamente quando una persona entra nel gruppo e partecipa al processo. E quando, invece, rema contro. Ma anche qui la mia funzione non è semplicemente escludere.
Io provo ad accogliere. Provo a spiegare. Provo a mettere dentro. Perché penso che una persona possa fare un’esperienza. Possa cambiare. Possa cambiare sé stessa per cambiare qualcosa intorno a sé.

Cambiarsi per cambiare ecco il tema vero, ecco il tempo che vive questo articolo all’interno del mio blog. Il tempo nel tempo, tanti tempi che posso leggere, che puoi leggere, che chiunque può leggere. E in ogni di questi tempi c’è na frase che riguarda anche me proiettata affinché possa riguardare altri.
Io sono il primo a dovermi cambiare. A dover accogliere. A dover ascoltare. A dover depurare ciò che può essere depurato. A dover rimanere concentrato. A dover riconoscere quando la profondità diventa così profonda da rischiare di perdersi. E in questo lavoro ho visto persone entrare in un percorso. Come Maddalena, che ha dovuto allontanarsi per problemi familiari. Questa mattina è tornata per raccontare la sua esperienza commossa e anche perché tutti i tempi sani di prima l’anno portata davanti alla foto.
Maddalena ha commosso tutti non perché ha ringraziato per il lavoro, perché ha mostrato la cartolina del suo sentire che a specchio è il sentire di tutti. Questo è il teatro che mi interessa. Il teatro che va oltre alla produzione di uno spettacolo. Un teatro che produce un’esperienza. Un teatro che può diventare una piccola rivoluzione personale. Non sempre. Non per tutti. Non nello stesso modo. Ma qualche volta sì.
E allora penso alla persona che mi ha detto: «Calmati.» Forse non ha visto tutto. Forse non poteva vedere tutto. Forse non conosceva tutti i passaggi. Forse non conosceva le ore e tutto l’elenco dei tempi, forse perché non riusciva ad entrare nel tempo perché voleva un tempo solo per se senza attraversare il tempo comune, che è la responsabilità manifesta di un viaggio condiviso.
Non c’è nulla di male. Perché il lavoro invisibile è proprio questo. Non si vede. Ma esiste. Io non sono soltanto quello che parla. Sono anche quello che carica e scarica l’impianto. Quello che affronta budget difficili. Quello che cerca di far coincidere, coinciliare, esistere la bellezza anche quando i mezzi non sono proporzionati alla sua ambizione. Perché la vera bellezza non è mai ricca del suo potenziale. È profonda.
E spesso la profondità non si vede immediatamente. Come non si vede immediatamente la potenza.
Una semina non è una metafora. È la realtà. Si semina. Si torna. Si spiega. Si insiste. Si ripete. Si attraversa. E un giorno, forse, qualcosa nasce. Non necessariamente quando lo avevi previsto. Non necessariamente nel modo in cui lo avevi immaginato. Ma nasce.
E allora forse oggi posso dire questo: Non tutto ciò che appare semplice è semplice. Non tutto ciò che appare lento è fermo. Non tutto ciò che appare invisibile è assente. E non tutto ciò che appare come un urlo è soltanto un urlo. A volte dentro un urlo ci sono anni di lavoro. A volte dentro una voce alta c’è la paura di perdere qualcosa costruito con fatica. A volte l’abnegazione che va sentire la sua voce. A volte dentro un «calmati» c’è una persona che non ha ancora visto tutto ciò che ha preceduto quel momento. E forse il mio compito, ancora una volta, non è pretendere che tutti vedano ciò che vedo io. È continuare a costruire. Continuare a cercare, a trasformarmi, scrivere, trasformare.

Cambiarsi per cambiare.
E forse, alla fine, anche questo significa fare teatro.
Calmati una parola che abbracciata diventa racconta e da una parola semplice diventa una storia, una esperienza, diventa apertura.
Niente, in questo lavoro, è davvero semplice, ecco perché mi piace di più.
Avete presente un buffet dove viene servita una varietà di dolci e cibi salati per gli ospiti? Avete presente quando arriva la prima fila e si porta via gran parte del buffet? Avete presente perché lo fa? Molti film hanno raccontato scene di questo tipo. Il saccheggio non è soltanto questo. Il saccheggio avviene quando dentro una persona cova una sorta di disperazione. Anche quando non è evidente. Anche quando è mascherata da perbenismo, da educazione, da titoli, da ruoli sociali e persino da stelle.

Il saccheggio nasce quando una persona crede che tutto sia disponibile per sé. Che tutto debba essere ricondotto a sé. Perché si considera meritevole di chissà che cosa. Il saccheggio non comincia quando qualcuno porta via tutto da un buffet. Comincia molto prima. Comincia nella testa. Comincia quando una persona guarda ciò che appartiene a tutti e pensa: “Questo spetta a me.”
Non importa se è già sazia. Non importa se gli altri non hanno ancora mangiato. Non importa se qualcuno resterà senza. Il saccheggiatore non vede gli altri. Vede soltanto ciò che può prendere. E prende. Prende spazio. Prende meriti, idee, opportunità, attenzione, persone. Prende il lavoro degli altri. Prende persino la sofferenza degli altri, quando gli serve per costruirsi un’immagine. E poi si presenta come vittima.
Il saccheggio è una forma di fame. Non fame di pane. Fame di possesso. Fame di riconoscimento. Fame di potere. Fame di essere sempre al centro. E quando una persona non ha il coraggio di guardare il proprio vuoto, spesso cerca di riempirlo con ciò che appartiene agli altri. C’è una cosa che il saccheggiatore non capisce: il vuoto non si riempie portando via. Si allarga. E più prende, più ha bisogno di prendere.

Perché il problema non è ciò che manca fuori. Il problema è ciò che non è mai stato affrontato dentro.
Il saccheggio non ha un’unica faccia. A volte è volgare. A volte è raffinato. A volte è ignorante. A volte ha studiato. A volte urla. A volte parla con voce calma e possiede un vocabolario impeccabile. A volte ha un titolo. A volte ha una posizione. A volte ha persino delle stelle. Il saccheggio resta saccheggio. Anche quando indossa un abito elegante. Anche quando sale su un palco. Anche quando viene applaudito. Anche quando pretende di insegnare agli altri la morale.
Perché non c’è niente di più ridicolo dell’ignoranza quando si traveste da autorevolezza. E niente di più pericoloso del parassitismo quando viene scambiato per successo. Il saccheggiatore vive del lavoro altrui. Bagnando la propria brioche nella granita degli altri. Il saccheggiatore occupa. Sottrae. Accumula. Prevarica.
Il saccheggio è entrare nella vita di qualcuno senza permesso e chiamarlo diritto. È spingere gli altri e chiamarlo ambizione. È tradire e chiamarlo strategia. È rubare il merito e chiamarlo talento. È sfruttare e chiamarlo opportunità. È prendere tutto e poi avere il coraggio di lamentarsi di non avere abbastanza.

Per cercare dentro di me ciò che non funzionava ho speso anni. Tempo. Denaro. Energia. Ho cercato le mie mancanze. Le mie ferite. Le mie zone oscure. Le mie intrasparenze. Ho provato a guardare il mio vuoto senza trasformarlo in una pretesa sugli altri. Perché una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: la tua sofferenza non ti autorizza a distruggere la vita degli altri. La tua mancanza non ti dà il diritto di prendere ciò che non è tuo. La tua fame non ti autorizza a svuotare il piatto degli altri. Il fatto che tu abbia sofferto non ti rende automaticamente migliore. E soprattutto: non ti rende proprietario del mondo.
Il saccheggio è una delle forme più primitive dell’ignoranza. Perché chi saccheggia non comprende la misura. Non comprende il limite. Non comprende la reciprocità. Non comprende che vivere insieme significa anche lasciare qualcosa agli altri. E forse il problema più grande del nostro tempo è proprio questo: abbiamo cominciato a chiamare il saccheggio con nomi più eleganti. Lo chiamiamo successo. Lo chiamiamo ambizione. Lo chiamiamo meritocrazia. Lo chiamiamo leadership.
Lo chiamiamo opportunismo. Lo chiamiamo intelligenza. Come quel manager che, con la carta aziendale, spende per sé più di 300.000 euro della società per cui lavora. O come il mega direttore statale che si aumenta in modo illegittimo lo stipendio di 80mila euro.
Spesso è soltanto avidità con una buona comunicazione. Egoismo con un vestito costoso. Ignoranza con un titolo appeso al muro. E allora diciamolo senza paura: chi prende tutto non è necessariamente il più forte.
A volte è il più vuoto. Chi schiaccia gli altri non è necessariamente il più intelligente. A volte è semplicemente incapace di stare in piedi da solo. Chi ha bisogno di appropriarsi continuamente di ciò che appartiene agli altri, forse non ha ancora costruito nulla che gli appartenga davvero.
Il saccheggio è questo: la disperazione di chi non sa creare e allora prende. Di chi non sa amare e allora possiede. Di chi non sa crescere e allora si appropria della crescita degli altri. Di chi non sa guardarsi dentro e allora devasta ciò che trova fuori.
E io penso che ci sia una regola semplice, quasi brutale: se per sentirti grande hai bisogno di rendere più piccoli gli altri, non sei grande. Se per vincere devi far perdere tutti gli altri, non sei un vincente. Se per avere tutto devi lasciare gli altri senza niente, non sei ricco. Se per essere qualcuno devi rubare spazio a tutti, forse non hai ancora capito chi sei. Il saccheggio è impotenza organizzata. È fame che non sa confessarsi. È un vuoto che ha imparato a vestirsi bene.
La cosa più triste è che oggi, spesso, quel vuoto sale in cattedra. Urla: “Adesso tocca a me.” Indossa una giacca. Mostra un titolo. Parla con la sua sicurezza.

E pretende persino di insegnarci la vita. Davanti a tutto questo, continuo a pensare una cosa: l’ignoranza può anche vestirsi da professore. Ma non per questo smette di essere ignoranza.
Il saccheggio può anche essere applaudito. Ma non per questo diventa civiltà. E forse la cosa più inquietante è proprio questa: oggi il saccheggio, a volte, viene premiato.
La fame più pericolosa non è quella dello stomaco. È quella di chi non ha mai avuto il coraggio di guardare dentro di sé.
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Da Il valore della dignità a Sant’Aituzza mia: due tappe di un percorso che continua. Il 23 luglio 2022 andava in scena il primo spettacolo in assoluto realizzato nell’ambito di Palcoscenico Catania
Oggi questo è l’essenza di un bene comune. Il teatro, per me, nasce dall’incontro con le persone. Da un movimento culturale che guarda alla comunità nella sua interezza e che prova a dare forma a ciò che spesso rimane nascosto, silenzioso, invisibile. Attraverso Sant’Aituzza mia, quel percorso continua a trasformarsi e costruire realtà non solo per il territorio in collaborazione con Associazione Statale 114, Associazione Terre Forti e Associazione Capolavori. Alla parola «inclusione», preferisco parlare di partecipazione, di incontro, di energia. Persone che si incontrano e, attraverso quell’abbraccio culturale ogni volt diverso, diventano rappresentazione di sé stesse.
Il link racconta ieri, il video racconta oggi un momento delle prove dello spettacolo che debutta il 26 luglio 2026 a Librino.
Le locandine raccontano due tappe.


In mezzo c’è il lavoro. E c’è una frase che mi torna spesso alla mente: «mai che le cose sono semplici.» Perché ciò che appare semplice, spesso, è il risultato di una grande ricerca, di una lunga elaborazione, di un lavoro che non sempre si vede. Agli occhi degli altri può sembrare semplice mettere insieme le persone, costruire un gruppo, trasformare storie diverse in uno spettacolo. Dietro ci sono il tempo, la ricerca, le relazioni, le difficoltà, le intuizioni, gli errori, la fatica e la necessità di ricominciare ogni volta. Ci sono storie, differenze, fragilità, energie e possibilità di trasformare tutto questo in qualcosa che prima non esisteva. Questo, per me, il senso del teatro: creare condizioni perché una comunità possa, per un momento, rappresentare sé stessa. Da Il valore della dignità a Sant’Aituzza mia. Il percorso continua.

Anche grazie a te, mamma (nonna, bisnonna) nel giorno del tuo compleanno
Dieci voci, dieci possibilità: una serata di musica e giovani artisti
Ieri sera ho avuto il piacere di partecipare, in qualità di giurato, a una kermesse canora che ha visto protagonisti dieci giovani interpreti, ciascuno con un proprio brano inedito.

È stata una serata piacevole e interessante, non soltanto per la qualità delle esibizioni, soprattutto per la possibilità di osservare uno spaccato della realtà musicale contemporanea: giovani artisti con personalità, storie, sensibilità e livelli di esperienza molto diversi tra loro, accomunati dal desiderio di salire su un palco e mettersi in gioco.
Desidero innanzitutto ringraziare Ettore Tortorici per l’invito, l’accoglienza e l’impegno con cui ha costruito la serata, insieme alla conduzione di Paola Parisi, capace di accompagnare l’evento con una particolare dolcezza e una presenza che ho molto apprezzato.
Essere giurato mi ha portato, naturalmente, a osservare gli artisti con attenzione. Non soltanto la voce, ma anche la presenza scenica, il rapporto con il brano, la capacità di trasmettere qualcosa al pubblico e, soprattutto, la possibilità di intravedere, dietro l’esibizione, un percorso ancora da compiere.
Perché un artista non è soltanto ciò che mostra in una serata.
A volte è già evidente una personalità forte, una capacità interpretativa matura, una presenza scenica che arriva immediatamente. Altre volte, invece, si intravede qualcosa ancora in formazione: un talento che deve trovare la propria direzione, una voce che deve ancora liberarsi, un’energia che ha bisogno di essere incanalata, una personalità che deve imparare a riconoscersi pienamente.
Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più interessante di una serata come quella di ieri.
Non cercare soltanto chi sia il migliore, ma provare a capire quale sia la distanza tra ciò che un artista è oggi e ciò che potrebbe diventare.
Alice Blasi – «Non mi va»
Alice Blasi è una ragazza potente. Non soltanto per la voce o per la presenza scenica, per ciò che mette in campo attraverso la propria intelligenza e la propria cultura. Mi ha colpito anche la descrizione filosofica che ha preceduto il brano. Ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una persona che ha molte cose da dire e che possiede gli strumenti per elaborarle. Il mio invito è quello di andare ancora più a fondo, di trovare la giusta combinazione tra pensiero, interpretazione e musica. Quando una persona possiede una ricchezza interiore così evidente, il passaggio successivo è riuscire a trasformarla pienamente in forma artistica. Il mio voto complessivo è stato 33.
Ottavia Privitera – «Radical Chic»
Ottavia Privitera ha mostrato buone possibilità di essere artista. Possiede quella giusta aggressività da palco che, se sviluppata e indirizzata, può diventare una caratteristica personale. Ho trovato interessante anche il suo arpeggio vocale, un elemento che potrebbe ulteriormente esplorato e trasformato diventare in un tratto distintivo. C’è una presenza scenica che può crescere e una personalità che può trovare una maggiore definizione. Il mio voto complessivo è stato 33.
Mirko Bianca – «Altrove»
Mirko Bianca mi è apparso ancora dentro il proprio bozzolo. Ho avuto la sensazione che mettesse in avanscoperta più le proprie scoperte che le proprie doti canore. È una condizione che può essere anche interessante, perché significa che c’è un percorso in corso, ma il brano mi è sembrato fragile e, a un certo punto, ha finito per distrarre la mia attenzione. Forse vuole ancora trovare una maggiore consapevolezza del proprio strumento e della propria direzione. Il mio voto complessivo è stato 29.
Giada – «My Way»
Giada è stata l’artista che mi ha colpito maggiormente. La sua semplicità si contrappone a una grande grinta, forse ancora acerba ma proprio per questo interessante. Il brano è orecchiabile e ben strutturato e alcune tonalità mi hanno riportato alla memoria i Righeira. Ho percepito una personalità che può crescere molto, soprattutto se riuscirà a conservare quella semplicità che mi è sembrata uno dei suoi elementi più autentici. Il mio voto complessivo è stato 39.
Eden – «Incastro perfetto»
Eden possiede potenzialità importanti, ma mi sono sembrate ancora disperse. La sua energia è evidente, così come la voglia di stare sul palco. Tuttavia ho avuto la sensazione che il brano e gli arpeggi vocali lo portassero verso una dimensione che cerca il neomelodico, ma rimane ancora dentro il pop. Credo che potrebbe fare molto di più se riuscisse a incanalare la propria energia in una linea melodica più coerente con le sue caratteristiche. E qui mi viene da dire una cosa molto semplice: il cantante canta, non recita. Il palco può certamente avere teatralità, ma la teatralità deve nascere dalla musica e dalla personalità dell’artista, non sostituirle. Il mio voto complessivo è stato 33.
Matoh – «Mai abbastanza»
Matoh è un artista che ho trovato molto interessante. Mi è sembrato dotato di una certa poliedricità e di una chiarezza scenica che emerge lentamente. Non è necessariamente un artista che si offre tutto immediatamente: c’è qualcosa che si rivela nel tempo. Mi ha lasciato un bel retrogusto e, proprio per questo, al termine della serata gli ho lasciato i miei contatti. Spero di poterlo risentire e di avere la possibilità di continuare il confronto. A volte, infatti, ciò che resta dopo un’esibizione è importante quanto ciò che si è visto durante l’esibizione. Il mio voto complessivo è stato 39.
Dionisia – «Niente di me»
Dionisia mi è sembrata, fino a quel momento, l’artista più convincente sul palco. Possiede una grinta interessante e buone doti canore. Il brano è orecchiabile e l’esecuzione è stata buona, pur lasciando spazio a ulteriori possibilità di miglioramento. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la presenza scenica. C’è un’artista che può ancora esplorare e manifestare pienamente le proprie possibilità. La carriera, in questo senso, può diventare il luogo in cui quella grinta trova una forma sempre più consapevole. Il mio voto complessivo è stato 39.
J & B – «Questa è la storia»
Una cantante con una notevole esperienza alle spalle. Una cantante abituata al palco, ai contesti del piano bar e delle cerimonie, con tutto l’impegno e la maestria che questo comporta. Tuttavia, proprio questa esperienza mi è sembrata, in qualche modo, sbiadita sul palco. Il brano non è riuscito a prendere quota e la presenza scenica non mi ha coinvolto pienamente. Il mio voto complessivo è stato 34.
Batta – «Super toxica»
Batta mi è sembrato, più che un cantante, un animatore da villaggio. Lo dico con rispetto, perché anche l’animatore è un artista e possiede una qualità fondamentale: la capacità di coinvolgere il pubblico. Batta ha questa energia. Cerca di suscitare curiosità, di creare allegria, di costruire un rapporto con chi lo ascolta. Ho voluto premiare il suo lato rocambolesco, la sua capacità di stare dentro una dimensione spettacolare. Allo stesso tempo, ho avuto la sensazione che dentro di sé ci sia ancora una profondità da esplorare e da colmare. L’energia esteriore potrebbe diventare ancora più interessante se riuscisse a incontrare una maggiore profondità interiore. Il mio voto complessivo è stato 35.
Julia Stabile – «Y esa parte de mí»
Julia Stabile è stata l’artista che ha ricevuto il mio voto più alto Possiede doti canore eccellenti. Durante la sua esibizione ho spesso chiuso gli occhi per ascoltare meglio la voce e la sua interpretazione. In lei ho riconosciuto una grande capacità vocale, una precisione quasi assoluta e una notevole consapevolezza dello strumento. Allo stesso tempo, ho percepito una distanza tra la voce, il temperamento e la trasmissione della propria arte al pubblico. È come se esistesse una macchina vocale straordinaria, in parte consapevole delle proprie capacità e in parte ancora inconsapevole della propria forza. Una distanza visiva, per così dire, tra la voce, il temperamento e la capacità di trasmettere pienamente ciò che si possiede. Eppure proprio questa distanza può diventare una possibilità di crescita. Il mio voto complessivo è stato 41. È stato il mio voto più alto che corrisponde con la giuria. Julia ha vinto questo contest.
La melodia e l’aggressività. La serata mi ha lasciato anche una riflessione più generale. La sensazione è che, in molti casi, la melodia abbia perso parte della sua centralità rispetto a una certa aggressività musicale. Un’aggressività che spesso sembra voler raccontare il disagio, la tossicità, la sofferenza, la rabbia. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel raccontare questi sentimenti. La musica può e deve attraversare anche le zone più oscure dell’esistenza. La disperazione può diventare rock, la rabbia può trovare una forma musicale, il dolore può trasformarsi in suono. La melodia, per me, rimane qualcosa di fondamentale. La melodia è una forma di poesia.
E forse proprio per questo non basta raccontare qualcosa: bisogna trovare il modo musicale attraverso il quale quel racconto possa realmente diventare emozione.Raccontare la tossicità può certamente condurre verso il rock. La rabbia può diventare una scelta musicale. Ma quando l’aggressività rimane soltanto un atteggiamento, rischia di restare in una terra di mezzo: non è ancora veramente rock, non è più semplicemente pop, e soprattutto non sempre riesce a trasformare il sentimento in una vera forma musicale.
La musica, secondo me, ha bisogno di una necessità. Non basta voler dire qualcosa. Bisogna trovare il modo per cui quella cosa possa diventare musica.
Dieci voci, dieci possibilità. La serata di ieri mi ha lasciato quindi una sensazione positiva e, insieme, alcune domande. Ho incontrato giovani artisti che hanno ancora molto da dire e, soprattutto, molto da scoprire di sé stessi. Perché il palco non è soltanto il luogo in cui si dimostra ciò che si sa fare. È anche il luogo in cui, qualche volta, si comincia a capire chi si può diventare. Ringrazio ancora Ettore Tortorici per avermi voluto al suo fianco in questa esperienza, per l’accoglienza e per l’impegno con cui ha costruito la serata.
Ringrazio Paola Parisi, che ha accompagnato l’evento con una particolare dolcezza. E ringrazio tutti gli artisti che hanno avuto il coraggio di presentarsi, cantare e condividere il proprio lavoro.
Una serata piacevole, un piccolo osservatorio sulla musica di oggi e, soprattutto, una conferma di quanto sia ancora importante dare spazio a chi sta cercando la propria voce.
Pratico è la parola che pratico mentre il caldo è invadente, un caldo che tenta di sfocare i pensieri, che rende tutto più lento e più faticoso. Ed io pratico la riconduzione, opponendomi all’invadente con accoglienza. E tutto quello che il caldo porta con sé, tuttavia, continua a camminare con me, con il principio della trasformazione.
Praticare significa proprio questo: non aspettare che tutto sia risolto per cominciare a vivere. Attuare nella sua modalità del dire e del fare. Pratico da quando ho incontrato il Buddismo, e praticare significa anche e soprattutto pregare. E ho capito che la fede non è soltanto un pensiero: è un gesto quotidiano, una direzione, una forma di presenza. Pratico quando mi siedo davanti al Gohonzon e provo a riconoscermi, senza fingere di essere diverso. Pratico quando cerco di nutrire la mia anima, quando provo a capire quali pensieri mi fanno crescere e quali invece mi tengono fermo.
Pratico anche quando scrivo, perché mentre scrivo mi ascolto. Le parole arrivano prima confuse, si accavallano, si contraddicono, poi lentamente trovano una forma. Nel tempo pratico l’immediatezza perché imprime un pensiero che come tale può sfuggire, e senza questa pratica con leggeresti questo scritto. In questo praticare riesco a riconoscermi. Non sempre scrivo per dire qualcosa agli altri. Scrivo per poter sentire quello che sto dicendo a me stesso.
Tutto questo lo porto in teatro, che, per me, è realtà trasposta in fantasia: praticare la vita esprimendola. Da qui il trionfo del potere della benedizione che pratico e che mi ha portato ad essere ciò che sono. Non soltanto un lavoro, non soltanto un progetto, non soltanto la costruzione di uno spettacolo. La mia pratica è la riconoscenza della conoscenza nel suo desiderarla. Praticare praticamente è un continuo allenamento, una continua sfida solo a ripensarci, rileggersi.
Guardo le persone, ascolto ciò che accade, provo a mettere insieme differenze, sensibilità, energie, conflitti. Cerco una forma di armonia che non sia uniformità, che non cancelli le differenze, una forma che riesca a farle convivere le differenze.
Praticare è la direzione che ti porta a cercare questa conformità propria, senza doversi conformare a qualcosa che viene imposto dall’esterno: trovare una forma che sia conforme a ciò che si è veramente, a ciò che si sta diventando.
Sono cento e più espressioni. A volte queste parti convivono bene, altre volte si combattono. Ma forse la pratica consiste anche nel non dover eliminare ogni contraddizione prima di poter procedere.
Pratico il «fermati e rifletti», una minuscola e infinita frase di Nichiren Daishonin che benedico per quanto è potente. Altrimenti come potrei stare dentro questa varietà di pensieri diversi, di desideri, di tormenti, di entusiasmo, di stanchezza, di fede, di ironia, di paura, di ostinazione, di ruoli? Come potrei abbracciare e sostenere le difformità di più ambienti e praticare per ogni felicità.
Pratico l’immaginazione e la concretezza, il desiderio di guardare il mondo con meraviglia, il bisogno di armonizzare le cose, anche le asprezze. Pratico la ricerca dell’evidenza e la capacità di riconoscere ciò che ancora non è evidente. Pratico le sottigliezze, perché spesso sono proprio i dettagli a contenere il tutto. Pratico senza riconoscenze perché seguo la legge e non la persona. Pratico il tentativo e la risolutezza di essere pratico.
La vita non è sempre pratica, io non sono sempre pratico e forse nessuno lo è davvero. Perché praticare in quella sua autentica essenza è sempre un esperimento. Però posso praticare la praticità. Posso provare a trovare, dentro la complessità, una forma di chiarezza. Cerco di condurre la mia vita con saggezza, in un modo di camminare che tenga conto del corpo, della mente, dell’anima e di tutto ciò che ancora non conosco. E mi sforzo e prego per portare luce anche laddove e oltre il mio cammino.
Pratico, nel senso che sono pratico, quando la strada è in piano o quando sale. A volte cammino con gioia, altre volte cammino perché ho deciso di non fermarmi. E forse anche questa è una forma di fede: continuare a muoversi senza avere sempre la certezza.
Sto lavorando in questi giorni su Sant’Agata, con uno spettacolo a Lei dedicato “Sant’Aituzza mia” bellezza, coinvolgimento, valore e sollecitazioni continue. Sono abituato a parlare con lei. Ogni volta mi presento con devozione, come chi ogni volta incomincia o forse ricomincia, riparte. Come una persona che cerca, che a volte si perde per poi attraversare il sentiero smarrito e ritrovarsi.
Pratico la vita così come arriva, cercando di non subirla soltanto. Pratico la possibilità di trasformare ciò che mi tormenta in qualcosa che possa nutrirmi. Pratico la possibilità di trasformare una difficoltà in una domanda, e trasformarla in una ricerca, e da una ricerca in un gesto, la consistenza del teatro, lo spazio in cui le persone possano incontrarsi e riconoscersi.
Pratico perché mi piace e appassiona la bellezza e ho bisogno di una direzione che sia più grande delle mie paure. Ed ecco che pratico anche le strade e vicoli di ogni dubbio, perché non voglio diventare prigioniero delle mie certezze.
Questa mattina il caldo è forte. Il corpo è allenato a reagire. La mente attraversa pensieri diversi. Io sono qui a continuare, praticare la vita, a riconoscere chi sono.
E tutto questo è così semplice perché è una preghiera di gratitudine, amore, lavoro, esperienze.
