Appunti sul viaggio tra il classico di Pirandello e le chiavi contemporanee di Nicola Alberto Orofino.
Futura è il nome della sala del Teatro Stabile di Catania dove ho visto L’amica delle mogli.
Un inizio con musica e immagini
All’inizio dello spettacolo, sulla destra della scena compare un piccolo monitor con spezzoni televisivi e cinematografici degli anni Ottanta, mentre parte il brano You Don’t Own Me, canzone simbolo di autonomia femminile riproposta anche nei titoli di coda del film The First Wives Club. Il riferimento sembra voler introdurre una chiave di lettura contemporanea del testo di Luigi Pirandello, orientandolo verso il tema della libertà e della consapevolezza femminile. L’effetto è immediato e cattura l’attenzione, mentre lo osservavo mi è nata una domanda: quanti spettatori compiono davvero questo passaggio?
Quanti riconoscono il rimando culturale e stabiliscono il collegamento tra la canzone, il film e la lettura registica proposta? Nel teatro esiste sempre una tensione sottile tra il segno culturale immaginato dal regista e la percezione reale del pubblico. Molti registi del secondo Novecento, penso, tra gli altri, a Luca Ronconi, hanno lavorato proprio su questo scarto, consapevoli che la scena non garantisce automaticamente la trasmissione dei significati pensati in origine. Per questo la domanda non riguarda tanto la legittimità dell’espediente, quanto la sua effettiva ricezione: se quel segno riesca davvero a diventare esperienza condivisa nello spettatore oppure resti un’intuizione che appartiene soprattutto allo sguardo del regista.
Gratitudine e viscerale presenza scenica
La prima sensazione che porto con me è la gratitudine. Gratitudine verso il lavoro scenico, l’allestimento, la scena e i costumi di Vincenzo La Mendola, la regia, gli attori e verso la possibilità stessa di assistere a un’opera viva. Andare a teatro significa sottrarsi all’immobilismo, alla distrazione, e continuare a interrogarsi su ciò che accade sulla scena e dentro di noi.
Gli attori si sono dati completamente. Ho percepito un teatro viscerale, fisico, molto teatrale nel gesto e nella voce. In particolare mi hanno colpito Giovanni Carta, Lidia Giordano e Carmen Panarello. Accanto a loro Giorgia Biscarino e Gianmarco Arcadipane.

L’amica delle mogli SALA FUTURA TSC Catania
Dialogo tra epoche del teatro
Guardando la loro interpretazione mi è venuto spontaneo pensare a una sorta di dialogo tra epoche: In Lidia Giordano ho colto energia, ironia e ritmo che ricordano il fascino contemporaneo di Valeria Bruni Tedeschi; In Giovanni Carta ho percepito qualcosa della forza scenica e del mestiere di Gianni Agus; In Carmen Panarello ho intravisto un’eco della tradizione interpretativa di Lauretta Masiero.
Una grande attrice contemporanea e due grandi interpreti che appartengono alla storia del teatro italiano.
È sempre affascinante vedere sul palcoscenico il mestiere dell’attore, la sua forza e la capacità di abitare la scena.
Aggiungo che Lidia è la figlia della compianta, amica, Mariella Lo Giudice, generosa e brava attrice italiana.
Queste associazioni nascono da una lunga familiarità con il teatro, maturata fin dall’infanzia e dall’adolescenza. Un’esperienza visiva e culturale che ancora oggi orienta il mio sguardo e il mio gusto per la scena.
Riflessioni sul teatro contemporaneo
Eppure, mentre applaudivo il lavoro degli attori e seguivo la costruzione della regia, dentro di me restava una domanda: ho avuto la sensazione di un teatro che cerca l’effetto.
Eppure, mentre applaudivo il lavoro degli attori e seguivo la costruzione della regia, dentro di me restava una domanda: ho avuto la sensazione di un teatro che cerca l’effetto.
L’effetto è necessario, è un punto di attenzione, è ciò che cattura lo spettatore. per me l’effetto è qualcosa che dovrebbe maturare lentamente, come un retrogusto. La costruzione di un’opera richiede tempo.
In questi giorni pensavo a una dichiarazione del regista Guglielmo Ferro, che ricordava di aver realizzato una media molto alta di regie all’anno. Ed è simile allo stesso Orofino, che ha realizzato molteplici regie. È un ritmo produttivo che mi lascia perplesso. Perché ogni regia, almeno per come la vivo io, richiede concentrazione, ascolto e sedimentazione.
Forse è qui che si percepisce la differenza tra il teatro come sistema produttivo e il teatro come ricerca personale.
Il classico ascoltato oggi
Nella nota di regia, Nicola Alberto Orofino legge il testo di Pirandello come un’opera che possiede una forte consapevolezza femminista, inserendola nel dibattito contemporaneo sulla dicotomia maschile e femminile. È una chiave di lettura interessante e certamente attuale. Resta però aperta la domanda su quanto, in queste operazioni, si stia davvero ascoltando il classico e quanto invece lo si stia spingendo verso le urgenze del presente.
Per me incontrare un classico è un po’ come leggere le lettere che i nostri nonni si scambiavano molti anni fa. In quelle lettere ci si dava del “lei”, si usavano parole nobili e un linguaggio ampio, appartenente a un’altra epoca. Leggerle oggi significa ascoltare una voce che arriva da lontano e misurare la distanza tra quel mondo e il nostro.
Il teatro dell’ascolto, del fine dicitore, dell’equilibrio tra parola e presenza scenica resta, a mio avviso, sempre valido.
Conclusioni e attesa
Queste righe vogliono essere un esercizio di osservazione.
Sono qui a lavorarci sopra, a studiare, ad analizzare ogni particolare.
È semplicemente il contributo di uno sguardo, un punto di vista offerto al dialogo sul teatro di oggi.
Perché forse la vera domanda non è se uno spettacolo sia giusto o sbagliato.
La vera domanda è quante persone, uscendo dal teatro, continuano davvero a pensarci.
Molti lasciano scorrere ciò che hanno visto.
Per quel che mi riguarda, invece, continuo a interrogarmi.
E chiudo con le parole di Futura, di Lucio Dalla:
“Non girare la testa, dove sono le tue mani
Aspettiamo che ritorni la luce
Di sentire una voce
Aspettiamo, senza avere paura, domani”
