Appunti sparsi stamattina. Penso alla strada come sinonimo di percorrenza. E c’è un film di Federico Fellini che si intitola così, semplicemente: La Strada. Del 1954, vinse l’Oscar come primo film straniero premiato in quella categoria appena nata. Non potevo non vederlo, dopo averne scritto. E la prima cosa che mi ha attraversato è una frase di Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano, gli sceneggiatori insieme a Fellini: tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. È il Matto che la dice a Gelsomina, mostrandole un sassolino qualunque raccolto per terra “anche questo serve a qualcosa, anche se non sappiamo a cosa, deve esistere per qualcosa, perché se questo è inutile allora è inutile tutto, anche le stelle“. E poi le dice, con la sua dolcezza sghemba, che serve a qualcosa anche lei, con la sua testa di carciofo. È una frase autoritaria nel senso più bello del termine: dà ordine al caos, dà dignità a ogni cosa piccola.
Non è un caso che pochi giorni fa io abbia dato a tutti i componenti della compagnia che sta provando in questi giorni Civitoti in pretura alla Civita un sassolino — lo stesso che avevo raccolto lunedì mattina al mare con mia figlia e i miei nipoti. Non sapevo ancora, prendendolo, che sarebbe tornato a significare qualcosa di preciso.
Il film racconta gli artisti di strada, quelli che portano la loro arte di paese in paese e vengono ricompensati “a cappello” — ognuno dà quello che vuole, quello che può. È lo stesso gesto che facciamo noi teatranti oggi, in un’altra forma: portiamo qualcosa in scena e aspettiamo che qualcuno lo raccolga.
Giulietta Masina, nello sguardo e nell’espressione, mi ha ricordato Macario — la stessa comicità fisica venata di malinconia. E poi la colonna sonora di Nino Rota che non si ferma mai, che si mescola ai rumori ambientali, al vento, ai contesti — un sottofondo che non lascia mai respirare lo spettatore fuori dalla storia. Il doppiaggio rende tutto più denso: mi è parso di riconoscere la voce di Anna Magnani nella vedova. E poi i tre musicanti — una figura che tornerà, vestita diversamente, anni dopo, nella chiusura di Otto e mezzo.
C’è un’Italia da ricostruire in ogni inquadratura: palazzi in costruzione, spazi grandi, ma senza la cementificazione che verrà dopo. Le riprese della processione sono magnifiche. La luce si sposta su ogni sguardo cangiante di Giulietta Masina, come se la illuminasse da dentro. C’è un riferimento sottile alla provocazione che genera invidia.
E poi un’altra frase che mi ha colpito: anche una pianta è un’associazione.
La scelta delle comparse e dei comprimari è perfetta, ha lasciato un segno nella scenografia stessa. È un mix di bravura che non si vede quasi più. E poi il personaggio della suora, che arriva all’improvviso e cambia il ritmo della scena senza preavviso.
La strada è identità di movimento. È identità di motivazione. È identità di direzione. È il punto da cui parti e il punto — mai davvero definitivo — a cui arrivi.
La mia comincia, o forse ricomincia sul serio, dodici anni fa a Roma. Ero un artista disperso tra il talento che sentivo di avere e le condizioni oggettive di un mercato che non ti aspetta. La sera lavoravo in un ristorante, mi occupavo dei clienti fino agli ultimi ingressi. Un visionario, mi hanno definito. La mattina mettevo in campo la mia parte artistica. Qualsiasi cosa facessi o pensassi in una ottica da visionario, un artista che si sa, ci vuole tempo per essere compreso. E poi, quando qualcuno finalmente vede un tuo lavoro in scena, tutto si ricompatta.
In una pausa di quel lavoro serale ho fatto una telefonata a mia figlia più grande. Sentivo che c’era qualcosa che non mi aveva detto. Ho insistito. Mi ha detto: sì papà, sono incinta. Abbiamo chiuso la chiamata. Dopo pochi minuti mi ha chiamato anche l’altra mia figlia: sapeva che avevo parlato con sua sorella, e aveva la stessa notizia per me. In meno di cinque minuti sono diventato nonno di due nipoti in arrivo. Da lì è cambiato tutto. Da lì è sceso in campo una nuova motivazione che non si è più fermata.
Perché la vocazione di un artista non è solo la passione che la genera — è il progetto che quella passione porta con sé, qualcosa che va oltre te stesso.
C’è chi sa vendere bene il proprio ruolo di artista. Io forse un po’ meno. Ma so che questa scelta fa parte di un disegno più grande, qualcosa che chiamo — senza riuscire a spiegarlo fino in fondo — il progetto dell’anima.
Serve che esista, anche se è difficile a vendere ed è molto importante che io ci metta ogni energia e ogni pazienza possibile.
Ecco perché oggi, mentre scrivo questo, sto scendendo in metropolitana verso il centro di Catania. La mattina prima di avere visto il film di Federico Fellini. Inizio a scrivere.
Di pomeriggio sono qua a scrivere. Tra un po’ ci sono le prove. Ho appena pubblicato nella chat degli interpreti tutto il programma, tutti i collegamenti.
È la strada anche questo: un incrocio continuo di scambi, capacità, a volte incapacità relazionali, energie che dai e che ricevi.
In scena porto Civitoti in pretura. All’orizzonte ci sono altri quattro lavori: Sant’Aituzza mia, spettacolo itinerante già realizzato, che ci stiamo organizzando per riportare in scena; L’altro ieri, un monologo che cammina ormai dal 2022; Avamposto, la vera novità — scritto da me, Salvatore Greco, partorito visceralmente; e Semplice, un monologo che avevo già rappresentato nel 2021 e che oggi torna in prova con un’interprete diversa, Gabriella Rodia.
Ogni titolo è una tappa. Ogni tappa è la strada che continua — con le sue modifiche, le sue pause, le sue soste. E io, oggi, sono qui. Sono vivo. Sono in cammino. La qualità di una vocazione non si misura da quanto rumore fa nel mondo, ma da quanto a lungo tiene il passo lungo la strada che ha scelto.
Cominciato a scrivere questo pensiero stamattina, in bagno, un insieme di pensieri che è un fluire — e credo che ogni artista debba avere la stessa pratica: lasciar scorrere il pensiero senza fermarlo per forza dentro gli argini della standardizzazione.

