La classifica di Sanremo 2026
Premio della critica Mia Martini a Fulminacci
Premio Sala Stampa Lucio Dalla a Brancale
Premio Bardotti miglior testo a Masini/Fedez
Premio Bigazzi miglior arrangiamento a Ditonellapiaga
Premio TIM Serena Brancale
1. Sal Da Vinci – Saremo io e te
2. Sayf – Tu mi piaci
3. Ditonellapiaga – Che fastidio!
4. Arisa – Magica favola
5. Fedez e Masini – Maschio necessario
6. Nayt – Prima che
7. Fulminacci – Stupida Fortuna
8. Ermal Meta – Stella Stellina
9. Serena Brancale – Qui con me
10. Tommaso Paradiso – I romantici
11. LDA e AKA 7even – Poesie clandestine
12. Luchè – Labirinto
13. Bambole di pezza – Resta con me
14. Levante – Sei tu
15. J-Ax – Pacchetto iniziale Italia
16. Tredici Pietro – Uomo che cade
17. Samurai Jay – Ossessione
18. Raf – Ora e per sempre
19. Malika Ayane – Animali notturni
20. Enrico Nigiotti – Ogni volta che non so volare
21. Maria Antonietta e Colombre – La felicità e basta
22. Michele Bravi – Prima o poi
23. Francesco Renga – Il meglio di me
24. Patty Pravo – Opera
25. Chiello – Ti penso sempre
26. Elettra Lamborghini – Voilà
27. Dargen D’Amico – AI AI
28. Leo Gassmann – Naturale
29. Mara Sattei – Le cose che non sai di me
30. Eddie Brock – Avvoltoi
Commenti sparsi
Ho una cosa da dire riguardo questa vittoria. Da buon critico . Questo cantante con questo pezzo sicuramente mette tanta allegria , avrà tante visualizzazioni . Un pezzo scorrevole, orecchiabile, un pezzo da sceneggiata napoletana eccessivamente sdolcinata. n testo che sembra un inno all’amore. Però è fuori luogo e tempo presentarlo all’euro festival o eurovision equivale a fare una figuraccia, non siamo ai tempi di Gigliola Cinquenti che vinse sia il festival di Sanremo che l’euro festival con il brano “Non ho l’età” . Faremo solo brutta figura speriamo che rinuncia a parteciparvi. Onestamente le altre 4 canzoni finaliste sono più adatte a questa manifestazione europea. Comunque lui è bravo il pezzo buono , inoltre tanta allegria in un mondo cosi grigio non guasta .
Relatore pubblico capo. Maria Amato 😇
Io vorrei che questo fosse l’ultimo post su Sanremo, mio, intendo, perché comunque Sanremo è Sanremo ma non ci vivrei, una settimana mi pare il tanto giusto, ho chiuso il Fantasanremo col botto e via, dai.
Ma sto leggendo cose che francamente, pur restando nell’ottica di una kermesse canora, stanno degenerando nel delirio e nella follia più totale. Sto leggendo di gente che paragona Sal Da Vinci a Turetta, per esempio, cioè la demolizione di un uomo perbene, che di mestiere canta, recita, scrive e che ha vinto Sanremo con una canzone alla quale si stanno attribuendo significati assurdi, paragonando la glorificazione di un sentimento all’istigazione di femminicidio.
Ma tutto bene sì?
Che vi ha fatto Sal Da Vinci?
Perché non ve la prendete anche con John Legend e “All of me” che testualmente dice:
“Perché tutto di me
ama tutto di te
amo le tue curve e ogni tua forma
tutte le tue imperfezioni perfette
dammi tutto di te,
E io ti darò tutto di me
sei la mia fine e il mio inizio
anche quando perdo, vinco sempre
perché ti do tutto di me
e tu mi dai tutto di te”
Ma che davvero?
Ed è la stessa gente che quando cerchi di spiegarle la violenza, la minimizza, la banalizza, ti mettono in croce, quando parla una vittima la perculano, e però s’indigna per una canzone scomodando punte di femminismo isterico, fondamentalismo pericolosissimo, distruggendo la reputazione di un artista che dignitosamente ha sempre fatto il suo, e che celebra un amore, il suo, venendo accostato ad un assassino.
Dai finché sono battute ci sto, ma qui siete nel campo dell’ignoranza, della totale indifferenza a quella che è un’analisi seria, nella offesa di un uomo che non ha mai rotto le palle a nessuno, ha fatto il suo, ha la sua bella famiglia, ha fatto una gavetta lunghissima e ha intercettato l’umore del pubblico.
Indignazione livello top.
Chissà perché l’indignazione non è mai rivolta alle vittime, a chi si deve difendere in tribunale per avere denunciato, a chi non viene creduta, a chi viene tacciata di nazifemminismo, a chi viene lasciata sola, a chi racconta quotidianamente dal solco della trincea la fatica di restare in piedi.
C’è addirittura gente che mi ha scritto “ma tu da tuo marito ti lasci dire queste cose”, perché manco prendono due notizie al volo.
E non sanno che magari me le avesse dette : ha detto e fatto altro tanto da dover scontare anni di pena per maltrattamenti in famiglia e violenza aggravata.
Ma a voi che importa.
Del resto accompagnare una donna in tribunale è più fastidioso che sputare sentenze da un divano, difenderla è scomodo, giustificare l’orco è facile e senza impegno, darle addosso va di moda, interpretare il femminismo da salotto per delle frasi, e ignorare chi per la sua testimonianza pubblica rimane sola e senza protezione fa orrore.
Ma a voi che importa.
Del resto accompagnare una donna in tribunale è più fastidioso che sputare sentenze da un divano, difenderla è scomodo, giustificare l’orco è facile e senza impegno, darle addosso va di moda, interpretare il femminismo da salotto per delle frasi, e ignorare chi per la sua testimonianza pubblica rimane sola e senza protezione fa orrore.
E poi accostare Sal da Vinci a Turetta è incommentabile. Da querela.
Quindi vai Sal, ti sei meritato tutto, e resti il vincitore di questo festival.
(se non conoscete la violenza, non improvvisate. Leggete. Non serve essere violenti per essere complici.)
VOLEVATE IL SILENZIO AVETE LA MIA
Patrizia Cadau
Signore e signori, tenetevi forte perché il verdetto di Sanremo 2026 è arrivato come un colpo di balestra dritto nel sacchettino scrotale: Sal Da Vinci ha vinto e io sto vivendo un’esperienza extracorporea tra il tragico, il comico e il malessere sociale. Sia chiaro, prima che mi veniate a cercare sotto casa: mia madre è napoletana verace, sono cresciuto a pane, mare, “Mazz’ e panell’ fanno ‘e figlie bell” e quella cultura immensa che amo con ogni fibra del mio essere. E proprio perché amo Napoli, vederla rappresentata così mi fa l’effetto di un’indigestione di struffoli fuori stagione. Non sono nessuno, non faccio il critico musicale, non so cantare, non sono famoso, e in realtà non seguo nemmeno assiduamente Sanremo quindi prendete questo sfogo per quello che è: il delirio di uno che guarda l’abisso e l’abisso gli risponde con un acuto neomelodico. Chiedo scusa in anticipo a tutto il popolo dei fan, mi tiro addosso tutte le antipatie e i “Chitemmuort” del mondo e chiedo già perdono, ma qui stiamo parlando di salute pubblica internazionale.Abbiamo deciso di mandare all’Eurovision una bomboniera di Capodimonte, un pezzo che non è una canzone, è un sequestro di persona sentimentale. Napoli è la città che ha regalato al mondo il blues mediterraneo di Pino Daniele, sia lode a lui, un mostro sacro che imbracciava la dodici corde e faceva venire i complessi di inferiorità pure a B.B. King. È la terra dell’eleganza colta di Roberto Murolo, della rivoluzione jazz-funk dei Napoli Centrale, del carisma viscerale di Enzo Gragnaniello e della potenza di James Senese, che soffia nel sax come se volesse accendere il Vesuvio. Passare da questi giganti a sta roba qua è come passare da un Brunello di Montalcino a un bicchiere di gassosa sgasata bevuta in un bicchiere di plastica, dopo essere stato volutamente abbandonato in un parcheggio della tangenziale.Il testo è un generatore automatico di brividi anni Ottanta, la sagra del “ti amo/mi manchi/il cuore batte” che ha la profondità filosofica di un post-it scritto sotto l’effetto di un’impepata di cozze pescate nel Mar Cinese Orientale. È un pezzo che starebbe benissimo come colonna sonora mentre lo sposo entra in sala a cavallo di “un pono piccolissimo tutto pomellato” (cit. Don Antonio Polese), ma che all’Eurovision rischia di scatenare un incidente diplomatico.Ma diciamoci la verità, quella che pensa il popolo intero mentre scuote la testa con le mani in faccia davanti alla TV: chi doveva vincere davvero? Il verdetto morale è uno solo e mette d’accordo tutti, dai puristi del suono ai giovani che cercano la novità. Doveva trionfare qualcuno con una caratura vocale mostruosa e un testo che non puzzasse di muffa. Se guardiamo alla capacità canora e alla freschezza, il trofeo spettava di diritto ad Arisa, Serena Brancale o Ditonellapiaga. Loro hanno portato la musica nel 2026, con una tecnica che non ha bisogno di gridare per emozionare e testi che tagliano come rasoi. C’è un abisso tra chi canta da Dio e basta. Quella è la qualità che ti fa alzare in piedi, quella è la novità che ci avrebbe fatto camminare a testa alta in Europa, non un pezzo che sembra la sigla di un matrimonio finito “ammerda” perché si son dimenticati la spaghettata di mezzanotte.Immaginate la scena: tra svedesi vestiti da pannelli solari che ballano techno-pop e finlandesi che urlano chiusi in un frigorifero, spunta lui. Con quella gestualità da “ti sto spiegando perché la multa è ingiusta” e quell’acuto finale che non è arte, è un richiamo per l’accoppiamento dei citofoni di tutta la periferia. Poteva vincere il talento cristallino o la scrittura intelligente, e invece abbiamo scelto la rassicurante mediocrità della lacca e del vibrato molesto. L’Europa ci guarderà e penserà che siamo rimasti bloccati in un loop temporale tra il 1984 e un battesimo celebrato in una veranda abusiva. Stiamo andando a una gara di Formula 1 con un mulo bardato a festa. Suggestivo, per carità, ma resteremo a piedi dopo la prima curva mentre il resto del mondo corre verso il futuro.E alla fine davvero ci ridurremmo a “Saremo io e te, accussì sarà pe sempe sì”……. ma Vafangul va! Paolo Nunzio Locatore
Non seguo Sanremo da decenni, ma scoprire che questa sia la canzone vincente mi conferma come l’Italia stia andando verso un baratro.
Angela Floresta
Il Festival di quest’anno è talmente spompato che pure le polemiche sono in tono minore. Ieri sera un piccolo guizzo è venuto dal sempre valido dualismo tra grammatica reale e “percepita”. Carolina Bubbico ha chiesto di essere chiamata maestra e non maestro.La cosa è finita lì, Pausini per una volta se l’è pure cavata bene, facendolo e basta, l’esibizione diretta da Bubbico (quella di Ditonellapiaga e TonyPitony) è stata una delle più riuscite.Le polemiche le trovate oggi, sotto ogni post che ne parla.E sono sempre le solite, duole dirlo: maschi che frignano perché “allora io mi farò chiamare dentisto/geometro” e altre lagne infantili. C’è anche chi dice che la donna va chiamata “Maestro” perché il titolo declinato al femminile è sminuente.Questi sono i più teneri: centrano il cuore del problema cercando di dire che non esiste.Con Carolina Bubbico, poi, non stiamo parlando dell’ultima arrivata che ha imparato “Per Elisa” ieri pomeriggio. Bubbico è musicista, cantautrice, compositrice, direttrice d’orchestra, una che studia, scrive, arrangia e lavora da anni. Se una può permettersi di sapere come si chiama il proprio ruolo, è lei. E invece no, in Italia la grammatica diventa opinione, ma solo quando è femminile.Non solo, diventa politica, visto che abbiamo al potere una donna che vuole essere chiamata “il” presidente.La verità, come capita spesso, è semplice: maestro fa maestra. Come attore fa attrice, scrittore fa scrittrice. I nomi in -o di solito al femminile vanno in -a. Non è ideologia, è grammatica delle elementari. E sì, anche ministra, sindaca, avvocata, ingegnera, quei nomi che a qualcuno “suonano male” non perché hanno l’orecchio sensibile, ma perché suona loro male che una donna eserciti professioni per secoli esclusivamente maschili.Ministra ti sembra “brutto”? Sorry, “brutto” non è un criterio grammaticale, è un problema tuo di abitudine. O peggio.Poi ci sono i casi invariabili: il/la cantante, il/la pianista, il/la collega. Cambia l’articolo, non la parola, sono i famosi casi dei battutisti da social, quelli di “dentisto”, per intenderci. Ah ah ah, sai le risate.Come detto, il punto è semplice: il maschile non è neutro, è maschile. Se una donna dirige, compone, insegna, è una maestra.E il progresso non si ferma storpiando la grammatica. Andrea La Rovere
Stamattina ci siamo svegliati e, TA-DAH, sorpresa: è il 1960. I Beatles non sono ancora esistiti, il capofamiglia torna a casa con la pagnotta sotto il braccio, la moglie è la “regina della casa”, ovvero schiatta di lavoro in casa in trepidante attesa dell’uomo che “le dà un senso”.Benvenuti al Festival di Sanremo, edizione effetto naftalina.Dopo qualche timido cenno di vita (tocca ammetterlo) durante la gestione Amadeus – se non altro c’era qualche cantante che sembrava vivere nel secolo giusto – quest’anno ci siamo ritrovati dentro una puntata de Il Castello delle Cerimonie. Vabbè, mancano la fontana di spumante, la carrozza imperiale, i cent’anni tutti vissuti in buona salute, Sal da Vinci avrebbe potuto duettare nella serata delle cover con Fiorellino intonando “L’ascensore della sensualità”, ma ci siamo capiti.Il testo di Sal sembra scritto – male – settant’anni fa:Saremo io e te per sempreLegati per la vita cheSenza te non vale nienteNon ha senso vivere Quell’idea tossicissima dell’amore come dipendenza simbiotica. L’eterna fusione, l’annullamento, la promessa che sembra più una catena. Ma davvero nel 2026 dobbiamo ancora farci cullare dalla retorica del “senza di te non esisto”? Non ce lo meritiamo, dai. Non dopo decenni passati a spiegare che l’amore sano è scelta, non bisogno patologico.Tu una regina, ora vestita in bianco sposaAbbiamo sognato figli in una grande casaSu, mancano solo le fedi donate alla patria e siamo nel 1935, altro che ’60.E mentre noi torniamo al focolare, il mondo non è che faccia tanto meglio. Un riflusso globale, una nostalgia per ruoli rigidi, rassicuranti, vintage. La modernità ci ha stancati, insomma. Meglio la comfort zone del patriarcato, con l’uomo forte che mette la “sua” donna sul piedistallo. Da cui, prima o poi, la butterà giù.E dispiace, perché di cose buone ce n’erano. Ditonellapiaga, fenomenale con TonyPitony nella serata cover, ma con un bel pezzo anche nella gara vera e propria. Maria Antonietta e Colombre, i miei preferiti, ma troppo bravi e delicati per sfondare su un palco alla costante ricerca dell’eccesso e del kitsch. Tanti altri giovani che hanno portato scrittura, ricerca, aria fresca. Ma guai, su Raiuno, a non accarezzare il pubblico di riferimento, quello che lascia sul “primo canale” perché ancora teme i raggi X del telecomando. Guai a non dirgli che va tutto bene, che l’amore è per sempre, che la moglie aspetta e l’uomo decide.Perché Sanremo è Sanremo, ma è anche uno specchio.E stamattina allo specchio ci siamo guardati in bianco e nero. Andrea La Rovere
Per principio non giudico mai le canzoni. Dico solo che sono felice per Sal. Lavora sodo da anni e merita questo successo. Evviva! Claudio Mattone
C’è una cosa che mi fa particolarmente schifo nella lettura di certi commenti su Sal da Vinci e Stefano De Martino: lo snobismo immotivato.Sal e Stefano sono due persone che hanno conosciuto momenti di grande difficoltà (come tutti noi) nelle loro vite.Sal ha calcalto i palcoscenici fin da bambino grazie al Padre, ma la sua carriera non è sempre andata a gonfie e vele. Lo ha raccontato lui stesso tante volte.Stefano ha fatto il cameriere, il fruttivendolo e ha lavorato in un call center pur di pagarsi i corsi e le lezioni prima di arrivare ad “Amici”.Sal è cresciuto alla Torretta e la moglie Paola ha ricordato di quando anche comprare il latte ai loro figli fosse un problema, Stefano a Torre Annunziata e ha raccontato di come la droga si spacciava fino alle scale di casa sua.Il loro comune denominatore é la grande forza di volontà, la voglia di non abbandonare i propri sogni anche quando sembrano svanire.Sal ha avuto un successo straordinario con Scugnizzi (musical che ha polverizzato tutti i record di incassi) e a Sanremo finì già sul podio nel 2009.Stefano ha condotto con successo tutte le trasmissioni che gli sono state affidate (da Affari Tuoi a Bar Stella a Step).Sabato sera, per un meraviglioso scherzo del destino, sullo stesso palco le loro gioie si sono incrociate e i loro sogni si sono realizzati.E io sono felice per loro. Perché rappresentano la faccia bella della nostra città, quella che non molla mai e che lotta per i propri obiettivi.Se a qualcuno tutto questo dà fastidio é perché oltre a essere invidioso, è cattivo dentro. E alla cattiveria si risponde solo con il sorriso. Sal e Stefano…PER SEMPRE SI! Lorenzo Crea è con Lorenzo Crea Direttore
IL SAL DELL’AVVENIRE Non è un falso. L’ha veramente postato Sandro Ruotolo con tanto di simbolo PD! La “storia vera” sarebbe la storia del matrimonio clericale mentre immagino che tutte le altre forme di famiglia siano per IL COMPAGNO RUOTOLO storie false! Ruotolo che è un giornalista in gamba e ha sempre combattuto dalla parte della sinistra giusta come può per campanilismo napoletano cadere così in basso!? Klaus Mondrian
Da amante della musica — e da napoletano — oggi sono felice. Ma felice davvero.Lo dico con sincerità: io il Festival di Sanremo lo guardo poco. Ogni tanto passo, mi sintonizzo, do un’occhiata. Però in questi giorni avevo visto sui social certi commenti… e diciamocelo chiaramente: commenti che sapevano di pregiudizio, quando non proprio di razzismo culturale.E invece lui ha vinto.Ha vinto il talento.Ha vinto la gavetta.Ha vinto una storia vera.Perché molti continuano a scambiare il napoletano per “dialetto” con tono riduttivo. Ma il napoletano è una lingua. È storia, è teatro, è musica che ha fatto il giro del mondo. E chi viene da quella scuola — se è un vero professionista — porta sulle spalle una tradizione pesante, ma bellissima.Io Sal Da Vinci me lo ricordo da sempre. Me lo ricordo accanto a suo padre, negli spettacoli, nella musica vissuta sul serio. Anni di palcoscenico, di sacrifici, di lavoro vero — quello che non fa rumore ma costruisce gli artisti. Sono contento per lui, perché se lo merita come professionista e come uomo.Ma sono contento anche per Napoli. Per una città che troppo spesso viene raccontata solo in un certo modo, e che invece continua a regalare musica, cultura e talento autentico.Oggi ha vinto una canzone.Ma soprattutto ha vinto una storia di passione, di identità e di riscatto.E da napoletano — permettetemelo — è una soddisfazione grande.P.S. Se aggiungiamo anche la vittoria del Napoli a Verona, all’ultimo secondo capirete perché quello di ieri è stato un sabato bestiale per noi scugnizzi. Sandro Ruotolo

