La parola di stamattina è isola. Sono partito da una parola semplice, quasi elementare, un pezzo di terra circondato dal mare e separato dalle altre terre, eppure mentre la pronunciavo ho sentito che dentro quella parola c’era molto di più. Un’isola è anche ciò che isola, è distanza, separazione, confine, è qualcosa che può proteggere oppure escludere, può essere una forza oppure una prigione. Io sono nato in Sicilia e conosco l’isola anche attraverso la mia storia, so cosa significa appartenere a una terra circondata dal mare, ma so anche cosa significa sentirsi isola dentro di sé. Molti anni fa, in una delle mie prime esperienze di psicoterapia di gruppo, emerse proprio questa immagine: io ero un’isola e mi rimase dentro la domanda su come gli altri potessero raggiungermi, in nave, a nuoto, con un sommergibile, in qualunque modo fosse possibile. Oggi ho ripensato a quella immagine e mi sono chiesto se essere un’isola sia un limite o una possibilità e ho capito che l’isola può essere una grande forza quando coincide con l’identità. Ognuno di noi è un’isola, alcune isole devono essere scoperte, altre sono già conosciute, altre ancora si mostrano soltanto in parte, ma ogni isola porta con sé una magia e l’identità è la nostra isola. Quando l’identità non è chiara, quando non sappiamo più chi siamo, l’isola rischia di trasformarsi in una catena montuosa, qualcosa che si innalza, si difende, diventa imponente, difficile da attraversare. Una persona può arrivare a costruire attorno a sé una geografia che non corrisponde più alla propria realtà, può pensare di non avere niente da offrire, può convincersi che nessuno riuscirà mai ad arrivare al suo interno, può nutrire paura e repulsione verso chi tenta di avvicinarsi, ma forse il vero problema non è che gli altri non riescano ad arrivare all’isola, forse è che l’isola nel frattempo ha smesso di essere abitata da chi la possiede. Per conoscere un’isola non basta guardarla dalla costa. La costa può essere arretrata, aspra, ostacolante, può respingere, ma l’isola non si conosce dalla costa, bisogna percorrerla, bisogna ascoltarla, bisogna avere la pazienza di scoprire lentamente le sue bellezze e le sue asprezze e soprattutto bisogna farlo senza giudicare. L’esploratore non arriva per conquistare l’isola, arriva per conoscerla. E forse l’esploratore può essere anche l’aria. L’aria entra, l’aria è ossigeno, è vita, non conquista l’isola ma la invita a respirare, la invita a scoprirsi, a riconoscersi, a identificarsi in qualcosa che chiamo verità. Perché quando la verità viene falsata in partenza si rischia di vivere su due binari che non si incontreranno mai, quello di ciò che siamo e quello di ciò che crediamo di dover essere. Per questo penso che esplorare se stessi ed esplorare il mondo siano due movimenti paralleli. Più conosco me stesso, più posso vivere in sintonia con ciò che mi circonda. Il rispetto che imparo ad avere per me stesso diventa rispetto per gli altri, per le relazioni, per l’ambiente, per il mondo nel quale vivo. Essere esploratori allora è una responsabilità. Ogni uomo dovrebbe imparare a esplorare, non necessariamente per andare lontano, ma per non smettere di cercare la realtà, per osservare ciò che accade, per attraversare le relazioni, per raccogliere ciò che incontra, per fare tesoro di ciò che scopre e poi raccontarlo, perché penso che ogni uomo abbia una funzione, quella dell’esploratore che racconta le proprie esplorazioni. Non per costruire una verità da imporre agli altri, non per avere consenso, non per creare appartenenze, lobby o sistemi di potere, senza retorica, senza aspettative, senza logiche, semplicemente per condividere una ricerca. Questa mattina sono partito dalla parola isola e per più di un’ora ho continuato a parlarne e a scriverne. Una parola mi ha condotto a un ricordo, un ricordo a un sentimento, un sentimento a una persona, una persona a una domanda, una domanda a un’altra domanda. Questo è il mio modo di esplorare. Una parola diventa un territorio e mentre la percorro scopro che non sto soltanto cercando il significato della parola, sto cercando qualcosa dentro di me. Forse è proprio questo il senso di un diario come questo. Non voglio raccontare conclusioni, voglio raccontare esplorazioni. Oggi è stata l’isola, domani potrebbe essere un’altra parola, ieri è stato così. Il movimento però rimane lo stesso: sentire, esplorare, comprendere, raccontare. E il sentire, alla fine, è ciò da cui tutto è partito, perché il sentire è la prima base della poesia. C’è anche un altro modo di arrivare a un’isola: l’aeroplano. Dall’alto l’isola cambia, la distanza permette di vedere ciò che dalla costa non si vede, il disegno complessivo, le forme, le proporzioni, il rapporto tra la terra e il mare. L’aeroplano permette di osservare l’isola prima ancora di entrarci, ma vedere non significa ancora conoscere. Per conoscere bisogna attraversare. Attraversare l’isola significa accettare che non tutto sia immediatamente comprensibile, significa camminare, fermarsi, tornare indietro, cambiare direzione, incontrare una bellezza e poi, poco dopo, una durezza, significa non avere paura delle asprezze perché anche quelle appartengono all’identità dell’isola. Esplorare non è soltanto guardare, è attraversare, e attraversare non significa necessariamente arrivare da qualche parte, a volte significa semplicemente esserci con attenzione mentre si percorre ciò che abbiamo davanti. Forse anche la musica è così. La musica non spiega necessariamente, la musica attraversa, passa attraverso di noi e produce qualcosa che spesso arriva prima delle parole, ha un ritmo, una pausa, una distanza, un silenzio, e forse anche il pensiero ha bisogno di una musica, non soltanto di concetti ma di ritmo, di ascolto, di tempo. Questa mattina una parola è diventata musica dentro di me. Isola. L’ho ascoltata e ho cominciato a seguirne il ritmo. Da quella parola sono nate immagini, ricordi, persone, paure, possibilità. È nato il mare, è nata la costa, è nata la montagna, è nato l’esploratore e poi è arrivata l’aria. L’aria è stata un’intuizione. Non l’avevo programmata, è emersa mentre lavoravo. Ed è proprio questo che mi interessa del lavoro che sto facendo: non sapere in anticipo dove una parola mi porterà. Lavorare sulla parola significa permetterle di aprire una strada e quando una strada si apre bisogna avere il coraggio di percorrerla. Per questo scrivo e per questo vorrei che chi legge non si fermasse a leggere. Vorrei che prendesse un quaderno, non perché debba fare quello che ho fatto io, ma perché possa fare il proprio lavoro, prendere una parola, lasciarla entrare, ascoltare ciò che produce, scrivere un’intuizione prima che scappi, attraversarla, scoprire dove conduce e poi agire. Perché il rischio della riflessione è diventare spettatori della propria stessa vita, pensare molto, capire qualcosa, emozionarsi e poi non fare nulla. Io invece credo che ogni intuizione chieda prima o poi un gesto. La ricerca non può rimanere soltanto nella testa, deve diventare esperienza, deve diventare relazione, deve diventare scelta, deve diventare azione. Ecco perché il quaderno non è un semplice contenitore di appunti, è un luogo di passaggio tra il sentire e l’agire. Io questa mattina ho trovato la mia aria. Non so quale sarà la tua, ma forse, se smetti per un momento di essere pigro, se interrompi l’automatismo, se prendi una parola e le concedi tempo, anche tu puoi incontrarla. Potrebbe essere una parola piccolissima, potrebbe sembrare insignificante e invece potrebbe contenere un’isola intera. Non aspettare che qualcuno venga a portarti l’esplorazione. Esplora, scrivi, attraversa, ascolta e poi racconta ciò che hai trovato. Questa mattina sono partito da un’isola e sono atterrato sull’isola. Scrivendo questo, chiudo un pensiero. Ho fede, mi affido. Questo mi basta.


























