Zitto, perché non serve a niente parlare.
Ci ho provato, una volta. Ho detto quello che vedevo, e non ho concluso niente. Sono stato messo da parte, e le cose sono andate avanti come prima.
Zitto, perché c’è un sistema che è più grande di te.
Ha le sue regole non scritte, i suoi favori, i suoi silenzi di comodo. Ti guarda piccolo e ti aspetta fermo.
Zitto, perché ti devi mettere in fila.
Aspettare il tuo turno, sorridere, non fare domande. Chi fa domande rallenta la fila.
Zitto, perché è così che si fa.
Si è sempre fatto così, e quello che si è sempre fatto diventa giusto solo perché dura.
Zitto, perché nessuno vuole cambiare.
Chi sta bene non ha fretta, e chi sta male ha troppa paura di perdere quel poco.
Zitto, perché tutto deve rimanere con me.
L’utile resta a me, il merito resta a me, e a te resta il silenzio.
Zitto, perché il sistema.
Basta questa parola, non serve nemmeno finire la frase.
Ieri ho sentito l’ennesima storia, raccontata con decoro, quasi con orgoglio. Una compagnia vince un bando comunale con un progetto preciso. Il progetto viene realizzato, sì, ma in un’altra forma, una forma che io chiamo finta. I soldi pubblici sono incassati, e sulla carta tutto torna.
Nessuno lo sa, se non chi lavora nel settore. E chi lo sa, copre. Questo mi addolora più del fatto stesso.
Il sacro, nella cultura, era restituire: ricevere un bene dalla comunità e renderlo alla comunità, trasformato in qualcosa di vero. Quando si prende senza restituire, non si perde solo denaro, si perde il senso.
Zitto, dicono. Ma questa pagina è mia, e qui non sto zitto.
Perché ogni bruttezza ha il suo tempo.
Un tempo che logora chi lo mette in moto, anche se non se ne accorge.
E dentro quel tempo, prima o poi, dovrà restituire quel tempo.
Agitare prima dell’uso
Mi sono appropriato, col mio sguardo, di una routine vista e rivista. È come portare in scena la stessa commedia per vent’anni, sempre alla stessa maniera. Per me questo è studio: guardando ogni routine, che potrebbe essere anche la mia, allargo la visuale e la metto a disposizione della mia essenza, del mio lavoro, delle mie modalità. Così stamattina mi sono imbattuto in un’immagine che ha catturato la mia attenzione e mi ha fatto scrivere una pagina del mio diario.
Era il frame di un video girato da un’attrice che conosco, durante la lezione aperta di un’insegnante che conosco. Un gruppo numeroso in movimento, energia, gioia. Mi ha fatto pensare, e credo che questa modalità sia superata.
Riconosco in quell’immagine il primo entusiasmo del conduttore, che come se tirasse dei fili prova a distribuire energia propositiva ai partecipanti. Lo so bene, l’ho fatto anch’io tanto tempo fa. Ma il colore non basta a fare un quadro, nemmeno su una bellissima tela e nemmeno con principi e desideri potenti. Per realizzare un’opera serve la coscienza del maestro: uno che ti indirizza, non ti lascia allo sbaraglio, ti contiene.
Per me il laboratorio di improvvisazione artistica e di avviamento al teatro è un incontro continuo, una modulazione continua, un’empatia costante tra allievo e maestro, tra singolo e totale. Solo così l’arte genera arte. Altrimenti basta la discoteca.
Ieri, con gli attori della mia compagnia, parlavamo di esplorare nuovi mondi. È questa la funzione dell’artista, e un laboratorio che non porta oltre la gioia del movimento tradisce questa funzione.
C’è poi un altro aspetto importante: la tessitura dell’universo. Per un artista è a volte drammatica, perché semina e non raccoglie niente. Eppure è l’unico modo per generare empatia, che nella sua accezione migliore diventa relazionale. E quando diventa relazionale, vuol dire che qualcuno si porta a casa una pagina di storia.
Qualità
La lucidità è quell’atteggiamento che ci permette di far scorrere ogni cosa in piena luce, di guardare ciò che accade senza nasconderci nulla e, attraverso questa chiarezza, di comprendere davvero cosa significa avere fede.
Ieri ho ricevuto un messaggio carico di dolore e di rabbia. Un messaggio che, a una prima lettura, potrebbe sembrare accusatorio, violento, definitivo. Io invece, stamattina, mentre facevo colazione, pensavo a un’altra cosa: alla compassione.
Che cos’è la compassione, se non un atto d’amore infinito che travalica qualsiasi ostacolo? Non significa non vedere ciò che accade, né far finta che le parole non siano state pronunciate. Io le vedo benissimo. Ma significa riuscire, nonostante tutto, a guardare oltre quelle parole e provare a comprendere la sofferenza che può esserci dietro.
Perché, guardando la situazione in modo più ampio, io quella sofferenza la intravedo. E allora mi sono chiesto: che qualità ha la vita che stiamo vivendo? E quanto siamo responsabili di quella qualità?
Perché, in fondo, la responsabilità è nostra. Siamo noi che, attraverso le nostre scelte, le nostre azioni e anche le nostre omissioni, abbiamo posto le cause di ciò che oggi ci troviamo a vivere. Questo non significa colpevolizzarsi, ma riconoscere che, se abbiamo contribuito a creare una determinata realtà, abbiamo anche la possibilità di creare cause nuove per trasformarla.
Perché la qualità non arriva da sola. Se vuoi vedere una casa ristrutturata, devi attraversare il lavoro, lo studio, il tempo, la conoscenza. Se vuoi dimagrire, devi attraversare il tempo. Se vuoi curare qualcosa, devi attraversare il tempo. Se vuoi realizzare uno spettacolo, devi studiare, provare, sbagliare, ricominciare. La qualità è qualcosa che si costruisce e ha a che fare con il modo in cui vivi il tempo che hai.
Il tempo scorre comunque. Da quando ho iniziato a scrivere queste parole a questo momento è passato del tempo. E se quel tempo lo vivi con intensità, presenza e valore, allora quel tempo può restituirti intensità, presenza e valore.
Nel frattempo ci sono state discussioni. Ci sono difficoltà, vuoti, ignoranza, dimenticanze, cose che non so e cose che non riesco a fare. Ma sono qui, a combattere, a decidere, a vivere, a scorrere insieme al tempo invece di subirlo. E questa per me oggi è qualità.
Non avere una vita perfetta, ma esserci dentro completamente.
Domani ho un’altra prova del mio spettacolo. Si chiama Avamposto. Incuriosisce già il nome e incuriosisce anche me, perché dovrò andare in scena con un monologo, su un palco, dopo quasi vent’anni da quando non mettevo più piede in una scena come attore.
Anche questo è tempo. Vent’anni sono passati e adesso eccomi qua.
Forse siamo partiti dalla lucidità e siamo arrivati alla qualità. Ma forse sono la stessa cosa vista da due lati diversi: la lucidità è vedere il momento, la qualità è viverlo fino in fondo.
E forse la qualità della vita non sta nel fatto che tutto sia a posto, ma nella capacità di esserci pienamente dentro ciò che c’è, riconoscendo che siamo noi, attraverso le cause che poniamo ogni giorno, a costruire la realtà che vivremo domani.

Genitore
Ci sono momenti nella vita in cui i genitori vengono fraintesi. Nelle intenzioni, nelle parole, nei comportamenti. A volte vengono persino allontanati con il pensiero, prima ancora che nella realtà.
È una delle esperienze più dolorose, perché il rapporto tra genitori e figli nasce molto prima delle parole e delle scelte. Poi i figli crescono, diventano adulti e cominciano a guardare i propri genitori per quello che sono: persone, con i loro limiti, le loro contraddizioni, le loro fragilità e i loro errori.
È giusto che sia così. Ma può accadere che lo stesso episodio venga visto in due modi completamente diversi. Un figlio vede un comportamento; il genitore, dentro quel comportamento, porta una storia fatta di esperienze, errori, cadute, ricominciamenti e cose che magari nessuno ha visto.
Per questo credo nell’ascolto. Ascoltare non significa dare ragione. Significa permettere all’altro di esistere anche nel suo punto di vista.
Quando i figli sono piccoli, il genitore protegge e accompagna. Quando diventano adulti, il ruolo cambia. Può offrire la propria esperienza, ma deve lasciare all’altro la libertà di accoglierla oppure no.
Questa è una delle forme più difficili dell’amore: continuare ad amare qualcuno anche quando non vede le cose come le vediamo noi.
Noi siciliani diciamo che ogni impedimento è giovamento. Un ostacolo può diventare un’occasione per superare noi stessi. Anche un conflitto, una distanza, una parola che ferisce possono, con il tempo, diventare occasioni di comprensione.
Naturalmente non tutto dipende dalla nostra volontà. A un certo punto possiamo soltanto fare la nostra parte: dire ciò che sentiamo, riconoscere i nostri errori, difendere ciò in cui crediamo e poi lasciare spazio al tempo.
Per chi crede, c’è anche la preghiera. Non come certezza che tutto andrà secondo i nostri desideri, ma come fiducia nel fatto che la vita conservi un senso anche quando ancora non riusciamo a vederlo.
Un genitore può amare senza trattenere, sperare senza pretendere e continuare a stimare il proprio figlio anche quando il rapporto attraversa una distanza.
“Ti stimo. Mi basta questo.”
Dentro questa frase c’è libertà. Significa riconoscere la persona che l’altro è diventato e rispettarne le scelte, senza rinunciare a ciò che la propria esperienza ha insegnato.
Perché il rapporto tra generazioni non è una strada a senso unico. I genitori crescono i figli, ma i figli trasformano i genitori.
A volte ci si comprende, a volte ci si perde, a volte ci si ferisce. Eppure la vita continua a sorprenderci.
La vita è meravigliosa. Ogni giorno è una nuova scoperta. Anche quando un genitore viene frainteso. Anche quando viene allontanato.
Forse, a quel punto, il compito più grande è continuare a essere se stessi, continuare ad amare e lasciare aperta una porta. Senza obbligare nessuno ad attraversarla.
Stessi
Tutto parte da qui: prima cercavo di governare ciò che accadeva fuori per stare bene dentro; oggi cerco di stare bene dentro mentre, continuo ad affrontare ciò che accade fuori.
Ci sono. Sono qui, seduto sulla mia poltrona, e scrivo una storia che ha dentro tante cose, soprattutto una parola: stessi. Noi stessi, noi medesimi. E già questa parola, medesimo, mi piace moltissimo, perché dentro ci sento qualcosa che resta mentre tutto cambia. Io sono cambiato, naturalmente, e anche molto, ma sono rimasto me stesso. Anzi, forse oggi sono più me stesso di quanto lo sia mai stato.
Sono arrivato a sessantasette anni attraversando una vita che, a guardarla da fuori, potrebbe sembrare una specie di romanzo. Sono artista da tanti, tantissimi anni, ho avuto due matrimoni, quattro figli e, ad oggi, quattro nipoti.
Ad un certo punto smetti di pensare soltanto a quello che ti è successo e cominci a vedere quello che hai generato. Non parlo soltanto dei figli e dei nipoti. Parlo delle persone, delle idee, degli spettacoli, delle cose che hai costruito, degli incontri che hai avuto. Io continuo a fare il mio mestiere e continuo a crederci, in ogni condizione. Il mio lavoro mi appaga e questa, per me, è una cosa enorme. Io continuo a essere artista perché lì, in ogni teatro, in ogni scelta, in ogni idea, ci sono io.
Poi impari che tutto parte dall’autostima. Quando ci stimiamo, quando ci vogliamo bene, diventiamo necessari a noi stessi. Non significa che non abbiamo bisogno degli altri, tutt’altro. Io ho avuto bisogno di tante persone e continuo ad averne bisogno. Ma una cosa è avere bisogno dell’amore, della compagnia, della collaborazione o anche del riconoscimento degli altri; un’altra cosa è avere bisogno che siano gli altri a dirci quanto valiamo.
Questa è una differenza che ho imparato con il tempo, e il tempo non me l’ha insegnata con le buone. Me l’ha insegnata attraverso le botte, le delusioni, i conflitti, le separazioni, le difficoltà, le cose che sembravano insormontabili.
E allora oggi posso dire una cosa che qualche anno fa forse non avrei saputo dire: mi potete bombardare quanto volete. Potete arrivare da fuori con le vostre parole, le vostre pretese, i vostri giudizi, le vostre battaglie. Potete anche colpirmi, perché non sono di pietra e naturalmente le cose mi toccano. Ma non è più come una volta.
Ogni bombardamento precedente è diventato allenamento per quello successivo. Ogni volta che sono caduto e mi sono rialzato ho costruito qualcosa. E quindi oggi succede una cosa abbastanza semplice: il bombardamento arriva, fa il suo rumore, magari per un momento mi stordisce, ma poi rimbalza. Non trova più lo stesso uomo che trovava prima.
Ecco perché mi interessa tanto la parola “stessi”. Perché, nonostante tutto quello che è successo, io sono ancora qui. Non uguale a prima, ma me stesso. Il medesimo. Sono l’uomo che ha amato, che ha sbagliato, che ha creato, che ha sofferto, che ha avuto figli, che oggi ha nipoti, che continua a lavorare e che continua a sedersi sulla propria poltrona nel pomeriggio e a parlare ad alta voce per cercare di capire che cosa gli sta succedendo dentro.
E mentre lo faccio mi accorgo che forse questa è la parte più bella della storia: non ho più bisogno che la vita sia tranquilla per sentirmi in equilibrio. Posso avere ancora problemi, telefonate, riunioni, questioni da risolvere, persone che la pensano diversamente da me e situazioni che mi provocano. Posso avere tutto questo e, contemporaneamente, sapere chi sono.
E quando sai chi sei, forse, finalmente, sei libero. Perché puoi cambiare senza perderti. I vissuti ti aggiornano, ma non ti cancellano. Puoi amare senza smarrirti. Puoi soffrire senza affondare. Puoi essere colpito senza essere distrutto.
E puoi guardare una nipote di undici anni e sentire, proprio lì, nel punto più profondo dello stomaco, che la vita ha continuato a camminare.
Stolto
Per Lucrezio, nel De rerum natura, lo stultus è l’uomo che vive nell’ignoranza della vera natura delle cose e che, per questo, resta schiavo di paure irrazionali e di desideri senza misura. Teme gli dèi, credendo che intervengano nella vita umana per punire o premiare, mentre per l’epicureismo essi dimorano negli intermundia, indifferenti alle vicende terrene. Teme la morte, senza comprendere che l’anima è mortale quanto il corpo, composta anch’essa di atomi destinati a disperdersi: quando ci siamo noi non c’è lei, quando c’è lei non ci siamo più noi. Insegue ricchezza, potere, onori, passione amorosa — desideri vani che non conducono mai a sazietà, ma solo ad affanno perpetuo. E, non conoscendo le vere cause dei fenomeni naturali, li legge come segni dell’ira divina, cadendo in quella religio che il poema condanna senza sconti, fino al celebre tantum religio potuit suadere malorum, pronunciato davanti al sacrificio di Ifigenia.
Questa cecità non riguarda solo le grandi paure metafisiche: si manifesta anche nel modo quotidiano di guardare il mondo. Davanti a una montagna o a un fiume, lo stolto si ferma alla superficie del fenomeno — è la montagna più alta, il fiume più grande — senza mai chiedersi il perché. È lo stesso difetto che porta le torri quadrate, viste da lontano, a sembrare rotonde, i monti aspri a sembrare lisci e azzurrini: i sensi non ingannano in se stessi; è l’opinio, il giudizio frettoloso che la mente sovrappone ai dati sensibili, a fermarsi all’apparenza invece di lasciarsi correggere dalla ragione. L’errore, dunque, non sta tanto nel vedere, quanto nel giudicare ciò che si è visto.
È lo stesso meccanismo per cui ci si stupisce solo del raro e dell’inconsueto, mentre l’abitudine svilisce anche le meraviglie più autentiche (consuetudine vilescunt): si venera il Nilo per la sua fama, invece di cercarne — come fa Lucrezio nel libro VI — le vere cause fisiche delle piene; si teme l’Etna come voce degli dèi, invece di spiegarne l’eruzione attraverso l’aria, il fuoco e le cavità sotterranee. Lo stolto prende l’apparenza come risposta; il sapiente la assume come domanda.
A questa cecità Lucrezio oppone l’immagine del sapiente che osserva dall’alto, dal «tempio sereno» edificato dalla dottrina filosofica (II, 7-13): da lì vede gli uomini agitarsi in basso, nel mare in tempesta, nell’affanno di Sisifo che spinge il masso sempre di nuovo a valle — allegoria dell’ambizione politica —, nel vaso forato delle Danaidi che non si riempie mai — allegoria del desiderio senza misura. Non per crudeltà osserva con distacco, ma perché la ratio lo ha reso immune a quei mali. Il poema stesso, dedicato a Memmio, nasce con l’intento dichiarato di guarire lo stolto attraverso la conoscenza della fisica atomistica, fino a condurlo all’atarassia, la serenità dell’animo libera da turbamento.
Elucubrazione: dallo stolto al distogliere
Qui si può tentare un accostamento che non è etimologico, ma concettuale. Distogliere viene dal latino distollere, da dis- («via», «in direzioni diverse») e tollere («sollevare», «portare»): letteralmente, dunque, qualcosa come «sollevare via», «spostare altrove» ciò che è fissato in un punto.
E lo stolto, in Lucrezio, può essere pensato precisamente come colui che non riesce a distogliersi: il suo sguardo resta incollato alla superficie della cosa — all’altezza del monte, alla fama del fiume, all’ira apparente del vulcano — e non riesce a spostarsi da ciò che appare verso la causa. Non gli manca soltanto una conoscenza: gli manca una leva dello sguardo, la possibilità di sottrarsi all’immediatezza del fenomeno e di interrogare ciò che lo produce.
Il progetto stesso del De rerum natura è, in questo senso, un’opera di distoglimento. Lucrezio non aggiunge semplicemente conoscenza a uno sguardo già orientato: sposta lo sguardo. Distoglie dagli dèi vendicativi verso gli atomi indifferenti; distoglie dalla paura della morte verso la constatazione che non siamo mai compresenti con essa; distoglie dalla superficie del fenomeno — il monte che sembra liscio, la torre che sembra rotonda — verso la sua tessitura reale, fatta di atomi, vuoto e cause meccaniche.
La celebre immagine del sapiens sull’altura non è allora soltanto l’immagine di un uomo che sa più cose degli altri: è l’immagine di un uomo che si è spostato. Ha cambiato posizione rispetto alle cose e, proprio per questo, può guardarle senza essere più trascinato da ciò che guarda.
Ma qui si annida il paradosso più fine del poema. Se lo stolto è colui che non riesce a distogliersi, che resta fissato all’apparenza come alla superficie di uno specchio, allora la filosofia non è soltanto aggiunta di sapere: è anche un atto di distrazione nel senso più letterale, un tirare via l’attenzione da dove si era incollata per forza d’abitudine e di paura.
Ed è proprio ciò che Lucrezio pratica sul lettore stesso, quando riveste la dottrina più arida — la fisica atomistica — con il miele della poesia (I, 936-950): distoglie il lettore dall’amarezza dell’absinthium della verità nuda, per condurlo, quasi senza che se ne accorga, a bere la medicina che lo guarirà.
La poesia diventa così lo strumento con cui la ragione sposta lo sguardo di chi ancora non sa di doverlo spostare. Il lettore viene attirato dal miele, ma attraverso il miele viene condotto alla medicina; viene trattenuto dalla forma poetica, ma quella forma lo sottrae progressivamente alle illusioni che lo tenevano prigioniero.
E forse è questo il gesto più profondo del De rerum natura: non semplicemente insegnare all’uomo a conoscere il mondo, ma insegnargli a guardarlo da un altro punto.
Lo stolto è colui che resta fissato.
Il sapiente è colui che ha imparato a distogliersi.



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Formulazioni
L’origine: la possibilità
Prima di ogni smontaggio c’è un istante sospeso in cui qualcosa potrebbe ancora restare intero. È lì che nasce la possibilità: non nel gesto di disfare, ma nella soglia che lo precede, quando il corpo — o la relazione, o il pensiero — è ancora chiuso su di sé, compatto, apparentemente senza giunture. Eppure ogni cosa costruita porta già in sé i propri punti di cedimento. Ogni struttura, per esistere, ha dovuto scegliere una forma, e ogni forma è un’esclusione: ciò che tiene insieme le parti è anche ciò che ne nasconde la separabilità.
Smontarsi, allora, non comincia come azione ma come intuizione: la percezione, spesso таciuta, che ciò che sembrava un blocco è in realtà un’architettura provvisoria di parti che si sono semplicemente abituate a stare vicine. È un sospetto gentile. Non un attacco alla propria interezza, ma il riconoscimento che l’interezza era già una convenzione — utile, necessaria persino, ma non definitiva.

E qui si apre la dimensione relazionale: nessuno si accorge da solo di essere smontabile. Ci vuole un altro sguardo, un altro corpo, un’altra voce che tocchi un punto e faccia sentire — per la prima volta — che quel punto può cedere. La possibilità dello smontarsi non è mai puramente interiore: è sempre indotta, evocata, resa pensabile dalla presenza di qualcun altro che non ha paura di guardare le giunture. In questo senso, prima ancora di essere un atto, smontarsi è una concessione che si fa all’altro: ti permetto di vedere dove sono attaccato a me stesso.
L’origine, dunque, non è la rottura, ma l’apertura di un credito. Un credito di fiducia che rende pensabile — molto prima che praticabile — l’idea che ci si possa scomporre senza sparire. È il momento in cui l’integrità smette di essere sinonimo di sicurezza e comincia a essere percepita come una delle tante configurazioni possibili di sé. Non l’unica. Non la più vera. Solo la più abituale.
Da questa possibilità, ancora silenziosa, non ancora agita, si apre tutto il resto: il gesto, la fatica, la perdita di controllo che segue quando le parti — finalmente separate — smettono di rispondere all’ordine che le teneva insieme, e cominciano a rispondere, invece, alla presenza di chi le sta guardando.

L’origine: la possibilità — work in progress, a più voci
Prima di ogni parola, prima della coniugazione dei verbi, prima dell’immagine con il fiore e la tempesta, c’è un’origine precisa: il concetto di possibilità. Non un’idea astratta, ma una possibilità molto concreta quella di cambiarsi per cambiare. È una distinzione che vale la pena tenere ferma: non si tratta di cambiare qualcosa fuori di sé, una circostanza, un contesto, si tratta di accettare di trasformare sé stessi come condizione per poter trasformare qualunque cosa altra. Tutto il resto la lotta, l’attraversamento, lo smontaggio, il rimontaggio nasce da questo primo gesto, che è già una scelta radicale: mettersi in discussione prima di pretendere che il mondo si metta in discussione.

Questa possibilità ha trovato un’immagine fondativa in un film: Mi chiamo Sam, con Sean Penn. Sam Dawson è un uomo con una disabilità intellettiva, con capacità intellettive appena superiori a quelle di un bambino di sette anni, che si trova nella condizione di essere padre e di doverlo restare, contro un sistema “legale, sociale, burocratico” che gli chiede continuamente di dimostrare di esserne capace.

È un film che, come è stato notato, affronta un tema raramente raccontato dal cinema: il diritto alla genitorialità delle persone con disabilità intellettiva, trasformando quella che potrebbe essere solo una battaglia legale in una riflessione sull’amore e sui limiti che i pregiudizi sociali impongono a chi è già, di fatto, genitore. Sam non diventa padre dimostrando una capacità che gli viene richiesta dall’esterno. Sam è già padre, e lo è restando fedele a un legame, non a uno standard. È esattamente lo scarto tra “sentirsi capace” e “essere possibile” che attraversa tutto il lavoro nato dall’incoraggiamento a Paola, all’invito di Maddalena: Sam non supera un esame di idoneità, abita una condizione, quella di essere padre, che il mondo intorno a lui fatica a riconoscere come possibile, ma che è, semplicemente, reale. Il suo smontamento non è una debolezza da nascondere: è la sua stessa natura, il punto da cui parte ogni cosa che riesce comunque a costruire.
L’invito e la risposta
È da qui, da questa immagine di paternità fragile e reale insieme, che nasce il desiderio di Maddalena, psicologa danzatrice e psicoterapeuta, di costruire un workshop.
Chiamarlo, senza esitazioni, “Smontare” nasce dalla prima attenzione di Salvatore che coglie una sottolineatura e la trasforma in un titolo, una direzione che è già un programma: non nasconde la fatica dietro un eufemismo, non promette scorciatoie verso il benessere. Dice la cosa com’è: prima si smonta, poi si vede cosa succede, come succede a chi come Sam trasforma il giorno in ogni giorno.

Semmai lottare
Meglio attraversare
Semmai sentirsi capace
Meglio essere possibile
Semmai dopo
Meglio prima
Semmai mai
Meglio a proprio agio
All’invito io rispondo non con un protocollo, non con una tecnica, con un testo poetico e con un’immagine. È un dettaglio che vale la pena sottolineare: io Salvatore non sono psicologo né psicoterapeuta, sono un operatore culturale, drammaturgo e regista. Il mio modo di rispondere a uno stimolo clinico è costruire una drammaturgia: dare corpo, ritmo e immagine a un processo che altrimenti resterebbe solo concettuale. Restituire.
Questo scambio tra me e Maddalena è già allo stato nascente e contiene già in sé le premesse per svilupparsi in workshop: uno sguardo psicologico che pone la domanda, uno sguardo drammaturgico che la mette in scena. Due discipline che si attraversano a vicenda “esattamente il gesto che il testo descrive anche se adesso è solo orizzonte”. Per questo le poche righe nate da quel dialogo “Semmai lottare, meglio attraversare” e il resto della sequenza possono diventare qualcosa di più di un componimento occasionale. Possono diventare il manifesto del workshop stesso: la sintesi in versi di ciò che l’intero percorso si propone di far attraversare ai partecipanti.

Il corpo del saggio
C’è un momento, in ogni relazione con l’altro, con se stessi, con il tempo, in cui ci si accorge di essere montati in un certo modo. Una configurazione che ha funzionato, che ha retto per un tratto di strada, ma che ora scricchiola. È qui che nasce la domanda vera: che cosa succede nell’intervallo tra lo smontarsi e il rimontarsi? È un vuoto, una perdita, oppure è l’unico luogo dove la relazione con l’altro o con sé stessi può davvero rinnovarsi?

La coniugazione scelta come immagine centrale non è decorativa. “Io smonto, tu smonti, egli smonta” non descrive un evento isolato che capita a qualcuno: descrive una grammatica condivisa.
Ognuno, in prima o in terza persona, attraversa lo stesso smontamento: proprio come Sam, che non è l’eccezione di una storia straordinaria, ma il caso più chiaro di una condizione comune: nessuno è pienamente “montato” secondo lo standard che gli si chiede. E questo è già un atto relazionale, ed è già materiale di workshop: sapere che il proprio smontarsi non è un’anomalia solitaria, ma un verbo che si coniuga insieme agli altri, rende la fragilità meno vergognosa e più abitabile, più condivisibile in un gruppo.
E qui entra la sperimentazione, che è anche il metodo di lavoro che un drammaturgo porta dentro esigenza di una psicologa e dentro uno spazio, una possibilità creata da un regista.
Sperimentare non è avere un metodo che funziona sempre: è accettare di smontarsi ogni volta che una forma vecchia non basta più, senza sapere in anticipo come si rimonterà. Il testo lo dice con un ritmo quasi respiratorio: semmai… meglio…
Non è un aut-aut tra bene e male, è un aut-aut tra tensione e apertura. “Semmai lottare, meglio attraversare” non nega la lotta. Sam lotta, eccome, contro un tribunale e contro un sistema, ma le preferisce un movimento che non ha bisogno di nemici da annientare, solo di un varco da attraversare insieme a chi gli sta vicino.
“Riconoscersi parte e artefice” la frase che apriva il primo scambio con Maddalena è forse la chiave di tutto il percorso, e la promessa implicita del titolo “Smontare”.
Essere parte significa accettare di essere dentro una relazione, o un gruppo, che non si controlla del tutto. Essere artefice significa non subire quelle stagioni passivamente, ma parteciparvi: smontarsi non per caso, ma come atto, come scelta che apre la possibilità del rimontarsi in una forma più vera.
Sam è insieme parte di un legame che non ha scelto di dimostrare, sceglie solo di vivere e artefice, perché ogni giorno sceglie di restare fedele a quel legame nonostante tutto.
Ed è per questo che “essere possibile” vale più di “sentirsi capace”. La capacità è una misura che si dà da soli, spesso in solitudine, spesso in competizione con un ideale è la misura che il tribunale chiede a Sam, e che lui non potrà mai soddisfare secondo quei criteri.
La possibilità, invece, si apre sempre in rapporto a qualcosa — a un contesto, a un incontro, a uno spazio protetto come quello che un workshop può offrire. Lo scrigno e il proprio valore non si trovano scavando da soli: si trovano nell’attraversamento, che è sempre un attraversare-con, mai un attraversare-contro.

In chiusura
Resta il verso più semplice, e forse il più radicale: “a proprio agio”. Non è un traguardo, è un modo di stare — nella relazione, nello smontamento, nel montaggio che segue. Ed è forse la promessa più onesta che un workshop chiamato “Smontare” possa fare ai suoi partecipanti: non l’arrivo a una forma definitiva e perfetta, secondo standard esterni, ma la possibilità di attraversare la propria trasformazione essendo, in ogni fase di essa, a proprio agio come Sam, che non diventa mai il padre “ideale” secondo i criteri di qualcun altro, ma resta, sempre, il padre possibile che è.

In questo senso, il piccolo testo nato dall’invito di Maddalena non è solo un commento a posteriori: è già la drammaturgia del workshop, il manifesto che ne annuncia il gesto cambiarsi per cambiare prima ancora che il gesto venga compiuto in aula.
Tunnel, fuori
Ho guardato le Maschere del Teatro Italiano 2026. I grandi registi, i grandi attori, gli artisti che conosco e quelli che conosco meno, i volti, le storie, le premiazioni. E a un certo punto mi è tornata in mente una canzone di Caparezza: Fuori dal tunnel. Non nel senso con cui quella canzone è stata per anni consumata dal pubblico. Sono fuori, piuttosto, da alcuni dei suoi meccanismi del teatro italiano.
Perché mentre guardavo quel palco del Teatro Argentina di Roma mi sono accorto di una cosa: quelle cinquanta persone riconoscibili, identificabili, premiate, chiamate sul palco rappresentano una parte molto visibile del teatro italiano. Cinquanta persone, il teatro italiano non sono cinquanta persone.
È molto, molto più grande.C’è una parte del teatro che non arriva alle premiazioni, che non entra nelle fotografie ufficiali, che lavora lontano dalle ufficialità, spesso con mezzi molto diversi e con percorsi completamente differenti. Questa parte la conosco bene.
Da molti anni lavoro come operatore culturale mantenendo il ritmo con sacrifici enormi, continuando a costruire anche quando non era affatto evidente quale sarebbe stato il risultato.
A sessantasette anni posso finalmente guardare indietro e riconoscere che qualcosa è accaduto, e so perfettamente quanto è ancora lunga la strada. Mentre guardavo quei nomi pensavo alle mie produzioni in corso: Sant’Aituzza mia. Civitoti in Pretura alla Civita, che ha portato il teatro dentro la Civita, nei suoi spazi, nei suoi vicoli, nei suoi luoghi reali. L’altro ieri in scena da due anni. Semplice in lavorazione. E soprattutto ad Avamposto, che debutta il 22 ottobre, ed io sul palco non soltanto come drammaturgo, ma anche come attore.
Mi merito un riconoscimento? Sì, io penso di sì. Lo penso senza falsa modestia e senza bisogno di trasformare questa convinzione in una gara con qualcuno. Me lo merito per gli anni di lavoro, per la continuità, per i sacrifici, per le cose che ho costruito quando sarebbe stato molto più facile smettere.
E mentre guardavo quelle cinquanta persone sul palco, con tutto il rispetto per ciò che rappresentano, ho sentito con chiarezza che il teatro nel quale voglio stare è molto più grande di quel palco.
Sapere di essere sulla mia strada.
Motore
La restituzione: il motore della trasformazione. Questa, nel suo significato profondo, è un’esperienza di fede..
Pratico da più di trent’anni — da quando, nel settembre del 1995, la mia amica Tiziana mi invitò a una riunione e incontrai il buddismo di Nichiren Daishonin. Oggi, in occasione di un piano di rientro di un prestito di cinquecento euro, voglio partire da qui.
La mia vocazione, anche quando umiliata e schiacciata da un insieme di cose, ha sempre avuto la meglio su presunte sconfitte che oggi posso chiamare occasioni.
Agosto 2022, il giorno del mio compleanno. Non avevo niente. Debiti su debiti, e persino i soldi che dovevano arrivarmi erano già impegnati altrove prima ancora di arrivare. Quel giorno una mia carissima amica mi offrì un prestito di cinquecento euro. Li presi, la ringraziai, e per un po’ andai avanti.
Furono anni di crisi lacerante, economica e affettiva insieme. Ma fu davanti al Gohonzon che decisi: non di resistere ancora, di rivoluzionare. Scelsi la strada più difficile e tortuosa a 63 anni.
Questo è insistere. Non è resistere a un problema. È continuare a costruire mentre il problema c’è ancora. Ruggisce.
Vennero mesi durissimi — una casa lasciata, una sistemazione precaria, ricerche instancabili — finché non trovai, quasi per caso, una casa che si rivelò legata a una persona che tanti anni prima mi aveva insegnato a praticare. Da lì sentii, per la prima volta dopo tanto tempo, qualcosa rinascere.
Ecco cosa intendo per fede: non è l’assenza di ostacoli, è la direzione che tieni dentro gli ostacoli.
C’è una cosa che ho capito col tempo, e che questa esperienza mi ha aiutato a mettere a fuoco: quello che guadagno da anni non arriva mai dritto nel mio portafoglio. Per arrivare dove sono adesso ho fatto sacrifici enormi, ho attraversato pianure di secca incredibili, e in quegli anni mi sono trascinato dietro delle situazioni di contenimento — conti rimasti in sospeso, che prima o poi vanno saldati.
Oggi sto distribuendo ogni guadagno non solo per la mia famiglia, ma anche per sistemare quelle vecchie cose. Questo debito con la mia amica era una di queste.
Domenica 6 settembre le ho scritto, chiedendole ancora scusa per il ritardo, un ritardo profondo, lungo. Non mi ha risposto. Mi sono fermato, e ho pregato proprio su questo. Il mattino dopo, senza che lo chiedessi, una persona che mi doveva dei soldi me li ha anticipati. Ho aspettato il bonifico e ho pagato.
Mi è capitato spesso, in questi anni, di sentire quella sensazione di arresa, di essere in linea con l’universo. Questa esperienza ne è la prova: la mia amica ha aspettato più di tre anni, e la risposta è arrivata due mesi dopo aver chiuso un altro grande debito, e non da dove l’aspettavo, ma da un’altra direzione.
Le ho inoltrato la copia del bonifico, poi queste righe. Dopo un po’ mi ha risposto: “Grazie infinite di cuore. Mi scuso per non averti risposto ma quel giorno stavo male. Grazie per l’esperienza, vai avanti così.”
C’è un principio a cui penso spesso. Josei Toda, che passò quasi due anni in carcere per essersi opposto alle autorità militari giapponesi, raccontò che all’inizio della prigionia era una tortura chiedersi quando sarebbe potuto tornare a casa — ma che, nel momento in cui decise che sarebbe rimasto lì “a vita”, tutto, inaspettatamente, divenne più semplice. Una sottile differenza nell’atteggiamento mentale decide tutto, in un senso o nell’altro. (Daisaku Ikeda, NR 318)
Restituire non è solo dare indietro dei soldi. È dare indietro, nel tempo, la prova che quella fiducia non era stata mal riposta. Ogni rata pagata è un piccolo atto di fede rovesciato: non chiedo più, dimostro.
C’è un’altra cosa che a questo si lega, ed è il riposo. Da artista indipendente vivo spesso maratone di lavoro senza vere pause. Per molto tempo ho letto questa mancanza di vacanze come una privazione. Oggi la leggo diversamente: non è una privazione, è una modulazione, in funzione di quello che accade e di quello che è in corso.
Ma il vero relax, credo, non è la vacanza presa come un dovere, come qualcosa a cui ci si abitua a fare senza più goderselo davvero. Il vero relax arriva insieme alla riconquista di sé stessi — è lì che il riposo diventa godimento pieno, non prima. Per questo il mio obiettivo più grande non è semplicemente riposarmi di più, ma riconquistare me stesso: perché con l’età, con la maturazione, con quella che si può chiamare anzianità, arrivi anche questo — la possibilità di godermela nel senso più pieno della parola.
Guardando indietro vedo un seme piantato a settecento metri di profondità che comincia solo ora a mettere le prime foglioline. È il motore della trasformazione — e come ogni motore, per continuare a girare, ha bisogno di essere alimentato.
Per questo, oggi, ringrazio la mia amica: per questa opportunità.
Margine
Il margine che rispettiamo nel momento in cui lo abbattiamo
Note da un regista, tra un campo da pallavolo, un foglio di quaderno e un largo della Civita
È cominciata come parola, non come immagine. Margine, parola nuda, arrivata una mattina come sempre accade all’improvviso. Scrivo un appunto e poi ci lavoro. Accolgo la parola, il quid, fiducioso perché vuole dirmi qualcosa. Piano piano ci ho lavorato e sono arrivate le righe bianche di un campo da pallavolo, il margine di un foglio, il margine di un utile economico, il margine di sopportazione di una persona che non decide, non si muove, resta immobile davanti a una soglia che potrebbe attraversare — o no.
Margine viene dal latino margo, il bordo. La stessa radice della margherita, il fiore con l’orlo bianco attorno al centro giallo. Fin dall’inizio è una parola che non descrive un centro, ma la linea che lo contiene — e che, per definizione, può sempre essere superata.
Ci sono almeno due modi di stare su un margine, ed è da lì che è partita la riflessione che mi ha portato dritto dentro Civitoti in Pretura alla Civita, lo spettacolo che sto mettendo in scena insieme a Turi Giordano.
Il primo margine è quello del foglio. È uno spazio privato: tu scrivi, e se non basta lo spazio vai avanti, sconfini nella pagina accanto, magari con un sorriso, perché nessuno ti guarda decidere. È un limite che si attraversa per occasione, non per trasgressione.
Il secondo è il margine del palcoscenico, il boccascena. Qui il bordo esiste solo perché dall’altra parte c’è qualcuno che guarda. Non è un limite neutro: diventa reale nel momento stesso in cui viene osservato.
C’è un margine che precede tutti gli altri, ed è quello da cui in realtà sono partito, anche se non lo sapevo ancora: il margine mattutino, quello delle elucubrazioni. Non le idee già fatte che arrivano pronte, ma il lavorio incerto del dormiveglia, quando un pensiero non è ancora chiaro ma comincia a prendere forma. Per un artista quelle elucubrazioni sono la cantina: non il salotto dove si mostra il lavoro finito, ma il deposito dove le cose maturano al buio, senza pubblico, senza fretta. È il bagaglio, la scorta a cui si attinge quando la scena, la battuta, l’intuizione su un personaggio ha bisogno di sostanza. Un margine, in questo caso, non separa due cose: le contiene. È lo spazio dove qualcosa esiste già, ma non è ancora pronto per uscire.
Poi c’è un terzo margine, quello che mi interessa di più adesso, ed è quello che ho trovato scrivendo di essere andato a cercare tra gli abitanti della Civita, il quartiere catanese dove produciamo la scena — e dove è già ambientato, scritto — lo spettacolo.
Un margine che non è né il foglio né il palco: è un modo di abitare. Chi vive alla Civita da sempre ha codici, ritmi, una lingua che non ha bisogno di spiegarsi. Essendo il quartiere chiuso al mondo, sono chiusi loro nel rispetto di questo. Non escono dai margini. E per un attimo ho pensato che questo fosse un limite, qualcosa da superare per “evolversi”.
Mi sbagliavo, o almeno mi sbagliavo a metà.
Se l’elucubrazione è la cantina personale di chi fa questo mestiere, la Civita è una cantina collettiva: non un luogo fermo che ha bisogno di essere smosso da fuori, è un deposito di lingua e di memoria che una comunità intera ha tenuto al buio, senza doverlo mostrare a nessuno, per generazioni.
Non è un limite da superare per crescere.
È materiale che matura da anni, senza fretta perché nessuno gliene ha mai chiesto conto.
Nel copione di Martoglio, quando Cicca Stònchiti viene interrogata sulla truscia — l’involto di panni che le lavandaie portano in testa — non riesce a definirla. Non perché non sappia cosa sia: perché per lei è troppo ovvia per aver bisogno di una definizione.
È la lingua di chi le cose le vive, dice il Traduttore nel nostro adattamento, non di chi le nomina da fuori. Chi vive dentro una parola non ha bisogno di spiegarla. Chi la osserva da fuori, sì.
Ecco il punto che mi ha costretto a rivedere l’intera intuizione di partenza: il margine di chi vive alla Civita non è un limite da superare per crescere. È la condizione stessa che rende quella lingua, quel corpo, quel modo di stare al mondo vero — nel senso più letterale, non tradotto, non mediato. Il momento in cui arriviamo noi, con la nostra verve, la nostra dimestichezza col testo, e chiediamo agli abitanti di attraversare quel margine per salire su un palco, dobbiamo essere onestissimi su cosa stiamo chiedendo: non un miglioramento. Una provocazione, un rischio, una evoluzione.
Per questo nello spettacolo abbiamo scelto di rallentare tutto. Niente urlo, niente coralità esplosiva — la scelta di un’autorità simbolica, elegante, quasi trattenuta, sul modello di un certo modo napoletano di una maestria che conosco con il nome di Carlo Cecchi. Non perché il margine vada addolcito.
Perché va rispettato anche mentre lo si attraversa. Sono tre le figure che ho inserito apposta per questo, estranee al testo originale di Martoglio: una giornalista, una regista, un traduttore.
Non recitano il dramma. Lo mediano. Stanno esattamente sul bordo — tra la Civita e chi guarda da fuori, tra l’evento e il racconto che ne verrà fatto — e la loro funzione, dichiarata in scena, è ricordare continuamente che ogni traduzione è già una presa di posizione. Non esiste una lingua di mezzo, imparziale. C’è sempre qualcuno che traduce per qualcun altro.
E poi i sussulti musicali sono il ritmo al processo messo in scena da Martoglio, in fondo, è già tutto questo: un’aula dove nessuno parla la lingua di nessun altro, dove il Pretore non capisce Cicca, l’avvocato traduce Masillara, il Cancelliere trasforma un livido in “ferita lacero-contusa alla bozza parietale”. Il vero imputato, si dice a un certo punto nel nostro adattamento, non è l’uomo accusato di aver ferito un altro con un coltello. È l’idea che esista una lingua corretta che tutti gli altri, poveretti, non sanno parlare.
Nel finale, quando i personaggi escono dalla finzione per interrogarsi su chi sono oggi — eredi di quella lingua, cambiati e insieme fedeli a ciò che restano — a cantare è Cicca insieme al coro, con un brano di Carmen Consoli ‘‘A Finestra che parla di una donna sempre affacciata alla finestra, che guarda la gente passare e viene guardata a sua volta, che rivendica il diritto di stare dove le pare, nella propria casa, mentre il mondo commenta da fuori.
È l’immagine più esatta che ho trovato per quello che stiamo cercando di fare: non entrare nella Civita come si entra in un campo da gioco, per attraversarne i margini e segnare un punto. Entrarci sapendo che il margine, lì, è casa di qualcuno. E che si può abbattere solo restando, per tutto il tempo, dentro il rispetto di ciò che quel margine custodisce.
Forse è questo, alla fine, il margine di sopportazione di cui parlavo all’inizio: non la soglia che una persona non riesce a superare per paura. Lo spazio che va superato con la consapevolezza che dall’altra parte c’è qualcuno — una lingua, una storia, un quartiere — che ha il diritto di restare quello che è, anche mentre cambia.










