Isola

La parola di stamattina è isola. Sono partito da una parola semplice, quasi elementare, un pezzo di terra circondato dal mare e separato dalle altre terre, eppure mentre la pronunciavo ho sentito che dentro quella parola c’era molto di più. Un’isola è anche ciò che isola, è distanza, separazione, confine, è qualcosa che può proteggere oppure escludere, può essere una forza oppure una prigione. Io sono nato in Sicilia e conosco l’isola anche attraverso la mia storia, so cosa significa appartenere a una terra circondata dal mare, ma so anche cosa significa sentirsi isola dentro di sé. Molti anni fa, in una delle mie prime esperienze di psicoterapia di gruppo, emerse proprio questa immagine: io ero un’isola e mi rimase dentro la domanda su come gli altri potessero raggiungermi, in nave, a nuoto, con un sommergibile, in qualunque modo fosse possibile. Oggi ho ripensato a quella immagine e mi sono chiesto se essere un’isola sia un limite o una possibilità e ho capito che l’isola può essere una grande forza quando coincide con l’identità. Ognuno di noi è un’isola, alcune isole devono essere scoperte, altre sono già conosciute, altre ancora si mostrano soltanto in parte, ma ogni isola porta con sé una magia e l’identità è la nostra isola. Quando l’identità non è chiara, quando non sappiamo più chi siamo, l’isola rischia di trasformarsi in una catena montuosa, qualcosa che si innalza, si difende, diventa imponente, difficile da attraversare. Una persona può arrivare a costruire attorno a sé una geografia che non corrisponde più alla propria realtà, può pensare di non avere niente da offrire, può convincersi che nessuno riuscirà mai ad arrivare al suo interno, può nutrire paura e repulsione verso chi tenta di avvicinarsi, ma forse il vero problema non è che gli altri non riescano ad arrivare all’isola, forse è che l’isola nel frattempo ha smesso di essere abitata da chi la possiede. Per conoscere un’isola non basta guardarla dalla costa. La costa può essere arretrata, aspra, ostacolante, può respingere, ma l’isola non si conosce dalla costa, bisogna percorrerla, bisogna ascoltarla, bisogna avere la pazienza di scoprire lentamente le sue bellezze e le sue asprezze e soprattutto bisogna farlo senza giudicare. L’esploratore non arriva per conquistare l’isola, arriva per conoscerla. E forse l’esploratore può essere anche l’aria. L’aria entra, l’aria è ossigeno, è vita, non conquista l’isola ma la invita a respirare, la invita a scoprirsi, a riconoscersi, a identificarsi in qualcosa che chiamo verità. Perché quando la verità viene falsata in partenza si rischia di vivere su due binari che non si incontreranno mai, quello di ciò che siamo e quello di ciò che crediamo di dover essere. Per questo penso che esplorare se stessi ed esplorare il mondo siano due movimenti paralleli. Più conosco me stesso, più posso vivere in sintonia con ciò che mi circonda. Il rispetto che imparo ad avere per me stesso diventa rispetto per gli altri, per le relazioni, per l’ambiente, per il mondo nel quale vivo. Essere esploratori allora è una responsabilità. Ogni uomo dovrebbe imparare a esplorare, non necessariamente per andare lontano, ma per non smettere di cercare la realtà, per osservare ciò che accade, per attraversare le relazioni, per raccogliere ciò che incontra, per fare tesoro di ciò che scopre e poi raccontarlo, perché penso che ogni uomo abbia una funzione, quella dell’esploratore che racconta le proprie esplorazioni. Non per costruire una verità da imporre agli altri, non per avere consenso, non per creare appartenenze, lobby o sistemi di potere, senza retorica, senza aspettative, senza logiche, semplicemente per condividere una ricerca. Questa mattina sono partito dalla parola isola e per più di un’ora ho continuato a parlarne e a scriverne. Una parola mi ha condotto a un ricordo, un ricordo a un sentimento, un sentimento a una persona, una persona a una domanda, una domanda a un’altra domanda. Questo è il mio modo di esplorare. Una parola diventa un territorio e mentre la percorro scopro che non sto soltanto cercando il significato della parola, sto cercando qualcosa dentro di me. Forse è proprio questo il senso di un diario come questo. Non voglio raccontare conclusioni, voglio raccontare esplorazioni. Oggi è stata l’isola, domani potrebbe essere un’altra parola, ieri è stato così. Il movimento però rimane lo stesso: sentire, esplorare, comprendere, raccontare. E il sentire, alla fine, è ciò da cui tutto è partito, perché il sentire è la prima base della poesia. C’è anche un altro modo di arrivare a un’isola: l’aeroplano. Dall’alto l’isola cambia, la distanza permette di vedere ciò che dalla costa non si vede, il disegno complessivo, le forme, le proporzioni, il rapporto tra la terra e il mare. L’aeroplano permette di osservare l’isola prima ancora di entrarci, ma vedere non significa ancora conoscere. Per conoscere bisogna attraversare. Attraversare l’isola significa accettare che non tutto sia immediatamente comprensibile, significa camminare, fermarsi, tornare indietro, cambiare direzione, incontrare una bellezza e poi, poco dopo, una durezza, significa non avere paura delle asprezze perché anche quelle appartengono all’identità dell’isola. Esplorare non è soltanto guardare, è attraversare, e attraversare non significa necessariamente arrivare da qualche parte, a volte significa semplicemente esserci con attenzione mentre si percorre ciò che abbiamo davanti. Forse anche la musica è così. La musica non spiega necessariamente, la musica attraversa, passa attraverso di noi e produce qualcosa che spesso arriva prima delle parole, ha un ritmo, una pausa, una distanza, un silenzio, e forse anche il pensiero ha bisogno di una musica, non soltanto di concetti ma di ritmo, di ascolto, di tempo. Questa mattina una parola è diventata musica dentro di me. Isola. L’ho ascoltata e ho cominciato a seguirne il ritmo. Da quella parola sono nate immagini, ricordi, persone, paure, possibilità. È nato il mare, è nata la costa, è nata la montagna, è nato l’esploratore e poi è arrivata l’aria. L’aria è stata un’intuizione. Non l’avevo programmata, è emersa mentre lavoravo. Ed è proprio questo che mi interessa del lavoro che sto facendo: non sapere in anticipo dove una parola mi porterà. Lavorare sulla parola significa permetterle di aprire una strada e quando una strada si apre bisogna avere il coraggio di percorrerla. Per questo scrivo e per questo vorrei che chi legge non si fermasse a leggere. Vorrei che prendesse un quaderno, non perché debba fare quello che ho fatto io, ma perché possa fare il proprio lavoro, prendere una parola, lasciarla entrare, ascoltare ciò che produce, scrivere un’intuizione prima che scappi, attraversarla, scoprire dove conduce e poi agire. Perché il rischio della riflessione è diventare spettatori della propria stessa vita, pensare molto, capire qualcosa, emozionarsi e poi non fare nulla. Io invece credo che ogni intuizione chieda prima o poi un gesto. La ricerca non può rimanere soltanto nella testa, deve diventare esperienza, deve diventare relazione, deve diventare scelta, deve diventare azione. Ecco perché il quaderno non è un semplice contenitore di appunti, è un luogo di passaggio tra il sentire e l’agire. Io questa mattina ho trovato la mia aria. Non so quale sarà la tua, ma forse, se smetti per un momento di essere pigro, se interrompi l’automatismo, se prendi una parola e le concedi tempo, anche tu puoi incontrarla. Potrebbe essere una parola piccolissima, potrebbe sembrare insignificante e invece potrebbe contenere un’isola intera. Non aspettare che qualcuno venga a portarti l’esplorazione. Esplora, scrivi, attraversa, ascolta e poi racconta ciò che hai trovato. Questa mattina sono partito da un’isola e sono atterrato sull’isola. Scrivendo questo, chiudo un pensiero. Ho fede, mi affido. Questo mi basta.

Esperienze

La mia devozione verso Sant’Agata è nata lentamente.

È nata nella mia famiglia, da mia nonna Teresa, dai miei genitori, da mio zio che aveva lo studio dentistico in via Etnea e che per tutti noi rappresentava anche un luogo di incontro, di attesa, di condivisione. Aspettavamo che passasse la Santa sotto casa. E, forse senza rendercene conto, proprio in quei momenti abbiamo iniziato a costruire quel dialogo, quel rispetto, quella relazione con la nostra Patrona che negli anni è diventata sempre più profonda.

Poi arriva la fede. E la fede, quella vera, non si spiega.

Da anni partecipo alla Messa dell’Aurora. E ogni volta che Sant’Agata esce e ti commuovi, come lo spieghi? Non serve nemmeno spiegarlo. È un sentimento che accade. È qualcosa che attraversa la ragione e arriva altrove.

Forse la fede è proprio questo: la magia del pensiero quando diventa sentimento, quando diventa qualcosa di talmente profondo e onesto verso noi stessi da riuscire a travalicare i giudizi, le categorie, perfino ciò che riteniamo scientificamente spiegabile.

La fede può rivolgersi a Dio, a un Santo, a un albero, alla luna, ad una barca, a qualsiasi cosa nella quale una persona riconosca un dialogo mistico che va oltre la giurisdizione della mente.

E sappiamo quanto sia importante questo passaggio, perché la mente, qualche volta, mente.

In questi giorni, però, insieme al caldo meteorologico ne abbiamo percepito un altro: un caldo che non riguarda il clima, ma che riguarda i sentimenti. Le intemperanze emotive. La rabbia. Il giudizio. Il bisogno di disprezzare ciò che non si comprende.

Mi ha amareggiato leggere alcuni commenti sprezzanti nei confronti di chi manifesta la propria fede. E mi ha amareggiato ancora di più constatare che, in alcuni casi, dietro quelle parole sembra esserci anche una lettura politica, come se persino la fede dovesse essere ricondotta a uno schieramento, a una parte, a un’appartenenza.

Ma la fede non appartiene a una parte. La fede appartiene a chi la sente.

Mi sono chiesto cosa significhi davvero quella frase quando diventa una forma mentale. Mi è venuta in mente una parola che ho letto ieri “tunnelizzato”: colui che vede soltanto ciò che ha deciso di vedere, che procede dentro un corridoio stretto nel quale non esiste più lo sguardo laterale, non esiste più la curiosità verso ciò che è diverso da sé, non esiste più la possibilità di riconoscere la bellezza nell’altro. Perché la Fede illumina e illumina non soltanto se stessi ma il proprio ambiente. Ecco che ci sono tante metafore che raccontano questo quando accendi la luce vedi non soltanto quello che cercavi vedi anche altro.

E forse, qualche volta, dietro questo restringimento dello sguardo c’è semplicemente un’infelicità che non permette più di vedere oltre se stessi.

Non lo so. E non voglio nemmeno pretendere di saperlo. Perché anche questo sarebbe un giudizio.
So soltanto ciò che è accaduto ieri.

Abbiamo realizzato un sogno: raccontare una parte della storia di Sant’Agata attraverso una rappresentazione contemporanea itinerante, attraversando nove luoghi del centro storico di Catania, nel novecentesimo anniversario della traslazione delle sue reliquie da Costantinopoli alla nostra città.

Piazza Università, Piazza Duomo e Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in via Dusmet, via Museo Biscari, piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di via Etnea, via dei Crociferi, piazza Mazzini e infine il sagrato del Duomo. Nove luoghi. Nove momenti. Una storia che cammina dentro la città.

Ma soprattutto una storia che è stata raccontata da persone che hanno scelto di esserci.E stamattina ho letto le loro parole che raccontano ciò che è realmente accaduto.
La Fede, quella autentica, accomuna.

La rabbia, invece, quando diventa giudizio permanente, trasforma una questione personale in una questione sociale e, contemporaneamente, asociale: perché finisce per costruire muri proprio là dove dovrebbe esistere la possibilità di incontrarsi.
Io vorrei che questa mattina, invece di indignarsi perché qualcuno si inginocchia, prega, si commuove o bacia un teschio come segno della propria fede, si provasse almeno per un istante a fare uno sforzo diverso: non giudicare ciò che non si comprende. Provare a capire. E, se possibile, provare a sentire.

Perché come fai a spiegare a una persona che non ha fede che cos’è la fede?
Io non lo so.

Posso soltanto raccontare cosa significa per me.
Posso raccontare la nonna Teresa, la mia famiglia, mio zio in via Etnea, le attese per vedere passare Sant’Agata, la Messa dell’Aurora, le lacrime che arrivano senza essere chiamate.
Posso raccontare ciò che abbiamo fatto ieri.
Posso raccontare le persone che hanno lavorato insieme, con generosità, senza chiedersi continuamente chi fosse più importante, chi dovesse apparire, chi dovesse avere ragione.
E posso dire che, in mezzo a tutte le complessità del mondo, sono felice.
Perché abbiamo nutrito di fede altre persone.
Abbiamo seminato.
E forse è proprio questo che dovremmo imparare a fare più spesso: piantare un seme.
Non pretendere che tutti lo vedano.
Non pretendere che tutti lo comprendano.
Non pretendere nemmeno che tutti lo amino.
Piantare un seme e andare avanti.
Perché la responsabilità è personale.
Ognuno scelga il proprio sguardo, il proprio tunnel, la propria strada. Io scelgo la mia.
E la mia strada, oggi, è quella della fede, della memoria, della bellezza e delle persone che ieri sera hanno camminato insieme per Catania raccontando Sant’Agata.
La fede, per molti, è una parola vuota.
Per altri, quando quella parola si riempie davvero, diventa una forza, un incontro, una comunità, una bellezza, una rivoluzione.

Brucoli

La responsabilità del sogno. Forse la vera conquista non è arrivare da qualche parte, ma imparare a stare dentro ciò che accade senza smettere di guardare, accorgersi, trasformare, fare.

Guardare significa essere presenti. Accorgersi significa dare valore ai dettagli, anche a quelli che sembrano insignificanti. Trasformare significa prendere ciò che la vita ci consegna — un’emozione, una paura, un’immagine, un desiderio — e farne pensiero, arte, esperienza. Fare significa assumersi la responsabilità di ciò che abbiamo sognato.

A Brucoli, per esempio, una parte di me voleva andare e un’altra voleva tirarsi indietro. Ho attraversato quella resistenza e sono andato, come DJ, proposto selezioni musicali. E la gente ha apprezzato e ballato, anche bene, in un luogo dove non è abituata a farlo.

La cosa che mi emoziona davvero è che ho creato una condizione alla quale pensavo da tantissimi anni, da quando avevo messo per la prima volta piede in quel locale.

Questa è la responsabilità del sogno. Immaginare e poi fare. Un sogno rimane utopia finché resta soltanto nella nostra mente. Diventa presenza quando trova un corpo, un luogo, un tempo, altre persone. E diventa esperienza quando accettiamo di attraversare la paura, l’incertezza, la fatica e anche la possibilità che le cose non vadano come avevamo immaginato.

Il sogno non chiede soltanto di essere desiderato. Chiede di essere realizzato.

Una musica diventa movimento. Un’idea diventa scena. Una scrittura diventa voce. Oggi un progetto nato un anno fa prende corpo nelle strade. Un’immagine diventa pensiero. Un pensiero diventa scelta.

È questo che sto imparando: non aspettare di essere pronto, esserci per concretizzare.

E poi fermarsi un momento a riconoscere che qualcosa che un tempo era soltanto immaginato, adesso esiste.

Il sogno da utopia diventa presenza. E la presenza diventa esperienza. La verità sta nei dettagli.

Ferragosto

Buon Ferragosto a tutti.

In questo momento sto parlando a un gruppo teatrale, mistico, che con l’energia dell’Universo abbiamo creato: un meraviglioso campo scuola. Mentre scrivo mi sto immaginando un gruppo molto più vasto. Perché quello che sto vivendo con voi riguarda, in realtà, qualcosa che va oltre il teatro: la responsabilità della relazione.

La relazione è prima di tutto una sfida che si rinnova rifiutando ciò che è da rifiutare e nello stesso tempo abbracciandolo. Questa responsabilità non è soltanto la responsabilità di ciò che facciamo insieme, ma la responsabilità di come ci stiamo dentro, di come ci guardiamo, di come ascoltiamo, di come attraversiamo i momenti delicati e di come ciascuno di noi contribuisce alla qualità dello spazio comune. La sto immaginando, ma soprattutto la sto vivendo. Ieri ho avuto una lunga conversazione con Maria e mi sono fermato a riflettere su una cosa che riguarda tutti noi e questo passaggio delicato tra lo spettacolo appena concluso, Sant’Aituzza mia, e il nuovo lavoro che è già in corso, Civitoti in pretura. Rispetto al primo spettacolo, le persone non si sono ancora sentite completamente accolte, raccolte, “accucciate” nello stesso modo.

È una sensazione che ho ascoltato con grande attenzione e che mi ha fatto immediatamente riposizionare alcune cose.Ci sto lavorando. E proprio per questo mi è venuto da scrivere questo messaggio, anche se è lungo. Perché partendo dal concetto di “resistenza” nel suo assetto di rivoluzione, sento che questo momento ha bisogno di attenzione e non di fretta.

Vi ho parlato spesso di una cosa: mai avere aspettative. Mai. Non possiamo pretendere che un nuovo lavoro ci restituisca automaticamente le stesse emozioni, la stessa complicità, lo stesso ritmo o lo stesso abbraccio del lavoro precedente. Ogni volta bisogna rinnovare continuamente.

Lavoro sempre su nuove costruzioni come le bolle di sapone. Cercare ogni volta un assetto. Cercare il proprio ruolo. Cercare il proprio spazio. Cercare il proprio modo di stare dentro quello che stiamo facendo. E soprattutto andare oltre le bugie della mente. Perché la mente, la mente… costruisce aspettative, paragoni, paure, giudizi, immagini di come le cose dovrebbero essere. E spesso sono proprio queste immagini a impedirci di vedere quello che sta realmente accadendo.

Il primo spettacolo ci ha regalato un gruppo, un ritmo, una complicità che non erano scritti sulla carta. Sono nati lavorando, incontrandoci, ascoltandoci, attraversando difficoltà e costruendo insieme.

Adesso siamo a due giorni dal debutto dello spettacolo che ci ha riuniti nella sua forma autentica e itinerante.

Un sodalizio tra verità, fede, arte, comunione di intenti.

Adesso siamo in un altro momento. E un altro momento richiede un altro ascolto.Io arrivo a questo messaggio amandomi. E forse è importante dirlo.

Ieri ho lavorato a Brucoli come DJ. Una bellissima location, in riva al mare, i fuochi d’artificio che a mezzanotte mi hanno circondato. Dopo ho trascorso del tempo con i titolari, in una serata molto bella e anche molto faticosa.Oggi sento tutta quella fatica.Sento la difficoltà nel camminare, la stanchezza del corpo, la necessità di fermarmi.Eppure proprio questa difficoltà, questa determinazione e questa voglia di fermarmi e parlare — prima di tutto con me stesso e poi con il mondo — mi portano a scrivere questo.

Il mio Maestro mi ricorda sempre: “fermati e rifletti”.

Voi sapete che tengo un diario.

Quello che sto scrivendo nel mio diario oggi, in questo momento, diventa anche pubblico. Diventa un modo per condividere con voi un processo che per me è importante.

La resistenza, per me, non è irrigidirsi. È esserci.È scegliere nuovamente, soprattutto quando qualcosa cambia e non abbiamo più esattamente le stesse condizioni, lo stesso entusiasmo, lo stesso ritmo del lavoro precedente. È la capacità di rideterminarsi.

Per questo voglio rivolgere un abbraccio particolare a Maria, che è stata fondamentale e che, come ben sapete, nel suo ruolo di aiuto regia ha una funzione preziosa: armonizzare il gruppo, salvaguardare ogni piccola sfumatura, accorgersi di ciò che magari non viene immediatamente detto. E voi sapete quanto per me siano importanti le sfumature.

Io curo ogni piccola sfumatura perché credo che il teatro, prima ancora di essere rappresentazione, sia relazione. Ed è la stessa cura che ritrovo nel lavoro con Turi Giordano: un meccanismo generativo, l’unione allargata di due orizzonti, come quelle proiezioni spettacolari che nascono solo quando due sguardi si incontrano davvero.

E allora questo messaggio vuole essere anche un abbraccio a tutte le persone che sono in prima linea, a chi sta lavorando, a chi sta cercando il proprio posto, a chi magari in questo momento si sente meno vicino al gruppo, a chi ha bisogno di ritrovare un ritmo, a chi sta semplicemente attraversando questo nuovo passaggio.

Dobbiamo avere la forza di dircelo.

Possiamo riposizionarci. Possiamo ritrovarci. Possiamo continuare a costruire. E possiamo farlo senza aspettative.”Perché ogni volta che ci liberiamo dell’idea di come dovrebbe essere, diventiamo più disponibili a scoprire come può essere.

E quindi io ci sono.Con tutta la mia attenzione, con la mia determinazione, con la mia cura e anche con la mia capacità di ascoltare ciò che arriva dal gruppo.

E oggi voglio dire anche grazie.

Grazie alla fatica. Grazie alla resistenza. Grazie alle difficoltà. Perché quando ringrazio la fatica e la resistenza, sto ringraziando la mia vita.Sto ringraziando le sfide. Sto ringraziando le pietre miliari che mi hanno portato fino a qui.

E forse è proprio questo che possiamo fare anche noi: non aspettarci di ritrovare ciò che è stato, ma rinnovare continuamente ciò che siamo. Perché se il primo spettacolo ci ha insegnato qualcosa è che le cose più belle accadono quando smettiamo di essere semplicemente persone che partecipano a un lavoro e diventiamo, poco alla volta, una comunità di lavoro.L’abbraccio è qualcosa che possiamo costruire ricostruire, costruire, ricostruire all’infinito. Perché il totale non è mai una somma astratta che sta fuori di noi: è fatto di ognuno di noi. Ogni persona è un puzzle, fatto di tanti piccoli pezzi. E tutti questi pezzi, messi insieme — i pezzi di ognuno di noi — compongono un puzzle molto più grande.

È questo, per me, il senso della comunità: non un tutto che ci contiene, ma un tutto che nasce da ciascuno. Abbraccio

Forma

La verità sta dentro a un copione.

La verità è scegliere. La verità è lottare, se mi è consentito usare questa parola. Lottare significa sforzarsi, sfidarsi, mettersi continuamente alla prova con tenacia, con vocazione, con abnegazione. Talmente tanto che, a volte, ci si stordisce.

Eppure la verità vuole questa, tra virgolette, fatica. Vuole tutto l’amore del mondo. E quando la si attraversa fino in fondo, emerge.

Ecco perché, quando ripenso alle mie scelte e rileggo il mio copione Avamposto, mi accorgo che quella verità non era già lì, pronta. È emersa attraverso tantissime scelte, direzioni, scritture, attraverso riscritture, dubbi, decisioni, ripensamenti, stanchezza e nuove intuizioni.

Avamposto è partito, come bene o male partono tutti i miei lavori, da una necessità. Una necessità che nel tempo ha cercato una forma.

Oggi mi trovo davanti a un testo che considero quasi definitivo: armonia, storia, qualità, sostegno reciproco tra le parti. Non perché pensi che non possa più essere toccato, ma perché sento che ha raggiunto una sua condizione di equilibrio.

E forse è proprio questo che significa, per me, cercare la verità dentro un copione: arrivare a un momento in cui il testo non ha più bisogno che sia io a spiegare ciò che contiene. Comincia a stare in piedi da solo.

La verità non è necessariamente qualcosa che possediamo prima di cominciare. A volte è qualcosa che si rivela mentre agiamo, lavoriamo.

Emerge dalla passione, fatica, dal dubbio, dalla stanchezza. Emerge anche dalla decisione di continuare quando sarebbe più semplice fermarsi. Emerge dall’attraversamento.

Per questo la verità può persino stordire. Ma quelle conseguenze non sono necessariamente un errore del percorso. Possono essere parte del percorso stesso.

La verità, quando viene cercata con amore, tenacia, vocazione e abnegazione, non ha bisogno di essere proclamata. Emerge.

E quando emerge, non vince perché è più forte degli altri. Vince perché, alla fine, è quella che riesce a rimanere.

Forse è questo che oggi riconosco rileggendo Avamposto: non la certezza di essere arrivato, ma la sensazione di aver attraversato abbastanza strada perché qualcosa di autentico potesse finalmente mostrarsi. Ed è bello per questo.

Perché la verità, quando trova la sua forma, vince sempre su tutto.

Fragilità

La fragilità è qualcosa che noi attribuiamo a ciò che si rompe, come un bicchiere, come una statuina.
Io la collego anche all’incontinenza: non riuscire a tenere il passo con sintomi ed emozioni, e perderne il controllo.
La fragilità è fermarsi in una strada per paura di continuare. È supporre, da quel sentimento, una geometria dei fatti diversa dal reale.
Il mio maestro Daisaku Ikeda, spiegando il Gosho Lettera a Misawa di Nichiren Daishonin, scrive che occorre sviluppare la forza interiore necessaria per affrontare le difficoltà, perché il Daishonin esorta i suoi seguaci a “non temere le circostanze esterne”.
Ecco il perno di tutto il ragionamento. Non temere le circostanze esterne significa che il problema non è mai davvero la circostanza in sé, ma il timore che le costruiamo intorno. Ed è proprio quel timore a generare la “geometria dei fatti diversa dal reale” di cui parlavo sopra: la fragilità nasce lì, nello scarto tra ciò che accade e ciò che immaginiamo che accada.
Questa capacità di attraversare, di non temere, è l’allenamento di base, le fondamenta per tenere testa alle fragilità.
Poi la fragilità si estende. Penso, per esempio, a chi la pensa all’opposto di me e usa la fragilità come esposizione pubblica della propria sofferenza politica.
La fragilità, a mio avviso, è qualcosa da attenzionare: qualunque fragilità si prenda in esame, può sempre essere accostata a un’azione che la trasformi. Trasformare è una delle grandi occasioni che un essere umano ha in questa vita.

Arianna

Lo sguardo è la proiezione di un sentimento, di un’attenzione.
Lo sguardo fa tutto, perché nello sguardo vive un’inclinazione, una distanza, un sapore, una prospettiva. Vive l’empatia, la cura dei dettagli, la capacità di riconoscere ciò che spesso passa inosservato.

Lo sguardo è tutto.

Scrivo queste parole per ringraziare l’Universo, che ogni volta, attraverso quella sapiente donazione continua che è la mia vita di abnegazione nei confronti della mia missione, mi conduce all’incontro con persone capaci di aggiungere bellezza al cammino.

Il 7 agosto, durante il giro tecnico di preparazione per la nostra prossima rappresentazione itinerante di “Sant’Aituzza mia”, che si terrà il 17 agosto alle 23:45, abbiamo incontrato Arianna, una ragazza spagnola, amica di Alessandra, che ci ha accompagnato in alcuni dei luoghi nei quali ci fermeremo per raccontare la storia di Sant’Agata.

Il percorso si svilupperà, in questo ordine, attraverso Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini e, infine, il Sagrato del Duomo. Nove luoghi che diventeranno nove quadri di un unico grande racconto.

Abbiamo fatto alcune fotografie e poi Arianna si è offerta spontaneamente di fotografarci proprio in quei set che saranno parte della nostra narrazione.

Alessandra, successivamente, mi ha inoltrato le fotografie scattate da Arianna, aiutandomi così a raccogliere e custodire queste immagini.

Arianna, a te va la mia infinita e pubblica ammirazione, insieme alla più sincera gratitudine. Perché quello che hai fatto non è soltanto una serie di fotografie.

È una testimonianza.
È un’impronta.
È l’imprinting di una grande gioia.

È la capacità di fermare, attraverso uno sguardo, qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto soltanto nell’istante. E per questo scelgo di pubblicare queste parole anche in spagnolo: perché il modo più immediato che ho per ringraziarti è raggiungerti nella tua lingua e riconoscere pubblicamente il valore del tuo gesto.

Forse è proprio questa la risposta dell’Universo: muovere le cose, avvicinare le persone, creare incontri e coincidenze in funzione della bellezza stessa delle cose.

E quando questo accade, non resta che riconoscerlo.

Grazie, Arianna. Per il tuo sguardo. Per la tua sensibilità.
Per aver visto, e averci aiutato a riconoscere la nostra immaginazione.

La mirada es la proyección de un sentimiento, de una atención.
La mirada lo hace todo, porque en ella viven una inclinación, una distancia, un sabor, una perspectiva. En ella viven la empatía, el cuidado de los detalles, la capacidad de reconocer aquello que muchas veces pasa desapercibido.

La mirada lo es todo.

Escribo estas palabras para dar las gracias al Universo, que cada vez, a través de esa sabia y continua donación que es mi vida de entrega a mi misión, me lleva a encontrar personas capaces de añadir belleza al camino.

El 7 de agosto, durante el recorrido técnico de preparación para nuestra próxima representación itinerante de “Sant’Aituzza mia”, que tendrá lugar el 17 de agosto a las 23:45, conocimos a Arianna, una chica española, amiga de Alessandra, que nos acompañó por algunos de los lugares donde nos detendremos para contar la historia de Santa Águeda.

El recorrido se desarrollará, en este orden, por Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, el Altarito de Santa Águeda en Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, los Quattro Canti de Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini y, finalmente, el atrio de la Catedral.

Nueve lugares que se convertirán en nueve cuadros de un único gran relato.

Hicimos algunas fotografías y después Arianna se ofreció espontáneamente a fotografiarnos precisamente en aquellos lugares que formarán parte de nuestra narración.

Posteriormente, Alessandra me envió las fotografías realizadas por Arianna, ayudándome así a reunir y conservar estas imágenes.

Arianna, quiero expresarte públicamente toda mi admiración y mi más sincera gratitud.

Porque lo que hiciste no fue simplemente hacer unas fotografías.

Es un testimonio.
Es una huella.
Es la impronta de una gran alegría.

Es la capacidad de detener, a través de una mirada, algo que de otro modo habría quedado solamente en el instante.

Por eso he querido publicar estas palabras también en español: porque la forma más inmediata que tengo de darte las gracias es llegar hasta ti en tu propia lengua y reconocer públicamente el valor de tu gesto.

Quizás esta sea precisamente la respuesta del Universo: mover las cosas, acercar a las personas, crear encuentros y coincidencias en función de la belleza misma de las cosas.

Y cuando esto sucede, solo queda reconocerlo.

Gracias, Arianna.
Por tu mirada.
Por tu sensibilidad.
Por haber visto y por habernos ayudado a reconocer nuestra imaginación.

Sant’Aituzza mia

LA CITTÀ SI PREPARA A DIVENTARE TEATRO
Queste fotografie sono il reportage di una magnifica serata.

Ieri sera, insieme a Turi Giordano e a gran parte del cast, abbiamo attraversato Catania per il sopralluogo tecnico di Sant’Aituzza mia. Da una piazza all’altra, da una strada all’altra, abbiamo immaginato azioni, luci, presenze, movimenti, parole. Ci siamo emozionati.

Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini e infine il Sagrato del Duomo. Nove luoghi che diventeranno nove quadri di un unico grande racconto.

La gioia nel vedere che un’idea, un segno di devozione, prende forma e, soprattutto, nel vedere che quella forma nasce proprio dal desiderio di far incontrare il teatro con la memoria, la devozione e il mito con la contemporaneità; per un teatro che esce dai luoghi consueti e cammina per le strade. Un teatro che cerca le persone, che incontra la città, che diventa comunità. E mentre ieri sera percorrevamo questo itinerario, già sentivamo che qualcosa stava accadendo. Perché Sant’Agata è madre nell’anima di Catania e dei Catanesi. Noi, con emozione, passione e tanto lavoro, proveremo a raccontarla.

#SantAituzzaMia #SantAgata #Catania #GiubileoAgatino #TeatroItinerante #TeatroDiComunità #Cultura #CataniaÈTeatro #SantAgata2026

Romantico

La fiducia nelle possibilità.
Vale la pena continuare a credere che sia possibile.
Anche se c’è chi sceglie di muoversi in un mondo che non ci appartiene, occorre continuare a sintonizzarsi con la propria scelta quotidiana.
È un movimento circolare.
La felicità riconosciuta genera commozione e la commozione mantiene vivo il desiderio della felicità. Così il sogno continua ad appartenere alla vita.
Ogni volta che mi commuovo davanti a una storia d’amore, non vedo soltanto due persone che si incontrano. Vedo trionfare l’azione. Vedo trionfare l’infinita possibilità racchiusa in un singolo pensiero, in una singola rivoluzione, in una scelta che cambia una vita.
Ecco perché arriva la commozione.
Mi commuovo perché quella storia mi ricorda, ogni volta, che è possibile.

CANNES, FRANCE – MAY 19: Gaspard Ulliel and Marion Cotillard attend the “It’s Only The End Of The World (Juste La Fin Du Monde)” Premiere during the 69th annual Cannes Film Festival at the Palais des Festivals on May 19, 2016 in Cannes, France. (Photo by Luca Teuchmann/Getty Images)

Mitja

Una successione di eventi che, solo dopo, assumono il significato di una direzione. L’incontro con Mitja Bichon è stato uno di questi. Attraverso alcuni link che mi ha condiviso, ho deciso di fare ciò che, da tempo, appartiene al mio format PARLO CON LA MUSICA, metto in pratica il mio orecchio fotografico.

Ascolto un brano musicale per vedere ciò che genera dentro di me. È una traduzione, non una spiegazione. Quello che segue, quindi, non è una recensione e nemmeno un’analisi tecnica. È una restituzione profondamente soggettiva, nella quale la musica si trasforma in visioni, ricordi, gesti e domande. È il mio modo di parlare con la musica.

Offro queste parole a Mitja, con il desiderio di restituirgli ciò che le sue composizioni hanno mosso dentro di me. Perché, in fondo, ogni opera vive due volte: quando nasce dall’autore e quando trova dimora nello sguardo — o, nel mio caso, nell’orecchio fotografico di chi la incontra

Dispari
Scale allineate in una continua corsa verso lo sguardo di un chi, qualcuno, o verso una distrazione. Questo arpeggio o fraseggio che sia, mia piace. La prima, contiene la voglia di vagabondare, di perdersi, di costruire realtà che nel momento sono difficili da raggiungere, o forse vivono in una ripetizione, come il canto di un carillon. Per questo ascolto, apprezzo e auspico una grande evoluzione, perché l’opportunità c’è in quanto primordiale auspicazione. Una sola parola: sfida. Molto interessante la sequenza che chiude il brano: mai pari.

Interlude
Un suono, oserei dire, sincopato e vagheggiante, che avevo già ascoltato nello showreel, qui l’ho riconosciuto. Suoni molto affini a me, ricordano le improvvisazioni dei miei figli. Questa è già una conquista, o forse, ancora meglio, la base di un un dialogo, sempre in punta di piedi.

Quiescendo
È la colonna sonora del dubbio, dell’incertezza, della pausa prima di decidere qualcosa, fare. O, forse ancora meglio, della volontà di evocare qualcosa, restando sospesi nella narrazione. Mi viene in mente un allenamento continuo. Scale mobili che salgono e scendono, con un tempo che sembra non finire mai. Arriva una sensazione di nobiltà francese, come una discendenza nordica, la nebbia: qui si coglie con grande chiarezza e sospensione: un sorriso che nasce in coda al brano, quasi come una liberazione, con un tratto profondamente catartico. Probabilmente è stato deciso qualcosa, trattenuto da quel minuscolo dubbio. Poi una mano cattura l’essenza, dà un senso alle retroazioni. Si muove a zig zag su uno skateboard, mentre quella stessa mano, quasi senza volto, ha tirato l’esprimere fuori dal dubbio e lo ha trasformato in un film con le scorribande impercettibili.


Lullaby
Ogni cosa nasce da un desiderio. Ogni cosa nasce da un’invocazione. Questo succedersi di musiche, che si muovono su un mood e una medesima intima soddisfazione, come una rivoluzione: quella sana, quella potente, quella necessaria. Ed è proprio questo che ti auguro: attraverso il carillon, arrivare in una scena ampia e trovare, accanto ai tuoi passi musicali, altrettanti passi di danza.

Ciò che mi resta è la sensazione di un linguaggio che cerca il proprio orizzonte con una voce riconoscibile, il coraggio di sfidare se stesso, perché è proprio oltre quella soglia che la musica smette di essere soltanto ascoltata e comincia a diventare un luogo da abitare.

Carissimo Mitja aggiungo a questo ascolto il mio sentire con due brani che possano essere non solo due modulazioni dialoganti, anche un elemento di continuità.