CRIPTIC

La cripticità come forma dell’idea prima della condivisione. Un’idea può essere criptica non perché voglia nascondersi, perché sta ancora cercando la forma attraverso cui poter essere condivisa.

Da qualche giorno questa parola mi gira dentro. Criptico. All’inizio pensavo alla decodifica. A ciò che deve essere interpretato, compreso, attraversato. Poi, attraverso l’esperienza, la parola ha cominciato a rivelarmi qualcosa di diverso.

Un’idea, prima di diventare condivisa, è quasi sempre criptica. Nasce dentro una o più persone. Attraversa il pensiero, la scrittura, la realtà, l’azione. Prima di essere compresa dagli altri deve ancora trovare una forma. E in quel momento può sembrare strana, incomprensibile, fuori contesto. Non perché voglia essere criptica, perché è ancora in evoluzione.

A me capita spesso di parlare e di non essere capito immediatamente. Può passare un minuto, un giorno, un anno. A volte anche molto di più. Poi, improvvisamente, qualcosa si chiarisce, e tutto è chiaro, nel mio caso magico. Ciò che non viene compreso subito a volte è semplicemente un pensiero che ha bisogno di tempo per diventare esperienza. O semplicemente sintonia.

Durante il laboratorio di Sant’Aituzza mia, è accaduto qualcosa che mi ha fatto comprendere ancora meglio e ancora una volta questa parola. Ho proposto ai trenta partecipanti, attori e allievi attori, un esercizio: registrare contemporaneamente un selfie video parlato della durata di un minuto.

Da fuori, probabilmente, un’immagine criptica. Trenta persone con un telefono in mano, che parlano contemporaneamente. Dentro quella stanza stava accadendo altro. Ognuno parlava a se stesso e, nello stesso tempo, entrava in una dimensione collettiva. C’era confusione, energia, propositività, una confusione ampia. C’erano voci sovrapposte, che diventavano un coro. Ognuno conservava la propria individualità e, nello stesso momento, faceva parte di qualcosa di confacente al lavoro di tutti.

Qualcuno ha detto di aver fatto fatica a sentire se stesso nel rumore degli altri. Qualcuno ha detto di essersi ascoltato forse per la prima volta. Qualcuno ha parlato di leggerezza, gioia, comunione, integrazione. Qualcuno ha raccontato l’imbarazzo iniziale e poi la libertà.

E allora ho capito che quell’azione, apparentemente criptica per chi l’avesse osservata dall’esterno, aveva trovato la propria decodifica nell’esperienza di chi l’aveva vissuta. Forse il gesto artistico è proprio questo. Un artista elabora un’idea e la rende fruibile ancora di più in funzione al coraggio e all’onestà.

Seleziono tra mille possibilità, come ieri ho cercato in una chiavetta con più di mille brani quello preciso che potesse attivare un’energia, un’allegria, un coinvolgimento. L’atto della scelta è già criptico. Tra mille possibilità, una sola diventa necessaria. Poi l’idea viene condivisa. Viene elaborata. Viene agita.

E finalmente diventa comprensibile non perché sia stata spiegata fino in fondo, perché è stata vissuta. Mi piace elaborare la fantasia attraverso la realtà. Una fantasia genuina, che non ha bisogno di fronzoli. Una fantasia che sa lavorare con ciò che trova. Un telefono. Una stanza. Trenta persone. Una musica. Un minuto. Anche il caldo.

E dentro questi elementi può nascere qualcosa che nessuno aveva programmato completamente. Questa è forse la cripticità dell’artista. Non l’oscurità cercata. Non il desiderio di confondere. Non la volontà di sentirsi superiori perché gli altri non capiscono.

La cripticità è spesso il tempo che un’idea impiega per diventare condivisa. E naturalmente esiste anche chi approfitta di questa incomprensione. Chi, davanti a ciò che non riesce o non vuole comprendere, cerca di spostare l’attenzione. Di incasellare. Di ridurre. Di spostare l’artista stesso.

Perché ciò che non rientra immediatamente nelle logiche conosciute può diventare scomodo.

Ma cosa ci salva? L’abnegazione. La tenacia. L’amore. La capacità di continuare a fare. E quegli occhi gioiosi che ieri Cristina ha visto brillare durante le prove. Forse, alla fine, è proprio lì la verità. Un’idea può essere criptica. Un gesto può essere criptico. Un artista può essere criptico.

Ma se dentro quell’idea, dentro quel gesto, dentro quella persona c’è autenticità, prima o poi qualcosa arriva. A volte dopo un minuto. A volte dopo giorni. A volte dopo anni. Io mi impegno per farla viaggiare spedita.

La cripticità non è necessariamente ciò che nasconde la verità. A volte è semplicemente la verità mentre sta ancora cercando la forma con cui potrà essere condivisa.

LA FORMAZIONE COME ESPERIENZA

La mia formazione nasce dall’esperienza. Probabilmente anche da quel daimon che ognuno di noi porta dentro e che, nel mio caso, si è alimentato attraverso la frequentazione e la vicinanza a un mondo culturale vasto.

Nasce dall’incontro con grandi maestri. Con scardinatori di logiche, di vita, di saggezza. Nasce dall’incontro continuo con la curiosità, quella forza che processa l’arte e la distilla in fede. La mia formazione non procede soltanto attraverso i libri e i manuali. Nasce dagli incontri, dalle esperienze, dalle batoste, dalle intuizioni, dagli errori, dalle domande. Dall’ascolto. Dalla musica. Dal teatro. Dalla vita. Da tutto ciò che, nel tempo, continua a mettere in discussione ciò che credevo di sapere.

Le mie sono conoscenze nate dall’elaborazione continua senza retorica o tradimenti. Dalla vita come laboratorio. Perché forse la conoscenza non è soltanto accumulare. È trasformare. È prendere ciò che si incontra, attraversarlo, interirizzarlo e lasciarlo diventare qualcosa di nuovo. È questo il mio modo di imparare. La curiosità come materia prima. L’arte come processo. E, qualche volta, ciò che resta dopo questo processo è una forma di fede, perché nasce dalla fede

LA CULTURA E GLI STRUMENTI DEL PRESENTE

A un certo punto ho chiesto a ChatGPT di mettere a confronto questo mio pensiero sulla cripticità con alcune idee di autori che, probabilmente, io non avrei raggiunto se non attraverso uno studio infinito.

E qui, per me, c’è qualcosa di meraviglioso. Perché scoprire che un’intuizione nata da un’esperienza personale può entrare in dialogo con pensieri elaborati da grandi autori non significa necessariamente averli studiati. Significa che l’esperienza umana, quando è autentica, può talvolta incontrare strade già percorse da altri. E forse il bello è proprio questo. Godere della modernità. Usare gli strumenti del proprio tempo. Avere la possibilità di dialogare con la cultura, con la storia e con il pensiero attraverso strumenti nuovi.

Questa possibilità, in fondo, non è qualcosa di completamente nuovo. In ogni tempo l’uomo ha avuto i propri strumenti. Il libro. La lettera. La biblioteca. La conversazione. La musica. Il teatro. Oggi anche l’intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti. Resta la cosa più importante: la curiosità di pensare. La capacità di lasciarsi attraversare da un’idea. Il desiderio di capire dove ci conduce. La modernità, quando viene vissuta con intelligenza, non sostituisce l’esperienza. La amplifica.

E forse è proprio questa la vera ricchezza del nostro tempo: poter partire dalla propria vita, dalla propria esperienza, dalla propria intuizione e trovare, attraverso nuovi strumenti, una conversazione con l’intera storia del pensiero umano.

LA CRIPTICITÀ COME VIAGGIO

E così, forse, anche la cripticità diventa un viaggio. Un’idea nasce. All’inizio è oscura anche a chi la pronuncia. Poi viene elaborata. Viene vissuta. Viene condivisa. E, qualche volta, attraverso il tempo e attraverso incontri imprevedibili, scopre di avere già parlato con qualcuno che era vissuto molto prima di noi. Questo è il bello della cultura. Non è soltanto sapere ciò che è già stato detto. È anche avere il coraggio di pensare qualcosa e, solo dopo, scoprire che quel pensiero può dialogare con il mondo.

Non esiste probabilmente un autore che abbia formulato esattamente questo concetto con la parola cripticità. Ma molti autori, dal XIX secolo in poi, hanno attraversato territori vicini: l’opera che nasce prima di essere compresa, l’artista che anticipa il proprio tempo, l’esperienza il cui significato arriva dopo.

Nietzsche ci ricorda che alcune idee sembrano appartenere al futuro. Proust che spesso comprendiamo veramente un’esperienza soltanto dopo averla vissuta. Pirandello che ciò che appare non coincide necessariamente con ciò che è. Beckett che l’opera non deve necessariamente spiegare tutto. John Cage che anche il quotidiano, il rumore e l’imprevisto possono diventare composizione. Grotowski che il teatro può essere soprattutto esperienza condivisa. E forse, in fondo, la mia idea sulla cripticità si trova proprio in questo spazio comune: l’artista è criptico non perché voglia nascondere, ma perché spesso vive un’idea prima che essa diventi comprensibile agli altri.

La cripticità è il tempo necessario affinché un’intuizione diventi esperienza. E affinché l’esperienza diventi significato. Forse è questo il mio modo di stare nel mondo. Un’idea può nascere senza essere immediatamente spiegabile. Può essere attraversata. Può essere agita. Può essere vissuta. E solo dopo può trovare le parole. Perché a volte non siamo noi a dover inseguire la comprensione. A volte è la comprensione che, lentamente, deve raggiungerci.

E allora continuo. Con l’esperienza. Con la curiosità. Con l’arte. Con la musica. Con l’amore. Con quegli occhi gioiosi che ancora brillano quando qualcosa, dentro di me, sta per nascere. Perché forse la cripticità non è l’assenza di una risposta. È il tempo che una risposta impiega per diventare vita.

Ed è per questo che a me piacciono le parole. Perché, come bolle di sapone, sono evocatrici di gioia e di spettacolo. È difficile contenerle. Sono leggere, mobili, imprevedibili. Evaporanti contenuti di illuminazione. E forse è proprio per questo che continuano a meravigliarmi. Una parola appare. Si solleva. Riflette la luce. Attraversa l’aria. E, prima ancora di scomparire, può aver già acceso qualcosa dentro qualcuno.

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Ascolto, ascolto, ascolto, ascolto, ascolto …

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