Infinito

Quando penso all’otto, penso a tante cose.
Penso al numero.
Penso al verbo essere, all’infinito.

Penso a una pista di automobiline, a un fiocco, al mese in cui sono nato. Penso all’orario in cui entravano a scuola i miei figli, alle giostre, all’ora di cena e al telegiornale della sera.

Penso al comandamento che invita a non pronunciare falsa testimonianza e che, in fondo, ci ricorda una cosa semplice e difficile: dire la verità. Penso a Biancaneve e ai sette nani. Otto von Grunt (noto come Grunf), spesso definito comicamente come tetesco di Germania, celebre e sgangherato inventore del Gruppo T.N.T. storica serie a fumetti italiana Alan Ford creata da Max Bunker e Magnus. Oppure il lotto, il gioco dell’otto, non soltanto questo anche una porzione di terreno, o più porzioni, tanti lotti. Penso al DNA, a una maschera di Carnevale e a tutto ciò che ancora potrei ricordare. E poi penso anche a una barzelletta: uno zero incontra un otto e gli chiede «Ma perché hai questa cintura così stretta?» Penso al segnaposto di un tavolo di un ristorante dove vado spesso

Ancora una volta, una forma diventa un’immagine. Un’immagine diventa una storia. E una storia diventa l’infinito: la possibilità di guardare la stessa cosa in mille modi diversi. Un numero può essere un ricordo, un verbo, un mese, una pista di automobiline, una giostra, un figlio che entra a scuola, una pagina, una cena, un telegiornale, una maschera di Carnevale, una battuta, diventare, semplicemente, l’infinito. Perché tutto dipende da come guardiamo una cosa e scoprire che dentro quella cosa ce ne sono infinite altre. Perché l’otto è un numero.

E se lo guardi bene, è anche molto di più. Forse è proprio questo che mi affascina, che dentro un numero come in ogni cosa possa esserci un viaggio. Che una forma possa diventare un pensiero. Che un pensiero possa trasformarsi in uno sguardo.
E che uno sguardo possa aprire un mondo. Quando penso all’infinito, allora, ritorno all’otto. Ritorno a quella forma che non ha un vero inizio e non ha una vera fine.

Una forma che continua. Come la natura. Come il mare che va e ritorna. Come le stagioni che si susseguono. Come il seme che cade nella terra e, senza sapere ancora quale forma avrà, comincia a cercare la luce. Come l’albero, che affonda le sue radici nel buio e, nello stesso tempo, tende i suoi rami verso il cielo. Forse anche noi siamo così.
Abbiamo radici nel passato e possibilità nel futuro.

Siamo ciò che siamo stati, ma anche tutto ciò che ancora possiamo diventare. E questa, forse, è la cosa più straordinaria della vita. Che non siamo mai completamente conclusi. Che anche quando pensiamo di essere arrivati alla fine di qualcosa, da qualche parte può ancora aprirsi una strada. Un incontro. Una parola. Un pensiero. Uno sguardo. Una possibilità.
L’otto mi ricorda proprio questo. Come nell’infinito, due movimenti si incontrano e continuano.
E allora ascolto e guardo.
E mentre guardo, provo a capire.
Poi trasformo un pensiero in uno sguardo.

L’otto è un abbraccio

E uno sguardo in una didascalia che non è soltanto una frase scritta sotto una fotografia. Forse è il tentativo di seguire un pensiero mentre si apre.
Di accompagnarlo fino a dove può arrivare.
Perché dentro uno sguardo può esserci una storia.
Dentro una storia può esserci un uomo.
E dentro ogni uomo può esserci un infinito.
Un infinito di otto o di chicchessia.  

Allora penso a lottare, l’otto nascosto che, semplicemente, ho incontrato questa mattina. Una porta tutte le infinite possibilità di un pensiero che diventa uno sguardo, e poi parola, storia, camminare.
Come l’otto, lotto. Come la vita. Continuamente.

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